Mi piace immaginare Marjane Satrapi felice

Pulp Magazine - Tuesday, June 9, 2026

Nell’oceano di articoli scritti su Marjane Satrapi, dagli aggregatori di notizie fatti con pigrizia, passando per quelli di opinione, più sinceri e importanti, arrivando infine ai ricordi di amici e soprattutto dei lettori, in questo articolo immaginerò che sia stata felice nei suoi ultimi momenti. Per altre analisi sulla sua opera, anche di tipo politico, ci sarà tempo dopo.

Certo, ci si potrebbe chiedere il perché di questa scelta. Dopotutto, il comunicato con cui è stata annunciata la morte dell’autrice iraniana è in un certo senso un lascito al tempo stesso letterario e umano in una maniera che in quest’epoca di falsità e retropensieri sembra quasi irreale: è morta di dolore per la perdita della persona amata, di Carl Mattias Ripa, per lei “uomo e amore della mia vita” (…)”, perso “dopo trentun anni di una vita meravigliosa insieme”.

“Vita meravigliosa”. Talmente meravigliosa che piuttosto che continuare a vivere senza di lui ha scelto, forse inconsciamente, forse no, di lasciarsi andare, come il Nasser Ali Khan di Poulet aux prunes. Amato così tanto da aver inciso subito, sulla pietra tombale del marito, il proprio nome, senza la data della morte. Forse già sapeva, forse non importava. Non si sarebbe mai separata da lui in ogni caso. Scelta ponderata e al tempo stesso implacabile, fatta con la lucidità e il sentimento di chi sa davvero cosa vuol dire amare fino in fondo, e sentirsi completi nel farlo.

Probabilmente è anche per questo che la sua morte ci sembra l’ennesimo chiodo sulla tomba di quest’epoca di tragedia e disperazione in cui la speranza sembra sempre più quella menzogna di cui parlava Monicelli; un’epoca che tutto fa tranne che consolare.

Sono convinto che Marjane Satrapi Ripa non abbia mai perso la speranza. Sono convinto che non dobbiamo mai perderla neanche noi. Perché questa morte, questo rapporto con essa, da lei era stata ponderato molte volte nelle proprie opere, anche quelle successive a Persepolis, opera da cui Satrapi voleva distaccarsi, con quella ostinazione letteraria di chi sa di aver esordito con un capolavoro, ma di non voler essere per questo una one hit wonder, un’autrice che dovesse rimanere sempre e comunque nell’immaginario mediatico la bambina e giovane donna simbolo della resistenza a regimi totalitari e patriarcali.

Diceva di sé, Marjane Satrapi, in un’intervista a Robert Root della Michigan State University: “Ho sempre detto, anche verbalmente, di essere una persona cattiva. In realtà sono un grande amante dell’imperfezione. Questa idea di perfezione penso che sia davvero l’inizio del fascismo. Sapete, nella storia dell’umanità c’è stato un periodo in cui gli esseri umani erano veramente intelligenti, nell’antica Grecia, quando tutti gli dèi erano imperfetti per una volta. Certo, ce n’erano molti, ed erano tutti imperfetti. Facevano sesso, dormivano, ruttavano, defecavano e chissà cos’altro. L’unica cosa che li rendeva dei era la loro eternità; questa era l’unica ragione per cui erano dei. Se avete l’idea di dover essere perfetti, non potete che essere frustrati, perché siamo imperfetti, e perché io e voi moriamo per la stessa ragione di un verme, con tutta la coscienza che abbiamo. Quindi già qui, l’imperfezione è nella condizione della nostra vita. Cercare la perfezione è una causa persa, e se cerchi qualcosa che non raggiungerai mai, cosa otterrai? Frustrazione. Quindi sono molto felice della mia imperfezione.”

Trovo questo monologo bellissimo, anche solo per pensare a Satrapi mentre fa uscire da sé un flusso di coscienza pieno di quella flemma che rende animato e viva una persona. La gestualità, le espressioni del viso. La franchezza con confessa sé stessa e il proprio modo di vedere il mondo. Franchezza che ha riversato nelle opere post-Persepolis, in cui ricorreva il tema della mente, della morte, e del tempo.

In particolare, mi riferisco a Radioactive, il film biografico realizzato da Satrapi sulla vita, sul lavoro e arte di Marie Curie, con Rosamund Pike come interprete. Il film si presta a critiche e interpretazioni che qui non ci interessa discutere. Quello che interessa è lo strumento narrativo utilizzato non dissimile da quello di Poulet: il film inizia con Marie Curie che, vicina alla morte, ripercorre tutta la propria vita, dall’incontro con l’amato marito Pierre Curie fino agli ultimi momenti passati insieme e quello che è venuto dopo. Un film su ciò verso cui le scoperte dell’umanità possono portare (dal radio si passa alla bomba atomica), ma anche su quanto l’amore possa essere un eccezionale motivatore per condurre una vita piena e intensa.

Mi piace dunque immaginare che Marjane Satrapi abbia ripercorso la storia con il marito proprio come hanno fatto i personaggi e le persone di cui lei ha scritto, disegnato o diretto le storie, che abbia ripercorso quella che lei ricordava come “la nostra storia: due sconosciuti a Parigi che si sono incontrati, innamorati, sposati e hanno costruito la loro vita in questa città incredibile, vibrante e stimolante che non lascia indifferenti.” E che ci fosse lui ad aspettarla, alla fine di quel viaggio.

L’ultimo film di Satrapi, prodotto insieme all’amato Carl Mattias, Paradis Paris, è una commedia nera corale, costruita a intreccio, sulla morte e sul rapporto con essa; mi viene da chiedermi se Marjane si immaginasse di finire come una dei protagonisti del film, Giovanna Bianchi, interpretata da Monica Bellucci: una cantante famosa la cui morte viene annunciata in televisione per errore e che si accorge, dopo poco, che nessuno la piange o sembra prestare attenzione a questo suo decesso.

L’amore che viene fuori da chiunque ne abbia letto o visto un’opera, visibile in questi giorni ovunque, su ogni piattaforma social, e in ogni spazio pubblico o privato, mi fa pensare che la risposta sia decisamente “no”.

L'articolo Mi piace immaginare Marjane Satrapi felice proviene da Pulp Magazine.