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BOSNIA-ERZEGOVINA: IL “TURBONAZIONALISMO” TRIONFA ALLE ELEZIONI GENERALI, LE MENO PARTECIPATE DI SEMPRE
Non sono ancora stati ufficializzati i risultati delle elezioni generali in Bosnia-Erzegovina, che si sono tenute domenica 4 ottobre, ma quello che è chiaro è che hanno nuovamente trionfato i nazionalismi. La cittadinanza era stata chiamata alle urne per rinnovare il complesso sistema istituzionale deciso nel 1995 a Dayton, Stati Uniti, che comprende due presidenze e tredici parlamenti. La partita più importante riguardava la presidenza tripartita della Repubblica Federale che ogni otto mesi vede alternarsi tre presidenti, espressione delle tre comunità maggioritarie che compongono la Bosnia: musulmana, croata e serba. Nella corsa per il seggio di rappresentanza croata alla Presidenza della Bosnia ed Erzegovina, eletta Darijana Filipović dell’Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina. Ha ottenuto oltre il 48% delle preferenze all’interno del proprio specifico bacino elettorale con lo scrutinio quasi completato. Željka Cvijanović dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Snsd) vince il seggio serbo alla Presidenza. L’esponente uscente nazionalista e filorussa ha prevalso in modo netto sull’opposizione raccogliendo il 55,4% dei voti. Nella corsa per il seggio di rappresentanza bosgnacca alla Presidenza, vince Denis Bećirović del Partito Socialdemocratico (Sdp-BiH) che conferma il suo mandato raccogliendo il 26,7% dei voti. Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina il Partito d’Azione Democratica (Sda) ha ottenuto il maggior numero di voti. Nella Republika Srpska, l’Snsd, il cui presidente è Milorad Dodik, ha raggiunto la prima posizione. Rinnovate anche la Presidenza e il Parlamento della Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia ed Erzegovina, assieme alla Federazione. Si è poi votato, a livello cantonale, per le dieci assemblee dei Cantoni della Federazione. Quello che emerge dalle urne è il rafforzamento dei partiti nazionalisti, espressione delle divisioni interne al paese. Altro dato rilevante è quello della partecipazione: soltanto il 42% degli aventi diritto si è recato ai seggi, facendo registrare il tasso di astensionismo più alto di sempre.  Abbiamo analizzato i dati emersi dalle schede elettorali con Giorgio Fruscione, analista ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ascolta o scarica Abbiamo commentato i temi della campagna elettorale, i risultati del voto, il ruolo sempre centrale del nazionalismo e le difficoltà di vivere in un paese sull’orlo dello smembramento con la giornalista e scrittrice Azra Nuhefendic, che vive a Trieste dal 1995 e si occupa anche di Balcani per varie testate e con l’operatore umanitario Boris Vitlacil, in collegamento da Sarajevo. Ascolta o scarica
October 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Cinque persone morte nel fiume Kupa: il confine uccide ancora
Nel pomeriggio di venerdì 25 settembre, cinque persone sono affogate nel fiume Kupa sulla rotta balcanica, all’altezza della località croata di Severin na Kupi, mentre tentavano di raggiungere la riva slovena. La narrazione dei media, inizialmente, riportava di un intervento salvifico della polizia croata in seguito a una segnalazione di quella slovena sulla presenza di alcune persone, probabilmente migranti, nei pressi del fiume. I cinque uomini facevano parte di un gruppo più numeroso, composto da circa 20 persone, 10 delle quali sarebbero riuscite a raggiungere il territorio sloveno, dove avrebbero presentato domanda di asilo. Polizia e vigili del fuoco avrebbero inoltre tratto in salvo, secondo quanto riportato dalla stampa, altre cinque persone in difficoltà durante l’attraversamento. La domanda sorge però spontanea: perché quelle persone si sono gettate in acqua, trovandosi inevitabilmente in una situazione di pericolo? La verità è infatti radicalmente diversa da quella inizialmente narrata, ed è emersa grazie alle testimonianze di alcuni dei sopravvissuti raccolte in Piazza della Libertà a Trieste. I giovani afghani e pakistani sono stati costretti a gettarsi nel fiume mentre cercavano di sottrarsi alle pattuglie della polizia croata, che, come