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Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose, lettera aperta degli abitanti a Beppe Sala, sindaco di Milano
Siamo i Rom italiani del “campo di via Chiesa Rossa” che noi chiamiamo Villaggio delle Rose perché per noi non è un campo. Siamo Rom di origini croate – 70 famiglie, 250 persone dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale nei campi di internamento in Sardegna. Tra i nostri nonni e genitori ci sono partigiani come Tzigari della brigata Osoppo. Abbiamo avuto internati nei campi di sterminio di Dachau e altri. Siamo arrivati a Milano negli anni ’60 e abbiamo lavorato alla costruzione della montagnetta di San Siro. Dopo diversi spostamenti in città nel 2000 il Sindaco Albertini decise di assegnarci questo spazio con un regolamento a tempo indeterminato. Ci sembrava un sogno: a ogni famiglia è stata data una piazzola e un bagno dicendoci che potevamo posizionare roulotte, case mobili o case prefabbricate. Abbiamo pensato: “Finalmente un posto per il nostro futuro dove far crescere i figli!” Sono passati 26 anni, le cose sono andate un po’ bene, un po’ male. Non neghiamo che ci siano stati problemi, ma ci sono state anche cose belle. Abbiamo costruito un monumento al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti durante la seconda guerra mondiale, il primo in Italia. Ogni 27 gennaio le associazioni di zona, come l’ANPI, depongono una corona di fiori sul monumento il preside della scuola vicina partecipa con più di 100 bambini alla cerimonia. Da Pisapia in poi abbiamo preso una posizione politica chiara, abbiamo scelto e votiamo a ogni elezione il centro sinistra perché lo credevamo più attento a rispettare le identità e le differenze. Abbiamo ospitato dibattiti politici nel nostro villaggio con figure come Emanuele Fiano e Cecilia Strada, oltre a candidati sindaci, presidenti di zona e consiglieri. Non vogliamo idealizzare il Villaggio. Ci sono stati problemi, anche gravi, ma le responsabilità individuali non possono diventare una condanna collettiva. Disperdere le famiglie in diversi quartieri non risolve quei problemi, ma ne crea altri più gravi: a parte la reazione ostile degli altri abitanti – “arrivano gli zingari” – si rompono i legami familiari, i rapporti con la scuola e perderemo la nostra lingua, patrimonio della nostra minoranza. Non comprendiamo perché una comunità che chiede di assumersi responsabilità anziché dipendere dall’assistenza pubblica debba essere dispersa proprio in nome dell’inclusione. Quando la Giunta ha deciso di “superare” il campo nel dicembre 2024, abbiamo proposto un’alternativa concreta: una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, con un progetto urbanistico per trasformare il Villaggio, adeguare le strutture e assumere direttamente la responsabilità della gestione. Il Comune ha aperto un tavolo ufficiale e riconosciuto il valore della proposta, ci siamo organizzati, abbiamo costruito il progetto con lo studio La Varra, preparato lo statuto, raccolto fondi. Intanto il Comune proponeva alle famiglie degli alloggi provvisori (case SAT). Molti hanno firmato per paura di finire in mezzo una strada e comunque hanno mantenuto l’adesione alla cooperativa. Nel 2025 in previsione dell’uso residenziale del terreno il Comune ha fatto una verifica parziale sull’inquinamento, in base alla quale ha poi chiesto ad Arpa un esame completo, dicendoci che dovevamo allontanarci e che dopo la bonifica saremmo potuti tornare. Noi abbiamo chiesto di fare la verifica, la caratterizzazione del terreno, senza espulsione delle famiglie che non vanno nelle case SAT e in base ai risultati si sarebbe saputo che fare. Gli assessori ci hanno detto che in base alle prescrizioni di ARPA era “imprescindibile” sgomberare completamente l’area per effettuare la caratterizzazione del terreno e che dopo i sondaggi non sarebbe stato possibile rientrare. Abbiamo chiesto chiarimenti direttamente ad ARPA, che ci ha detto che loro eseguono le caratterizzazioni senza allontanare nessuno, purché siano garantite le condizioni di sicurezza degli operatori e il terreno sia sgombero dai “rifiuti”,  non dai rom. ARPA non ha prescritto lo sgombero generalizzato che ci è stato presentato come tecnicamente obbligatorio. Abbiamo chiesto un incontro di chiarimento con gli assessori, ma non abbiamo avuto risposta. Abbiamo incontrato consiglieri e capi gruppo, per spiegare la situazione e trovare una soluzione di buon senso. Ci fanno sapere che è stata chiesto al prefetto di Milano lo sgombero delle nostre famiglie. Noi siamo sempre stati in buona fede nel lungo percorso della trattativa, abbiamo creduto alla condivisione del progetto di cooperativa come una soluzione innovativa e positiva per la nostra comunità e per l’amministrazione. Perché dirci cose non vere? Lo sgombero significa che due anni di discussione sulla cooperativa coprivano solo la volontà di chiudere il “campo”? Quando si parla di Rom, basta dire criminalità, sicurezza, bambini che non vanno a scuola e tutti fanno un passo indietro. Siamo abituati a essere tutti colpevoli degli errori dei singoli, ma non siamo tutti uguali e vogliamo rispetto per quello che ciascuno di noi è. E poi,  se fossimo tutti criminali è meglio tenerci in un posto controllabile o disperderci nelle periferie milanesi? Signor sindaco, se è ancora valida la soluzione cooperativa, perché non si fa la caratterizzazione del terreno senza sgomberare nessuno e dopo, in base a