Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI
Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della
Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la
sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali”
[come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione
impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare
in Italia.
In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del
professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno
studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista
diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può
scaricarlo a questo link:
Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni
ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni
senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei
nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”.
Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per
quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse
che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come
Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA
NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei
beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The
Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di
banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano
159.000 persone.
Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro
di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro
realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami
(direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI)
scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno
2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che
salgono a 159.000 considerando l’indotto”.
Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta
buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per
convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che
sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria
militare in Italia.
Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione
Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The
European House Ambrosetti del settembre 2025).
Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati
sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e
nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre
fonti.
Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per
l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati
dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella
indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente.
Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le
autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di
euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri
intorno ai 16 miliardi di euro”.
Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il
fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira
intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante
dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano
ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega
direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con
un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e
i 180.000 lavoratori”.
Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se
l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di
Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero
settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per
occupati superano sicuramente il 90% del settore.
Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30
anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La
realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto
(2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente
la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per
nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e
accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto
persino ai più piccoli “enti del terzo settore”…
Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei
dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha
pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale
della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati
diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi,
continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA.
Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in
Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto
oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto,
questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati.
Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024
(pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la
propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]”
Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle
Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle
operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione,
importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che
le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20
miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale
registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41%
è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali
d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al
2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di
lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le
64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica
questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al
60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero
settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa
ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare.
Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e
dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le
Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato
aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile
interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati
delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle
54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo
0,3% del PIL italiano.
Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel
rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di
145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A
maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica
la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della
Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio
medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai
50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità.
A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi
Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri
che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria
siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di
studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a
livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto,
ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto
l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia
il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello
nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia.
Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output”
elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di
coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati
nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli
investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati
diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni
coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile
del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura.
L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso
in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai
lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato.
Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di
consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre
fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in
campo militare.
Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico
della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore
occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600).
L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale
del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un
moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva
un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso
l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti).
A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai
714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000
lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e
400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono
anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso
improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e
occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar
dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo.
Conclusione
I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono
una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il
dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che,
consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli
attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da
alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online.
Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai
50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i
numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per
uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi”
che transitano dal porto di Marina di Carrara.
In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile
(riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel
rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente
applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale
(diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in
meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%).
In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti +
indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto
nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%).
Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce
armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per
scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati
di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è
nudo”.
1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel
giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della
sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa.
Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai
menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e
Sicurezza in Italia.
2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo
scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di
Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se
l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.