Mi piace immaginare Marjane Satrapi felice
Nell’oceano di articoli scritti su Marjane Satrapi, dagli aggregatori di notizie
fatti con pigrizia, passando per quelli di opinione, più sinceri e importanti,
arrivando infine ai ricordi di amici e soprattutto dei lettori, in questo
articolo immaginerò che sia stata felice nei suoi ultimi momenti. Per altre
analisi sulla sua opera, anche di tipo politico, ci sarà tempo dopo.
Certo, ci si potrebbe chiedere il perché di questa scelta. Dopotutto, il
comunicato con cui è stata annunciata la morte dell’autrice iraniana è in un
certo senso un lascito al tempo stesso letterario e umano in una maniera che in
quest’epoca di falsità e retropensieri sembra quasi irreale: è morta di dolore
per la perdita della persona amata, di Carl Mattias Ripa, per lei “uomo e amore
della mia vita” (…)”, perso “dopo trentun anni di una vita meravigliosa
insieme”.
“Vita meravigliosa”. Talmente meravigliosa che piuttosto che continuare a vivere
senza di lui ha scelto, forse inconsciamente, forse no, di lasciarsi andare,
come il Nasser Ali Khan di Poulet aux prunes. Amato così tanto da aver inciso
subito, sulla pietra tombale del marito, il proprio nome, senza la data della
morte. Forse già sapeva, forse non importava. Non si sarebbe mai separata da lui
in ogni caso. Scelta ponderata e al tempo stesso implacabile, fatta con la
lucidità e il sentimento di chi sa davvero cosa vuol dire amare fino in fondo, e
sentirsi completi nel farlo.
Probabilmente è anche per questo che la sua morte ci sembra l’ennesimo chiodo
sulla tomba di quest’epoca di tragedia e disperazione in cui la speranza sembra
sempre più quella menzogna di cui parlava Monicelli; un’epoca che tutto fa
tranne che consolare.
Sono convinto che Marjane Satrapi Ripa non abbia mai perso la speranza. Sono
convinto che non dobbiamo mai perderla neanche noi. Perché questa morte, questo
rapporto con essa, da lei era stata ponderato molte volte nelle proprie opere,
anche quelle successive a Persepolis, opera da cui Satrapi voleva distaccarsi,
con quella ostinazione letteraria di chi sa di aver esordito con un capolavoro,
ma di non voler essere per questo una one hit wonder, un’autrice che dovesse
rimanere sempre e comunque nell’immaginario mediatico la bambina e giovane donna
simbolo della resistenza a regimi totalitari e patriarcali.
Diceva di sé, Marjane Satrapi, in un’intervista a Robert Root della Michigan
State University: “Ho sempre detto, anche verbalmente, di essere una persona
cattiva. In realtà sono un grande amante dell’imperfezione. Questa idea di
perfezione penso che sia davvero l’inizio del fascismo. Sapete, nella storia
dell’umanità c’è stato un periodo in cui gli esseri umani erano veramente
intelligenti, nell’antica Grecia, quando tutti gli dèi erano imperfetti per una
volta. Certo, ce n’erano molti, ed erano tutti imperfetti. Facevano sesso,
dormivano, ruttavano, defecavano e chissà cos’altro. L’unica cosa che li rendeva
dei era la loro eternità; questa era l’unica ragione per cui erano dei. Se avete
l’idea di dover essere perfetti, non potete che essere frustrati, perché siamo
imperfetti, e perché io e voi moriamo per la stessa ragione di un verme, con
tutta la coscienza che abbiamo. Quindi già qui, l’imperfezione è nella
condizione della nostra vita. Cercare la perfezione è una causa persa, e se
cerchi qualcosa che non raggiungerai mai, cosa otterrai? Frustrazione. Quindi
sono molto felice della mia imperfezione.”
Trovo questo monologo bellissimo, anche solo per pensare a Satrapi mentre fa
uscire da sé un flusso di coscienza pieno di quella flemma che rende animato e
viva una persona. La gestualità, le espressioni del viso. La franchezza con
confessa sé stessa e il proprio modo di vedere il mondo. Franchezza che ha
riversato nelle opere post-Persepolis, in cui ricorreva il tema della mente,
della morte, e del tempo.
In particolare, mi riferisco a Radioactive, il film biografico realizzato da
Satrapi sulla vita, sul lavoro e arte di Marie Curie, con Rosamund Pike come
interprete. Il film si presta a critiche e interpretazioni che qui non ci
interessa discutere. Quello che interessa è lo strumento narrativo utilizzato
non dissimile da quello di Poulet: il film inizia con Marie Curie che, vicina
alla morte, ripercorre tutta la propria vita, dall’incontro con l’amato marito
Pierre Curie fino agli ultimi momenti passati insieme e quello che è venuto
dopo. Un film su ciò verso cui le scoperte dell’umanità possono portare (dal
radio si passa alla bomba atomica), ma anche su quanto l’amore possa essere un
eccezionale motivatore per condurre una vita piena e intensa.
Mi piace dunque immaginare che Marjane Satrapi abbia ripercorso la storia con il
marito proprio come hanno fatto i personaggi e le persone di cui lei ha scritto,
disegnato o diretto le storie, che abbia ripercorso quella che lei ricordava
come “la nostra storia: due sconosciuti a Parigi che si sono incontrati,
innamorati, sposati e hanno costruito la loro vita in questa città incredibile,
vibrante e stimolante che non lascia indifferenti.” E che ci fosse lui ad
aspettarla, alla fine di quel viaggio.
L’ultimo film di Satrapi, prodotto insieme all’amato Carl Mattias, Paradis
Paris, è una commedia nera corale, costruita a intreccio, sulla morte e sul
rapporto con essa; mi viene da chiedermi se Marjane si immaginasse di finire
come una dei protagonisti del film, Giovanna Bianchi, interpretata da Monica
Bellucci: una cantante famosa la cui morte viene annunciata in televisione per
errore e che si accorge, dopo poco, che nessuno la piange o sembra prestare
attenzione a questo suo decesso.
L’amore che viene fuori da chiunque ne abbia letto o visto un’opera, visibile in
questi giorni ovunque, su ogni piattaforma social, e in ogni spazio pubblico o
privato, mi fa pensare che la risposta sia decisamente “no”.
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