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Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.
July 14, 2026
Weapon Watch
Cinema di propaganda sulla pelle dei palestinesi: da collaborazionisti a eroi, il passo è breve
Come viene segnalato da un interessante e dettagliato articolo di Vdnews, il 27 maggio un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm srl ha annunciato la realizzazione di “Linea di difesa – Gaza”, il primo film di una trilogia cinematografica dedicata alle missioni speciali svolte dall’Italia «nei contesti internazionali più critici per contribuire al mantenimento della pace, garantire la sicurezza e proteggere i civili» (clicca qui). Così recita la presentazione ufficiale del film prodotto con la collaborazione e il supporto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nonché dell’Unità di crisi della Farnesina. «Dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana, fino al perimetro operativo, il film mette in scena lavoro di squadra, senso del dovere, e peso emotivo delle scelte estreme. L’eroismo della responsabilità di un’Italia competente e umanitaria» continua, non senza retorica, il dossier in venticinque pagine di presentazione del film che sarà diretto da Alessandro Tonda, già direttore nel 2025 de Il Nibbio, film sulla storia di Nicola Calipari, anch’esso con un ampio sostegno istituzionale. Dopo il primo film, centrato sull’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), la trilogia dovrebbe continuare con un secondo film sul 9° Col Moschin  (Il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” è il reparto di incursori  dell’ Esercito Italiano) e il terzo sull’Unità di crisi della Farnesina: «tre storie che valorizzano la vocazione al dialogo, la qualità operativa e il profilo umanitario che da sempre contraddistinguono l’approccio italiano nelle situazioni di emergenza globale». Un’operazione che appare dal sapore decisamente propagandistico e che può essere facilmente letta sia nel segno della retorica di quegli “italiani brava gente” e “popolo d’eroi”, che dell’esaltazione della cultura della difesa militare prodotta attraverso la decantazione dell’azione eroica degli appartenenti agli apparati militari, polizieschi e di intelligence di Stato. D’altra parte, tutto ciò emerge in maniera lampante dall’osservazione dell’immagine che apre il dossier di presentazione del film: un grande aereo militare al centro dell’immagine sovrasta un paesaggio devastato, sullo sfondo appena distinguibili delle persone vittime dei bombardamenti, al centro il titolo “Linea di difesa”, con l’ultima parola, più grande delle altre, unica a colori: quelli del tricolore italiano! “Gli eroi” protagonisti del film – una funzionaria dell’AISE, proveniente dalla Polizia di Stato (interpretata da Sara Seraiocco), un veterano delle forze speciali, ora sotto copertura dell’AISE (interpretato da Stefano Accorsi), un comandante del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti (Vinicio Marchioni) – come recita la sinossi, per salvare Asif, un minore di tredici anni e altri, derogheranno al protocollo e accetteranno una moneta di scambio operativa, «mentre l’Unità di Crisi italiana prepara visti e posti negli ospedali italiani, il varco si apre per tempo breve, ma nessuno ha intenzione di mollare, perché in gioco c’è il valore della vita stessa». A pensar male si fa peccato, ma sappiamo che difficilmente ci si inganna. E, allora, come non vedere in questa produzione un tentativo di “brandwashing” (e anche di pessima fattura) di fronte alla connivenza e collaborazione spudorata che il governo italiano ha mostrato verso quello israeliano in questi ormai quasi tre anni di genocidio? Nessun accordo con Israele a livello governativo è stato interrotto, nessuna condanna chiara dell’operato criminale dello stato sionista in nessuna sede, nazionale, europea, internazionale è stata espressa dal governo italiano; anzi condannata, censurata, repressa sistematicamente è stata ogni forma di solidarietà attiva che la società italiana ha mostrato verso la popolazione palestinese… Di esempi ne potremmo citare fin troppi, dalle bandiere fatte togliere dai balconi, alle segnalazioni ai servizi sociali attivate per aver partecipato a uno sciopero della fame per Gaza, alle ispezioni ministeriali nelle scuole per aver parlato del genocidio con una rappresentante dell’ONU, alle denunce e condanne verso gli attivisti per le manifestazioni contro l’operato criminale israeliano… L’atteggiamento, sprezzante verso qualsiasi norma del diritto internazionale e verso qualsiasi principio democratico, è costato al governo italiano un’ondata di rabbia e dissenso espressosi nelle piazze dell’autunno scorso, in molte forme e molti contesti territoriali di tutto lo Stivale: dunque quale maniera migliore di rifarsi una faccia se non con la promozione di una trilogia nella quale l’apparato militare e di Intelligence italiano venga mostrato nel ruolo di salvatore e benefattore delle povere vittime delle guerre, tra cui i palestinesi di Gaza? Leggendo la presentazione del progetto e la sinossi del film, non  può non colpire il lampante ordine discorsivo coloniale: protagonisti sono i salvatori bianchi, occidentali, con le loro tecnologie sofisticate e i loro apparati efficienti; sullo sfondo la popolazione di Gaza, oggettificata, vittimizzata, privata di ogni capacità di azione autonoma… Anche perché, sappiamo bene che appena questi soggetti – gli altri – iniziano a parlare e ad agire autonomamente,  subito diventano i nemici: quei nemici che è giusto bombardare, torturare, privare di tutto perché disumanizzati. Vittimizzare e disumanizzare sono facce di una stessa medaglia, appartengono entrambe a un processo di negazione della dignità ad esistere autonomamente, liberamente. D’altra parte, non solo viene fatta scomparire la popolazione palestinese ma anche gli autori del genocidio! In oltre venticinque pagine di presentazione mai viene nominato l’IDF o il ruolo e la responsabilità di Israele, un vuoto lampante e sconcertante emerge dalla descrizione del film: da dove arrivino i bombardamenti, da chi siano provocate le distruzioni e le sofferenze della popolazione che il governo italiano si propone di salvare resta un mistero… Quasi fosse una terribile catastrofe naturale o divina, di fronte alla quale cala un velo di silenzio omertoso. Pensando che l’ipocrisia di fronte a un genocidio possa essere il peggio a cui si possa assistere, ci si può però domandare se ancor peggio non sia voler fare, e in maniera palese, di un genocidio un grande spettacolo, come recita la dichiarazione di Massimiliano Di Lodovico, produttore per MasiFilm: «Con questo titolo accettiamo una sfida produttiva ambiziosa: realizzare un action-thriller italiano dal respiro internazionale, capace di fondere tensione cinematografica, spettacolarità e assoluta autenticità operativa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non possiamo non continuare a denunciare come l’ideologia della difesa totale e la politica della militarizzazione della società sia sostenuta da una propaganda sempre più violenta, ipocrita e di cattivo gusto che arriva a utilizzare come strumento la produzione cinematografica. Se da una parte il governo taglia i fondi al cinema italiano, rendendo sempre più difficile la possibilità di fare cinema  soprattutto ai giovani artisti; se, come dimostra il recente caso sul film dedicato alla storia di Giulio Regeni, viene ostacolato qualsiasi tentativo di fare cinema di denuncia rispetto alle connivenze del nostro governo con le violazioni del diritto internazionale;  al contrario il cinema, o quello che ne resta, viene rispolverato come arma di propaganda di Stato, facendo eco ad un triste passato da cui gli attuali governanti sembrano trarre grande ispirazione. Giulia Bausano, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
FESTA RESISTENTE 11 LUGLIO: 10 ANNI DI RIOCCUPAZIONE!
Ecchiceee! Sempre con largo anticipo annunciamo che sabato 11 luglio famo A FESTA RESISTENTE per i 10 anni di rioccupazione! E i 30++ anni di 100CELLE APERTE! In questo momento abbiamo davvero poco da festeggiare ma proprio per questo tocca farlo! Beccateve ‘sta grafica con il disegno fichissimo di CROMA, che ringraziamo di cuore come sempre Ce sta un bel programmino che trovate sulla locandina, non scriviamo più nulla perché fa caldo! Ah solo che il Benefit sarà per Agripunk Onlus Daje che se divertimo, o almeno ce provamo
July 10, 2026
100celle aperte
TRE GIORNI CONTRO LA REPRESSIONE
OGGI VENERDÌ 10 LUGLIO DALLE 18:30 ALLO SPAZIETTO Oltre a festeggiare il compleanno, un bel traguardo collettivo raggiunto, non possiamo in nessun modo dimenticare l’asfissiante repressione che incombe da tempo su chiunque provi ad alzare la testa, a lottare per un mondo più giusto. Nemmeno per un attimo dimentichiamo le persone, nostre compagne, rinchiuse con questo caldo torrido all’interno delle infami galere. Gli arresti del 16 giugno rappresentano un ulteriore salto di qualità nell’esercizio del controllo, dell’azione preventiva, coercitiva e punitiva dello stato! Con foga implacabile e feroce quando si tratta di individualità anarchiche. Per questo domani ospiteremo convintamente una delle 3 giornate dedicate alla lotta contro la repressione. CONTRO TUTTE LE GABBIE SEMPRE AGGIORNAMENTO: Ieri  il tribunale del riesame ha annullato tutte le misure di custodia cautelare (carcere e domiciliari) per lx compagnx arrestatx il 16 giugno per reato associativo! Restiamo in attesa degli sviluppi per altri 2 compagni
July 10, 2026
100celle aperte
Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
July 10, 2026
Weapon Watch
A Genova per riaprire il futuro
A Genova per riaprire il futuro: una riflessione di Marco Bersani, Attac Italia  1. Genova prima di Genova Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono Continua a leggere L'articolo A Genova per riaprire il futuro proviene da ATTAC Italia.
July 9, 2026
ATTAC Italia
Turbigo (MI), 19 luglio: incontro pubblico con Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
DOMENICA, 19 LUGLIO 2026, ORE 17.30 SELVA VIVA – TURBIGO (MI) Domenica 19 luglio 2026 alle ore 17.30 presso SELVA VIVA a Turbigo in provincia di Milano si svolgerà un incontro pubblico sulla militarizzazione delle istituzioni educative. L’incontro vuole informare sulla crescente e preoccupante militarizzazione della scuola e delle università contestualizzando il fenomeno nel contesto attuale di escalation di guerra dove la violenza vede il sopravvento sulla democrazia. Vogliamo riflettere insieme sul rapporto esistente al giorno d’oggi nelle nostre scuole tra l’istruzione e l’industria bellica, tra la scuola e la normalizzazione della guerra attraverso la costruzione di un universo simbolico orientato alla giustificazione del conflitto armato. Durante la serata Elena Abate, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, presenterà le attività che l’Osservatorio sta portando avanti. Si condivideranno riflessioni, informazioni e materiali utili. Ingresso libero. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Paestum (SA), 18 luglio: Assemblea nazionale “La conoscenza non marcia” con Osservatorio
LA CONOSCENZA NON MARCIA: COSTRUIAMO UNA PETIZIONE POPOLARE PER SGANCIARE SCUOLE, UNIVERSITÀ E RICERCA DAL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE ASSEMBLEA NAZIONALE SABATO 18 LUGLIO ORE 15:00 – SIERRA MAESTRA CAMP – PAESTUM Da ogni parte del mondo soffiano i venti di guerra: i piani genocidiari di Israele su Palestina, Libano e tutto il Medio Oriente, fino ai bombardamenti sull’Iran, allo scenario ucraino, all’aggressività USA verso Cuba – dopo il rapimento di Maduro – e tutto il mondo. Questa tendenza generalizzata alla guerra si nota nelle parole del Ministro della Guerra Crosetto, che, in linea con le indicazioni europee, propone una militarizzazione della società che passa per un completa sussunzione