risultati certi, si decide cosa fare di noi e del nostro progetto? Milano vive una gravissima emergenza abitativa. Perché destinare 70  alloggi SAT a famiglie che hanno già una casa regolare e hanno proposto di realizzare autonomamente la propria soluzione abitativa, mentre tante altre famiglie aspettano un alloggio? Quale vantaggio ne ricava la città? Infine ci sono le nostre case. Sono abitazioni mobili e prefabbricate, acquistate e migliorate negli anni, sulle piazzole assegnate dal Comune. Rappresentano il principale patrimonio economico costruito in una vita. Nell’ordinanza si prevede che i beni lasciati nell’area siano considerati abbandonati e smaltiti. Ma come si può considerare abbandonato un bene che il proprietario è costretto a lasciare? Signor Sindaco, non chiediamo privilegi e non ci opponiamo al cambiamento. Chiediamo che venga riconosciuta la nostra capacità di scegliere e costruire il nostro futuro,  senza dover rinunciare alla nostra identità e alla vita comunitaria. Le chiediamo di aiutarci, di sospendere lo sgombero e, se può, di incontrarci per verificare concretamente le alternative, la tutela della nostra comunità, delle nostre abitazioni e la possibilità di realizzare la cooperativa non con soluzioni violente, ma di buon senso. Gli abitanti del Villaggio delle Rose Redazione Milano
October 12, 2026
Pressenza
Il Corso UCRI di Lingua e Cultura Romaní arriva a Napoli
Inizia un nuovo importante viaggio insieme all’Università L’Orientale di Napoli.  Vi aspettiamo tutti i Martedì, dal 13 Ottobre in poi, per nove incontri, dalle 10:30 alle 12:30 presso L’Orientale di Napoli, aula 5.4 palazzo del Mediterraneo, via nuova marina 59.  La frequenza è libera per tutti ed i corsi si terranno esclusivamente in presenza all’università L’Orientale!  Questo corso è un’introduzione alla lingua romanì, che mostrerà le origini indiane e la sua appartenenza alla famiglia linguistica indoeuropea attraverso esempi linguistici e riferimenti alla sua produzione artistica e culturale.  Il corso rilascerà 3 crediti formativi!  Le lezioni saranno tenuto dal Prof. Santino Spinelli.  Per info e iscrizioni rivolgersi al Prof. Fabio Amato, famato@unior.it e la Prof.ssa Anna De Meo, ademeo@unior.it  Vi aspettiamo!  But baxt ta sastipé!  Fonte: Comunicato stampa UCRI   Redazione Italia
October 6, 2026
Pressenza
Gennaro Spinelli porta la bandiera romanì in vetta al Kilimangiaro
Dopo avere piantato, due anni fa, la bandiera romanì sulla catena dell’Himalaya, il musicista e attivista Gennaro Spinelli, presidente di UCRI, ha aggiunto un altro tassello alla sua conquista delle grandi vette mondiali raggiungendo la cima del Kilimangiaro, 5.895 metri, la più alta di tutta l’Africa. Non un’impresa sportiva, ma il proseguimento di un percorso culturale per portare all’attenzione di tutti i diritti del popolo Rom. Un messaggio universale di inclusione, riscatto e abbattimento degli stereotipi. Musicista di Lanciano, è figlio d’arte; suo padre Santino è conosciuto in tutto il mondo come musicista, compositore e insegnante, è stato il primo rom nominato dal presidente della repubblica Commendatore, ottenendo l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Gennaro, diplomato al Conservatorio e laureato in Lingue e Letterature Straniere, nel nel 2022 ha pubblicato il libro “Rom e Sinti. Dieci cose che dovresti sapere“ , edizioni People, un manuale pensato per entrare nelle scuole. Gennaro e suo padre sono Ambasciatori della cultura romanì nel mondo. Una storia di famiglia antichissima che affonda le radici nella musica. Assieme hanno realizzato importanti collaborazioni con alcune delle più grandi orchestre internazionali e suonato in paesi di tutto il globo. Inoltre, di recente, si sono esibiti da solisti in due templi della musica come il Teatro alla Scala di Milano e il Teatro San Carlo di Napoli, oltre ad aver già suonato per Papa Benedetto XVI, Papa Francesco e, a ottobre scorso, per Papa Leone, in occasione del Grande Giubileo Mondiale dei Rom e Sinti, un evento di straordinaria importanza spirituale, artistica e culturale in onore di Papa Leone XIV. Per eseguirlo sono stati scelti come solisti proprio i musicisti abruzzesi Gennaro Spinelli al violino solista e Santino Spinelli alla fisarmonica solista.  Riguardo questa sua ultima impresa, Gennaro ha dichiarato: «“Su quella cima non c’ero solo io. Sul Kilimangiaro c’era mio padre che da bambino mi ha messo in mano il primo violino, c’era mio nonno Gennaro che a sei anni è sopravvissuto a un campo di concentramento fascista, c’era tutto il nostro popolo. Ho piantato la nostra bandiera lassù, nel vento dell’Africa, con le mani congelate e il cuore che batteva forte, perché i nostri figli possano finalmente guardare in alto senza doversi mai più vergognare di chi sono. Non è stata una scalata, è stato un atto d’amore. Dobbiamo capire che noi rom non siamo un problema sociale In Italia siamo circa 180 mila. Di questi circa 20 mila abitano nei campi nomadi o vivono ai limiti, gli altri risiedono in insediamenti consolidati da oltre 5 secoli. Noi siamo persone normali, radicati a tradizioni molto importanti. Purtroppo la nostra storia è stata spesso ‘sporcata’ dal luogo comune. Le etichette stanno bene su un oggetto in vendita, non sulle persone”.  “Portare i simboli della cultura romanì sui tetti del pianeta, dall’Himalaya al Kilimangiaro fino all’Aula Nervi in Vaticano, risponde a una precisa volontà, ribadire un’identità fiera, lontana da ogni narrazione pietistica o denigratoria, e fondata invece sui valori universali del dialogo, della dignità e della fatica condivisa”».  Cit da https://www.ilcapoluogo.it/2026/09/21/gennaro-spinelli-porta-la-bandiera-romani-sul-tetto-dellafrica/?fbclid=IwY2xjawUeU9twZG9mBWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6dPnx94q4XISFkiIua0mmiAanrhMDG4Ck6vms5j5xiRV9JaZwkJRMas-rhbg_aem_q7GjXGhiXe87WdQrQV5wYA  Andrea Vitello