le altre polizie nazionali lungo la rotta, bracca le persone in movimento. Durante la traversata, iniziata improvvisamente per sfuggire alla polizia, in molti si sono trovati in estrema difficoltà e in cinque sono stati trascinati dalla corrente perdendo conseguentemente la vita. Un’altra fonte in Piazza della Libertà ha inoltre raccontato che i cinque sopravvissuti che non sono però riusciti a raggiungere il territorio sloveno sarebbero stati respinti in Bosnia ed Erzegovina nell’arco di meno di 48 ore. Questa dinamica è ben nota alle associazioni solidali che da anni operano lungo la rotta balcanica e denunciano le violazioni dei diritti umani sui confini. Gli attraversamenti delle frontiere avvengono infatti nel contesto di continui pushback illegali e di violenze perpetrate sistematicamente dalle polizie nazionali e dagli agenti di Frontex dispiegati alle frontiere europee. Avvengono nelle jungle, lungo sentieri montani, attraverso fiumi e in condizioni ambientali estreme. È il cosiddetto game, come viene chiamato dalle persone in movimento il percorso a ostacoli che uomini, donne e bambini sono costretti ad affrontare per raggiungere l’Italia o altri territori europei. Ed è proprio la militarizzazione delle frontiere a spingere le persone verso percorsi sempre più invisibili, precari e, di conseguenza, mortiferi. La verità è che le persone non guaderebbero la Kupa, la Drina o l’Evros se avessero un’alternativa. Non guaderebbero questi fiumi e non ci si getterebbero dentro se non fossero costrette a rendersi invisibili agli occhi della polizia, cercando percorsi sempre più difficili e pericolosi per sottrarsi ai controlli o, in tantissimi casi, se non fossero inseguite proprio da quella stessa polizia che poi sui giornali viene dipinta esclusivamente come l’autorità che ha impedito una tragedia più grande. Polizia che si rende protagonista di violenze, dai pestaggi al sequestro di beni personali, dai respingimenti all’abbandono, con il tacito benestare di un’Europa che si chiude sempre più in sé stessa, militarizzando le frontiere esterne ed interne e smantellando progressivamente il diritto all’asilo. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”. Border Violence Monitoring Network, novembre 2024, respingimento dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina 1 I fiumi balcanici sono da anni teatro di tentativi di attraversamento che spesso finiscono con eventi drammatici. Anche quando le persone riescono ad accedere al territorio dello Stato successivo, confini e ostacoli si imprimono sui loro corpi che si portano poi impressi addosso le violenze di confine. Le aree di frontiera diventano così zone in cui le tutele internazionali vengono sospese, gli agenti agiscono nella totale impunità e la sopraffazione diventa l’unica legge vigente. Le violenze della polizia, Bosnia 2022 È tra l’altro di recente pubblicazione su Altraeconomia un reportage firmato da Silvia Maraone, esperta di rotta balcanica che da anni lavora in Bosnia. L’articolo, dal titolo “Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia”, mostra come la militarizzazione dei confini non fermi i transiti, ma ne modifichi le traiettorie, rendendo alcuni percorsi sempre più pericolosi. La regione croata di Karlovac è stata una delle più mortali nei primi mesi del 2026, una zona attraversata da numerosi corsi d’acqua e limitrofa a quella in cui, venerdì, sono morte le cinque persone nel fiume Kupa. “La parte più mortale di questo bilancio si è concentrata nella regione croata di Karlovac, dove da sempre i fiumi sono trappole 2: testate locali che si occupano di cronaca come Radio Mrežnica hanno documentato il ritrovamento, in un solo giorno, di quattro corpi senza vita riaffiorati dalle acque del Mrežnica e del Kupa, corsi d’acqua che le persone in movimento si trovano costrette a tentare di guadare al buio per aggirare la polizia con i suoi droni e i pattugliamenti. Questa tragica contabilità -che si somma ai quattro corpi rinvenuti asfissiati nel rimorchio di un furgone carico di persone nella stessa zona e ai naufragi fluviali e annegamenti- non fa che dimostrare che di frontiera si muore, più che di annegamento o incidenti” 3. La ricercatrice e professoressa Cristina del