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Naza: l’algoritmo che guida il genocidio
NAZA non è un film con fantastici effetti speciali, ma soltanto un documentario. Non riceverà alcun premio per la regia, la scenografia, la colonna sonora o il miglior attore. Eppure NAZA è il film del decennio. Quello che non devi perderti. NAZA rappresenta l’anello mancante tra la fantascienza, la peggiore distopia e la realtà. La sua importanza storica è anche confermata dalle polemiche che lo circondano. Sui social network è stata fatta circolare da chi ne aveva interesse (Israele?) la falsa notizia di una sua imminente trasmissione su Rai Storia, smentita ufficialmente dal distributore I Wonder Pictures (Nota 1) proprio per scoraggiare il pubblico dall’andare a vederlo al cinema. Israele ha persino promosso un controdocumentario (NAZA, the Real Story) per contestare i contenuti del documentario originale. Mi aspetto ora un documentario prodotto dagli eredi ideologici di Hitler che illustri le ragioni sociali, etiche e morali delle attività da lui promosse durante la Seconda guerra mondiale! Non voglio fare qui la recensione del film. Penso, tuttavia, sia importante precisare che si tratta di una sequenza di 24 interviste ad altrettanti militari ed esperti informatici «pentiti» dell’intelligence militare israeliana. Protetti dall’anonimato, spiegano come abbia funzionato la programmazione dello sterminio dei palestinesi di Gaza e della sistematica riduzione in macerie della città. Soltanto nell’ultimo minuto del film si vedono le immagini delle macerie e delle vittime e si ascoltano le strazianti voci dei sopravvissuti. Si tratta di un racconto disumano. La parte fondamentale del film, tuttavia, riguarda altri due aspetti. Il primo aspetto che mi ha colpito è vedere come, durante il genocidio, la popolazione israeliana continui a vivere tranquillamente la propria esistenza, come se non stesse accadendo nulla di grave per mano del proprio governo e dei propri soldati. Il secondo aspetto è certamente ancora più traumatizzante e preoccupante per il futuro dell’intera umanità. Appare evidente come la guerra sia ormai disumanizzata: l’intelligenza artificiale seleziona gli obiettivi sulla base di dati statistici più o meno attendibili e comunque non verificabili, mentre i droni, guidati a distanza, li colpiscono e li distruggono. Spaventa sapere che a fornire le informazioni utilizzate per scatenare gli attacchi sia il controllo globale della rete telefonica da parte dello Stato (in questo caso Israele). Un controllo a distanza dei telefoni cellulari — posizione, fotografie memorizzate, voci in diretta, telefonate — che permette di raccogliere informazioni sulle persone da colpire. È mostruoso sapere che ogni attacco viene pianificato prevedendo già un certo numero di NAZA. Sì, perché a questo punto si comprende il titolo del film: il termine NAZA (נז״א) è l’abbreviazione ebraica di Nezek Agavi, che significa «danno collaterale» (Nota 2). Ogni missione assassina di Israele, secondo le testimonianze raccolte nel film, viene pianificata prevedendo un certo numero di NAZA: 4, 15, 24 o più. Si tratta del numero di vittime civili innocenti che si prevede di uccidere per colpire un obiettivo. Il film denuncia, inoltre, come i militari di Hamas non venissero colpiti sui campi di battaglia, bensì nelle proprie abitazioni. Le abitazioni vengono individuate esaminando a distanza i selfie scattati con i figli e conservati sui telefoni cellulari. Il momento dell’attacco viene scelto ascoltando la voce della figlioletta che saluta il papà appena rientrato a casa. Il disgusto per tutto questo mi ha lasciato senza parole al termine degli 80 minuti del documentario. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE L’immagine che illustra l’articolo è generata con intelligenza artificiale; è ispirata ai sistemi di individuazione degli obiettivi e di stima delle vittime civili descritti nel documentario NAZA. Non rappresenta quindi una reale operazione militare né riproduce un’autentica schermata dell’esercito israeliano. NOTA 1 — La falsa notizia sulla Rai iO Donna, 5 ottobre 2026: NAZA: gli incassi record e la falsa notizia in tv su Rai Storia. «Qualche giorno fa, specialmente su X e Facebook, hanno iniziato a circolare alcuni post che riportavano la falsa notizia dell’arrivo di NAZA sul canale Rai Storia il prossimo 10 ottobre. Una bufala messa in giro probabilmente da chi non gradisce il grande successo di pubblico che sta raccogliendo il film». L’articolo riferisce inoltre della successiva smentita ufficiale di I Wonder Pictures. NOTA 2 — Il significato di NAZA NPR, 30 settembre 2026: ‘NAZA’ filmmakers on what they learned making the doc and the backlash it received. Yuval Abraham, originale inglese: «It stands for two Hebrew words, nezek agavi in Hebrew, which could loosely be translated to collateral damage.» Traduzione italiana del passaggio completo: («È l’abbreviazione di due parole ebraiche, nezek agavi, che possono essere tradotte approssimativamente come “danno collaterale”. Sono le parole che gli ufficiali dell’intelligence israeliana usano per indicare il numero di civili che sanno, o prevedono, saranno uccisi in un attacco aereo. Per fare un esempio, un soldato dice nel film: nell’esercito non diciamo che 15 donne e bambini moriranno in questo attacco. Diciamo 15 NAZA.») Natale Salvo
October 12, 2026
Pressenza
Milano, dal Primo Convegno Regionale Stop Data Center alla proposta di moratoria
Nell’ultimo anno le richieste per la realizzazione di nuovi data center nei territori dell’hinterland milanese e pavese sono cresciute in modo esponenziale. Parliamo di infrastrutture energivore di grandi dimensioni, che consumano tantissimo suolo, tantissima acqua, provocano isole di calore, rumore ed emissioni. Nel sud Milano, fra il comune di Lacchiarella e Zibido San Giacomo, nel Parco Agricolo Sud, è prevista la costruzione di uno dei più grandi Data Center in Europa con tutti gli annessi e connessi. Se si realizzerà, l’impatto ambientale, sanitario ed economico sarà devastante. Di fronte al moltiplicarsi dei progetti, in molti Comuni sono nati comitati e gruppi di cittadini che hanno iniziato a informarsi, studiare i progetti e chiedere maggiore trasparenza, approfondimento e partecipazione. Territori diversi, a volte lontani fra loro, si sono però trovati ad affrontare gli stessi problemi e le stesse idee. Vale la pena essere informati e attivarsi, per quanto possibile, per arrivare a un confronto prima che sia troppo tardi. Decine di territori, un solo problema: il consumo di suolo, acqua ed energia di questi impianti non è una questione locale, e non può più essere affrontata comitato per comitato. Il convegno ha messo insieme medici, fisici, ricercatori e attivisti per rispondere a due domande: quali impatti ambientali stanno producendo i data center, e chi decide dove e come vengono costruiti? Da questa domanda e dal bisogno di tutela dell’ambiente è nata la necessità di unire le forze e costruire una voce comune: nasce così la RETE DEI COMITATI STOP DATA CENTER. Oltre trenta comitati cittadini della Lombardia si sono dati appuntamento sabato 26 settembre dalle 11.00 alle 18.00, presso la sede di ARCI Provinciale Milano per il Primo Congresso Regionale Stop Data Center, dove sono state fatte, da tecnici altamente qualificati, presentazioni circostanziate con dati ed esperienze che vale la pena di ascoltare attentamente (il link del Congresso). L’iniziativa nasce dai territori nei quali, negli ultimi mesi, sono stati annunciati o avviati progetti per la realizzazione di grandi centri di calcolo: da Magenta a Cremona, da Lacchiarella a Vittuone, da Rho a Casalpusterlengo, passando per la cintura milanese e il Pavese. Aderirà all’iniziativa anche il comitato di Colleferro (Roma), primo contatto della rete al di fuori della Lombardia. «Finora ogni territorio ha affrontato da solo progetti spesso presentati quando scelte e procedure erano già in fase avanzata – spiegano i promotori – Il 26 settembre mettiamo in comune quello che abbiamo imparato: le procedure, i dati sui consumi, le criticità ambientali e le esperienze maturate nei diversi territori. L’obiettivo non è dire no a tutto, ma chiedere che lo sviluppo digitale sia pianificato, trasparente e proporzionato alle risorse dei territori. Oggi riteniamo che questo equilibrio