September 22, 2026
Pressenza
Mi chiamo Miriana e sono una Romrì Italiana
Mirjana è una Romrì parola che significa donna del popolo Rom. Ha sempre amato leggere libri di ogni tipo e si è cimentato nella scrittura di diversi ed interessanti libri che non sono ancora stati pubblicati. Per evitare il pregiudizio non si è mai esposta ma si è decisa a raccontare la sua vita sperando che sia utile a superare il pregiudizio e quella specifica forma di razzismo che prende il nome di tziganofobia… (M.C.Z.) Mi chiamo Mirjana e ho 52 anni. Vivo in Sardegna. Lavoro da molti anni, pago le tasse come ogni cittadino italiano, cercando di vivere con dignità. Vivo in Sardegna da anni. Ho frequentato l’Istituto Magistrale e la scuola di Economia Aziendale, ma per motivi di lavoro e difficoltà economiche non ho terminato l’ultimo anno. Ho fatto parte di molti gruppi di volontariato, aiutando persone disagiate. Inoltre, ho fatto parte anche della Protezione Civile. Durante la mia esperienza di volontariato ho incontrato persone che hanno avuto vite normali, fino a quando i debiti li hanno portati a una emarginazione sociale. Lo Stato li ha “spellati come polli”. Finché paghi le tasse esisti; nel momento in cui hai perso tutto, perfino la dignità, diventi invisibile per le istituzioni. Ho lavorato nelle cooperative che si occupavano degli stranieri. Ho svolto anche il ruolo di interprete della lingua rom. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato non solo a crescere, ma soprattutto a comprendere il valore dell’essere umano. Ho capito che siamo tutti nella stessa barca. Ogni essere umano, al di là della propria diversità, è un dono per l’altro. In ogni cuore vive quel desiderio di ricerca, di conoscere non solo gli altri, ma anche sé stessi. Sono le piccole cose che fanno la differenza: un gesto di gentilezza, un atto di empatia. Sono queste le qualità che ci rendono davvero umani, più che l’egoismo o l’ipocrisia, che possono portare a ferire profondamente le relazioni umane e ad allontanare le persone anche dal senso spirituale della vita. Viviamo in una società dove l’essere umano viene visto come uno strumento da cui ricavare profitto, calpestando la sua identità e la sua dignità. Ho frequentato per quattro anni la Facoltà di Teologia come uditrice. In quel percorso ho approfondito la mia fede, il senso della vita e quel sentimento profondo che siamo figli di Dio e che nessuno ha il potere di spegnere questo dono. Ho frequentato i Gesuiti, il mio padre spirituale è stato una guida fondamentale nel mio camino. Un percorso fondamentale nella mia vita che mi ha profondamente cambiata. L’esperienza più bella che ho vissuto è stata quando ho iniziato a studiare filosofia. Da quel momento tutto è cambiato in me: nulla era più come prima. La mia vita è cambiata completamente, la mia mente ha iniziato ad aprirsi e a riflettere sulla natura degli esseri umani. Siamo circondati da esseri umani, ma nel mio percorso ho incontrato persone che vivevano chiuse in sé stesse, talvolta guidate dall’egoismo o da dinamiche di sopraffazione. Queste esperienze mi hanno fatto riflettere molto su quanto sia importante la consapevolezza e la crescita interiore. La filosofia apre la mente, ti aiuta a cercare la verità, a conoscere te stesso e a non diventare schiavo di idee o schemi imposti dall’esterno. lo sport è sempre stato un incontro con me stessa. Non erano gli altri i miei avversari, ma ero io l’avversario da superare ogni giorno. Ho fatto tennis per molti anni cosi come nuoto. Mi sono dedicata anche allo studio delle arti marziali, una mia grande passione. Ho studiato per sette anni, allenandomi ogni giorno con il mio maestro, il quale, oltre all’insegnamento della tecnica, mi guidava anche in un percorso di crescita personale. Se volevo diventare senesi, non bastava conoscere la tecnica: dovevo acquisire anche una preparazione nella metodologia dell’insegnamento. Attraverso le arti marziali ho approfondito lo studio del diritto, della psicologia e di tutte quelle discipline che aiutano a comprendere l’essere umano, i suoi comportamenti e i suoi atteggiamenti. Ho studiato anche la filosofia orientale, fondamentale nelle arti marziali, perché mette a nudo l’ego umano e insegna il valore dell’equilibrio interiore. Nel corso della mia preparazione per diventare senesi ho letto centinaia di libri. Erano tutte materia di studio, un’esperienza che ha cambiato il mio modo di guardare il mondo: sono un’autodidatta. Molti pensano che chi pratica arti marziali sia una persona pericolosa. In realtà, dietro un karateka esiste un mondo immenso fatto di conoscenza di sé, equilibrio, educazione e rispetto. Un karateka è una persona che cerca di vivere secondo valori di consapevolezza, equilibrio e responsabilità verso gli altri. Ho conosciuto persone che sono state un modello di vita, mentre altre che prego Dio di non diventare mai come loro. Anche gli incontri più difficili, però, mi hanno lasciato un insegnamento. La società nella quale viviamo oggi è profondamente ferita. Purtroppo nel mondo politico il bene