Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito(disegno di escif)
Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste
settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete
dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente
estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva. Milioni
di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del
marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno
spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le
sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime
dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e
pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che
l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato,
quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto
le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da
una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso
di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime. Fakir pare stia
piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e
sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse
arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza
dei supplizi, la camera delle esecuzioni. Ci arriva piangendo? Si getta a terra
in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un
budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più
terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a
cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col
facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap
linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto
padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in
proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia. La vita di periferia
umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno,
la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono
un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere
sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i
cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che
spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale.
Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di
sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a
suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o
semplicistica di quell’evento. Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava
anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e
paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo
sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica
difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che
capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi
una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più
competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di
Neandertal a oggi? Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda
segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci
gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La
privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la
tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue
colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari.
Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la
colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto,
proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona? Forse uno dei due
stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei
giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per
comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove
il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta
amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e
ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono
colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello
stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di
un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che
incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in
queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo
scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello
“strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una
soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime
cadute dai suoi occhi increduli e disperati. Che ci sarebbe di anomalo? In un
paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci
sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno
ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare
nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in
un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero
stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome
islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla
fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella
vita del mondo. Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della
Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel
Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti:
solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati. Ma che c’entrano le
grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente
niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono
inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il
telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo
sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in
remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene
sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli
amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima,
gli invisibili che si barcamenano senza documenti. Non era mai stato tanto
citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della
cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel
1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati
ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della
Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. I due fratelli Piter e
William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si
fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano
i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del
lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della
storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori
pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco
lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al
termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in
coma farmacologico. Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali
trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al
Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica
pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il
primo attentato del genere in Italia. Invano, da due mesi, stanno provando a
collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente.
A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di
politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua
incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato,
abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa,
si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo? Circolano voci demenziali – tipo
che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il
suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una
“fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande,
davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha
ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà
nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno
sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”. Il clima è così pesante che
persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla
piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato
l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali,
nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi
ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli
“extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città
che senza di loro sarebbe un paradiso in terra. Esposito se la prende pure con
il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio
che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha
mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che
non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del
degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e
finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta
piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema
sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi
anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via
Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che
venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli
stadi, si convertisse in liquidità e livore. Chissà quante volte da ragazzino si
sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a
Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato
ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica
Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare,
la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta
cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua
volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di
cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di
un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale. Dire che la signora
Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal
Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di
quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una
società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se
stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti
a diventare vittima o carnefice quasi per caso. Attaccarsi alle spoglie di
Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la
sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i
colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a
intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si
riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e
schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un
quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso. La morte
diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo
scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e
giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole
furioso di piena estate. (giovanni iozzoli)