Biaggio, durante le sue ricerche sulle morti e le scomparse sui confini dell’arco alpino, ha coniato il termine oplopoiesi, traduzione del più conosciuto weaponization. Il termine è formato dal greco hoplisis, arma o armamento, e poiesis, “fare, creare, trasformare” (Del Biaggio, 2020, p. 14). L’oplopoiesi non indica quindi solamente la militarizzazione dei confini, ma il processo attraverso cui gli elementi ambientali vengono utilizzati per «potenziare l’effetto barriera» (Ivi, p. 15). Montagne, mare, fiumi e deserti presenti nelle zone di confine vengono così trasformati in armi naturali, utilizzate per ostacolare i flussi migratori e bloccare le persone, esponendole a rischi sempre maggiori. Il pericolo, però, non è costituito dal contesto naturale in sé. I confini, anche quando si fondano su elementi geografici, sono costruzioni sociali e politiche e vengono tracciati in corrispondenza di barriere naturali sia per farli apparire a loro volta naturali (Khosravi, 2019, p. 20), sia per limitare ulteriormente il passaggio delle persone ritenute irregolari. Per respingerle, basta chiudere le parti maggiormente accessibili, perché a rendere complessi i passaggi in altri punti «ci pensa la geografia» (Ivi, p. 176). Questi elementi naturali diventano oltretutto un alibi per le autorità di frontiera, che operano spesso in condizioni di semi-opacità (Tazzioli, 2023, p. 65), per attribuire morti e violenze alla topografia e alla pericolosità del paesaggio, anziché alle proprie azioni o alle politiche statali. Fotografia scattata in uno squat vicino al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia. PH: attivista del collettivo, Bosnia, 2022 Anche quando una morte o una violenza fisica o psicologica non viene perpetrata in maniera diretta, attraverso un inseguimento o il respingimento in un fiume, essa è comunque la conseguenza di un sistema violento che costringe le persone ad affrontare gli ambienti naturali in condizioni di elevato rischio, nel tentativo di evitare la polizia, per raggiungere il territorio successivo e per cercare di portare a termine quel game, alla fine del quale, superati tutti gli ostacoli, si spera di trovare un luogo che possa accoglierti. Le responsabilità di quanto accade sono chiare e sembra quasi che parlare di tragedia riferendosi a quanto avvenuto venerdì riconduca l’evento in un’area di tragica eccezionalità. Ma queste morti non sono eccezionali. Sono l’esito ricorrente e strutturale di un sistema di frontiere diventa sempre più chiuso, più militarizzato e controllato, che esclude violentemente chi ha il diritto di chiedere protezione internazionale. In una testimonianza raccolta a febbraio 2022 da NoNameKitchen si legge di una vicenda che sembra quella di venerdì, a dimostrazione della sistematicità di questi eventi anche negli stessi luoghi: “At around 4 pm on the February 20, the ten of them decided to enter Slovenia by passing the border river Kolpa. The current of the river was very strong so it was challenging for them to cross it. They decided that the men would cross first, so the three women were watching them crossing from the Croatian side. When the last one went in, he soon lost his fight against the river’s strong current and got carried away by the water. […] At around 4 am on February 21, they were woken up by a group of Slovenian officers. First the officers dressed in standard uniforms searched the group of six. They told the police officers what happened and the Slovenian officers called out for help. “They came and searched the river, but nobody found him.” Afterwards, the six of them were taken to a police station. […] The translator did not answer any of their questions regarding asylum. On the next morning, February 22, around 10 am, the Slovenian officers drove the six of them in a van back to the Croatian border. There, they were handed over to the Croatian authorities and had to switch into another van. In this van, there were already other people on the move, in total they were now 13 people. The van drove about one hour until they reached the Bosnian border”. Febbraio 2022, dalla slovenia alla Croazia 4 Negli anni, le rotte balcaniche si sono continuamente riorganizzate. Le persone in movimento non sono soggetti passivi di questo processo: sviluppano continuamente pratiche di riappropriazione della mobilità, reinventando le proprie possibilità di attraversamento. Spesso però queste pratiche di riappropriazione coincidono inevitabilmente con percorsi più pericolosi o viaggi molto più costosi, come si è verificato negli ultimi anni proprio sulla rotta balcanica. È deresponsabilizzante utilizzare in questi contesti il termine tragedia perché la morte di Fahad e Shaid (a cui si è riuscito a restituire dei nomi grazie al fratello di uno dei due giovani in Italia da tempo) e degli altri loro tre compagni (per i quali invece questo non è ancora stato possibile), è il risultato di un sistema di frontiere che rende queste morti tutto fuorché eccezionali… 5 La vicenda conferma ciò che attiviste, attivisti, cittadinanza solidale e associazioni cercano di denunciare e documentare da anni: le politiche migratorie dell’unione europea sono politiche che provocano la morte di migliaia di persone ogni anno, rendendo le frontiere esterne e interne della balcanica come il Mediterraneo cimiteri a cielo aperto di persone la cui morte è calcolata consapevolmente. 1. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”, BVMN (novembre 2024) ↩︎ 2. La tomba del fratello e i corpi dei migranti finiti nei fiumi dei Balcani, Max Hirzel (Altreconomia – settembre 2024) ↩︎ 3. Si veda: Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia, Luca Rondi (Altreconomia, maggio 2026) ↩︎ 4. They came and searched the river, but nobody found him, BVMN (febbraio 2019) ↩︎ 5. Migranti annegati nel fiume in Croazia, il racconto di un sopravvissuto, Rai News (settembre 2026) ↩︎
Dopo il caldo estivo la guerra fredda: il rientro nella scuola di Stati Uniti e Russia
Aprendo i giornali di settembre è naturale trovare qualche articolo riferito alla scuola. Quello che non è naturale, e che dovrebbe suonare come ulteriore campanello d’allarme (e invito di diserzione), è che ciò che troviamo riguarda la pressione di Donald Trump su come insegnare l’11 settembre da una parte e “l’aggiustamento” dei curricula russi voluta dal Ministro dell’Istruzione Sergej Kravtsov dall’altra. Un’ingerenza statale nel sistema educativo a due “poli” che fa rabbrividire. Ma questa lettura bipolare non arriva dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, bensì dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Luciano Portolano. Il quale, in un’audizione parlamentare in Commissione Difesa già a maggio 2025, esponeva e motivava le principali linee di riforma della difesa partendo da queste parole: > «Se è vero che nell’ultimo trentennio l’attenzione è stata marcatamente > rivolta alle crisis response operations, è altrettanto vero che oggi, come ci > dimostra il conflitto russo-ucraino, l’Italia deve poter disporre anche, e > soprattutto, di un’efficace capacità militare e di difesa e di deterrenza tesa > a tutelare la nostra sovranità nazionale anticipando gli eventi piuttosto che > subirli». > > «L’attuale quadro geopolitico e strategico continua ad essere contrassegnato > da un profondo mutamento degli equilibri internazionali, con un’evidente > frattura tra i Paesi che sostengono il modello democratico e quelli come > Russia, Iran, Corea del Nord ed altri che promuovono sistemi autoritari. > Questo divario ideologico si intreccia, peraltro, con la aperta competizione > per l’accesso alle risorse energetiche e alle materie prime, con le ingerenze > per procura sulle principali rotte commerciali e si manifesta anche con i > destabilizzanti conflitti in corso in Ucraina e in Medioriente, così come con > forme di contesa spesso sotto la soglia del conflitto». Quello che ci sta dicendo è che mentre dal crollo dell’U.R.S.S. fino al 2022 le Forze Armate italiane erano coinvolte a livello internazionale soprattutto in missioni cosiddette “di pace”, dall’inizio del conflitto russo-ucraino la lettura è tornata a quella della guerra fredda. Ciò significa, sempre secondo Portolano, che c’è una netta contrapposizione tra due blocchi: il primo occidentale e il secondo autoritario; il primo democratico e il secondo “di quelli come Russia, Iran, Corea del Nord”. Corollario: il Parlamento deve legiferare per investire milioni in quella pratica che già più volte portò il mondo a un passo dalla distruzione totale: la deterrenza. Non stupisce più così tanto quindi leggere sui giornali che negli Stati Uniti la spinta dall’alto vuole portare sempre di più l’11 settembre nelle scuole come una data da celebrare, magari con un impettito minuto di silenzio davanti a una bandiera nel cortile dell’istituto e meglio ancora se insieme a militari in uniforme. Fra paesi democraticamente affini, viene spontaneo affiancare questo evento oltreoceano alle celebrazioni della fine della prima guerra mondiale in Europa, come l’11 novembre in Francia e il nostro 4 novembre. Non per tanto per i contenuti quanto per l’ingerenza del mondo militare nelle scuole. Ingerenza che si verifica attraverso l’appoggio spudorato dei rispettivi ministeri dell’istruzione. Ma se guardiamo nei vertici a est, il panorama non è che cambi poi molto. Perché anche il Russia il primo giorno di scuola ha visto attuarsi le riforme di militarizzazione dell’educazione volute dal ministero: un curriculum ben serrato su una lettura della storia che contrappone ideologicamente Oriente a Occidente, lezioni di Cultura spirituale e morale della Russia e, per non farsi mancare nulla, anche qualche ora di addestramento militare. E fra di loro? In Ucraina si insegna a scuola a pilotare i droni mentre a Tor di Quinto (Roma) questo fine settimana 16 civili contro 16 militari hanno giocato alla guerra, sfindandosi nella Drone Challenge. Così chiudiamo il giornale e andiamo su TikTok, dove ci hanno segnalato che l’Armata Croata lancia nuovi gadget, quaderni e peluches per l’inizio dell’anno scolastico. Che fossero queste le “bombe ibride” di cui parla Crosetto? Resta qualche dubbio, perché le sue arrivavano dal Nemico mentre queste sono arrivano Made in Croatia. Certo in Italia ci avevano già provato, le Forze Armate con Giochi Preziosi, con i famosi zainetti del 2023. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università c’eravamo state e stati finché Giochi Preziosi aveva ritirato la collezione e ci siamo ancora. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Trasferimenti Dublino: annullati per violazione obblighi informativi e per le carenze sistemiche del sistema di asilo croato
Il Tribunale di Roma, Sezione Diritti della Persona e Immigrazione, con due distinti decreti resi su ricorsi ex art. 27 Reg. UE n. 604/2013 (Dublino III), ha accolto le impugnazioni proposte contro altrettante decisioni di trasferimento dell’Unità Dublino del Ministero dell’Interno, dichiarando in entrambi i casi la competenza dello Stato italiano a esaminare la domanda di protezione internazionale.  Il primo decreto si concentra sulla violazione degli obblighi informativi previsti dagli artt. 4 e 5 del Regolamento, tema di particolare rilievo anche in vista dell’applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Richiamando la sentenza della Corte di Giustizia del 30 novembre 2023 (cause riunite C-228/21 e altre) e la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 25310/2024, Cass. n. 10331/2024 e Cass. n. 13037/2025), il Collegio ribadisce che il colloquio personale costituisce un momento centrale e insostituibile della procedura, con funzione informativa e partecipativa distinta da quella dell’opuscolo informativo, e che la sua omissione – cui è equiparato lo svolgimento senza le modalità garantistiche previste – comporta di regola l’annullamento della decisione di trasferimento. Nel caso concreto l’amministrazione, pur onerata della relativa prova, aveva prodotto un modulo standard dal quale risultavano unicamente le generalità e il domicilio del richiedente, senza alcuna traccia delle informazioni da lui fornite; il verbale non era sottoscritto dal mediatore culturale né risultava la consegna dell’opuscolo. Rileva, inoltre, che il colloquio sarebbe stato in concreto decisivo, avendo il ricorrente un fratello titolare di protezione sussidiaria e regolarmente residente in Italia da oltre dieci anni, unico riferimento familiare rimasto. Tribunale di Roma, decreto del 23 marzo 2026 Il secondo decreto affronta invece le carenze sistemiche del Paese di destinazione, applicando l’art. 3, par. 2, del Regolamento, che impone di non dare corso al trasferimento quando sussistano fondati motivi di ritenere che il richiedente sarebbe esposto al rischio di trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’art. 4 della Carta. Sulla scorta di un ampio e aggiornato quadro di fonti internazionali – tra cui i rapporti del Consiglio d’Europa (CPT), del Comitato ONU per i diritti umani e del CERD, i report AIDA, Swiss Refugee Council, Human Rights Watch e Amnesty International – il Collegio ritiene documentata una sistematica violazione dei diritti fondamentali dei migranti in Croazia, che si manifesta sia nei respingimenti violenti e collettivi alla frontiera con la Bosnia-Erzegovina, sia nelle gravi criticità delle condizioni di accoglienza (sovraffollamento, carenze igieniche e sanitarie, accesso limitato ai rimedi giuridici) e nelle specifiche difficoltà dei richiedenti rientranti in base al Regolamento, spesso privati di continuità delle cure e di adeguate informazioni. Il Tribunale afferma che, in ossequio al principio di cautela, il giudice può annullare il trasferimento non solo in presenza di prova certa, ma anche del ragionevole dubbio che sussistano tali carenze, respingendo peraltro la tesi ministeriale di una rigida gerarchia delle fonti utilizzabili (richiamata la CGUE, C-392/22). Tribunale di Roma, decreto del 28 aprile 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul Regolamento Dublino
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero dell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Croazia. Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti
La Croazia è entrata nell’euro da pochi mesi e da subito i cittadini si sono trovati difronte alla dura realtà dell’integrazione monetaria europea, fatta di aumento generale dei prezzi e conseguente svalutazione dei salari, in mancanza di un meccanismo di un automatico di adeguamento. È notizia di questi giorni che, […] L'articolo Croazia. Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019 attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia e Turchia: l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul. Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca, dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”. Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede nulla”. L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un documento che è valido solo per la Turchia. Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi inifiniti, treni clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della sopravvivenza sono arrivato a Trieste“. Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di soggiorno. A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”, dove ha allestito il suo atelier. “Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare un volto a chi è invisibile”. La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta adatta a compiere il viaggio. Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione: attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che tutti possano vedere”. Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia Valdese e da No Name Kitchen. Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”. Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste. Ascolta o scarica
Ritorno della leva militare in Croazia: dettagli e implicazioni
Continua il ritorno della leva nei vari Paesi europei. Ora è la volta della Croazia il cui governo ha reintrodotto la leva obbligatoria con una legge approvata lo scorso novembre 2025 ed entrata in vigore all’inizio del 2026 seguendo un modello in parte diverso rispetto a quello impostato dai paesi scandinavi e recentemente dalla Germania. Il primo aspetto che colpisce, e che rappresenta la differenza principale, è che la Croazia ha optato per un obbligo generalizzato per la popolazione maschile, senza ricorrere al meccanismo del questionario o della lotteria, come invece sta avvenendo praticamente in tutti i Paesi europei. Ci interrogheremo alla fine di questa breve analisi sulle possibili cause di questa scelta, ma prima è necessario analizzare gli aspetti principali della legge. Il provvedimento croato introduce l’obbligo generalizzato del servizio militare o civile per tutta la popolazione maschile (le donne solo su base volontaria) di 18-19 anni, estendibile fino ai 30 anni di età. Si tratta dunque di uno strumento pervasivo, che bilancia però questo obbligo con la sua durata limitata: solamente due mesi, facendo della Croazia il Paese in Europa – e forse nel mondo – con il servizio militare più breve. E necessariamente deve essere così, perché tutte le classi dirigenti d’Europa hanno da un lato la necessità strutturale di reintrodurre la leva e dall’altro il problema della resistenza che potrebbero opporre le opinioni pubbliche; in ogni Paese si adottano dunque  meccanismi “leggeri” e la Croazia, obbligando tutti i propri giovani a servire la patria per “soli” due mesi, sceglie una via diversa, ma che risponde alle stesse necessità strutturali. Inoltre, la scelta di ridurre a due mesi il servizio militare permette al governo croato di scaglionare l’annata di leva in più periodi in modo da poter utilizzare le infrastrutture che sarebbero insufficienti per addestrare contemporaneamente l’intera annata di leva (al momento verranno utilizzate solo tre caserme). Il ritorno della leva di massa infatti richiede investimenti ingenti nelle infrastrutture che sono state smantellate un po’ in tutta Europa al momento del passaggio agli eserciti volontari. Un elemento comune ai Paesi europei è anche l’incentivo economico: per il servizio militare si parla di 1.100/1.200 euro al mese, in pratica uno stipendio medio per quel paese, elemento che ovviamente incentiva i giovani a scegliere l’addestramento; è d’altra parte questo uno strumento praticato ampiamente: anche la Germania ha aumentato fortemente (+33%) gli stipendi di chi sceglierà l’arruolamento e nella stessa direzione è andata la Polonia (+ 20%); la disoccupazione giovanile, che va di pari passo con la precarietà e il lavoro povero a cui sembrano condannate le giovani generazioni, è infatti un ulteriore elemento strutturale su cui puntano i guerrafondai per attirare i ragazzi e le ragazze nei sistemi di reclutamento. Un altro aspetto importante (e anzi decisivo), anch’esso in perfetta continuità con il resto d’Europa, è la possibilità di scegliere il servizio civile, un diritto previsto anche dalla Costituzione croata. Chi non vorrà svolgere il servizio militare, ha due possibilità: o un reclutamento di tre mesi nella protezione civile (gestione emergenze, calamità naturali, ecc.) pagato 340 euro al mese o quattro mesi presso la pubblica amministrazione (ospedali, enti locali, ecc.) pagato 170 euro al mese. Dunque il servizio civile è punitivamente più lungo e meno retribuito di quello militare, un meccanismo non nuovo ed esistente anche in anni passati. Ma ciò che va assolutamente attenzionato è il nuovo ruolo che assume il servizio civile: esso viene sì  presentato come un’opzione pienamente perseguibile (e d’altra parte nessun governo potrebbe in questo momento storico imporre la leva generalizzata), ma esso è parte integrante del sistema militare: la legge croata parla esplicitamente di “servizio militare in veste civile” e infatti anche coloro che sceglieranno di non fare il servizio militare vengono definiti “coscritti”; d’altra parte si fa riferimento alla Costituzione croata che, analogamente a quella italiana, definisce un dovere per ogni cittadino la difesa della patria. In linea con la “israelizzazione” delle società e con il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino deve essere addestrato per poter essere utilizzato in caso di guerra in base alle proprie competenze e al ruolo che occupa nella società. Inoltre, hanno fatto discutere le anticipazioni giornalistiche di un decreto attuativo che, se saranno confermate, prevedono l’istituzione di una commissione ad hoc che possa rifiutare la domanda di servizio civile se non adeguatamente motivata con elementi religiosi ed etici; in pratica lo Stato si riserva di verificare la “sincerità” dei cittadini e in questo modo apre alla possibilità, se sarà necessario, di aumentare il numero dei soldati. Siccome si tratta di un obbligo generalizzato, per chi rifiuta sia il servizio militare che quello civile sono previste multe di entità variabile (da 250 euro a 5.000) che però, anche se pagate, non esonerano dall’obbligo: lo Stato si riserva di convocare nuovamente ed applicare ulteriori multe; in ogni caso però non è al