non sia ancora garantito». Il convegno si è aperto alle ore 11.00 con la presentazione del progetto. La sessione della mattina, “Data center: quali impatti ambientali?”, ha affrontato le possibili ricadute sull’ambiente e sulla salute e farà il punto sull’attuale quadro normativo nazionale e regionale. Sono intervenuti Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Sergio Manera, fisico dell’Università degli Studi di Pavia; e Fabiana Di Pino, attivista della rete. La sessione pomeridiana, “Data center: strategie, insediamenti e dati” (14.30–16.30), ha spostato l’attenzione sulle scelte localizzative e sui dati relativi allo sviluppo del fenomeno. Sono intervenuti Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano; Marco Mazzotti, professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo (ETH Zürich); ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio. La giornata si è chiusa, dalle 16.30 alle 18.00, con la sessione “Dai comitati alla rete”, dedicata al percorso per la costituzione di un coordinamento unico dei comitati “Stop Data Center”. Il primo passo è la condivisione di un Manifesto comune: non un “no” alla tecnologia o alla digitalizzazione, ma la richiesta di uno sviluppo razionale, sostenibile e pianificato, che tenga conto degli impatti complessivi e metta al centro l’interesse collettivo, la salute, l’ambiente e la tutela dei territori. Il Manifesto No Data Center è stato presentato con il titolo “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center”.  La risposta della cittadinanza e dei territori è stata straordinaria: 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐚𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐅𝐚𝐜𝐞𝐛𝐨𝐨𝐤 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐮𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞 𝐬𝐮 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐢. L’incontro ha segnato un passaggio politico e organizzativo di fondamentale importanza: nella fase conclusiva, 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒𝟎 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐥’𝐚𝐯𝐯𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐬𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐭𝐞 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐒𝐭𝐨𝐩 𝐃𝐚𝐭𝐚 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 di tutti i movimenti regionali che intendono tutelare i propri territori dallo sviluppo irragionevole e incontrollato di queste strutture dal notevole impatto ambientale. Si tratta di un passo decisivo verso la costruzione di un coordinamento strutturato, unitario e radicato su scala nazionale. Su questa scia, il 3 ottobre 2026, la Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center ha lanciato ufficialmente una 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 in cui si chiede la 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐢 fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza. Il testo integrale è scaricabile al link: https://drive.google.com/…/1TiV2kTbfJXbmn…/view… La tecnologia deve servire il futuro di tutti, non compromettere il territorio a vantaggio di pochi. Questo vuole essere sia una sensibilizzazione al tema, sia la ricerca di persone interessate a capire meglio di cosa si tratta e possibilmente ad organizzarsi in comitati che possano creare una rete sempre più estesa che impedisca che si faccia dei nostri territori ciò che pochi vogliono per il loro esclusivo profitto.   Lorenzo Poli
October 8, 2026
Pressenza
Milano, 10 ottobre 2026: Manifestazione NO Data Center
Su Time di questa settimana, Trump risponde a proposito di AI e a tratti sfiora il delirio. Ma ecco cosa dice sui DATA CENTER: D: Il 71% degli americani si oppone alla costruzione di data center. Il 57% sostiene che l’IA causerà più danni che benefici. Questi americani hanno torto? R: «I data center. Lo spieghi tu agli americani. Fanno una fortuna. Ridurranno le vostre tasse. (…) Sentite, i data center generano un sacco di soldi. L’ho detto, mi avete sentito. Ho detto: se volete essere poveri, se volete non avere soldi, se non volete avere un lavoro e se volete vivere in una zona infestata dalla criminalità, nello squallore, con