Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?

Weapon Watch - Tuesday, July 14, 2026

Per dovere di cronaca, di Gianni Alioti

Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia.

In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link:

Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”.

Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone.

Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”.

Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia.

Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025).

Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti.

Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”.

Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”.

Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore.

Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”…

Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA.

Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]”

Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare.

Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano.

Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità.

A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia.

Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura.

L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare.

Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600).

L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti).

A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo.

Conclusione

I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online.

Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara.

In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%).

In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%).

Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”.

1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia.

2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.