L’India cresce di rango con l’accordo di libero scambio con la UEIl 2026 appena iniziato vede il governo indiano protagonista per la tessitura di
trame internazionali atte a ridisegnare nodi e tensioni nelle catene del valore
globali. Con buona pace della retorica secondo cui si vedono i BRICS come blocco
politico alter-occidentalista, il governo indiano presieduto da Narendra Modi e
i gruppi finanziari-industriali cresciuti al fianco della sua compagine
politica, si avvicinano a Unione Europea e si riavvicinano alla presidenza USA
di Donald Trump con la stipula di due importanti accordi bilaterali di libero
scambio.
Se nelle trattative con l’Unione Europea c’è voluta una gestazione lunga 19
anni, con nel mezzo uno stallo intercorso dal 2013 al 2022. per vedere il
compimento de “La madre di tutti gli accordi”, gli attriti tra governo indiano e
USA iniziati sul fine estate sembrano ormai avviati a finire con l’annuncio del
éresidente statunitense dell’abbassamento dei dazi sulle merci indiane al 18%.
> In una finestra temporale di meno di venti giorni l’India, oggi quarta potenza
> economica mondiale, porta a casa due pesanti accordi economico-programmatici
> attraverso i quali rinforza il suo potere politico nello scacchiere
> internazionale. Questa volontà di potenza è sorretta internamente da un regime
> autoritario verso forza-lavoro e minoranze religiose, linguistiche, o
> nazionali, e colluso con gruppi industriali essenziali per il mantenimento di
> potere ed egemonia politica dell’attuale classe governativa indiana
> hindu-nazionalista.
Politica interna e internazionale, così come riforme economiche interne e
accreditamento estero, sono strettamente interdipendenti: da rapporti di classe
oppressivi verso i subalterni derivano rapporti di cortesia tra governi e
padronato. Per queste ragioni, hanno un pur tenue impatto sulla diplomazia
economica le riforme sulla legislazione sul lavoro sbilanciate in favore della
parte padronale appena approvate e le facilitazioni fiscali-legali per gli
imprenditori varate nella nuova legge di bilancio dal governo Modi.
Letto nel suo insieme, lo schematismo su cui si regge l’elevazione dell’India da
medio-potenza a super-potenza globale è quello di un neoliberismo autoritario
interno accompagnato da un’autonomia strategica – come definita dal ministro
degli esteri S Jaishankar – in cui si stringe la mano al miglior offerente
purché non sia leso l’onore della nazione e dei suoi governanti. Capisaldi di
questo protagonismo la crescita economica del paese, i mutati equilibri in
politica internazionale e nelle catene globali del valore e la crescita in
settori cruciali come difesa, siderurgia e tecnologie critiche – AI,
data-center, semiconduttori, ecc.
UN ACCORDO QUASI VENTENNALE
Annunciata con grande risalto dal governo Modi, la presenza dei vertici europei
Costa e von der Leyen come ospiti d’onore alle celebrazioni del 26 gennaio ha
rivestito un’importanza cruciale. Oltre al forte peso simbolico, la visita si è
rivelata il palcoscenico perfetto per la conclusione delle trattative
sull’accordo di libero scambio tra India e UE.
Nella parata le forze armate indiane hanno fatto sfoggio di armamenti utilizzati
nel conflitto indo-pakistano come missili BrahMos, sistemi di difesa Akash e
Suryastra, seguiti da rappresentanze di appartenenti a corpi militari europei
impegnati nelle operazioni di difesa marittime Atalanta e Aspides. Un messaggio
simbolico e politico, premonitore della finalizzazione dell’accordo di difesa
tra UE e India, il nono firmato a livello internazionale dall’UE e terzo in Asia
– dopo Giappone e Corea del Sud –, nel quale i due partner consolidano lo status
di cooperazione privilegiata in materia di difesa militare e condivisione delle
informazioni in ambito di sicurezza.
Davanti all’accordo passano in sordina le sanzioni europee agli intermediari
indiani dei petrolieri russi, così come la partecipazione delle forze armate
indiane all’esercitazione militare Zapad effettuata nel 2025 con i rispettivi
russi e bielorussi, a riprova del fatto che la diplomazia internazionale è
innanzitutto una questione economica e militare.
Finita la parata ricominciano i negoziati che hanno portato alla finalizzazione
di un corposo accordo economico commerciale sorretto da un’architettura legale
di governance condivisa su sostenibilità ambientale, infrastruttura legale su
cui implementare la cooperazione economico-commerciale e protocolli comuni su
industria digitale e cybersicurezza. A facilitare la finalizzazione le frequenti
visite di diplomatici e capi di governo europei in India, tre nell’ultimo anno
per il ministro degli esteri Tajani. Tra questi, il cancelliere tedesco Mertz
che ha visitato l’India a inizio gennaio per limare dettagli su inquinamento,
industria siderurgica e automobilistica, presenti nell’accordo quadro tra le due
aree economiche.
Resta fuori dall’accordo il settore agricolo, spinoso tanto per l’UE a causa le
proteste sull’accordo Mercosur, quanto per l’India, dove le proteste dei
lavoratori del settore agricolo restano di difficile gestione per il governo
Modi. Per la ratifica finale dell’accordo bisognerà attendere la ratifica da
parte degli Stati membri dell’UE, del Parlamento europeo e del consiglio dei
ministri indiano.
L’accordo ha le sembianze di una rivoluzione copernicana per le due parti che
vedono scomparire i dazi su oltre il 96% delle merci, comportando un risparmio
di oltre quattro miliardi di euro in dazi per le industrie europee. Con la
finalizzazione dell’accordo si vuole espandere l’interscambio tra le due aree,
che oggi ammonta a $190 miliardi – dati sul 2024-2925 –, creando un’area
economica resiliente alla ristrutturazione delle catene del valore globale. Ha
certamente giovato al raggiungimento dell’accordo tra India e UE l’imposizione
di ulteriori dazi dagli USA dello scorso anno, così come l’apertura delle
trattative diplomatiche sul corridoio commerciale IMEC – corridoio
economico-commerciale tra India, paesi dell’Asia occidentale e del Sud del
mediterraneo – che dà all’accordo un’infrastruttura supplementare su cui
poggiarsi.
L’India che cresce con proiezioni superiori al 7.3% del Pil per il 2026 incassa
tariffe azzerate per l’import di macchinari industriali, prodotti dell’industria
chimica, siderurgica e metalmeccanica, sul comparto medico e farmaceutico e
soprattutto nel settore aerospaziale – ovvero del settore della difesa. Scendono
i dazi per vino, la cui tassazione scenderà progressivamente dal 150% al 20-30%
entro il 2030, olio d’oliva, dal 45% a zero, pasta e panificati, dal 50% a zero,
e per i distillati saranno più che dimezzati, fino al raggiungimento del 40-50%.
> La svolta copernicana effettiva arriva nel settore dell’automotive dove i dazi
> indiani scendono di più del 70%, con grossi sconti per i mezzi di fascia alta.
> La mossa prevede la riduzione dei dazi al 10% per auto fino ai €15mila, del
> 35% per auto tra i €15 e i €35mila, del 30% nella fascia tra €35 e €50mila, e
> del 30% per mezzi sopra i €50mila; per un totale previsto di centomila auto
> l’anno. Chiudono il quadro la riduzione di dazi per ventimila auto elettriche
> prodotte in Europa l’anno al 30%-35%.
Il quadro delineato è molto favorevole all’industria automobilistica di lusso,
in cui fanno la voce grossa i marchi tedeschi; mentre l’apertura all’industria
automobilistica indiana nel mercato UE potrebbe avere più che qualche dolorosa
conseguenza sull’industria europea a fronte del ruolo di aziende come Bajaj –
proprietario del marchio austriaco KTM – e del ruolo giocato da Tata motors
nell’industria europea – già proprietaria dell’ormai dismesso marchio spagnolo
Hispano Carrocera e nuovo proprietario di Iveco e FPT. Unici a esultare in
Europa i produttori tedeschi, la cui associazione di categoria ha rilasciato una
nota stampa «Questo è un passo importante per entrambe le regioni, e in
particolare per la Germania in quanto nazione esportatrice e per le aziende
dell’industria automobilistica tedesca. Realizza un miglioramento dell’accesso
al mercato, di cui c’era urgente bisogno, in un contesto globale sempre più
protezionistico, sebbene non tutti gli ostacoli siano stati rimossi»-
Inoltre, i massicci investimenti di marchi giapponesi come Honda, Maruti-Suzuki,
Toyota e Nissan nella produzione di veicoli elettrici in India per circa $11
miliardi nei prossimi anni, potrebbero far dell’India l’hub di produzione e poi
esportazione di auto dall’Asia all’Europa.
> In un contesto di ridefinizione delle catene del valore globale, dalla
> progressiva dismissione dell’industria metalmeccanica europea alla centralità
> qualitativo-quantitativa dei mercati asiatici nel settore, la notizia ha forte
> valore: il capitale si sposta dove sono più forti gli incentivi pubblici
> economici, legali e ambientali, e dov’è più forte il potere degli imprenditori
> rispetto alla classe operaia.
È inoltre critica la gestione del settore siderurgico, di cui l’India è seconda
produttrice globale dietro la Cina, con una produzione di 123,9 milioni di
tonnellate nel 2025. La stipula di questo accordo, con la maggioranza
governativa indiana che ha tra le sue fila membri delle famiglie industriali
Jindal e Mittal, rispettivamente proprietaria delle acciaierie di Piombino e già
proprietari dell’ex-ILVA di Taranto, dovrebbe far suonare più di un campanello
d’allarme a queste latitudini.
CHI CI GUADAGNA?
Escono sicuramente vincitrici da questo round di trattative le industrie
militari europee e indiane, entrambe in forte crescita grazie ai cospicui
finanziamenti statali e alla corsa al riarmo generale, che nel giorno successivo
alla stipula dell’accordo vedono le proprie azioni rialzarsi del 7%, con punte
dell’8,9% per Bharat Electronics. Lo scenario che si apre può contare oggi su
un’India certamente dipendente dalle forniture estere – stando al report
dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma seconda
importatrice mondiale, con 8.9% dell’import globale – ma con produzioni in
ascesa grazie a espansione industriale, domanda interna, e joint-venture con
produttori occidentali. Lo scenario aperto dal nuovo trattato di libero scambio
spalanca le porte a ulteriori esportazioni e produzioni in joint-venture di
armamenti per le maggiori aziende europee, dando allo stesso tempo un’exit
strategy all’India dalla dipendenza storica dalla Russia – ora meno affidabile
nell’esportazione d’armi a causa dell’impegno militare in Ucraina.
Le numerose visite di diplomatici italiani e funzionari di controllate statali
hanno ottenuto condizioni di mercato progressivamente vantaggiose per le aziende
italiane, espulse per lungo tempo dal mercato indiano in seguito allo scandalo
sulla corruzione di funzionari indiani da parte di Augusta Westland nel 2014,
con commesse per la fornitura di equipaggiamenti per le controllate dei gruppi
Leonardo-FinMeccanica e FinCantieri, e protocolli di interoperabilità di
armamenti.
L’industria indiana guadagna molto nel settore delle tecnologie critiche che
comprendono semiconduttori, data center, assemblaggio e produzione, acquisendo
know-how senza tariffe dall’UE e offrendo un ambiente produttivo vantaggioso in
termini di costo della forza lavoro qualificata, regolamentazione ambientale e
incentivi pubblici. A muovere i primi passi grandi aziende del settore
tecnologico, come Alphabet-Google che ha annunciato investimenti per $15
miliardi per la costruzione di un hub AI a Visakhapatnam in Andhra Pradesh e la
firma della stessa azienda di un accordo quadro nello Stato dell’Assam.
Investimenti in espansione anche grazie alla partecipazione a numerose
iniziative del forum mondiale dell’economia di Davos di esponenti di primo piano
del governo indiano e dei governatori di sei Stati indiani, corsi in Svizzera
per accaparrarsi investimenti da gruppi finanziari-industriali alla ricerca di
nuovi spazi di mercato. Di questi vale la pena citare l’accordo siglato dal
governatore dell’Uttar Pradesh all’ultimo forum mondiale dell’economia con
l’olandese AM Green per la costruzione di un data center a Noida – alla
periferia di Delhi – con un investimento previsto di $25,.3 miliardi entro il
2028.
Gli investimenti in centri di calcolo avanzati si accompagnano a quelli
dell’industria ad alto valore aggiunto, in forte sviluppo anche grazie alla
filiera corta favorevole sia all’assemblaggio di componenti tecnologici
avanzati, che alla produzione di prodotti finiti. Una filiera disegnata su
misura da grandi marchi come Samsung e Apple, che negli ultimi anni hanno
individuato nell’India un paese sicuro in cui produrre per tenersi al riparo
dalla guerra dei dazi contro le aziende cinesi portando con sé grandi fornitori
del calibro di Foxconn e trovandone di nuovi e competitivi all’interno degli hub
industriali indiani. In questo sistema fortemente viziato da schemi di incentivi
pubblici per l’industria estera varati dal 2020 e dalla noncuranza delle
istituzioni verso le condizioni dei lavoratori della filiera, l’India diventa
territorio di conquista per finanza e industria di settore.
> Incassa un altro successo il governo Modi, accreditatosi sullo scenario
> internazionale come interlocutore di primo livello e portavoce della “più
> grande democrazia del mondo”. Restano molti i dubbi sulle clausole etiche
> dell’Unione Europea, conscia delle ripetute violazioni dei diritti delle
> minoranze nel subcontinente, e l’attenzione alle convenzioni
> dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che ha più volte denunciato le
> condizioni di sfruttamento strutturale della forza-lavoro nel subcontinente
> indiano.
Alla fine dei conti in Europa tutti brindano al successo, dalla commissaria
europea agli esteri Kaja Kallas alla premier italiana Meloni, da tempo molto
vicina al governo Modi. Che questo sia anche un successo del ministro degli
esteri Tajani che partecipò alla sessione dell’UNESCO di Delhi in cui si è
iscritta la cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità fa più
ridere che piangere, data la residualità dell’industria italiana – fatta
eccezione per i settore farmaceutico e difesa – nell’economia internazionale;
che questo accordo si festeggi con così tanta enfasi senza proferire parola
sull’acquisizione da parte di Tata Motors di Iveco e di FPT da parte del governo
italiano è senz’altro farsesco; che si faccia al cospetto di una maggioranza
governativa composta tra gli altri da membri delle famiglie industriali Jindal e
Mittal – protagonisti della deindustrializzazione nociva delle acciaierie di
Piombino e Taranto – è senz’altro tragico.
La copertina è di MEAphotography (Flickr)
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