momento previsto il carcere. L’altro elemento comune alle politiche europee che emerge dalla legge croata è l’obiettivo di costruire una riserva imponente e diffusa, sempre sul modello israeliano, così come dichiarato anche dal nostro ministro della difesa Guido Crosetto. Si tratta appunto di “riserve leggere” per quanto riguarda i tempi, le modalità di addestramento e di richiamo; ciò permette di abbassare notevolmente i costi e, nuovamente, di far percepire in meno possibile l’obbligo alle opinioni pubbliche. In Croazia il richiamo è previsto fino ai 55 anni e così, anno dopo anno, la riserva andrà a coincidere quasi completamente con l’intera popolazione. E come ha avuto modo di dichiara il generale Pietro Serino in un’intervista rilasciata a Difesa online «La sostituzione del personale è un’esigenza purtroppo in guerra e quindi la formazione di riserve addestrate è importante […]. Noi abbiamo paura a dire le cose con il loro nome […], chiunque si trovi ad affrontare queste cose con responsabilità di governo ha difficoltà, ma le riserve addestrate servono per sostituire gli uomini delle unità di combattimento, non servono, come leggo sui giornali, per compiti di retrovia». E parallelamente a quanto accade in altri Paesi, anche chi opta per il servizio civile entra a far parte di una riserva che potrà essere mobilitata in caso di necessità. È nuovamente il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino, in qualunque posizione si trovi nella sua vita civile, deve essere considerato “al fronte” e da lì contribuire allo sforzo bellico. Avviciniamo ora la discontinuità che la leva croata ha inserito rispetto ai modelli europei: il governo ha scelto di non fare ricorso a meccanismi quali il questionario e la lotteria, ma di imporre tout court un obbligo totale o civile o militare. Come mai il governo croato può “permettersi” con la propria opinione pubblica una legge di questo tipo? Non è una risposta semplice e probabilmente concorrono a questa scelta politica una pluralità di fattori. Da un lato, infatti, occorre porre l’attenzione sul fatto che i Balcani sono l’unico luogo d’Europa ad avere memoria collettiva e soprattutto recente di una guerra e dunque questo ha probabilmente reso più semplice il lavoro dei guerrafondai croati. A dimostrazione della diversa condizione dell’opinione pubblica, possiamo confrontare alcuni sondaggi svolti a livello europeo sul ritorno della leva; benché ci siano, come sempre, difficoltà nella comparazione dei dati, emerge che l’opinione pubblica croata ha una percentuale di favorevoli a forme di addestramento militare obbligatorio molto più alta rispetto agli altri Paesi europei (oltre il 75%, in base a un sondaggio effettuato nel 2024 da HRejting e condotto da Promocija plus). Il governo croato, dunque, sapeva che non avrebbe incontrato una grande opposizione nell’opinione pubblica, e ha potuto permettersi di fare un passo avanti rispetto ad altri governi europei. E che la scommessa sia stata vincente lo dimostra il tono trionfante del comunicato che il Ministero della Difesa croato ha diffuso nel corso di una conferenza stampa dello scorso 2 marzo: sugli 800 giovani chiamati per il primo scaglione solo 10 hanno optato per il servizio civile, mentre la grande maggioranza affronterà i due mesi di addestramento militare che comporteranno prevedibilmente un aumento netto dei volontari che decideranno poi di prolungare il servizio (è questo d’altra parte un obiettivo immediato dei guerrafondai europei vista la “sindrome da caserme vuote” e l’età avanzata di cui vi vive). Ciò che sta succedendo in Croazia ci conferma che il ritorno alla leva nei vari Paesi europei avviene con gradualità e che le classi dirigenti sono da un lato ben consapevoli di non poter realizzare velocemente il loro vero obiettivo (tornare alla leva di massa) e dall’altro si spingono fin dove lo permettono le proprie opinioni pubbliche. Vedremo in Italia quale sarà la via scelta dal ministro Guido Crosetto che ha difronte un problema più complesso visto che, a differenza dei governanti della Croazia, ha l’opinione pubblica più contraria alla leva di tutta Europa. Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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