della persona spesso non viene messo al centro delle scelte, Con il nostro consenso, i politici giocano con le nostre vite. Ci chiedono il voto, ma poi smettono di rappresentarci. La bandiera Italiana ha un significato profondo: la difesa della libertà, rappresentano i suoi colori. Tutta questa libertà e dignità le istituzioni non le garantiscono. Oggi l’uomo è diventato un oggetto. Al primo posto ci sono le guerre e gli investimenti nelle armi, mentre si continuano a sterminare vite innocenti. Molti politici suscitano odio e pregiudizi verso gli altri, influenzando l’opinione pubblica attraverso discorsi e messaggi che possono alimentare divisioni e tensioni nella società, Questo modo di operare non mi dà fiducia. Non faccio parte di alcun orientamento politico: chi dimostra lealtà, coerenza e lavora con serietà ha la mia stima. Spesso si parla esprimendo pregiudizi verso i Rom, dicendo ad esempio che non vogliono lavorare. Primo: il lavoro non c’è. Secondo: anche molti ragazzi italiani non hanno voglia di lavorare e preferiscono essere mantenuti dai genitori. Poi fanno carriera i “figli di papà”. Quindi non si può generalizzare: le situazioni sono diverse e dipendono da tante condizioni, non dall’etnia o dalla cultura. Ho scritto una biografia che racconta la mia storia e le esperienze che hanno contribuito a formare la mia identità. Successivamente ho realizzato un libro dedicato all’etica sportiva, nel quale approfondisco il valore educativo dello sport, il rispetto delle regole, la lealtà e il ruolo fondamentale che esso può svolgere nella crescita della persona. Un’altro libro che ho scritto affronta il tema della pandemia da COVID-19, raccontando le difficoltà, le paure e le profonde trasformazioni sociali che hanno segnato quel periodo storico. È una riflessione personale sugli effetti dell’isolamento, sul clima di paura che si è diffuso nella società e sulle tensioni che hanno spesso diviso le persone, mettendo in discussione relazioni, libertà individuali e sfiducia nelle istituzioni. Durante il periodo del lockdown ho studiato la Divina Commedia. È stata un’esperienza magica: in quei lunghi giorni di solitudine mi hanno fatto compagnia tutti i personaggi del poema, accompagnandomi nel viaggio attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Le loro storie, le loro emozioni e le loro parole sono diventate, giorno dopo giorno, una presenza viva, capace di rendere meno pesante l’isolamento. Quando il lockdown è terminato, ho voluto raccogliere il frutto di quel percorso facendo stampare un mio testo di 260 pagine: una sintesi dei tre cantici, nata dallo studio, dalla passione e dal desiderio di conservare il ricordo di quell’esperienza così intensa. Ho inoltre scritto anche un saggio dedicato ai comportamenti umani, nel quale analizzo come l’egoismo, l’indifferenza e la mancanza di responsabilità possano condurre l’essere umano a danneggiare sé stesso e gli altri, compromettendo il bene comune. Un altro mio manoscritto che ho intitolato “Il pensiero di un maestro di arti marziali” raccoglie la visione educativa di un insegnante che esprime i propri valori attraverso l’etica, il rispetto e la formazione della persona. In quest’opera lo sport non è soltanto una disciplina, ma uno strumento di crescita, capace di trasmettere principi, costruire carattere e diventare una vera forza vincente nella vita… Infine ho scritto un altro libro a cui tengo molto: “This is who I me!” La nostra vita è per sua natura temporaneamente sospesa tra luce e ombra! Attualmente sto lavorando al mio ultimo progetto: un romanzo ispirato a vicende sociali reali. Attraverso personaggi e situazioni che riflettono la complessità del nostro tempo, il racconto esplora comportamenti opportunistici, egoistici e privi di empatia, mostrando come l’uomo, con le proprie scelte, possa arrivare a compromettere la dignità umana e i valori fondamentali della convivenza civile. Ogni mio libro nasce dal desiderio di osservare la realtà con spirito critico e di offrire al lettore uno spazio di riflessione. La scrittura, per me, non è soltanto una passione, ma uno strumento per dare voce ai valori in cui credo: etica, educazione, libertà, rispetto e responsabilità. Lo studio dello stoicismo è stata un’esperienza molto incisiva, che è entrata profondamente in me attraverso lo studio. Ho percepito una parte del mio essere e delle mie potenzialità mentali e interiori, raggiungendo un maggiore equilibrio, anche grazie alla filosofia delle arti marziali. Mi sono dedicata ad approfondire lo yoga e la meditazione, che rappresentano un elemento fondamentale per mantenere il mio equilibrio interiore. Mirjana! Mauro Carlo Zanella
September 14, 2026
Pressenza
L’Alexian Group e l’ Orchestra Europea per la Pace in concerto in Croazia
Dopo i successi nei più prestigiosi teatri internazionali, Alexian Group di Santino Spinelli e l’Orchestra Europea per la Pace diretta dal M^ Nicola Russo saranno protagonisti in Croazia ad Ustića e a Zagabria.   I solisti dei concerti saranno Alexian Santino Spinelli (fisarmonica) e Gennaro Spinelli (violino) da decenni presenti sui più importanti palcoscenici mondiali: dal Teatro alla Scala di Milano al Teatro San Carlo di Napoli, fino alla Carnegie Hall di New York e al Gran Teatro La Fenice di Venezia. Hanno suonato per ben tre Papi spesso in mondovisione promuovendo il valore artistico, culturale e identitario delle comunità dei rom e sinti. «La musica è un linguaggio universale che supera ogni barriera e costruisce ponti tra culture diverse», ha dichiarato Alexian Santino Spinelli. «Portare la musica romanì nei luoghi più prestigiosi dell’arte rappresenta un passo importante per il riconoscimento della nostra cultura. Questi concerti sono un’occasione per affermare il valore artistico della tradizione romanì nel panorama musicale europeo. Attraverso la musica possiamo promuovere dialogo di pace, di rispetto e una nuova consapevolezza culturale e identitaria. L’Orchestra Europea per la Pace, attraverso la musica, veicola un messaggio di pace, di fratellanza e di concordia fra i popoli per un’Europa unita, solidale e senza discriminazioni. Ciò che proponiamo è una musica romanì europea etnosinfonica assolutamente originale». I brani cantati in lingua romani sono affidati a quattro cantanti lirici: Nunzio Fazzini (tenore), Vittorio Prudente (baritono), Bianca d’Amore (soprano) e Tania Di Giorgio (soprano). Il primo violino dell’Orchestra è il Prof. Marco Bartolini di Fano.  I concerti si terranno il 2 agosto in occasione della Giornata Mondiale del Samudaripen. La mattina al Museo di USTIĆA per la celebrazione delle vittime rom di Jasenovac in presenza del Capo dello Stato e il Primo Ministro croato in diretta sulla televisione di Stato e la sera al Pavillon del Parco Zrinjevac di Zagabria. I concerti sono inseriti in una manifestazione importante e internazionale, sono eventi emozionanti che promuovono una cultura millenaria come quella del popolo rom e il ricordo storico di un eccidio dimenticato. I concerti sono un percorso musicale dall’India, terra d’origine, fino alla Spagna, attraversando i Balcani, l’Est Europa e il jazz manouche. Due grandi eventi per commemorare la Giornata Mondiale del Samudaripen, il genocidio nazifascista di rom e sinti riconosciuto dall’Unione Europea e dal Consiglio d’Europa ma non da tutti gli Stati membri.   Ufficio Stampa Alexian Group Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Alexian Group, il gruppo di musica rom di fama internazionale, in concerto a Bari, Giovedi 23 luglio ore 21.00.
Sarà la Parrocchia San Marco Evangelista di Bari in Via Caldarola 50 ad ospitare il concerto di musica rom dell’Alexian Group. L’evento artistico è inserito nell’ambito della manifestazione gestita dalla direttrice artistica Angela Cataldo. È il terzo appuntamento della rassegna “Assud” proposta dall’associazione Al Nour, vincitrice del progetto “Le due Bari”, finanziato dal Mic – Direzione Generale Spettacolo. L’ evento è accessibile al LIS (Lingua Italiana dei Segni). Dopo il successo nei più prestigiosi teatri internazionali, l’Alexian Group di Alexian Santino Spinelli sarà protagonista a Bari di un percorso musicale intenso, suggestivo e originale. Il concerto è previsto giovedi 23 alle ore 21.00. Sul palco con Alexian Santino Spinelli alla fisarmonica, ci saranno: Luciano Pannese al contrabbasso, Davide Chiarelli alle percussioni etniche, Evedise Spinelli all’arpa e Gualtiero Lamagna al bouzuki e alla chitarra. Alexian Santino Spinelli da decenni è presente sui più importanti palcoscenici mondiali: dal Teatro alla Scala di Milano al Teatro San Carlo di Napoli, fino alla Carnegie Hall di New York e al Gran Teatro La Fenice di Venezia. Alexian Santino Spinelli ha suonato per Capi di Stato e per tre Papi, spesso in mondovisione promuovendo il valore artistico, culturale e identitario delle comunità dei rom e sinti. «La musica è un linguaggio universale che supera ogni barriera e costruisce ponti tra culture diverse», ha dichiarato Alexian Santino Spinelli. «Portare la musica romanì nei luoghi più prestigiosi dell’arte rappresenta un passo importante per il riconoscimento della nostra cultura. Questo concerto è un’occasione per affermare il valore artistico della tradizione romanì nel panorama musicale italiano ed europeo. Attraverso la musica possiamo promuovere dialogo, rispetto e una nuova consapevolezza culturale». Una manifestazione importante e un concerto emozionante per conoscere una cultura millenaria come quella romani. Un percorso musicale dall’India, terra d’origine, fino alla Spagna, attraversando i Balcani, l’Est Europa e il jazz manouche. Un evento imperdibile. L’ingresso è gratuito. Ufficio Stampa Alexian Group Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Il Partito Livizja Bashke e i Rom
Poiché crediamo che essere di sinistra voglia dire schierarsi sempre e comunque con le minoranze ed in particolare con quelle storicamente più disprezzate ed emarginate contro il nazionalismo etnico e suprematista e per un patriottismo civico che promuove e difende l’uguaglianza dei diritti di tutte e di tutti. Livizja Bashke (Movimento Insieme) : Questo è l’analisi dei problemi delle  cominità rom ed “egiziane” che si trova del programa politico del 2025: La comunità rom ed egiziana Tra le comunità più emarginate e discriminate in Albania ci sono i rom e gli egiziani. A causa della profonda povertà, queste comunità sono tra i principali beneficiari (circa 11.000 cittadini) dell’assistenza economica (seppur insufficiente). Un grande ostacolo nell’ottenimento di questo aiuto da parte di tutti i bisognosi è il fatto che una parte dei membri della comunità rom ed egiziana ha problemi con la documentazione legale e, in condizioni di analfabetismo, si trova nell’impossibilità di compilare i moduli di domanda per l’assistenza economica senza un adeguato supporto. La mancanza di documenti e di registrazione (in alcuni casi anche di essere riconosciuti