L’urlo da interpretareLe forze dell’ordine hanno rischiato di essere sopraffatte. Per sgomberare
Piazza Duomo hanno dovuto lanciare le camionette a tutta velocità puntando i
manifestanti per tentare di riprendere il controllo della piazza. A Bologna
l’acqua degli idranti è finita. Non sono bastate ore di cariche, le
manganellate, le decine di brutali arresti per sciogliere i manifestanti.
Sabato 17 ottobre in molte città del paese sono state convocate manifestazioni
poco più che spontanee dietro la sigla «Italia in piazza». A Milano e Bologna (e
in misura molto minore a Torino dove a guidare è stata soprattutto la
soggettività politica organizzata), si sono ben presto trasformate in un
confronto tra i manifestanti (giovanissimi) e polizia, per diventare ben presto
ingovernabili. Domenica 18 a Milano di nuovo centinaia di ragazzi e ragazze
giovanissimi sono arrivati da diverse periferie e quartieri di cintura nel
centro della città, riprendendo a fare le barricate e ad assaltare negozi di
lusso e sportivi, ma anche supermercati. Le divise hanno faticato a disperderli
perché non c’era un centro: spuntavano da ogni metro con il volto già coperto.
Le notizie sugli oltre cento fermi ci raccontano che l’80% sono ancora
minorenni.
Abbiamo così visto dispiegarsi in maniera più chiara, quello che era già emerso
durante le manifestazioni in solidarietà alla Global Sumud Flotilla dell’ottobre
dello scorso anno: la disponibilità giovanile al conflitto di piazza, in
particolare di alcuni settori di classe razzializzati e marginalizzati. Lo
scorso anno i gruppi organizzati della sinistra sociale e antagonista davano il
via al fronteggiamento, o ai blocchi, ma dopo le prime cariche o il primo
«fronteggiamento» a prendere la prima fila erano altri scavalcando i classici
referenti del conflitto di piazza (senza che questi ne fossero troppo
dispiaciuti o scandalizzati, beninteso).
Commentare eventi complessi a caldo è sempre difficile, ma vale la pena per la
rilevanza degli eventi provare a tracciare un ragionamento utile al dibattito,
con il rischio di fare qualche errore, ad aggiustare il tiro si fa sempre in
tempo.
Prima di tutto la natura delle manifestazioni. Il 17 ottobre sono state
convocate piazze in molte città italiane (la maggior parte delle quali andate
più o meno deserte), lanciate dalla sigla «Italia in Piazza» con una piattaforma
con al centro il caro vita, e in generale incentrata tutta sulle condizioni
materiali. Le manifestazioni sono state organizzate su Telegram. Gli
organizzatori invitavano alla non violenza, all’unità, a portare solo il
tricolore e nessun simbolo politico, affermando di voler mobilitare «quante più
persone possibile» e quindi di non essere di nessun colore politico e così via.
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L’appuntamento dell’Italia in Piazza era dunque un guscio vuoto, che in alcune
città è stato riempito da chi cercava uno spazio dove auto rappresentarsi senza
accodarsi, ed era in grado di provocare, di creare un tam tam sociale efficace
fuori dai circuiti classici della socializzazione politica. Altrove è rimasto un
guscio vuoto.
La partenza del corteo a Milano, dove i ragazzi mischiavano bandiere italiane e
palestinesi senza nessuna apparente contraddizione, ha reso subito chiare le
caratteristiche della piazza, con decine di giovani dal volto coperto e gli
incidenti partiti appena la polizia è comparsa a vista. L’unico slogan che ha
risuonato dall’inizio alla fine è stato «siamo tutti antifascisti”. A Bologna la
convergenza dei gruppi politici antagonisti sulla piazza è stata invece più
chiara, portando a un’evoluzione del corteo in più momenti. A Torino la cesura
tra gruppi politicizzati e gli altri manifestanti è stata invece più netta.
Le piazze francesi sono state determinanti per gli eventi di cui stiamo
parlando. Non solo perché hanno fatto venire in mente a qualcuno l’idea di
lanciare «Italia in Piazza», ma perché hanno reso pensabile e allettante nei
pensieri di molti ragazzi e ragazze di scendere a manifestare con l’aspettativa
di scontrarsi con le forze dell’ordine esattamente come stava accadendo in
Francia. Non si tratta di manifestazioni nichiliste (anche se non possiamo
elidere del tutto questo elemento), quanto piuttosto di un carnevale dove per
qualche ora le gerarchie si rovesciano grazie allo spazio offerto da una
manifestazione di massa. Ragazzi che vivono in quartieri marginalizzati
conquistano il centro e svaligiano le vetrine che di solito possono solo
guardare. Prendono la roba dai negozi, e rivendicano sventolando il tricolore di
essere anche loro parte di questo paese che non li vuole.
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In termini generali non c’è niente di nuovo, ma è un fenomeno nuovo per
l’Italia, dove non avevamo fino a oggi assistito a sommosse urbane guidate da
giovani razzializzati o di seconda generazione. E di questa novità è bene essere
consapevoli, perché non scomparirà dalla scena politica. È qui per restare.
Perché proprio Bologna, Milano e Torino? Io penso perché i giovani di seconda
generazione e razzializzati sono figli soprattutto di settori di classe
lavoratrice meglio integrati che altrove, e per i quali la differenza di
prospettive rispetto ai ragazzi indigeni ha un peso ancora maggiore. Sono anche
città dove l’insediamento di alcune comunità ha una storia più lunga, e comunità
inserite ormai stabilmente in circuiti transeuropei e transmediterranei. Lo
vediamo con la musica trap: nella stessa canzone sempre più spesso si mescolano
lingue diverse, passando dall’italiano, all’arabo, al francese, o dal tedesco,
al turco, all’olandese. Su questi giovani quello che accade altrove in Europa
risuona più forte e arriva prima.
Ci sono i cosiddetti maranza ma non solo. In piazza abbiamo visto una
disponibilità al conflitto anche da parte di giovanissimi che hanno vissuto la
loro socializzazione politica negli ultimi anni, dove l’orizzonte della guerra
si è fatto sempre più minaccioso, insieme alla crisi climatica e alla rabbia per
aver assistito al genocidio in Palestina mentre i loro governi non muovevano un
dito. Lo scontro, il carnevale della città in rivolta, la resistenza alla
polizia che vuole sgomberare le strade che occupano, diventa lo spazio più
concreto di costruzione di una possibile alternativa.
Per queste ragioni credo che le piazze come quelle di sabato e domenica scorsi
si moltiplicheranno nei prossimi mesi, e che possano diventare una variabile di
cui tenere sempre conto. Per ora abbiamo visto mobilitarsi poche migliaia di
persone per poche ore. Chi le demonizza fa un esercizio non solo inutile, ma
controproducente. Non ci sono servizi d’ordine o appelli alla nonviolenza che
funzioneranno, perché c’è un pezzo di società che a oggi trova solo questo
linguaggio per esprimere il proprio dissenso, perché con tutta probabilità è
l’unico che ha a disposizione per farsi prendere sul serio: nessuno mette a
rischio la propria incolumità e libertà senza un valido motivo, anche se sembra
un gioco incosciente.
Credo però anche che rimarrà deluso chi andrà a cercare in quelle piazze il
soggetto rivoluzionario da trasformare in avanguardia per guidarlo, quanto chi
da oggi racconterà che l’insurrezione permanente è dietro l’angolo.
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Sbaglia chi ha paura di quanto accade nelle piazze, chi pretende di governarlo.
È invece necessario respirarci dentro, capirle senza farsi abbagliare. Si può
fare inchiesta durante una sommossa o mentre un negozio viene svaligiato? Credo
di sì.
L’insorgere anche in Italia di fenomeni ben visibili altrove in Europa era
d’altronde solo questione di tempo, con una società bloccata e impoverita, dove
l’emarginazione spaziale e razziale è sempre più netta. Non si capisce perché
questi ragazzi dovrebbero essere più educati.
Ciò non significa cercare scorciatoie dove ci sono vicoli ciechi, sappiamo che
servirà ancora un grande lavoro di creatività organizzativa per superare le
forme della politica antagonista o istituzionale che conosciamo. Lo scontro
senza progetto può diventare nichilismo e non conflitto. Il riconoscimento da
parte delle piazze degli studenti francesi dei rappresentanti de La France
Insoumise, e il non ritrarsi di questi di fronte al conflitto nelle piazze è
però un’immagine potente, rappresentata dal sindaco di Bally Bagayoko che
difende gli studenti e viene circondato da giovani con il volto coperto da
maschere di Spider Man, balaklava e kefiah.
Alcuni fenomeni sociali, politici e di piazza sono irriducibili a un
addomesticamento, si possono spiegare razionalmente, ma nessuno può pretendere
di rappresentarli o di farsene portavoce. Parlano da soli. O meglio urlano. Urla
dense di significato.
*Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in
Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana
e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter:
sedestra.substack.com.
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