“Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro)di FANT PRECARIO.
Parte prima: sono il prologo
Il panorama bancario italiano conserva, a prima vista, l’aspetto della
pluralità. Grandi gruppi nazionali, banche territoriali, credito cooperativo,
operatori specializzati e gruppi stranieri compongono un paesaggio nel quale le
insegne sono ancora numerose e ciascuna porta con sé una storia, una geografia.
Eppure le insegne possono ingannare. Contare le banche significa contare delle
entità giuridiche, non necessariamente i luoghi nei quali vengono prese le
decisioni. Il primo è un dato amministrativo; il secondo è un dato economico e,
inevitabilmente, politico, perché riguarda la distribuzione della capacità di
decidere dove il denaro viene raccolto, dove viene investito, a chi viene
prestato e a quali condizioni.
Vista da questa altezza, la geografia bancaria italiana appare assai meno
affollata. Al vertice stanno Intesa Sanpaolo e UniCredit, due grandi gruppi
sistemici costruiti secondo logiche differenti: il primo attorno a una forte
integrazione tra banca commerciale, private banking, risparmio gestito e
assicurazioni; il secondo dentro una dimensione paneuropea che fa dell’Italia
uno dei territori di una piattaforma finanziaria più vasta. Intorno a loro si è
consolidata una terza costellazione. BPER, dopo l’aggregazione con la Popolare
di Sondrio, ha unito crescita dimensionale e un’importante eredità territoriale;
Banco BPM ha portato nel proprio perimetro Anima, avvicinando definitivamente la
rete bancaria alla fabbrica del risparmio; l’aggregazione fra Monte dei Paschi e
Mediobanca mette in relazione banca commerciale, investment banking, gestione
dei patrimoni e partecipazioni strategiche.
Persino il credito cooperativo racconta la stessa storia. Le BCC conservano
nomi, autonomie giuridiche e radicamento locale, ma la loro organizzazione
intorno a Iccrea e Cassa Centrale riconduce quella molteplicità entro
architetture comuni di direzione e coordinamento. A queste si aggiungono le
banche italiane solo in senso geografico: profondamente inserite nell’economia
del Paese, ma appartenenti a gruppi il cui centro ultimo di decisione si trova
altrove. BNL-BNP Paribas ne è il caso più evidente.
La distinzione diventa allora essenziale: la geografia delle insegne non
coincide più con la geografia del comando.
È forse questa una delle trasformazioni più importanti del sistema bancario
italiano degli ultimi decenni.
Mentre i centri decisionali si concentrano, la banca fisica si ritira: gli
sportelli diminuiscono, alcuni territori perdono del tutto la presenza bancaria
e una parte crescente delle operazioni e delle relazioni migra verso piattaforme
digitali e strutture centralizzate. Non sono due movimenti contrari, ma lo
stesso movimento osservato dai suoi due estremi: concentrazione verso l’alto,
rarefazione verso il basso (che chiameremo “indifferenza” dei sedicenti istituti
di credito).
La distanza che conta, allora, non è più soltanto quella tra il cliente e lo
sportello più vicino; è quella, assai meno visibile, tra il luogo nel quale
nasce un bisogno di credito e il luogo nel quale qualcuno decide se quel bisogno
meriti credito.
La banca che non è più soltanto una banca, se è ancora tale
Anche parlare di concentrazione bancaria rischia ormai di essere riduttivo (o
forse unicamente assertivo e autoreferenziale), perché ciò che si concentra non
sono soltanto gli attivi: si concentrano funzioni. La banca contemporanea tende
a raccogliere intorno a sé attività che un tempo potevano apparire distinte
(credito, gestione del risparmio, assicurazioni, previdenza, private banking,
investment banking, pagamenti) e non è più soltanto un intermediario fra chi
possiede denaro e chi ne ha bisogno. Diventa progressivamente un ambiente nel
quale il denaro viene seguito durante quasi tutto il suo ciclo di vita, dalla
creazione, fittizia, alla estinzione poiché reso cimiteriale elargizione allo
stato privatizzato (o all’impresa sovvenuta per legge).
Per questo il sistema assomiglia sempre meno a una piramide ordinata di banche
grandi, medie e piccole e sempre più a una rete. Seguendo le partecipazioni, le
società di gestione, le compagnie assicurative e le fabbriche prodotto, i
confini diventano porosi: soggetti che competono sul mercato bancario possono
incontrarsi negli stessi grandi nodi finanziari, mentre banche, fondi e
assicurazioni si collegano attraverso investimenti, partecipazioni ed
esposizioni comuni.
Non bisogna naturalmente confondere questi legami con il controllo. Proprietà,
influenza e interconnessione sono fenomeni differenti, e proprio la necessità di
distinguerli mostra quanto sia diventata insufficiente la vecchia cartografia.
Non emerge necessariamente un unico centro di comando, quanto piuttosto un
numero relativamente ristretto di grandi ecosistemi finanziari, concorrenti e
insieme interdipendenti. La concorrenza non cancella la rete: avviene dentro la
rete.
La lunga catena del risparmio
Seguendo questa rete si comprende perché una parte così importante delle
strategie bancarie più recenti conduca verso il risparmio gestito, le
assicurazioni e il private banking. La posta in gioco non è più semplicemente
conquistare un deposito, ma conquistare una “relazione patrimoniale”.
In un Paese nel quale la ricchezza privata delle famiglie (alcune…) rimane
enorme, il cliente che possiede patrimonio può essere accompagnato per decenni:
il denaro viene raccolto, investito, assicurato, amministrato e, un giorno,
chissà, trasferito alla generazione successiva (fairy tale). La banca non
custodisce più semplicemente la ricchezza, cerca di circondarla. È una
trasformazione importante perché modifica la natura stessa della competizione:
il cliente patrimonializzato diventa il centro di una relazione finanziaria
potenzialmente permanente e la banca tende a trasformarsi in una sorta di
infrastruttura privata della ricchezza, una famiglia, un family banker…. (cfr.
cerchi sulla sabbia).
Osservare il sistema soltanto da questo lato produce però un curioso effetto
ottico: sembra che tutti abbiano qualcosa da investire. Non è così. C’è un altro
paese che entra nella finanza senza portare patrimonio; porta il proprio lavoro,
meglio la propria vita.
Chi entra in banca senza patrimonio…
Per chi vive essenzialmente del proprio reddito, la banca assume, rispetto a
quanto detto sopra, una funzione quasi speculare. Non è il luogo nel quale
depositare una ricchezza già accumulata, ma quello al quale rivolgersi quando il
reddito di oggi non basta a pagare ciò di cui si ha bisogno oggi: una casa,
un’automobile necessaria per lavorare, un computer per un figlio, una spesa
imprevista. O una dentiera.
La dentiera è forse un oggetto poco nobile per un discorso sulla grande finanza,
e proprio per questo è utile: ci ricorda che tra le sofisticate architetture del
capitale e la vita materiale non esiste una frontiera impermeabile. Il bisogno
nasce nel presente, il denaro manca nel presente e il credito risolve questa
dissonanza andando a cercare risorse nel futuro.
Appaiono così due figure quasi speculari. Chi possiede un patrimonio consegna
alla finanza il proprio passato economico, la ricchezza che è riuscito ad
accumulare; chi non possiede patrimonio ma dispone di un reddito consegna alla
finanza, in qualche misura, il proprio futuro economico, ciò che dovrà ancora
guadagnare. La banca si colloca tra questi due tempi: da una parte mette al
lavoro ciò che è già stato accumulato, dall’altra rende spendibile ciò che non è
stato ancora prodotto.
Il futuro (il passato che non passa?) messo al lavoro
Un prestito personale, un mutuo o una cessione del quinto non sono soltanto
contratti che trasferiscono denaro, ma dispositivi che mettono in relazione
presente e futuro. Il credito permette di vivere oggi qualcosa che il reddito
consentirebbe di pagare soltanto domani, ma nel farlo trasforma una parte del
reddito futuro in un’obbligazione coniugata al tempo presente. In questo senso
il debito è anche una forma di organizzazione del tempo.
Il credito può (dovrebbe) ampliare la libertà materiale, rendere possibile un
investimento e distribuire razionalmente nel tempo un costo troppo elevato. La
questione cambia, però, quando non serve più soltanto ad anticipare il
desiderabile, ma sempre più spesso il necessario. Se il reddito presente non
basta alla vita presente, il credito interviene anticipando il reddito futuro, e
ciò che appare contabilmente come maggiore disponibilità nel presente è,
dall’altro lato, una porzione di futuro già impegnata.
Due porte, stessa banca
La disuguaglianza patrimoniale non stabilisce soltanto quanto ciascuno possiede:
stabilisce anche da quale porta si entra nella finanza. Chi possiede capitale
incontra un sistema che compete per averlo; chi ha bisogno di capitale incontra
un sistema che deve giudicarlo. Al primo vengono offerte consulenza,
pianificazione e gestione personalizzata; del secondo si misurano reddito,
stabilità lavorativa, storia creditizia e probabilità di insolvenza. Da una
parte il private banker, dall’altra lo scoring: figure lontanissime che
appartengono tuttavia alla stessa macchina.
C’è, in questa simmetria, un paradosso. Quanto maggiore è il patrimonio, tanto
più la finanza tende a diventare personale: qualcuno conosce il cliente, ne
studia la famiglia, gli obiettivi e l’orizzonte temporale. Quanto più modesto è
il credito richiesto, tanto più la relazione può diventare impersonale,
riducendosi a dati, soglie, procedure, algoritmi. La ricchezza riceve una
biografia; il bisogno rischia di ricevere un punteggio.
La progressiva scomparsa dello sportello acquista, da questa prospettiva, un
significato meno banale. Non si tratta di rimpiangere il vecchio direttore di
filiale: la conoscenza personale poteva significare prossimità, ma anche
arbitrio, paternalismo ed esclusione, mentre la standardizzazione può rendere le
decisioni più coerenti e controllabili (mah …. vedi Conto Arancio). Ciò che
cambia è la natura della conoscenza. Una storia lavorativa, una famiglia, una
difficoltà temporanea devono essere tradotte in informazioni leggibili da un
sistema. La biografia economica diventa dato; la persona diventa rischio.
Una geografia del potere
Possiamo a questo punto tornare alle banche italiane. Intesa, UniCredit, BPER,
Banco BPM, MPS, i gruppi cooperativi e gli operatori internazionali: la loro
evoluzione può essere letta come una normale vicenda industriale fatta di
efficienza, economie di scala, tecnologia, fusioni e concorrenza. Ma questa è
soltanto una parte della storia.
Quando diminuiscono i centri decisionali e aumentano le funzioni concentrate in
ciascuno di essi, si concentra anche una particolare capacità di organizzare
rapporti sociali e creare un certo assetto mentale: decidere dove allocare il
credito e come amministrare il risparmio, quali redditi siano affidabili e quali
forme di lavoro sufficientemente stabili, quali bisogni possano essere
finanziati e a quale prezzo sia possibile trasformare il futuro in presente.
La nuova geografia del potere finanziario italiano non può dunque fermarsi alle
partecipazioni societarie. Deve seguire il denaro fino al punto nel quale
incontra l’esistenza materiale. Lì si comprende finalmente che la
finanziarizzazione non consiste soltanto nel fatto che la finanza occupi uno
spazio crescente nell’economia, ma anche nella crescente necessità che pezzi
della vita passino attraverso la “forma finanziaria” per poter essere vissuti.
Ma qui emerge un’ultima conseguenza. Se la geografia delle insegne non coincide
più con quella del comando, se il credito, il risparmio, l’assicurazione, la
gestione patrimoniale e i pagamenti tendono a ecosistemi più vasti, allora anche
la parola banca comincia a perdere parte della propria capacità descrittiva. La
banca forse non scompare: continuano a esistere la sua forma giuridica, le sue
funzioni specifiche, la sua indispensabilità nell’architettura monetaria e
creditizia. Ciò che si indebolisce è la possibilità di considerarla come l’unità
fondamentale attraverso la quale leggere il sistema.
Da questo punto di vista, la banca sopravvive quasi come forma istituzionale di
una potenza finanziaria multiforme che ormai la supera. Un feticcio per
dimostrare che esiste il credito come quello della fabbrica per dimostrare che
esistono gli operai, o l’impresa per dimostrare che esiste una cosa, una casa,
un einaudi che misura la vita come più di 100 anni fa la terra [un catasto per
ogni corpo sconfitto). La banca continua dunque a esistere, ma non coincide più
con il luogo del potere che il suo nome lascia immaginare.
Proprio mentre la finanza penetra più profondamente nella vita, la banca diventa
meno visibile. Si ritira dallo spazio fisico, perde autonomia dentro strutture
più vaste, si dissolve in applicazioni, fondi, assicurazioni, algoritmi e
piattaforme, la funzione finanziaria che la attraversa diventa più pervasiva.
La banca diventa troppo piccola per contenere ciò che chiamiamo finanza ma
sempre troppo grande per non soggiogare la vita del precario indebitato.
*****
Proveremo allora a guardare a distanze diverse: abbastanza da lontano da
cogliere la trama di una finanza che infiltra le nostre vite, abbastanza da
vicino da vedere come quella stessa trama le stringa
La banca che non è più soltanto una banca
Vedremo come la banca abbia progressivamente oltrepassato i propri confini
tradizionali, fino a diventare il punto di accesso a un sistema molto più vasto,
nel quale credito, risparmio, assicurazione, previdenza e investimento tendono
sempre più a intrecciarsi.
La lunga catena del risparmio
Seguiremo il denaro lungo il suo ciclo di vita: da quando entra nel sistema
finanziario a quando viene investito, gestito, protetto e infine trasmesso.
Cercheremo soprattutto di capire chi lo incontra lungo questa catena, chi decide
dove indirizzarlo e chi ne ricava valore.
Chi entra in banca senza patrimonio?
Cambieremo prospettiva e seguiremo chi alla banca non porta un capitale, ma
chiede denaro: per una casa, un’automobile, una spesa imprevista o semplicemente
per il proprio presente. È qui che incontreremo l’altra faccia della finanza:
quella che non amministra la ricchezza, ma finanzia il bisogno.
Il futuro messo al lavoro
Ci chiederemo che cosa accade quando, non avendo un patrimonio presente, si
mette a disposizione il proprio reddito futuro. Mutui, prestiti e cessioni del
quinto ci porteranno dentro una finanza capace non soltanto di muovere il denaro
nello spazio, ma anche di anticiparlo nel tempo: rendendo disponibile oggi una
parte di ciò che guadagneremo domani.
Due porte, stessa banca
Entreremo nella stessa banca da due porte diverse: quella di chi possiede un
patrimonio e quella di chi chiede credito. Vedremo come cambiano linguaggi,
strumenti e criteri di valutazione e perché, nello stesso sistema, la ricchezza
può ricevere una biografia mentre il bisogno rischia di ricevere un punteggio
come ad una mostra canina
Seguiremo la trasformazione attraverso la quale reddito, lavoro, consumi e
comportamenti diventano informazioni misurabili. Scoring, profilazione,
algoritmi e intelligenza artificiale ci porteranno a una domanda più grande: che
cosa cambia quando conoscere una persona significa sempre più trasformarla in
dati?
Una geografia del potere
Proveremo allora a ridisegnare la mappa da cui siamo partiti. Non guarderemo
soltanto chi possiede chi, ma dove si concentra la capacità di decidere: chi
ottiene credito, quali rischi vengono finanziati, dove viene indirizzato il
risparmio e quali possibilità vengono aperte o chiuse (dulcis in fondi).
Il paradosso del salotto buono….il rischio non c’è!
Prenderemo il caso paradossale di una banca orientata soprattutto alla gestione
di grandi patrimoni, che presenta ogni anno come elemento di solidità un NPE
ratio estremamente basso. Ma che cosa misura davvero quell’indicatore se
l’attività creditizia è marginale? Se si presta poco, si produce inevitabilmente
poco credito deteriorato. Il dato resta corretto, ma cambia il significato che
possiamo attribuirgli. Da qui una questione più generale: un indicatore di
rischio può essere letto indipendentemente dal modello di banca che quel rischio
decide, a monte, di assumere?
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