come cittadini) impedisce a una parte dei membri di queste comunità anche il godimento di altri diritti legali. I problemi con i documenti e la registrazione delle proprietà hanno reso questa comunità particolarmente esposta ad espropri e sfratti quando si è aperta la strada alla costruzione di torri o opere infrastrutturali, senza che venisse garantito in alcun caso il diritto all’alloggio e alla sicurezza della proprietà. Particolarmente difficili sono le condizioni di vita dei membri della comunità rom. Lo stesso Piano d’Azione Nazionale per l’Uguaglianza, l’Inclusione e la Partecipazione dei Rom e degli Egiziani nella Repubblica d’Albania (2021-2025) ci dice che: “L’84% della comunità Rom ha accesso all’elettricità e il 50% dei membri della minoranza Rom ha accesso all’acqua potabile nelle proprie abitazioni, rispetto alla cifra dell’89% che spetta ai vicini non Rom”. La discriminazione sociale emerge chiaramente anche nell’istruzione. Secondo i dati ufficiali, c’è il 31% in meno di bambini della comunità rom che frequentano la scuola dell’infanzia rispetto al resto della società. Altrettanto problematica è la frequenza della scuola dell’obbligo, dove solo il 31% dei bambini della comunità rom frequenta la scuola, rispetto al 66% del resto della società. I profondi problemi nell’istruzione di base e professionale e la discriminazione sociale hanno portato a un livello molto basso di occupazione regolare dei cittadini rom, soprattutto tra i giovani. Per esempio, tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, solo il 22% dei giovani rom lavora, va a scuola o frequenta un corso di formazione. Questa cifra è invece del 58% per il resto della società. I cittadini rom non solo sono poco inseriti nel mercato del lavoro regolare, dove anche lì di solito vengono loro preclusi i lavori più pagati, a favore di quelli meno retribuiti, ma allo stesso tempo svolgono lavori difficili e precari come quello del riciclaggio dei rifiuti. Ad oggi, i piani e le strategie governative hanno soddisfatto ben poco i reali bisogni della comunità rom ed egiziana, riproducendo povertà e segregazione sociale. La nostra proposta per queste comunità è la seguente: Misure speciali saranno adottate per l’integrazione scolastica e lavorativa dei membri della comunità rom ed egiziana. Tra le priorità per queste comunità ci deve essere la loro sicurezza giuridica, registrando e fornendo documenti a tutti i cittadini e, cosa ancora più importante, riconoscendo legalmente la proprietà di fatto dei membri di queste comunità. Dall’altro lato, il miglioramento dei servizi di edilizia sociale e gli interventi di riqualificazione degli alloggi attuali garantiranno condizioni di vita più dignitose per i membri di queste comunità. Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
Albania: una nuova generazione di Rom è consapevole dei propri diritti di cittadinanza ed è orgogliosa della propria identità culturale
A Tirana incontro Emiliano Aliu un attivista Rom impegnato nel sostenere una nuova generazione e di Rom ad inserirsi nella società albanese senza perdere la propria identità culturale, le proprie radici. Come si chiama l’associazione di cui fai parte ? Coordino le attività di Roma Versitas Albania (RVA), un’organizzazione della società civile che opera in Albania ufficialmente dal 2016 per promuovere i diritti, l’inclusione sociale e lo sviluppo della comunità Rom. Il nome in italiano può essere tradotto in italiano come Università Rom d’Albania. Non si riferisce a un’università nel senso tradizionale del termine, ma rappresenta un luogo di crescita, apprendimento e opportunità. Il nome riflette la nostra convinzione che l’istruzione, la conoscenza e la partecipazione attiva siano strumenti fondamentali per costruire una società più giusta e inclusiva. Attraverso il nostro lavoro sosteniamo bambini, giovani, donne e famiglie Rom, promuovendo l’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi e alla piena partecipazione alla vita sociale. Come Direttore Esecutivo di Roma Versitas Albania, sono orgoglioso di contribuire ogni giorno a creare opportunità concrete e a valorizzare il potenziale delle persone, contrastando stereotipi e discriminazioni e favorendo il dialogo e la collaborazione tra le diverse comunità. Di che cosa si occupa specificatamente questa associazione? Roma Versitas Albania (RVA) è un’organizzazione che lavora per rafforzare il percorso educativo e professionale dei giovani Rom ed Egiziani in Albania, con un obiettivo chiaro: trasformare l’accesso all’istruzione in uno strumento reale di cambiamento sociale. Il cuore del nostro lavoro è l’educazione. Accompagniamo gli studenti lungo tutto il loro percorso, dalla scuola fino all’università e oltre, attraverso mentoring individuale, tutoraggio, borse di studio, orientamento accademico e supporto allo sviluppo delle competenze. L’idea è semplice ma fondamentale: più studenti completano gli studi, più aumenta la possibilità di costruire una nuova generazione di professionisti e leader Rom capaci di incidere nella società. Accanto all’educazione, lavoriamo sull’occupazione e sull’inserimento nel mondo del lavoro. Supportiamo i laureati nell’accesso a tirocini e posizioni professionali, in particolare nella pubblica amministrazione, con l’obiettivo di aumentare la rappresentanza Rom nei processi decisionali. Un altro pilastro centrale è la partecipazione civica e politica. Promuoviamo la presenza attiva dei giovani Rom nei processi democratici, rafforzando la loro capacità di contribuire alle politiche pubbliche e di rappresentare le proprie comunità a livello locale e nazionale. Tutto questo si inserisce in una visione più ampia: costruire una società più equa, dove i giovani Rom non siano solo beneficiari di programmi, ma protagonisti del cambiamento. Qual era la situazione dei Rom durante il regime stalinista e come è cambiata in questi ultimi decenni (quali problemi non ancora risolti e quali passi in avanti sono stati compiuti)?  Durante il regime comunista in Albania, che seguiva una linea fortemente stalinista, la situazione delle comunità Rom era caratterizzata soprattutto da invisibilità istituzionale e assimilazione forzata. Lo Stato promuoveva l’idea di un’uguaglianza formale tra tutti i cittadini, ma nella pratica questo significava anche cancellare le differenze culturali. I Rom non venivano riconosciuti come minoranza con una propria identità specifica e, di conseguenza, la loro lingua, le tradizioni e le forme di organizzazione comunitaria non erano valorizzate. Molte famiglie vivevano in condizioni di marginalità, spesso in insediamenti abusivi o in quartieri periferici, con accesso limitato a opportunità economiche e con poche possibilità di mobilità sociale reale. Con la caduta del regime e la transizione democratica, la situazione è cambiata in modo significativo, ma non in maniera lineare. Da un lato, si è aperto lo spazio per il riconoscimento dei diritti delle minoranze, per la libertà di associazione e per l’emergere di organizzazioni Rom della società civile, che prima non potevano esistere. Questo ha permesso di avviare programmi di istruzione, inclusione e partecipazione civica. Dall’altro lato, la transizione economica ha anche aggravato alcune vulnerabilità già esistenti. Disoccupazione, povertà e discriminazione strutturale sono rimaste sfide centrali, spesso rendendo difficile un accesso equo a scuola, lavoro e servizi pubblici. In alcuni casi, i pregiudizi sociali sono diventati persino più visibili rispetto al passato. Negli ultimi decenni, però, ci sono stati passi avanti concreti. Si è rafforzato il riconoscimento delle comunità Rom a livello istituzionale, sono aumentate le iniziative educative e i programmi di inclusione sostenuti anche da partner internazionali. Soprattutto, è cresciuta una nuova generazione di giovani Rom più istruiti e più presenti nella vita pubblica, che sta lentamente cambiando la narrazione e il ruolo delle comunità nella società. La realtà oggi resta quindi complessa: da un lato progressi importanti, dall’altro problemi strutturali ancora aperti. Ma rispetto al passato, esiste oggi uno spazio reale di partecipazione e cambiamento che prima non c’era. La mia storia personale è profondamente legata al lavoro che svolgo oggi con Roma Versitas Albania. Sono cresciuto in un contesto in cui l’accesso all’istruzione e alle opportunità non era qualcosa di scontato, soprattutto per molte famiglie della comunità Rom. Questo ha influenzato molto il mio percorso e la mia scelta di dedicarmi al diritto, all’educazione e alla difesa dei diritti umani. Ho studiato Giurisprudenza e ho conseguito un Master in Diritto Internazionale ed Europeo. Nel corso degli anni ho lavorato in diversi ruoli legati alla giustizia sociale e all’inclusione: come consulente legale, come collaboratore in progetti dell’OSCE sull’integrazione dei Rom, come traduttore e docente di lingua romani, e anche all’interno dell’ufficio dell’Avvocato del Popolo, dove mi sono occupato di discriminazione e tutela dei diritti. Ho avuto anche un’esperienza nella governance locale, come vicepresidente del Consiglio Municipale di Rrogozhina, un ruolo che mi ha permesso di vedere da vicino come le politiche pubbliche incidono concretamente sulla vita delle persone. Tutto questo percorso non è separato dalla mia vita familiare. La mia famiglia, come molte altre, ha vissuto le difficoltà di accesso all’istruzione e all’integrazione sociale, ma ha sempre attribuito un grande valore all’educazione. Questo ha fatto la differenza e ha influenzato anche il modo in cui oggi guardo al mio lavoro: non come qualcosa di astratto, ma come una responsabilità concreta verso le nuove generazioni. Oggi, come Direttore Esecutivo di Roma Versitas Albania, il mio obiettivo è semplice nella sua essenza: creare le condizioni affinché i giovani Rom possano avere opportunità reali di studio, crescita e partecipazione, indipendentemente dal punto di partenza. Mauro Carlo Zanella
July 5, 2026
Pressenza
Il popolo più “negletto” è l’esempio di un’umanità matura. Commemorazione del genocidio Rom all’Arci Al Bafo di Seriate
I Rom sono tra i popoli più originali, interessanti e pacifici del pianeta, eppure non hanno mai riscosso molte simpatie; mi dice Sebastijan Abdullahu, di etnia romanì (cioè Rom di provenienza slava) che una cosa che accomuna tutti i Rom d’Europa, che vogliamo chiamarli alla maniera spagnola, Gitani, o secondo quella italiana, Sinti, o francese, Manouches, o altro, è che ovunque sono stati perseguitati – e per certi versi lo sono ancora. Ai tempi del nazismo furono inclusi nelle leggi razziali di Norimberga e subirono un vero e proprio genocidio. Come di regola sul loro caso aleggia una nuvola di omertà, per cui i dati sul numero di Rom uccisi nei campi di sterminio è incerto: da un “minimo” di cinquecentomila a due milioni di persone, tra cui parecchi bambini perché piacevano molto, come cavie da vivisezionare, al dottor Mengele – iniettava loro malattie infettive come il tifo, la malaria, ecc, a volte tutte insieme. Capita raramente di incrociare una celebrazione che ne ricordi le vittime; quando se ne parla a scuola è solo per merito e onestà dell’insegnante. Una delle poche commemorazioni a loro dedicate si è tenuta la scorsa domenica, 31 maggio, presso il Circolo Arci Al Bafo di Seriate, a pochi chilometri da Bergamo. Tre attori della compagnia “Teatro Baloons”, Roberta Reali, Stefano Maestrelli e Sebastijan Abdullahu, in una delle salette del circolo hanno dato vita a una rappresentazione teatrale in memoria di quegli anni. Lo spettacolo si è svolto in penombra, a tratti nel buio, rischiarato solo da qualche candela; la scena è stata posta al centro e al pubblico è stato chiesto di non abbandonare la sala, se non per un’emergenza. Spiegheranno gli attori al termine della performance che volevano farci intuire, anche solo per una millesima parte, cosa significasse vivere da prigionieri in un campo di sterminio attendendo la morte. Dai loro racconti apprendo di una singolare storia che non conoscevo: la vita e la carriera di Johann Trollmann, lo zingaro che vinse il titolo nazionale tedesco di boxe per la categoria di pesi medio-massimi nel 1933, facendo saltare la mosca al naso ai forti e aitanti nazisti dell’epoca. La vicenda è degna di un intreccio cinematografico (mi stupisco che nessun regista l’abbia valutata prima del 2025, quando Alessandro Rak l’ha scelta per un film di animazione, con cui ha vinto il Nastro d’Argento come miglior corto – dura 5 minuti). Rukeli, soprannome di Johann, che in sinti significa “albero” e che gli fu dato per via del suo fisico prestante e dei bei riccioli neri, nacque nel 1907; iniziò a frequentare il ring all’età di otto anni in una palestra comunale di Hannover e appena adolescente conquistò il titolo di campione nazionale della Germania del Sud; poco dopo si aggiudicò anche quello del Nord. Ma il governo ritenne indecoroso che uno zingaro, così lo appellava la stampa per denigrarlo, rappresentasse la Germania alle Olimpiadi del 1928 di Amsterdam e così fu scartato. Rukeli non si lasciò abbattere, anzi si fece cucire il nomignolo “zingaro” sui pantaloncini e continuò a vincere. Nel 1933, l’anno in cui fu eletto Hitler, conquistò il titolo nazionale, ma solo per pochi giorni, perché la federazione, accampando scuse, glielo tolse e lo costrinse a una seconda finale nella quale dovette perdere. Nel 1934 gli fu revocata la licenza di pugile professionista e nel 1935 gli fu imposta la sterilizzazione, che accettò per via delle minacce a moglie e figlia; con la promulgazione delle leggi razziali la persecuzione divenne ancora più pesante, tanto che nel 1938 divorziò per permettere alla moglie di cambiare cognome e sfuggire alla deportazione. Per macabra ironia, fu arruolato nell’esercito tedesco all’inizio della guerra per difendere la patria! Nel 1941 fu imprigionato a Neuengamme, dove fu sfruttato come zingaro da schernire. Denutrito ed esausto dopo gli infami lavori forzati, la sera era costretto a combattere per il divertimento delle SS. A Neuengamme fu scambiato con un altro detenuto, dichiarato morto e trasferito in un altro campo; lì fu di nuovo costretto a combattere da un kapò. Vinse l’incontro, ma il perdente lo assassinò poco dopo. Era il 1944. Sebastijan racconta con disarmante semplicità che il suo popolo lasciò il Nord dell’India più di mille anni fa perché rifiutava la guerra, che appunto stava sconvolgendo la regione a quei tempi; nella loro lingua non esiste la parola “guerra” e non contemplano nemmeno l’idea che una terra possa essere conquistata e posseduta. Rifletto: se ne andarono dalla patria per rimanere fedeli al loro credo, ma ovunque si siano recati hanno incontrato uomini, nelle fattezze uguali a loro, votati al possesso e al dominio, che credono nella legge del più forte e, forse proprio per questo, li guardano con sospetto, li disprezzano e li perseguitano. Sebastijan conclude citando l’ahimsa, la via della nonviolenza. Un concetto indiano che molti di noi conoscono attraverso lo yoga o Gandhi, presente da secoli nella cultura Rom. Da che c’è memoria praticano una semplice regola: “Vivi e lascia vivere”. I Rom rifiutano di fare alla guerra e irridono il concetto di proprietà privata. Sarà questa la loro colpa, l’infamia che li rende odiosi ai quattro angoli della terra e li fa guardare con sospetto? E se invece fossero loro i veri anti-sistema ante litteram? Si sono ribellati una volta sola, ad Auschwitz-Birkenau il 16 maggio del 1944, quando circa 6.000 Rom, tra cui molti Sinti italiani e diverse donne con bambini, si barricarono armati di pietre, coltelli e attrezzi da lavoro, riuscendo a far ritirare le SS. Come la storia di Johann-Rukeli, un’ulteriore dimostrazione che la scelta di vivere pacificamente nulla ha che vedere con la forza fisica di un popolo e men che meno con una sua presunta inferiorità! Mi chiedo chi guarda alla vita da una prospettiva errata. Noi, che con sofisticate tecnologie recintiamo case e Stati e siamo sempre più ossessionati dalla loro protezione, o loro? Sebastijan li definisce “indifesi come fiori”. Come i fiori i Rom spesso non vengono notati, sono calpestati o malamente strappati, eppure trovano sempre della terra dove rifiorire e donare un po’ di bellezza a questa umanità dimentica di sé stessa. “Rom” significa “uomo”.           Marina Serina
June 3, 2026
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