tutto ciò che ne consegue, allora non dovreste avere un data center». Insomma, i data center sono una montagna di soldi. Ma i data center sono anche enormi impianti che funzionano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Consumano enormi quantità di elettricità e acqua, inquinano i terreni e non generano lavoro, perchè servono pochissimi lavoratori per farli funzionare. Anzi, lavorano per addestrare l’AI a sostituire lavoro. In più hanno una vita media bassissima: dopo pochissimi anni quegli enormi impianti non servono più a niente, perché nel frattempo i microchip sono evoluti, alla stessa frenetica velocità in cui tutto questo sistema si muove. Il motto di Zuckerberg è: “Move fast and break things”. In sostanza significa: fai veloce, non importa se rompi qualcosa, poi si vedrà come riparare. La risposta a questo sistema, al contrario, dovrebbe essere rallentare invece che continuare a correre. Cercare di non rompere ancora di più un pianeta già distrutto. Fermarsi un attimo e chiedersi perché stiamo correndo così. A chi e a cosa serve davvero continuare a investire sull’AI. Perché, per esempio, ci hanno convinto a chiedere alle macchine di fare non solo ciò che è faticoso ma anche quello che amiamo fare, come la conoscenza, la cura, l’arte, l’immaginazione… Nel suo delirio Trump risponde con cristallina franchezza: per soldi. Soltanto che non sono i nostri ma quelli delle grandi big tech che lo sostengono. Per questo è importante, finalmente, mobilitarsi. Il 10 ottobre parteciperemo alla manifestazione nazionale contro i data center a Milano, in piazza della Scala, ore 15.   Eliana Como – Le Radici del Sindacato – Alternativa in CGIL   Redazione Milano
October 8, 2026
Pressenza
Kore’eda Hirokazu, 箱の中の羊 (Sheep in the box) #20
> «In questo libro racconto di come siamo i nostri peggiori nemici da qualunque > parte ci osserviamo, di come la specie umana continua a faticare a empatizzare > con altre specie che popolano il pianeta e di come nel nostro amare e > utilizzare giardini, fiori e piante siamo sempre vittime di noi stessi, della > nostra politica, delle nostre smanie di conquista e controllo, della nostra > economia estrattiva e devastante» > (Ilaria Maria Sala, Flower Power, Hopefulmonster editore, Torino 2026). Ilaria Maria Sala è stata qualche volta ai nostri microfoni raccontando con grande partecipazione la tragedia della Rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong, dove ancora abita; conosce molto bene ogni angolo dell’Asia orientale e questa chiosa dell’Introduzione ci sembra adatta per avvolgere in una confezione il prodotto forse più controverso di Kore’eda Hirokazu, ovvero 箱の中の羊?, Hako no naka no hitsuji, Pecore nella scatola. Stavolta il titolo scelto dal regista nipponico annuncia lo strumento che si andrà a utilizzare: infatti è plausibile questa fiaba tecnologica solo se ci si affida all’immaginazione che proietti in esclusiva all’interno della scatola coi due buchi di Saint’Exupery qualunque storia che si è predisposti ad ascoltare. ASSENZA E DESIDERIO DI RICONGIUNZIONE Il regista di After Life sembra aver individuato nell’Intelligenza Artificiale un argomento nuovo da affrontare, approcciandolo però attraverso i consueti suoi topoi: lutti non elaborati, malinconia collegata a figure famigliari, uno sguardo infantile che incrocia quello rivolto sul mondo dei bambini, memoria ricostruita o rievocata. Tutto questo viene riproposto in un contesto di una coppia che in un futuro prossimo ha perso il proprio figlio in circostanze che non vengono spiegate precisamente – forse rapito e trovato morto, forse per un incidente… ciò importa soltanto per il padre che tenta di usare la “controfigura” acquistata dalla ditta Rebirth – che lo ha dotato di una memoria raccogliticcia del bambino originale, che infatti sa a memoria le stazioni della linea ferroviaria dei dintorni – per comprendere come si sono svolti i fatti e sgravarsi la coscienza, non alla madre che cerca di sostituire il figlio morto senza buttarlo con l’acqua sporca. In entrambi i casi si assiste a quell’illusione genitoriale di avere la capacità di influenzare con il proprio esempio il comportamento del figlio, o di indirizzarlo verso i propri interessi; invece è vero che al figlio in versione tech vengono inculcati “input” che apparentemente ne costruisco un avatar del figlio morto, ma l’intuizione per sottrarsi al mondo se la costruisce autonomamente e all’oscuro dei genitori. DIFFICOLTÀ PER UMANI ADULTI A “IMMAGINARE” IL PLASTICO FUNZIONANTE I genitori affrontano dunque separatamente la scomparsa di Kakeru, svuotando il loro rapporto. Otone è un’architetta che si immerge nei suoi modellini di case al punto di uniformarsi cromaticamente con le stanze della propria abitazione, ma anche di finire con il perdersi nei modellini stessi che vengono costantemente rimaneggiati e mai finiti, e sia questi che la casa reale cercherebbero un equilibrio con la natura: infatti il rito dell’impiantumazione degli alberi è quasi una prolessi dell’epilogo, solo che quella degli umani ha qualcosa di artificiale, meccanico e poco rispettoso dei bisogni delle piante. E questo della comunione con la Natura è l’altro elemento centrale e utile a dare vita all’epilogo che prende forma da tutti questi temi introdotti gradualmente (apparentemente senza soluzione, come al solito nel cinema di Kore’eda), e che costituisce quel motivo che produce una svolta nell’intero corpus del regista a ogni racconto filmico fondendone la motivazione e facendola crescere dall’interno stesso della diegesi del film. In questo caso a fiorire dall’interno del film, sorgendo da quell’assemblaggio di situazioni e oggetti significativi proposti dal dipanarsi della storia stessa, è quel progetto autonomo e misterioso che l’AI del bambino-androide immagina con la propria comunità in sintonia con la componente vegetale, parte organica che comunica con gli altri alberi – ma anche coi ragazzini – attraverso funghi e territorio in un’esaltazione radicata nella tradizione shintoista, dove gli automi inorganici si fondono con la natura (in quel primo piano del bambino che “ascolta” ed entra in sintonia con l’albero sulla cui corteccia appoggia l’orecchio, visualizzando l’essenza della comunione tra vegetale organico e tecnologico automa con la mano meccanica in primo piano ad accarezzare la pianta). UN EPILOGO RASSICURANTE, SOTTRAENDOSI CON L’IMMAGINAZIONE AI MODELLI UMANI ASFITTICI In questo forse c’è anche una vena di ottimismo, visto che nel prendere le distanze dal mondo che li allontana la comunità dei bambini dimostra che il riconoscimento tra la specie vegetale e quella degli androidi permette la convivenza. In fondo la generazione precedente è ancora più autocentrata e incapace di empatizzare: la nonna non comprende nemmeno la natura androide del sostituto di Kakeru, il bambino morto, ma collocandolo in una sorta di twilight zone manda suo tramite incerti saluti al marito defunto, aggiungendo una nuova elaborazione di lutto impossibile. I genitori invece in qualche modo attraverso la positiva e matura figura del Kakeru digitale, attraverso l’azione della sua versione “artificiale” percorrono una sorta di formazione e crescita, tanto da accompagnarlo nel nuovo abbandono del modellino di gabbia domestica (ma questa volta il lutto pare elaborato e il compito del prodotto della Rebirth è dunque stato assolto, perché in questo nuovo distacco completano quello non riuscito con Kakeru), dove la casa comune è un albero in quella comunione fatta di energia autonoma e naturale, che non è sfruttamento della componente vegetale da parte della specie tecnologica che riesce a entrare in sintonia senza fare danni all’ecosistema. Dunque rispondendo all’appello di Ilaria Maria Sala: esistono specie che popolano il mondo e possono convivere senza sfruttarsi o annientarsi, reinterpretando gli insegnamenti “umani” senza esserlo; i modellini di habitat elaborati da Otone sono l’ispirazione iniziale per il nuovo Kakeru e questo mondo salvato dai ragazzini è ibrido, poiché vi partecipano sia i manufatti del tutto tecnologici, sia insieme a loro due bambini organici e può non essere azzardato vederci echi – più pacati – della immaginazione al potere di Zero de conduite di Vigo, e anche suggestioni ambientaliste ed educazione collettiva pacifista del Losey di The Boy with Green Hair.
September 24, 2026
Radio Blackout - Info
Macerie su Macerie – PODCAST 21/09/26 – Intelligenza inesistente
«L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico» Cosa significa attribuire la qualità di “intelligenza” alle macchine e quale confusione produce la propaganda dei colossi del tech nella comprensione dei reali rapporti di produzione dell’AI? A Macerie su Macerie proviamo a rifletterci su con Stefano Borroni Barale, autore di Intelligenza Inesistente. Ascolta le puntate precedenti sulla Tecnica: I tormenti di Prometeo I tormenti di Prometeo pt.2 IA e Cibernetica, questioni definitorie e problematiche
September 22, 2026
Radio Blackout - Info
L’oro nero del Sulcis.
Data center a Nuraxi Figus: grandi cifre ma scarse certezze “quelle cose umidicce usate dagli hardware: gli esseri umani.” Riprendiamo da Sardegna Oltre l’intervista di Lisa Ferreli a Francesco Micozzi sul Data Center da realizzare in Sardegna, nell’ex miniera di Nuraxi Figus, Sulcis.   L’oro nero del Sulcis. Sul data center a Nuraxi Figus grandi cifre ma scarse certezze   Lisa
September 17, 2026
La Bottega del Barbieri
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
IA: il genio fuori dalla bottiglia
New York ha appena aperto un dibattito che il Cile non dovrebbe eludere. Il suo sindaco, Zohran Mamdani, ha stabilito una moratoria di un anno sull’uso diretto dell’intelligenza artificiale generativa per circa 600.000 studenti delle scuole pubbliche, dalla scuola dell’infanzia fino all’ottavo anno. Non si tratta di vietare l’intelligenza artificiale, ma di studiarne gli effetti prima di incorporarla massicciamente in una fase decisiva dello sviluppo umano: l’infanzia. L’intelligenza artificiale generativa è in grado di creare contenuti a partire dalle istruzioni che riceve: può scrivere, rispondere a domande, risolvere problemi o creare immagini, video e musica. Proprio perché può fare così tante cose che prima richiedevano uno sforzo intellettuale umano, dobbiamo chiederci cosa accade quando mettiamo questa capacità nelle mani di bambini che stanno ancora sviluppando le abilità che la macchina può sostituire. La domanda di fondo non è tecnologica. È cosa intendiamo per educazione. La scuola non esiste soltanto per trasmettere informazioni. L’educazione ha come scopo lo sviluppo integrale di bambine e bambini: insegnare loro a pensare, creare, fare domande, sbagliare, perseverare, relazionarsi e risolvere problemi. Lo sforzo cognitivo è una parte fondamentale dell’apprendimento e dello sviluppo socioemotivo. Cercare una risposta e non trovarla, sbagliare, frustrarsi, provare un’altra strada, riprovare e infine comprendere sono esperienze educative. Il processo conta più del risultato. Un’IA che fornisce istantaneamente una risposta straordinariamente elaborata può essere formidabile per chi ha già sviluppato queste capacità. Il rischio emerge quando sostituisce proprio lo sforzo attraverso il quale un bambino deve acquisirle. Lo stesso accade nella convivenza. Impariamo conversando, ascoltando, dissentendo, cooperando, risolvendo conflitti e costruendo legami. L’empatia non si scarica da internet. Si sviluppa relazionandoci con altre persone. Per questo è pertinente la raccomandazione che l’UNESCO sostiene dal 2023: propone i 13 anni come età minima per l’uso indipendente dell’IA generativa e propone la protezione dei dati, la formazione degli insegnanti e la valutazione pedagogica. In tempi in cui gli organismi multilaterali vengono attaccati dai nazionalismi e dai settori di destra, vale la pena rivendicarla. Proteggere lo sviluppo dell’infanzia non è una posizione ideologica. Anche Papa Leone XIV avverte che non dobbiamo confondere l’intelligenza artificiale con l’intelligenza umana: una macchina elabora informazioni, ma non ha esperienze né matura attraverso le relazioni. Il progresso tecnologico può finire per essere disumanizzante se aumentiamo il potere delle macchine mentre indeboliamo i legami umani. Quando un laboratorio sviluppa un farmaco, esigere ricerca e prove sulla sua sicurezza non significa essere contro l’innovazione. La storia della talidomide dimostra perché esistono queste garanzie. Non sappiamo se l’intelligenza artificiale sarà la nuova talidomide. L’insegnamento è chiaro: quando un’innovazione può incidere profondamente sullo sviluppo umano, non è opportuno aspettare di averne verificato il danno per studiarne gli effetti e stabilire limiti precauzionali. La libertà economica e l’innovazione sono fondamentali per il progresso, ma non sono valori assoluti. Il benessere e lo sviluppo integrale di bambine, bambini e giovani sono al di sopra della libertà economica di introdurre una tecnologia senza conoscerne sufficientemente le conseguenze. Il Cile dovrebbe applicare lo stesso principio di precauzione: stabilire una moratoria temporanea sull’uso diretto dell’IA generativa da parte di bambini e bambine nell’istruzione di base e utilizzare quel periodo per studiarne e valutarne gli effetti. Aspettare studi a lungo termine mentre la tecnologia viene incorporata massicciamente significa arrivare tardi. Il genio dell’intelligenza artificiale è già uscito dalla bottiglia e non vi rientrerà. Queste e le future generazioni dovranno imparare a utilizzarla. Ma esiste un ordine che non possiamo invertire. Prima dobbiamo formare esseri umani riconosciuti nella loro dignità, capaci di pensare, creare, fare domande, sbagliare, perseverare, relazionarsi e risolvere problemi. Poi dobbiamo insegnare loro a utilizzare l’intelligenza artificiale per potenziare queste capacità, non per sostituirle. L’intelligenza artificiale ci aiuterà a costruire una migliore educazione se saremo capaci di metterla anche al servizio di questo scopo: che contribuisca a sviluppare esseri pienamente umani e che essa stessa ci aiuti a evitare che, dipendendo dalle sue risposte, finiamo per comportarci come macchine. Marcelo Trivelli
September 12, 2026
Pressenza
La corsa dell’IA verso l’ignoto più pericoloso
Alla fine anche il dr. Frankenstein dovette porsi la domanda “mio dio, ma cosa sto facendo?”. Quelli dell’intelligenza artificiale (IA) – ingegneri, tecnici, padroni (anzi, soprattutto questi ultimi) – sono ora arrivati al punto. I media raccolgono ovviamente solo gli allarmi estremi, quelli che possono aiutare le loro vendite, senza […] L'articolo La corsa dell’IA verso l’ignoto più pericoloso su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano