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Caldo d’autunno #2 | Violenza di chi? – di Emanuele Braga
In Francia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Belgio, in Albania (per quanto riguarda l’Europa). In India, in Brasile, negli Usa e in altre parti del mondo. Una nuova generazione (la gen Z) comincia a far sentire la propria voce, a reclamare il diritto di essere riconosciuta e uscire dall’invisibilità contro anni di [...]
October 19, 2026
Effimera
Caldo d’autunno #1 | Francia: 800 mila manifestanti contro il regime Macron. Agli studenti si uniscono insegnanti e lavoratori – di Turi Palidda
In Francia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Belgio, in Albania (per quanto riguarda l'Europa). In India, in Brasile, negli Usa e in altre parti del mondo. Una nuova generazione (la gen Z) comincia a far sentire la propria voce, a reclamare il diritto di essere riconosciuta e uscire dall'invisibilità contro anni di [...]
October 19, 2026
Effimera
Sulle proteste della Gen Z in India
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli “scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza, ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale indiana (Eci). Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
October 19, 2026
Radio Blackout
L’urlo da interpretare
Le forze dell’ordine hanno rischiato di essere sopraffatte. Per sgomberare Piazza Duomo hanno dovuto lanciare le camionette a tutta velocità puntando i manifestanti per tentare di riprendere il controllo della piazza. A Bologna l’acqua degli idranti è finita. Non sono bastate ore di cariche, le manganellate, le decine di brutali arresti per sciogliere i manifestanti. Sabato 17 ottobre in molte città del paese sono state convocate manifestazioni poco più che spontanee dietro la sigla «Italia in piazza». A Milano e Bologna (e in misura molto minore a Torino dove a guidare è stata soprattutto la soggettività politica organizzata), si sono ben presto trasformate in un confronto tra i manifestanti (giovanissimi) e polizia, per diventare ben presto ingovernabili. Domenica 18 a Milano di nuovo centinaia di ragazzi e ragazze giovanissimi sono arrivati da diverse periferie e quartieri di cintura nel centro della città, riprendendo a fare le barricate e ad assaltare negozi di lusso e sportivi, ma anche supermercati. Le divise hanno faticato a disperderli perché non c’era un centro: spuntavano da ogni metro con il volto già coperto. Le notizie sugli oltre cento fermi ci raccontano che l’80% sono ancora minorenni.  Abbiamo così visto dispiegarsi in maniera più chiara, quello che era già emerso durante le manifestazioni in solidarietà alla Global Sumud Flotilla dell’ottobre dello scorso anno: la disponibilità giovanile al conflitto di piazza, in particolare di alcuni settori di classe razzializzati e marginalizzati. Lo scorso anno i gruppi organizzati della sinistra sociale e antagonista davano il via al fronteggiamento, o ai blocchi, ma dopo le prime cariche o il primo «fronteggiamento» a prendere la prima fila erano altri scavalcando i classici referenti del conflitto di piazza (senza che questi ne fossero troppo dispiaciuti o scandalizzati, beninteso). Commentare eventi complessi a caldo è sempre difficile, ma vale la pena per la rilevanza degli eventi provare a tracciare un ragionamento utile al dibattito, con il rischio di fare qualche errore, ad aggiustare il tiro si fa sempre in tempo.  Prima di tutto la natura delle manifestazioni. Il 17 ottobre sono state convocate piazze in molte città italiane (la maggior parte delle quali andate più o meno deserte), lanciate dalla sigla «Italia in Piazza» con una piattaforma con al centro il caro vita, e in generale incentrata tutta sulle condizioni materiali. Le manifestazioni sono state organizzate su Telegram. Gli organizzatori invitavano alla non violenza, all’unità, a portare solo il tricolore e nessun simbolo politico, affermando di voler mobilitare «quante più persone possibile» e quindi di non essere di nessun colore politico e così via. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia L’appuntamento dell’Italia in Piazza era dunque un guscio vuoto, che in alcune città è stato riempito da chi cercava uno spazio dove auto rappresentarsi senza accodarsi, ed era in grado di provocare, di creare un tam tam sociale efficace fuori dai circuiti classici della socializzazione politica. Altrove è rimasto un guscio vuoto.  La partenza del corteo a Milano, dove i ragazzi mischiavano bandiere italiane e palestinesi senza nessuna apparente contraddizione, ha reso subito chiare le caratteristiche della piazza, con decine di giovani dal volto coperto e gli incidenti partiti appena la polizia è comparsa a vista. L’unico slogan che ha risuonato dall’inizio alla fine è stato «siamo tutti antifascisti”. A Bologna la convergenza dei gruppi politici antagonisti sulla piazza è stata invece più chiara, portando a un’evoluzione del corteo in più momenti. A Torino la cesura tra gruppi politicizzati e gli altri manifestanti è stata invece più netta. Le piazze francesi sono state determinanti per gli eventi di cui stiamo parlando. Non solo perché hanno fatto venire in mente a qualcuno l’idea di lanciare «Italia in Piazza», ma perché hanno reso pensabile e allettante nei pensieri di molti ragazzi e ragazze di scendere a manifestare con l’aspettativa di scontrarsi con le forze dell’ordine esattamente come stava accadendo in Francia. Non si tratta di manifestazioni nichiliste (anche se non possiamo elidere del tutto questo elemento), quanto piuttosto di un carnevale dove per qualche ora le gerarchie si rovesciano grazie allo spazio offerto da una manifestazione di massa. Ragazzi che vivono in quartieri marginalizzati conquistano il centro e svaligiano le vetrine che di solito possono solo guardare. Prendono la roba dai negozi, e rivendicano sventolando il tricolore di essere anche loro parte di questo paese che non li vuole.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista In termini generali non c’è niente di nuovo, ma è un fenomeno nuovo per l’Italia, dove non avevamo fino a oggi assistito a sommosse urbane guidate da giovani razzializzati o di seconda generazione. E di questa novità è bene essere consapevoli, perché non scomparirà dalla scena politica. È qui per restare.  Perché proprio Bologna, Milano e Torino? Io penso perché i giovani di seconda generazione e razzializzati sono figli soprattutto di settori di classe lavoratrice meglio integrati che altrove, e per i quali la differenza di prospettive rispetto ai ragazzi indigeni ha un peso ancora maggiore. Sono anche città dove l’insediamento di alcune comunità ha una storia più lunga, e comunità inserite ormai stabilmente in circuiti transeuropei e transmediterranei. Lo vediamo con la musica trap: nella stessa canzone sempre più spesso si mescolano lingue diverse, passando dall’italiano, all’arabo, al francese, o dal tedesco, al turco, all’olandese. Su questi giovani quello che accade altrove in Europa risuona più forte e arriva prima.  Ci sono i cosiddetti maranza ma non solo. In piazza abbiamo visto una disponibilità al conflitto anche da parte di giovanissimi che hanno vissuto la loro socializzazione politica negli ultimi anni, dove l’orizzonte della guerra si è fatto sempre più minaccioso, insieme alla crisi climatica e alla rabbia per aver assistito al genocidio in Palestina mentre i loro governi non muovevano un dito. Lo scontro, il carnevale della città in rivolta, la resistenza alla polizia che vuole sgomberare le strade che occupano, diventa lo spazio più concreto di costruzione di una possibile alternativa.  Per queste ragioni credo che le piazze come quelle di sabato e domenica scorsi si moltiplicheranno nei prossimi mesi, e che possano diventare una variabile di cui tenere sempre conto. Per ora abbiamo visto mobilitarsi poche migliaia di persone per poche ore. Chi le demonizza fa un esercizio non solo inutile, ma controproducente. Non ci sono servizi d’ordine o appelli alla nonviolenza che funzioneranno, perché c’è un pezzo di società che a oggi trova solo questo linguaggio per esprimere il proprio dissenso, perché con tutta probabilità è l’unico che ha a disposizione per farsi prendere sul serio: nessuno mette a rischio la propria incolumità e libertà senza un valido motivo, anche se sembra un gioco incosciente.  Credo però anche che rimarrà deluso chi andrà a cercare in quelle piazze il soggetto rivoluzionario da trasformare in avanguardia per guidarlo, quanto chi da oggi racconterà che l’insurrezione permanente è dietro l’angolo.  LEGGI ANCHE… GEN Z REALISMO RAPPER Gabriel Seroussi Sbaglia chi ha paura di quanto accade nelle piazze, chi pretende di governarlo. È invece necessario respirarci dentro, capirle senza farsi abbagliare. Si può fare inchiesta durante una sommossa o mentre un negozio viene svaligiato? Credo di sì.  L’insorgere anche in Italia di fenomeni ben visibili altrove in Europa era d’altronde solo questione di tempo, con una società bloccata e impoverita, dove l’emarginazione spaziale e razziale è sempre più netta. Non si capisce perché questi ragazzi dovrebbero essere più educati.  Ciò non significa cercare scorciatoie dove ci sono vicoli ciechi, sappiamo che servirà ancora un grande lavoro di creatività organizzativa per superare le forme della politica antagonista o istituzionale che conosciamo. Lo scontro senza progetto può diventare nichilismo e non conflitto. Il riconoscimento da parte delle piazze degli studenti francesi dei rappresentanti de La France Insoumise, e il non ritrarsi di questi di fronte al conflitto nelle piazze è però un’immagine potente, rappresentata dal sindaco di Bally Bagayoko che difende gli studenti e viene circondato da giovani con il volto coperto da maschere di Spider Man, balaklava e kefiah.  Alcuni fenomeni sociali, politici e di piazza sono irriducibili a un addomesticamento, si possono spiegare razionalmente, ma nessuno può pretendere di rappresentarli o di farsene portavoce. Parlano da soli. O meglio urlano. Urla dense di significato. *Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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October 19, 2026
Jacobin Italia
LE NUOVE GENERAZIONI GUIDANO LE PIAZZE. FRANCIA, SPAGNA, ALBANIA, ITALIA: I GIOVANI CONTRO LA VIOLENZA ECONOMICA
Sono principalmente giovani e giovanissimi i protagonisti delle mobilitazioni di sabato 17 ottobre 2026, una giornata che ha attraversato le piazze d’oltralpe, quelle albanesi contro il governo corrotto di Edi Rama, le acampade di tende per la casa in Spagna e Portogallo, fino ad arrivare a quelle italiane autoconvocate sotto l’hashtag #ItaliaInPiazza. “Sono una studentessa della Provincia, ho già partecipato ai cortei per la Palestina“, fa sapere una giovane ragazza intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto, che ha raccolto le voci dalla manifestazione di Brescia. Stessa cosa per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, così come in tante altre città chiamate tramite gruppi WhatsApp e social, dove le piazze contro il caro-vita hanno richiamato le nuove generazioni, studenti e studentesse delle scuole superiori e giovani ragazzi di seconda generazione. Quella generazione al centro delle mistificazioni del Decreto Valditara. E’ la “Gen Z” delle periferie – quella generazione della DAD e dei movimenti per la Palestina a cui il Governo ha rivolto lo sguardo solo per gettargli addosso botte di pacchetti Sicurezza – a portare in mano cartelli contro la guerra, contro quei fondi destinati a pioggia al riarmo mentre le scuole che vivono ogni giorno cadono letteralmente a pezzi. Molti riferimenti vengono fatti anche alla precarietà, agli stipendi miseri, all’assenza di futuro. Un’altra ragazza regge un cartone dove ha riportato la frase “le monde est à nous“, il mondo è nostro: un riferimento diretto alle mobilitazioni francesi. In Europa la giornata di sabato ha registrato piazze bollenti, in particolare in Francia: un milione i manifestanti in piazza nelle oltre 1700 iniziative, tra blocchi e cortei, segnalati dalle organizzazioni sindacali e studentesche. Record di fermi: 855 le persone fermate dalla polizia solo nella capitale francese durante le proteste. Su Radio Onda d’Urto le dirette da Parigi e Marsiglia, dove erano presenti i nostri inviati. Scontri con la polizia anche a Tirana, Albania, dove migliaia di studenti continuano la mobilitazione contro la corruzione dilagante ai vertici del governo di Edi Rama. Piazze mobilitate anche in Portogallo e Spagna, dove le tende sono diventate il simbolo della proteste contro la crisi abitativa e le lobby dell’edilizia. A Milano oltre 6mila persone hanno animato le vie del centro in mezzo lo shopping del sabato pomeriggio. La manifestazione aveva concordato con la Questura un percorso fino al cimitero monumentale, quando in via Broletto è stata fermata da un plotone di polizia che ha caricato selvaggiamente i manifestanti. La piazza è rimasta compatta, proseguendo gli scontri in Piazza del Duomo e in zone limitrofe fino a serata inoltrata con caroselli dei blindati dei carabinieri e una pioggia di lacrimogeni sui giovani. Il bilancio è di diversi feriti e almeno 50 persone fermate, secondo MilanoInMovimento molti di più, dopo aver raccolto le testimonianze con l’attivazione di un hub legale (mail: hub4defedenders@proton.me). Il bilancio da Milano con Demetrio Marra, di MilanoInMovimento. Ascolta o scarica. Nella città di Bologna cariche, idranti, lacrimogeni e manganelli si sono abbattuti sul corteo all’altezza della stazione. Anche qui, il bilancio è di diverse persone fermate, gran parte giovanissimi. Fermi si sono registrati anche a Torino e Bergamo. Non solo mobilitazioni studentesche. A Sud Italia la giornata di sabato 17 ottobre si è composta di diverse mobilitazioni: da un lato i blocchi che proseguono di agricoltori e autotrasportatori contro il caro-carburante nelle Regioni di Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, Molise; dall’altro a Taranto la manifestazione davanti all’ex Ilva, dove 15mila persone hanno chiesto la chiusura del polo siderurgico. In ultimo Roma, con la manifestazione “La Via Maestra” della Cgil. Lavoro, sanità, casa, pace sono stati i temi al centro della mobilitazione del sindacato che ha portato in piazza “più di 100mila persone“, come sottolineato dal leader Landini che ha poi annunciato da Piazza del Popolo lo sciopero generale per il prossimo 20 novembre.
October 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Nativi delle macerie
«La crisi. Voi c’avevate un futuro davanti, quando vi siete imbattuti in questa parola. Loro dentro a quella parola ci sono nati. Insomma, quella luce di speranza che c’avevate negli occhi quando pensavate al domani, che io un po’ vi invidiavo e un po’ mi schifava, ecco i ragazzini miei quella luce non sanno manco che è. Nativi delle macerie». Così, con il misto di candore e brutalità che contraddistingue il personaggio, Secco, diventato insegnante, descrive i suoi alunni, nel secondo volume di Macerie prime di Zerocalcare, pubblicato nel 2018 da Bao. Dal punto di vista di un millennial come Zerocalcare, coetaneo di chi scrive, a differenziare la generazione successiva è l’esperienza della crisi del 2008 non come uno shock economico, sociale e culturale ma come la normalità in cui si è cresciuti. Le matricole universitarie di quest’anno, del resto, quando crollò Lehman Brothers, stavano completando l’inserimento alla scuola dell’infanzia. E di certo non hanno ricordi del crollo della Schola Armaturarum di Pompei, nel novembre 2010, immagine emblematica di un paese che cascava a pezzi sotto i colpi dell’austerità e del berlusconismo, da cui trassero ispirazione qualche giorno dopo gli studenti in mobilitazione contro la riforma Gelmini, calando dall’ingresso principale dell’Università La Sapienza di Roma lo striscione: «Quale futuro tra queste macerie?». L’impatto della crisi del 2008 sulla società italiana, per la verità, è stato ben più ridotto che altrove. L’austerità, da noi, regnava quantomeno dall’inizio degli anni Novanta, così come la bassa crescita economica e la compressione salariale. Però è indubbio che il mondo in cui sono cresciuti i millennial fosse ancora un mondo in cui la promessa del neoliberismo aveva una credibilità. Ogni sistema economico sottintende un patto sociale, e quello neoliberista si reggeva sulla promessa di crescita in cambio di concorrenza. A livello sociale prometteva che, se avessimo lasciato più libertà ai mercati, ridotto l’intervento dello Stato in economia e favorito imprese e concorrenza, la crescita risultante avrebbe migliorato la vita di tutti. A livello individuale, prometteva che, investendo su sé stessi e competendo nel mercato, si sarebbe conquistata una vita migliore. Sacrificarsi, studiare, faticare, vendere sé stessi e gli altri, competere: per tutto ciò, alla fine, ci sarebbe stato un premio. Una vita migliore di quella dei propri genitori. Come diceva la docente di danza Lydia Grant all’inizio di ogni puntata di Saranno famosi, serie culto degli anni Ottanta: «Voi fate sogni ambiziosi: successo, fama. Ma queste cose costano. Ed è esattamente qui che si comincia a pagare, col sudore». Quante persone sotto i trent’anni, oggi, credono che nella nostra società il sudore si ripaghi con il successo? L’impressione è che siano poche, o quantomeno parecchie meno che in passato. Essere «nativi delle macerie» significa essere stati socializzati nel crollo di un sistema e non aver sviluppato alcuna fiducia per la promessa associata al patto sociale che lo sorreggeva. Nessun sudore, nessun sacrificio, nessuna competizione, nessun premio. Probabilmente andrebbero lette in questo senso anche le proteste dello scorso anno, quando alcuni studenti fecero scena muta all’orale della maturità per contestare il sistema scolastico e la società che l’ha prodotto: se, pur in un contesto di forti pressioni sulla performance scolastica, si è disposti a sacrificare il voto d’esame, è perché si sa con ragionevole certezza che quel voto non avrà alcuna conseguenza sulla propria vita futura.  In sociologia, la questione generazionale si affronta spesso attraverso la cosiddetta teoria degli «anni impressionabili», secondo cui le esperienze politiche che si vivono tra i 15 e i 25 anni, o per alcuni tra i 18 e i 21, tendono a lasciare un’impronta duratura nella vita futura di una persona. Questa chiave può aiutare a uscire dalle secche che spesso caratterizzano il discorso generazionale: sarebbe sbagliato sopravvalutare il dato anagrafico, schiacciando altre differenze e arrivando a costruire conflitti intergenerazionali, basati sull’idea che esistano interessi condivisi da persone della stessa età in misura maggiore rispetto a quelli determinati dall’appartenenza di classe, o da altre caratteristiche e processi. Se a definire una generazione sono le esperienze che caratterizzano la fase storica in cui si forma, e ognuno è figlio dei tempi in cui cresce, allora il punto non è tanto raccontare la Generazione Z, magari dall’esterno e più o meno paternalisticamente, bensì ragionare sulla nostra epoca, sulle sue tendenze e sulle sue trasformazioni, riflesse nelle azioni dei suoi membri più caratteristici, cioè i giovani. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Nativi delle macerie proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Rompere la solitudine
Abbiamo sottoposto una serie di domande ad alcuni collettivi giovanili, variegati tra loro e sul territorio nazionale. Una tavola rotonda virtuale in cui far emergere letture della condizione giovanile e della politicizzazione, o meno, in atto. Ci siamo posti la questione se esista o meno una specifica condizione giovanile, quali siano i suoi problemi principali e perché i e le giovani hanno partecipato più di altre classi di età al recente referendum costituzionale sulla giustizia. Poi, cosa ha spinto a scendere in piazza accanto alla Flotilla e anche se le persone giovani si mobilitano abbastanza oppure no. Abbiamo ancora chiesto se esistono limiti nelle organizzazioni esistenti e su quali priorità pensano che un o una giovane si impegnerebbe di più oggi. ALCUNE ATTIVISTE E ATTIVISTI DEI CENTRI SOCIALI DEL NORD-EST La condizione che caratterizza le persone giovani è la precarietà. Una precarietà economica, ambientale, sociale. Questo fatto crea spirito di sopravvivenza, rassegnazione e l’internalizzazione dell’idea che non possa esistere un’alternativa. Il voto al referendum per la componente giovanile non è stato tanto un voto sulla giustizia, né un voto per l’opposizione, come hanno poi dimostrato le elezioni amministrative. È stata l’occasione per esprimere un dissenso diffuso verso un sistema politico di cui il governo Meloni è la massima – seppur non l’unica – espressione. Perché non c’è un rifiuto della politica, ma di questo modo di fare politica. Per quanto riguarda le mobilitazioni su Gaza, le giovani generazioni sono vissute in un mondo in cui non è pensabile un’alternativa, quindi era forse necessario uno stimolo esterno per accendere le coscienze. Ma il genocidio è esterno solo geograficamente. Quello che accade in Palestina, per quanto su scale ovviamente diverse, è ciò che accade nei nostri territori, da cui viene estratto valore, umano e ambientale, e da cui viene cacciato chi vi è radicato. Quando una persona giovane vede una persona palestinese vede un proprio possibile futuro estremo e distopico. La Flotilla ha colpito a fondo anche quelle poche coscienze non ancora smosse perché, dopo anni di mobilitazioni, è stato il primo reale tentativo di provare a contribuire fisicamente allo sforzo palestinese, mettendo i propri corpi a rischio. Come recita uno degli slogan di quelle piazze: «Volevamo liberare la Palestina, la Palestina sta liberando noi». Quanto alle mobilitazioni, dopo anni di scarsità, sempre più giovani non solo ritrovano un loro spazio nelle piazze e nei movimenti, ma si assumono anche ruoli di responsabilità e di spicco. Rispetto all’idea canonica della militanza, il piano sociale e culturale è ora di centrale importanza. Interessante è inoltre la diversa partecipazione di genere: le figure femminili, non solo nei collettivi transfemministi, stanno prendendo uno spazio che è stato generalmente – bisogna dirlo – molto maschile. La partecipazione è comunque troppo bassa. Il nostro lavoro deve quindi essere duplice: far capire alle persone che se vivono strutturalmente male non è una loro colpa individuale, e dimostrare che non solo «un altro mondo è possibile» ma è ormai necessario. Le organizzazioni devono saper trasmettere un’idea ormai caduta nel dimenticatoio: insieme possiamo. Viviamo in un tempo in cui le tematiche da affrontare sono talmente tante che non esiste la priorità nelle lotte:  ambiente, guerra, lavoro, migrazioni. Più importante della singola campagna è la capacità di tenere assieme la pluralità delle tante questioni. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Rompere la solitudine proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Consapevoli, impegnati e preoccupati
La retorica sulle nuove generazioni oscilla fra essere «la sola speranza» o «senza speranza», vittime del disorientamento adulto o sua fonte. Le ricette che ne discendono, sono puntualmente costruite senza passare da quello che le nuove generazioni pensano: misure fiscali per il «rientro dei cervelli», bonus e incentivi alle imprese di ogni tipo, medicalizzazione del disagio, sanzione della «devianza». Fra l’ottobre 2023 e l’aprile 2026 il Forum Disuguaglianze e Diversità ha incontrato quasi tremila ragazze e ragazzi delle ultime classi in ventuno istituti superiori di ogni indirizzo e area del paese, lontano dai grandi centri, ponendo domande sulle loro preoccupazioni, consapevolezze e propensione ad attivarsi per cambiare le cose. Le risposte, proiettate subito in aula, diventavano materia di discussione. Manca la consapevolezza che star male e ingiustizie sociali e ambientali hanno natura sistemica e che la politica può affrontarle? Se la consapevolezza c’è, manca il desiderio di contribuire all’interesse comune? E se anche il desiderio c’è ma non prende forme collettive, cosa blocca quel passo?  LE CONSAPEVOLEZZE CI SONO La prima ipotesi, spesso evocata, cade subito. Alla domanda su cosa venga in mente istintivamente davanti alle parole disuguaglianza e ingiustizia, le risposte più frequenti sono state colore della pelle, genere e classe sociale. «Classe sociale» viene scelta molto più spesso di «reddito», in tutte le scuole, e la preferenza cresce scendendo verso Sud: al termine più usato nel discorso pubblico e più facilmente misurabile viene preferita una posizione sociale, ricondotta in aula alla condizione familiare, al territorio da cui si viene, al riconoscimento altrui. La stessa nettezza si ritrova nelle preoccupazioni: in testa c’è la mancanza di lavoro, subito seguita dalla guerra e dallo scarso peso della propria voce. La convergenza con le preoccupazioni attribuite alla generazione dei genitori c’è solo nella paura per il contesto internazionale, mentre sul resto, dalla preoccupazione per il poco ascolto della voce dei e delle giovani fino al collasso climatico e alla distruzione della biodiversità, il divario generazionale rimane grande. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Consapevoli, impegnati e preoccupati proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia