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Yesterday’s Papers: Giorni neri per i mercati globali, a cura di Radio Onda d’Urto
Edizione nr.10 del 10 ottobre 2026 Crollano le Borse, specie quelle europee, con i tassi dei titoli di stato che schizzano alle stelle e l’euro che scende ai minimi storici da 17 mesi. Una “bufera” finanziaria che, ieri, mercoledì 7 ottobre, ha assunto i contorni di una “tempesta perfetta”, complici gli allarmi del Fondo Monetario Internazionale in merito ai rischi di sostenibilità per i debiti sovrani.  Tuttavia sono molti i fattori che, da più parti, sembrano entrare nell’equazione: debito pubblico, inflazione, rincari energetici e dei carburanti, a cui si aggiungono le fibrillazioni politiche di molte parti del mondo. Ascolta Yesterday’s Papers su ⁠ www.radiograd.it⁠ –⁠ www.radiosonar.net⁠ e  su ⁠www.radiosamarcanda.it⁠  – dal lunedì al venerdì alle ore 08:00 ed in replica alle 08:50  Riascolta le precedenti puntate: ⁠https://grad-news.blogspot.com/search/label/yesterdayspapers⁠ Seguici sui nostri canali social: ⁠https://www.youtube.com/@radiograd5686⁠ ⁠https://www.facebook.com/radiograd⁠ ⁠https://www.instagram.com/radiograd_
October 9, 2026
RadioSonar.Net
Giocare con l’alterità
Attraverso tre giochi immaginari del ciclo della Cultura di Iain M. Banks, il saggio indaga come le pratiche ludiche possano condensare ideologie, gerarchie… L'articolo Giocare con l’alterità sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
October 8, 2026
L'INDISCRETO
Yesterday’s Papers: Naza, Meloni e il DDL “complicità” di Carla FIlosa
Edizione nr.09 del 08 ottobre 2026 La politica genocida va schermata anche con le leggi. Tirata fuori dalla vicinanza di elezioni pericolose in Israele, il governo italiano offre una complicità ulteriore a Netanyahu, mediante un ddl da approvare definitivamente, sull’identità di sionismo e antisemitismo. Lo sviamento coscienziale va rafforzato non solo nella continua ambigua lamentazione del 7 ottobre, veicolo per l’intera distruzione di Gaza e lo sterminio dei suoi abitanti, ma soprattutto in ossequio al tandem mai rescisso con l’amico comune della Casa Bianca. Ascolta Yesterday’s Papers su ⁠ www.radiograd.it⁠ –⁠ www.radiosonar.net⁠ e  su ⁠www.radiosamarcanda.it⁠  – dal lunedì al venerdì alle ore 08:00 ed in replica alle 08:50  Riascolta le precedenti puntate: ⁠https://grad-news.blogspot.com/search/label/yesterdayspapers⁠ Seguici sui nostri canali social: ⁠https://www.youtube.com/@radiograd5686⁠ ⁠https://www.facebook.com/radiograd⁠ ⁠https://www.instagram.com/radiograd_
October 8, 2026
RadioSonar.Net
Yesterday’s Papers: Sette ottobre, 3 anni dopo di Kikko Schettino
Edizione nr.08 del 07 ottobre 2026 Tre anni dopo l’irruzione in Israele di Hamas e di altri gruppi della resistenza palestinese, cerchiamo di fare un punto della situazione a partire da una analisi degli assetti squilibrati del potere a livello mondiale.  Prendendo a supporto le tesi dello storico Ilan Pappé raccolte dal testo “La fine di Israele” (Fazi editore), cerchiamo di capire quali potrebbero essere gli sviluppi più probabili. Ascolta Yesterday’s Papers su ⁠ www.radiograd.it⁠ –⁠ www.radiosonar.net⁠ e  su ⁠www.radiosamarcanda.it⁠  – dal lunedì al venerdì alle ore 08:00 ed in replica alle 08:50  Riascolta le precedenti puntate: ⁠https://grad-news.blogspot.com/search/label/yesterdayspapers⁠ Seguici sui nostri canali social: ⁠https://www.youtube.com/@radiograd5686⁠ ⁠https://www.facebook.com/radiograd⁠ ⁠https://www.instagram.com/radiograd_
October 7, 2026
RadioSonar.Net
Yesterday’s Papers: L’onda brasiliana dell’internazionale nera
Edizione nr.07 del 06 ottobre 2026 La questione delle elezioni brasiliane non assume un ampio valore solo in ambito locale.  Rappresenta, infatti, una importante tappa della strategia dell’internazionale nera di gestire il conflitto valutario del dollaro contro le valute asiatiche.  Infatti, il Brasile è uno degli “azionisti” più importanti dei BRICS e indebolirne anche la sovrastruttura politica è una cosa che interessa molto l’attuale governo statunitense.  Il 25 ottobre ci sarà il ballottaggio ma, in ogni caso, la definizione dei posti in parlamento, anche in caso di un’improbabile rielezione di Lula, ne impedirebbe la manovra limitandone fortemente le politiche.  Il partito dei lavoratori (PT) di cui Lula è espressione esce estremamente ridimensionato e forse questo è il fattore politico di maggiore rilievo che più fa gioire i neofascisti di tutto il mondo. Ascolta Yesterday’s Papers su ⁠ www.radiograd.it⁠ –⁠ www.radiosonar.net⁠ e  su ⁠www.radiosamarcanda.it⁠  – dal lunedì al venerdì alle ore 08:00 ed in replica alle 08:50  Riascolta le precedenti puntate: ⁠https://grad-news.blogspot.com/search/label/yesterdayspapers⁠ Seguici sui nostri canali social: ⁠https://www.youtube.com/@radiograd5686⁠ ⁠https://www.facebook.com/radiograd⁠ ⁠https://www.instagram.com/radiograd_
October 6, 2026
RadioSonar.Net
“Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro)
di FANT PRECARIO. Parte prima: sono il prologo Il panorama bancario italiano conserva, a prima vista, l’aspetto della pluralità. Grandi gruppi nazionali, banche territoriali, credito cooperativo, operatori specializzati e gruppi stranieri compongono un paesaggio nel quale le insegne sono ancora numerose e ciascuna porta con sé una storia, una geografia. Eppure le insegne possono ingannare. Contare le banche significa contare delle entità giuridiche, non necessariamente i luoghi nei quali vengono prese le decisioni. Il primo è un dato amministrativo; il secondo è un dato economico e, inevitabilmente, politico, perché riguarda la distribuzione della capacità di decidere dove il denaro viene raccolto, dove viene investito, a chi viene prestato e a quali condizioni. Vista da questa altezza, la geografia bancaria italiana appare assai meno affollata. Al vertice stanno Intesa Sanpaolo e UniCredit, due grandi gruppi sistemici costruiti secondo logiche differenti: il primo attorno a una forte integrazione tra banca commerciale, private banking, risparmio gestito e assicurazioni; il secondo dentro una dimensione paneuropea che fa dell’Italia uno dei territori di una piattaforma finanziaria più vasta. Intorno a loro si è consolidata una terza costellazione. BPER, dopo l’aggregazione con la Popolare di Sondrio, ha unito crescita dimensionale e un’importante eredità territoriale; Banco BPM ha portato nel proprio perimetro Anima, avvicinando definitivamente la rete bancaria alla fabbrica del risparmio; l’aggregazione fra Monte dei Paschi e Mediobanca mette in relazione banca commerciale, investment banking, gestione dei patrimoni e partecipazioni strategiche. Persino il credito cooperativo racconta la stessa storia. Le BCC conservano nomi, autonomie giuridiche e radicamento locale, ma la loro organizzazione intorno a Iccrea e Cassa Centrale riconduce quella molteplicità entro architetture comuni di direzione e coordinamento. A queste si aggiungono le banche italiane solo in senso geografico: profondamente inserite nell’economia del Paese, ma appartenenti a gruppi il cui centro ultimo di decisione si trova altrove. BNL-BNP Paribas ne è il caso più evidente. La distinzione diventa allora essenziale: la geografia delle insegne non coincide più con la geografia del comando. È forse questa una delle trasformazioni più importanti del sistema bancario italiano degli ultimi decenni. Mentre i centri decisionali si concentrano, la banca fisica si ritira: gli sportelli diminuiscono, alcuni territori perdono del tutto la presenza bancaria e una parte crescente delle operazioni e delle relazioni migra verso piattaforme digitali e strutture centralizzate. Non sono due movimenti contrari, ma lo stesso movimento osservato dai suoi due estremi: concentrazione verso l’alto, rarefazione verso il basso (che chiameremo “indifferenza” dei sedicenti istituti di credito). La distanza che conta, allora, non è più soltanto quella tra il cliente e lo sportello più vicino; è quella, assai meno visibile, tra il luogo nel quale nasce un bisogno di credito e il luogo nel quale qualcuno decide se quel bisogno meriti credito. La banca che non è più soltanto una banca, se è ancora tale Anche parlare di concentrazione bancaria rischia ormai di essere riduttivo (o forse unicamente assertivo e autoreferenziale), perché ciò che si concentra non sono soltanto gli attivi: si concentrano funzioni. La banca contemporanea tende a raccogliere intorno a sé attività che un tempo potevano apparire distinte (credito, gestione del risparmio, assicurazioni, previdenza, private banking, investment banking, pagamenti) e non è più soltanto un intermediario fra chi possiede denaro e chi ne ha bisogno. Diventa progressivamente un ambiente nel quale il denaro viene seguito durante quasi tutto il suo ciclo di vita, dalla creazione, fittizia, alla estinzione poiché reso cimiteriale elargizione allo stato privatizzato (o all’impresa sovvenuta per legge). Per questo il sistema assomiglia sempre meno a una piramide ordinata di banche grandi, medie e piccole e sempre più a una rete. Seguendo le partecipazioni, le società di gestione, le compagnie assicurative e le fabbriche prodotto, i confini diventano porosi: soggetti che competono sul mercato bancario possono incontrarsi negli stessi grandi nodi finanziari, mentre banche, fondi e assicurazioni si collegano attraverso investimenti, partecipazioni ed esposizioni comuni. Non bisogna naturalmente confondere questi legami con il controllo. Proprietà, influenza e interconnessione sono fenomeni differenti, e proprio la necessità di distinguerli mostra quanto sia diventata insufficiente la vecchia cartografia. Non emerge necessariamente un unico centro di comando, quanto piuttosto un numero relativamente ristretto di grandi ecosistemi finanziari, concorrenti e insieme interdipendenti. La concorrenza non cancella la rete: avviene dentro la rete. La lunga catena del risparmio Seguendo questa rete si comprende perché una parte così importante delle strategie bancarie più recenti conduca verso il risparmio gestito, le assicurazioni e il private banking. La posta in gioco non è più semplicemente conquistare un deposito, ma conquistare una “relazione patrimoniale”. In un Paese nel quale la ricchezza privata delle famiglie (alcune…) rimane enorme, il cliente che possiede patrimonio può essere accompagnato per decenni: il denaro viene raccolto, investito, assicurato, amministrato e, un giorno, chissà, trasferito alla generazione successiva (fairy tale). La banca non custodisce più semplicemente la ricchezza, cerca di circondarla. È una trasformazione importante perché modifica la natura stessa della competizione: il cliente patrimonializzato diventa il centro di una relazione finanziaria potenzialmente permanente e la banca tende a trasformarsi in una sorta di infrastruttura privata della ricchezza, una famiglia, un family banker…. (cfr. cerchi sulla sabbia). Osservare il sistema soltanto da questo lato produce però un curioso effetto ottico: sembra che tutti abbiano qualcosa da investire. Non è così. C’è un altro paese che entra nella finanza senza portare patrimonio; porta il proprio lavoro, meglio la propria vita. Chi entra in banca senza patrimonio… Per chi vive essenzialmente del proprio reddito, la banca assume, rispetto a quanto detto sopra, una funzione quasi speculare. Non è il luogo nel quale depositare una ricchezza già accumulata, ma quello al quale rivolgersi quando il reddito di oggi non basta a pagare ciò di cui si ha bisogno oggi: una casa, un’automobile necessaria per lavorare, un computer per un figlio, una spesa imprevista. O una dentiera. La dentiera è forse un oggetto poco nobile per un discorso sulla grande finanza, e proprio per questo è utile: ci ricorda che tra le sofisticate architetture del capitale e la vita materiale non esiste una frontiera impermeabile. Il bisogno nasce nel presente, il denaro manca nel presente e il credito risolve questa dissonanza andando a cercare risorse nel futuro. Appaiono così due figure quasi speculari. Chi possiede un patrimonio consegna alla finanza il proprio passato economico, la ricchezza che è riuscito ad accumulare; chi non possiede patrimonio ma dispone di un reddito consegna alla finanza, in qualche misura, il proprio futuro economico, ciò che dovrà ancora guadagnare. La banca si colloca tra questi due tempi: da una parte mette al lavoro ciò che è già stato accumulato, dall’altra rende spendibile ciò che non è stato ancora prodotto. Il futuro (il passato che non passa?) messo al lavoro Un prestito personale, un mutuo o una cessione del quinto non sono soltanto contratti che trasferiscono denaro, ma dispositivi che mettono in relazione presente e futuro. Il credito permette di vivere oggi qualcosa che il reddito consentirebbe di pagare soltanto domani, ma nel farlo trasforma una parte del reddito futuro in un’obbligazione coniugata al tempo presente. In questo senso il debito è anche una forma di organizzazione del tempo. Il credito può (dovrebbe) ampliare la libertà materiale, rendere possibile un investimento e distribuire razionalmente nel tempo un costo troppo elevato. La questione cambia, però, quando non serve più soltanto ad anticipare il desiderabile, ma sempre più spesso il necessario. Se il reddito presente non basta alla vita presente, il credito interviene anticipando il reddito futuro, e ciò che appare contabilmente come maggiore disponibilità nel presente è, dall’altro lato, una porzione di futuro già impegnata. Due porte, stessa banca La disuguaglianza patrimoniale non stabilisce soltanto quanto ciascuno possiede: stabilisce anche da quale porta si entra nella finanza. Chi possiede capitale incontra un sistema che compete per averlo; chi ha bisogno di capitale incontra un sistema che deve giudicarlo. Al primo vengono offerte consulenza, pianificazione e gestione personalizzata; del secondo si misurano reddito, stabilità lavorativa, storia creditizia e probabilità di insolvenza. Da una parte il private banker, dall’altra lo scoring: figure lontanissime che appartengono tuttavia alla stessa macchina. C’è, in questa simmetria, un paradosso. Quanto maggiore è il patrimonio, tanto più la finanza tende a diventare personale: qualcuno conosce il cliente, ne studia la famiglia, gli obiettivi e l’orizzonte temporale. Quanto più modesto è il credito richiesto, tanto più la relazione può diventare impersonale, riducendosi a dati, soglie, procedure, algoritmi. La ricchezza riceve una biografia; il bisogno rischia di ricevere un punteggio. La progressiva scomparsa dello sportello acquista, da questa prospettiva, un significato meno banale. Non si tratta di rimpiangere il vecchio direttore di filiale: la conoscenza personale poteva significare prossimità, ma anche arbitrio, paternalismo ed esclusione, mentre la standardizzazione può rendere le decisioni più coerenti e controllabili (mah …. vedi Conto Arancio). Ciò che cambia è la natura della conoscenza. Una storia lavorativa, una famiglia, una difficoltà temporanea devono essere tradotte in informazioni leggibili da un sistema. La biografia economica diventa dato; la persona diventa rischio. Una geografia del potere Possiamo a questo punto tornare alle banche italiane. Intesa, UniCredit, BPER, Banco BPM, MPS, i gruppi cooperativi e gli operatori internazionali: la loro evoluzione può essere letta come una normale vicenda industriale fatta di efficienza, economie di scala, tecnologia, fusioni e concorrenza. Ma questa è soltanto una parte della storia. Quando diminuiscono i centri decisionali e aumentano le funzioni concentrate in ciascuno di essi, si concentra anche una particolare capacità di organizzare rapporti sociali e creare un certo assetto mentale: decidere dove allocare il credito e come amministrare il risparmio, quali redditi siano affidabili e quali forme di lavoro sufficientemente stabili, quali bisogni possano essere finanziati e a quale prezzo sia possibile trasformare il futuro in presente. La nuova geografia del potere finanziario italiano non può dunque fermarsi alle partecipazioni societarie. Deve seguire il denaro fino al punto nel quale incontra l’esistenza materiale. Lì si comprende finalmente che la finanziarizzazione non consiste soltanto nel fatto che la finanza occupi uno spazio crescente nell’economia, ma anche nella crescente necessità che pezzi della vita passino attraverso la “forma finanziaria” per poter essere vissuti. Ma qui emerge un’ultima conseguenza. Se la geografia delle insegne non coincide più con quella del comando, se il credito, il risparmio, l’assicurazione, la gestione patrimoniale e i pagamenti tendono a ecosistemi più vasti, allora anche la parola banca comincia a perdere parte della propria capacità descrittiva. La banca forse non scompare: continuano a esistere la sua forma giuridica, le sue funzioni specifiche, la sua indispensabilità nell’architettura monetaria e creditizia. Ciò che si indebolisce è la possibilità di considerarla come l’unità fondamentale attraverso la quale leggere il sistema. Da questo punto di vista, la banca sopravvive quasi come forma istituzionale di una potenza finanziaria multiforme che ormai la supera. Un feticcio per dimostrare che esiste il credito come quello della fabbrica per dimostrare che esistono gli operai, o l’impresa per dimostrare che esiste una cosa, una casa, un einaudi che misura la vita come più di 100 anni fa la terra [un catasto per ogni corpo sconfitto). La banca continua dunque a esistere, ma non coincide più con il luogo del potere che il suo nome lascia immaginare. Proprio mentre la finanza penetra più profondamente nella vita, la banca diventa meno visibile. Si ritira dallo spazio fisico, perde autonomia dentro strutture più vaste, si dissolve in applicazioni, fondi, assicurazioni, algoritmi e piattaforme, la funzione finanziaria che la attraversa diventa più pervasiva. La banca diventa troppo piccola per contenere ciò che chiamiamo finanza ma sempre troppo grande per non soggiogare la vita del precario indebitato. ***** Proveremo allora a guardare a distanze diverse: abbastanza da lontano da cogliere la trama di una finanza che infiltra le nostre vite, abbastanza da vicino da vedere come quella stessa trama le stringa La banca che non è più soltanto una banca Vedremo come la banca abbia progressivamente oltrepassato i propri confini tradizionali, fino a diventare il punto di accesso a un sistema molto più vasto, nel quale credito, risparmio, assicurazione, previdenza e investimento tendono sempre più a intrecciarsi. La lunga catena del risparmio Seguiremo il denaro lungo il suo ciclo di vita: da quando entra nel sistema finanziario a quando viene investito, gestito, protetto e infine trasmesso. Cercheremo soprattutto di capire chi lo incontra lungo questa catena, chi decide dove indirizzarlo e chi ne ricava valore. Chi entra in banca senza patrimonio? Cambieremo prospettiva e seguiremo chi alla banca non porta un capitale, ma chiede denaro: per una casa, un’automobile, una spesa imprevista o semplicemente per il proprio presente. È qui che incontreremo l’altra faccia della finanza: quella che non amministra la ricchezza, ma finanzia il bisogno. Il futuro messo al lavoro Ci chiederemo che cosa accade quando, non avendo un patrimonio presente, si mette a disposizione il proprio reddito futuro. Mutui, prestiti e cessioni del quinto ci porteranno dentro una finanza capace non soltanto di muovere il denaro nello spazio, ma anche di anticiparlo nel tempo: rendendo disponibile oggi una parte di ciò che guadagneremo domani. Due porte, stessa banca Entreremo nella stessa banca da due porte diverse: quella di chi possiede un patrimonio e quella di chi chiede credito. Vedremo come cambiano linguaggi, strumenti e criteri di valutazione e perché, nello stesso sistema, la ricchezza può ricevere una biografia mentre il bisogno rischia di ricevere un punteggio come ad una mostra canina Seguiremo la trasformazione attraverso la quale reddito, lavoro, consumi e comportamenti diventano informazioni misurabili. Scoring, profilazione, algoritmi e intelligenza artificiale ci porteranno a una domanda più grande: che cosa cambia quando conoscere una persona significa sempre più trasformarla in dati? Una geografia del potere Proveremo allora a ridisegnare la mappa da cui siamo partiti. Non guarderemo soltanto chi possiede chi, ma dove si concentra la capacità di decidere: chi ottiene credito, quali rischi vengono finanziati, dove viene indirizzato il risparmio e quali possibilità vengono aperte o chiuse (dulcis in fondi). Il paradosso del salotto buono….il rischio non c’è! Prenderemo il caso paradossale di una banca orientata soprattutto alla gestione di grandi patrimoni, che presenta ogni anno come elemento di solidità un NPE ratio estremamente basso. Ma che cosa misura davvero quell’indicatore se l’attività creditizia è marginale? Se si presta poco, si produce inevitabilmente poco credito deteriorato. Il dato resta corretto, ma cambia il significato che possiamo attribuirgli. Da qui una questione più generale: un indicatore di rischio può essere letto indipendentemente dal modello di banca che quel rischio decide, a monte, di assumere? L'articolo “Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro) proviene da EuroNomade.
October 2, 2026
EuroNomade
Appello – Assemblea Nazionale Transfemminista 10/11 ottobre 2026
A dieci anni dalla prima marea contri i femminicidio e la violenza patriarcale, al grido di Non Una di Meno, invitiamo collettive, laboratorie, sportelli, centri antiviolenza, consultorie autogestite, reti, associazioni, sindacalist3, attivist3, persone singole a incontrarsi per un’assemblea nazionale transfemminista a Bologna il 10-11 ottobre. In dieci anni, il movimento transfemminista, in connessione globale, ha rappresentato uno spazio politico fondamentale di opposizione alla violenza patriarcale, come terreno di ricomposizione delle lotte. Ha elaborato, in un anno di lavoro collettivo, il Piano Femminista contro la violenza, un manifesto programmatico delle lotte e delle rivendicazioni. Ha messo in connessione violenza di genere e del genere, precarietà, razzismo e violenza economica con la pratica dello sciopero. Ha denunciato, con una risposta di massa contro il Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona nel 2019, l’emergere dell’ “internazionale nera” e il suo progetto reazionario, che vede uno dei suoi assi nella restaurazione del binarismo di genere in seno alla famiglia eterosessuale, coniugata con un feroce ed esplicito razzismo. Si è mobilitato contro la guerra, per la Palestina libera e contro il genocidio. I movimenti femministi e transfemministi hanno determinato un cambio di paradigma sul discorso della violenza patriarcale sistemica, ma il contrattacco anti-transfemminista si è riorganizzato. Viviamo un momento storico di profondo stravolgimento e di pericolo, segnato da un salto di scala della violenza patriarcale, coloniale, suprematista, specista ed ecocida. I corpi delle donne, quelli femminilizzati, trans, queer, razzializzati, poveri, disabili, vecchi, così come gli ecosistemi e i corpi non umani, continuano a essere campo di battaglia e terreno di sfruttamento nel contesto di guerra, riarmo e fascistizzazione. La violenza patriarcale e l’immigrazione sono tra i temi principali della campagna elettorale della destra. La data del 25 novembre si riconferma terreno di contesa, ribadendo tutta la necessità della sua carica politica, simbolica e mobilitativa contro i tentativi di mistificazione istituzionale. In questo contesto, il transfemminismo non è solo la lente da utilizzare, ma un terreno formidabile e strategico di conflitto e di ricomposizione delle lotte. Lo è stato in questi anni, lo può essere a maggior ragione ora, se ricostruiamo le condizioni per riorganizzarci insieme su un’ipotesi politica nuova, anche attraverso momenti di autocritica. In questi 10 anni di lotta, anche il nostro movimento è stato in costante trasformazione: le alleanze e la partecipazione si sono continuamente ridefinite. La composizione delle assemblee territoriali è più volte cambiata. Sono nati nuovi gruppi e collettivi. La trasformazione non ci spaventa, è sempre segno di movimento. Se Non Una di Meno è stato lo spazio politico di elaborazione e organizzazione che il movimento si è dato a partire dal 2016, oggi questa potenzialità va rilanciata e rimessa in gioco. Condividiamo desideri e saperi, tessiamo trame, costruiamo nuovi piani comuni di riflessione e lotta, in cui le differenze possano trasformarsi in forza collettiva contro la violenza patriarcale nel regime di guerra e nella fascistizzazione che avanza. A partire dalla ricchezza delle molteplici esperienze collettive, che danno voce a diverse prospettive e lotte, sentiamo l’urgenza del dialogo e della relazione per costruire un’immaginazione politica condivisa e percorsi concreti, capaci di nutrire la potenza del movimento femminista e transfemminista. Rivendicare futuro nella guerra quotidiana ai corpi e ai territori è, quindi, la sfida che lanciamo: se arretrare non è un’opzione, sentiamo forte il desiderio di cambiare tutto. Facciamolo insieme, perché solo insieme siamo più forti. CI VOGLIAMO VIVX, LIBERX ED AUTODETERMINATX!
September 24, 2026
Non Una Di Meno
Il cioccolato militare arriva al supermercato: una tavoletta, tre storie
Da alcune settimane, tra gli scaffali di supermercati e discount italiani, è comparsa una tavoletta dalla confezione insolita: carta color avana, stampa nera. Si legge: «Cioccolato Militare. Fondente 70%». Sul retro, una dicitura meno consueta per un prodotto da grande distribuzione: «Originale Forze Armate. Prodotto su autorizzazione di Difesa Servizi S.p.A.». Non è una novità assoluta: il prodotto era stato lanciato nel 2018 attraverso una collaborazione tra Difesa Servizi, Agenzia Industrie Difesa e Fonderia del Cacao (gruppo Fabbriche Toscane, Calenzano, Firenze) e per anni è rimasto confinato a canali di nicchia quali l’e-commerce del produttore e i negozi specializzati in militaria ufficiale. La novità di queste settimane è la presenza nella grande distribuzione: un salto di scala nel pubblico raggiunto. Il prezzo varia dai 3 euro per il formato da 35 grammi ai 12,10 euro per il formato da 200 grammi. UNA BREVE STORIA DI DIFESA SERVIZI Il marchio che autorizza il prodotto è parte di un impianto normativo preciso. Difesa Servizi S.p.A. nasce con la Legge Finanziaria 2010 (legge 191/2009, art. 2, commi 27-36), dopo un disegno di legge depositato nel febbraio 2009 dai ministri La Russa, Scajola e Tremonti, intitolato non a caso «Misure a tutela dei segni distintivi delle Forze armate e costituzione della società Difesa Servizi Spa». È una società per azioni con socio unico il Ministero della Difesa, capitale sociale iniziale di 1 milione di euro. Il mandato originario è triplice: gestione del patrimonio immobiliare della Difesa (caserme, terreni, fari), attività negoziale per beni e servizi non operativi, e valorizzazione commerciale di marchi, stemmi ed emblemi militari. Lo scopo dichiarato è di natura finanziaria: reperire fondi per le attività del Ministero riducendo il peso sul bilancio dello Stato. Il contratto di servizio tra Ministero e società prevede che il 90% del valore dei contratti gestiti dalla società torni al Ministero stesso. La genesi, va notato, non ha nulla a che fare con l’attuale fase di aumento della spesa militare: nasce in piena crisi finanziaria globale, con una logica di austerità e ottimizzazione di asset esistenti, non di espansione. Il ramo “marchi” resta peraltro marginale nei bilanci della società: secondo un dato del 2020, pesava per l’8,3% dei ricavi complessivi (circa 4,5 milioni di euro), a fronte di quote ben più consistenti generate da immobiliare/energia e da spazio-aerospazio. Il modello, negli anni, si è esteso ad altri corpi dello Stato: la Polizia di Stato ha sottoscritto una convenzione analoga; Vigili del Fuoco e Agenzia delle Dogane hanno manifestato interesse. L’OPERAZIONE NOSTALGICA DI FONDERIA DEL CACAO Sul lato del produttore, la lettura è diversa. Fonderia del Cacao è una piccola realtà toscana (circa 1 milione di euro di fatturato nel 2021, quattro dipendenti secondo un’intervista dell’epoca), fondata da un gruppo di imprenditori con esperienza nel settore alimentare. Tra i clienti dell’azienda vi sono le stesse Forze Armate, per cui vengono prodotte le tavolette delle razioni K. Il posizionamento comunicativo dell’azienda non è mai stato quello del gadget per appassionati di militaria: il sito ufficiale del produttore descrive il prodotto come un “viaggio nel tempo” che permette di ritrovare “sapori antichi come quello del cioccolato assaggiato durante il servizio militare”. È un’operazione di marketing nostalgico rivolta a una platea molto ampia — chiunque in Italia abbia fatto il servizio di leva, obbligatorio fino alla sua sospensione nel 2005, o ne conservi memoria familiare — non a un pubblico specialistico. La componente militare, in questa lettura, funziona come leva emotiva ed evocativa. UN’IPOTESI Resta un punto che le fonti pubbliche non permettono di risolvere: se la presenza sempre più diffusa e “normalizzata” del brand militare — dal negozio specializzato allo scaffale del supermercato — abbia anche un effetto di avvicinamento culturale tra pubblico civile e istituzione militare, in un momento storico di crescita della spesa per la difesa e di maggiore centralità del tema nel dibattito pubblico. Tuttavia nessuna fonte consultata documenta un’intenzione esplicita in questo senso. Lo scopo dichiarato di Difesa Servizi resta finanziario (autofinanziamento del Ministero); quello di Fonderia del Cacao resta commerciale (vendita di un prodotto con leva nostalgica). Le campagne di comunicazione istituzionale esplicitamente orientate al reclutamento — come quella del 2022 per l’Aeronautica Militare, rivolta a giovani tra 17 e 26 anni — sono gestite su un canale separato e non risultano collegate al ramo licensing. Ciò che si può ipotizzare, senza poterlo affermare, è un effetto indipendente dall’intenzione: un’istituzione più presente nel paesaggio quotidiano diventa più familiare, e la familiarità è una precondizione (non una causa diretta) di consenso e di disponibilità a un rapporto più stretto con quell’istituzione, incluso l’arruolamento. UN INDIZIO DA UN SONDAGGIO: LA “RETROTOPIA” Un dato recente aiuta a collocare questa dinamica in un contesto più ampio. Un sondaggio IZI, presentato l’11 dicembre 2025 durante L’Aria che Tira su La7, misura un consenso non trascurabile verso l’ipotesi di reintrodurre il servizio militare obbligatorio: il 47% degli italiani si dichiara favorevole al ripristino. Tra i favorevoli, il 64,7% lo vorrebbe esteso a uomini e donne, il 26,2% lo immagina di durata breve (tre mesi), e la motivazione prevalente (57%) non è di natura strategico-militare ma educativa: la convinzione che possa “trasmettere educazione e rispetto ai giovani”. Il 32,6% dichiara inoltre che gli attuali conflitti internazionali influenzano “abbastanza” il proprio giudizio sul tema. Andrea Leccese, commentando questo consenso su Il Fatto Quotidiano, lo ha collegato al concetto di “retrotopia” elaborato da Zygmunt Bauman: la tendenza a idealizzare un passato ritenuto più rassicurante del presente e del futuro. L’osservazione di Leccese ha un aggancio storico preciso: la fine della leva obbligatoria non fu un’imposizione dall’alto contro il sentire comune, ma l’esito di un dibattito politico pluridecennale, sostenuto da un dissenso reale — le morti di militari di leva in scenari bellici e gli scandali legati al nonnismo — che portò la riforma ad essere approvata con un’ampia maggioranza trasversale, prima della sospensione definitiva della coscrizione (2004-2005). Il consenso odierno al ripristino, per Leccese, ignorerebbe o rimuoverebbe quelle ragioni. Un secondo sondaggio, realizzato da YouTrend per Sky TG24, conferma il dato aggregato (47% favorevole, 46% contrario) ma aggiunge una variabile anagrafica rilevante: il consenso al ripristino è trainato dagli over 35, mentre tra i giovani il giudizio negativo prevale nettamente (36% favorevole contro 55% contrario). La convergenza tra due istituti indipendenti sul dato aggregato rafforza l’attendibilità della misurazione; la frattura generazionale, a sua volta, precisa la lettura baumaniana: la nostalgia non riguarda “gli italiani” in blocco, ma è concentrata in una fascia d’età che ha un accesso diretto o familiare al ricordo della leva (sospesa dal 2004-2005, quindi non vissuta da chi oggi ha meno di circa 35 anni) — mentre chi dovrebbe eventualmente subire un eventuale ripristino la rifiuta con nettezza. Questo dato aiuta a completare, sul lato della domanda, l’ipotesi lasciata aperta sul lato dell’offerta. Non spiega perché Difesa Servizi o Fonderia del Cacao abbiano scelto di ampliare la distribuzione del cioccolato militare — su questo, come detto, mancano dichiarazioni esplicite — ma suggerisce che un prodotto di richiamo nostalgico-militare trovi oggi un terreno culturale già disposto ad accoglierlo: non è il marchio a creare da solo la disponibilità del pubblico, ma incontra un sentimento — la retrotopia, appunto — che sondaggi come questo registrano indipendentemente dalle strategie di marketing o di licensing. IL DDL CROSETTO E LA “CULTURA DELLA DIFESA” Un elemento normativo recente sposta parte del ragionamento dal piano dell’ipotesi a quello del dato istituzionale dichiarato. Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del ministro della Difesa Guido Crosetto, un disegno di legge per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale, che interviene soprattutto sul Codice dell’Ordinamento Militare (d.lgs. 66/2010). Il disegno si inserisce in un percorso di riforma dello strumento militare molto più ampio e il baricentro del provvedimento è altrove — cybersicurezza, droni, nuovo Comando Interforze Cyber Intel, cultura della Difesa, politica industriale delle Forze Armate (incluso un allargamento delle possibilità di Difesa Servizi S.p.A.) e procedure di acquisizione di armamenti più rapide. Questo ddl si allinea con quello schematizzato a giugno, che riguardava l’aumento di organico fino a 40.000 unità entro il 2033 e la riserva militare, e che ora è rimandato alla prossima legge di bilancio. Nessuno dei due riguarda la leva obbligatoria, che resta sospesa dal 1° gennaio 2005: è un dossier parallelo a quello dei sondaggi discussi sopra, non lo stesso provvedimento. Tra le nuove attribuzioni del Ministero, il testo approvato include però la promozione e il sostegno di iniziative per lo sviluppo e la valorizzazione della “cultura della Difesa” e per la salvaguardia della memoria storica nazionale. Nel comunicato ufficiale, l’ambito resta circoscritto: conservazione di monumenti, sacrari militari, sepolcreti di guerra, musei militari. Il perimetro che Crosetto stesso attribuisce all’espressione, tuttavia, è più ampio di quello monumentale, ed è dichiarato in sedi extra-legislative. Il ministro ha istituito già nel 2023 un Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa (presieduto da lui, con membri tra cui accademici di Bologna e della Cattolica, editorialisti e il presidente dell’ANSA). In una Lectio Magistralis più recente, Crosetto ha elencato esplicitamente i settori “concernenti” questa strategia: l’università («forma le classi dirigenti… di domani»), la scuola («il senso delle istituzioni si coltiva nel tempo della formazione»), oltre a media, industria e pubblica amministrazione. Su questo terreno esiste già un ampio dibattito pubblico. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università legge la “cultura della Difesa” come un processo dichiaratamente orientato a costruire consenso pubblico verso la spesa militare e a familiarizzare le nuove generazioni con l’istituzione. Il punto rilevante è che la “cultura della Difesa” fornisce un mandato istituzionale esplicito — sia pure ancora programmatico più che normativo in senso stretto — che affianca il canale commerciale (Difesa Servizi, licensing) e quello comunicativo-reclutativo con un terzo canale: quello educativo. I tre restano, allo stato delle fonti, iniziative distinte e non esplicitamente coordinate tra loro — ma convergono nello stesso risultato di fondo, una maggiore presenza dell’istituzione militare nel discorso pubblico e nella formazione dei giovani. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Può un dirigente impedire al collegio di discutere una mozione su Gaza?
Mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza”: una volta svolta la lezione del primo giorno di scuola per Gaza e per la libertà d’insegnamento, ricordati di compilare il questionario A QUESTO LINK. Il primo giorno di scuola si avvicina e con esso la prima lezione dell’anno. È in questa circostanza che si apre lo spazio per portare in classe una delle sei attività proposte dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per la mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza“. Le attività sono inserite all’interno di una mozione da presentare in Collegio Docenti. Riportiamo di seguito e commentiamo il caso di una scuola in cui il dirigente, illecitamente, ha di fatto ostacolato l’operato di un organo collegiale. Indipendentemente dall’esito della mozione in Collegio Docenti, ogni docente è libero e libera di aderire alla mobilitazione durante le sue prime ore di lezione dell’anno in virtù della libertà d’insegnamento. A pochi giorni dall’inizio, ricordiamo che le cinque attività sono: * Lettura corale della poesia “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish (vedi qui a pagina 3); * Visione del video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia; * Volo di aquiloni o di aeroplanini; * Lettura della lettera del prof. Massimo Sabbatini del Liceo “Francesco Vivona” di Roma (vedi qui a pagina 4); * Visione del video “Rajieen” ( راجعين – “Torneremo”); * Visione del video del prof. Alessandro Barbero dal titolo “Nel 2030 ci sarà una guerra?“. La mozione in sostanza esprime «l’intenzione di parlarne [di quanto succede in Palestina], sia tra di noi che con i nostri studenti e le nostre studentesse, per approfondire e contribuire a far conoscere una tragedia umana di cui ancora è difficile vedere la fine, e di lavorare affinché memoria e azione siano, per le nuove generazioni, strumenti per una lettura critica della realtà e richiamo a un impegno quotidiano per la difesa dei diritti di chi non ha voce». Sottolineaimo che un Collegio Docenti ha pieno diritto di pronunciarsi in merito a tale questione, come stabilito per esempio dal Testo Unico del 1994 all’Articolo 7 comma 2: «Il collegio dei docenti ha potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell’istituto. In particolare cura la programmazione dell’azione educativa anche al fine di adeguare, nell’ambito degli ordinamenti della scuola stabiliti dallo Stato, i programmi di insegnamento alle specifiche esigenze ambientali e di favorire il coordinamento interdisciplinare. Esso esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ribadiamo questo aspetto a causa di una segnalazione. In un Collegio Docenti, un dirigente ha (colpevolmente) impedito la discussione sostenendo che: «Il collegio si esprime solo su questioni legate all’organizzazione e alla didattica della scuola. Quindi se voi proponete una vicinanza al popolo palestinese, è una cosa politica e le cose politiche non possiamo farle». È proprio qui che la mobilitazione arriva al suo nucleo più vivo: agire contro l’estrema e impunita oppressione del popolo palestinese rivendicando la libertà d’insegnamento attraverso una lezione in classe. Il dirigente ha colto pienamente. E ha scelto di abusare della sua posizione per impedire, in questa occasione, di discutere la mozione. Ha scelto di agire per mantenere il silenzio. Verrebbe da chiedergli chi è quindi che sta facendo una “cosa politica”. E verrebbe in mente il Freire della Pedagogia dell’Autonomia. > «Qual è la mia neutralità se non il modo comodo, forse, ma ipocrita, di > nascondere la mia scelta o la mia paura di accusare l’ingiustizia? “Lavarsi le > mani” di fronte all’oppressione è rafforzare il potere dell’oppressore, è > sceglierlo». Perché la mozione della mobilitazione riguarda sia il funzionamento didattico dell’istituto in modo diretto, attraverso la proposta delle attività didattiche per il primo giorno, sia in modo indiretto nel momento in cui si riconosce che la presenza oggi di un genocidio in corso. Un genocidio in cui il mondo in cui viviamo noi e i nostri e le nostre studenti è coinvolto pesantemente. E quindi un genocidio che dovrebbe avere ovvie conseguenze sull’azione educativa. E quindi sì, discuterne in Collegio Docenti è nostro diritto. Che la scuola italiana sia democratica non arriva dal nulla e sta a noi mantenerla tale. A noi con le nostre lezioni e i nostri collegi di questo anno che comincia e dei prossimi a venire. Il testo della mozione è a disposizione, e se non è stata discussa al primo collegio, nulla vieta di raccogliere un terzo delle firme dei docenti e obbligare il suo inserimento al successivo ordine del giorno. E poi, come possiamo discutere “programmando l’azione educativa”, sembrerebbe che ci siano leggi e leggi: > «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dike, fissò mai > leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un > mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono > d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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10-11 OTTOBRE 2026- ASSEMBLEA NAZIONALE TRANSFEMMINISTA
Nel 2016 il femminicidio di Sara Di Pietrantonio ci ha spintx ad unire le forze: donne, lesbiche, trans, froce, queer insieme con rabbia e desiderio, ci siamo organizzatx e siamo scesx nelle strade per la prima enorme marea fuksia. Abbiamo affermato che la violenza non è un’emergenza, ma è strutturale e sistemica e come tale doveva emergere, essere nominata e affrontata. Oggi, a dieci anni dalla prima assemblea nazionale del movimento che avremmo chiamato Non Una Di Meno, lanciamo una grande assemblea transfemminista a Bologna il 10 e 11 Ottobre. Vogliamo liberare nodi per tessere trame di nuova natura e forma, al volgere di un decennio che ha cambiato il mondo, così come è cambiato il nostro (di tutt3!) movimento.  Sentiamo il desiderio e la necessità di stravolgere analisi e strumenti, per rafforzarli e rinnovarli con le tante esperienze femministe, transfemministe, queer cresciute in questi anni approfondendo lo sguardo decoloniale, antirazzista, antiabilista, antipunitivista, e con cui vogliamo confrontarci, immaginare nuovi futuri e lottare insieme nel presente.  I movimenti femministi e transfemministi hanno determinato un cambio di paradigma sul discorso della violenza patriarcale sistemica. Se, tuttavia, aumenta la consapevolezza diffusa, allo stesso tempo si riorganizza il contrattacco autoritario e patriarcale. Rivendicare futuro nella guerra quotidiana ai corpi e ai territori è, quindi, la sfida che lanciamo: se arretrare non è un’opzione, sentiamo forte il desiderio di cambiare tutto.  Facciamolo insieme, perché solo insieme siamo più forti Ci vogliamo vivx, liberx ed autodeterminatx. Save the date! Presto tutte le info sull’assemblea
September 9, 2026
Non Una Di Meno