dell’istruzione, della ricerca e della formazione, nella produzione materiale di armi e nella riproduzione ideologica della guerra, ironicamente chiamata “cultura della difesa”, un approccio, quello di Crosetto, ampiamente condiviso e favorito anche dai Ministri Valditara e Bernini, rispettivamente nella Scuola e nell’Università In questo contesto drammatico, migliaia di persone nel mondo studentesco, nel personale docente, della ricerca e lavorativo nel mondo della formazione, hanno scelto da che parte stare: organizzati contro la militarizzazione e l’israelizzazione del sapere, in solidarietà con i popoli oppressi e per una formazione che garantisca il diritto allo studio, il pensiero critico e le tutele di chi lavora. Per questo abbiamo costruito una campagna nazionale che unisce studenti, docenti, lavoratori e ricercatori che ha attraversato scuole e università di tutto il Paese attraverso dibattiti e mobilitazioni. Ma questo non basta: vogliamo promuovere una petizione popolare in grado di incidere nella realtà rivendicando la necessità di una normativa che vieti l’ingresso degli interessi militari nella filiera formativa e che preveda strumenti e tutele come organi di controllo degli accordi e delle iniziative e su ogni aspetto etico di scuole e università e il riconoscimento dello status di obiettore di coscienza per chiunque voglia sottrarsi al ricatto lavorativo o di studio che molto spesso viene imposto L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che sostiene la campagna La conoscenza non marcia, sarà presente all’Assemblea con Roberta Leoni, docente e presidente dell’Osservatorio, e Luca Alberti Archetti, docente e referente delle relazioni internazionali dell’Osservatorio. Incontriamoci e rilanciamo la campagna in tutto il Paese: dopo gli appuntamenti nazionali in presenza e online svolti durante quest’anno, gli studenti e le studentesse di Cambiare Rotta e OSA mettono a disposizione uno spazio all’interno del campeggio estivo Sierra Maestra Camp: come Conoscenza Non Marcia invitiamo dunque chiunque voglia organizzarsi intorno a queste parole d’ordine a confrontarci sabato 18 luglio presso il Camping La Giara di Paestum verso la prossima riapertura di scuole e università. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Israele: campo di sperimentazione delle strategie di controllo
Un’indagine condotta dal giornale indipendente israeliano Haaretz ha portato alla luce una scomoda verità che si proietta in un futuro prossimo distopico e strappa via la maschera ipocrita dietro alla quale si nascondono certe democrazie o presunte tali. Se la fonte è israeliana, allora rischia di rompersi la perfida macchina mediatica lanciata a folle velocità contro i cosiddetti fiancheggiatori del terrorismo palestinese ed arabo. L’esercito israeliano da tempo ha organizzato personale per attività di formazione di soldati e funzionari al fine di manipolare l’opinione pubblica di tutto il mondo, spingendola ad assumere posizioni filosioniste e di aperto sostegno ad Israele. La notizia non è nuova, risale all’estate di un anno fa, quando è stato reso pubblico un Bando del Ministero della Difesa a cui è seguito un articolo pubblicato da +972. Parliamo di un programma di formazione di personale militare selezionato per operare dentro e fuori i confini di Israele, al fine di addomesticare l’opinione pubblica costruendo una articolata campagna di disinformazione. Non parliamo solo di fake news, ma di strategie complesse per manipolare opinioni e comportamenti, corsi di psicologia, di inglese e di informatica. E questa opera di distruzione della ragione e della veridicità delle fonti si avvale di docenti universitari ai quali non viene svelata la reale entità degli studenti che poi sono membri dell’intelligence. Una situazione surreale nella quale contractor e membri dell’intelligence, in veste di corsisti, sono avvolti nel mistero e protetti dall’anonimato con generosi contributi pubblici e privati. Siamo davanti a un progetto di lungo corso che si avvale di enormi capitali per acquistare giornali e organi di informazione, promuovere campagne mediatiche a largo spettro, una strategia che può contare sul sostegno di uno Stato e di importanti finanziatori legati a doppio filo al sionismo. Da non dimenticare la scalata a giornali e gruppi editoriali che hanno avuto un certo peso nella campagna di denigrazione e criminalizzazione della Resistenza palestinese. La narrativa militare israeliana sta facendo passi da giganti ed è parte integrante della strategia di guerra e dello stesso genocidio. Se l’obiettivo è quello di plasmare l’opinione pubblica, allora Israele è un laboratorio avanzato di queste tecniche manipolatorie pronte ad essere utilizzate per trasformare la realtà, pettinando le notizie ad uso e consumo della propaganda sionista. Parliamo di strategie variegate, ma anche di divisioni dell’esercito incaricate di svolgere questi compiti boicottando, prendendo di mira i giornalisti e le voci indipendenti, critiche verso l’operato dell’esercito di Israele. Una fabbrica della menzogna che tempestivamente invia notizie manipolate a giornalisti pronti a svolgere il loro lavoro al servizio della propaganda sionista, la fabbrica riesce ad intervenire in ogni sfera sociale, in ogni ambito della vita di un paese, il giornalismo indipendente alla fine viene neutralizzato, messo in un angolo, viene negato l’accesso alle conferenze stampa, alle informazioni indispensabili per svolgere un lavoro di qualità. In sostanza, emerge che l’apparato della difesa israeliano addestra soldati e funzionari della difesa per “influenzare la coscienza pubblica” in Israele e all’estero. Quanto avviene in Israele dovrebbe riguardarci da vicino, giacché la lunga mano dell’esercito e dei poteri forti nel campo della manifattura di guerra irrompe nella società, controlla e manipola l’opinione pubblica, entra nella società civile controllandola, nelle scuole e nelle università. L’interesse dell’esercito per i media è veramente preoccupante come anche la presenza di esponenti dell’élite militare e dell’intelligence negli atenei consapevoli che questi corsi non saranno classificati, nel frattempo l’intelligence raccoglie dati, plasma e indirizza l’opinione pubblica dove meglio desidera. Bibliografia: https://it.insideover.com/media-e-potere/320-esperti-allanno-lesercito-israeliano-forma-truppe-dassalto-per-la-guerra-dellinformazione.html#google_vignette https://www.972mag.com/leaked-idf-propaganda-israel-intelligence Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Associazioni di Varese contro il Protocollo d’Intesa tra il comune e la Fondazione Leonardo: raccolta firme
PUBBLICHIAMO E CONDIVIDIAMO SUL SITO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ L’INIZIATIVA CHE ALCUNE ASSOCIAZIONI ANTIMILITARISTE STANNO CONDUCENDO A VARESE PER IMPEDIRE CHE VENGA PERFEZIONATO IL PROTOCOLLO D’INTESA TRA IL COMUNE DI VARESE E LA FONDAZIONE LEONARDO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX AREA AERMACCHI IN VIA SANVITO SILVESTRO IN QUELLA CITTÀ. Di seguito la lettera inviata al sindaco di Varese. All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d'intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa, oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra, costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l' esposizione come simbolo del velivolo MB-326in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l'intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5.000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell'obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. CLICCA QUI PER FIRMARE Qui il pdf della lettera al sindaco con le associazioni firmatarie. Lettera al Sindaco e alla Giunta comunale varesinaDownload Qui il protocollo d’intesa tra il Comune di Varese e la Fondazione Leonardo. PROTOCOLLO_D_INTESA_Comune_di_Varese_e_Fondazione__260128_162707Download Qui il verbale di deliberazione della Giunta comunale di Varese. GC_2025_228-1_260128_162551Download