Cinque persone morte nel fiume Kupa: il confine uccide ancoraNel pomeriggio di venerdì 25 settembre, cinque persone sono affogate nel fiume
Kupa sulla rotta balcanica, all’altezza della località croata di Severin na
Kupi, mentre tentavano di raggiungere la riva slovena.
La narrazione dei media, inizialmente, riportava di un intervento salvifico
della polizia croata in seguito a una segnalazione di quella slovena sulla
presenza di alcune persone, probabilmente migranti, nei pressi del fiume.
I cinque uomini facevano parte di un gruppo più numeroso, composto da circa 20
persone, 10 delle quali sarebbero riuscite a raggiungere il territorio sloveno,
dove avrebbero presentato domanda di asilo.
Polizia e vigili del fuoco avrebbero inoltre tratto in salvo, secondo quanto
riportato dalla stampa, altre cinque persone in difficoltà durante
l’attraversamento.
La domanda sorge però spontanea: perché quelle persone si sono gettate in acqua,
trovandosi inevitabilmente in una situazione di pericolo?
La verità è infatti radicalmente diversa da quella inizialmente narrata, ed è
emersa grazie alle testimonianze di alcuni dei sopravvissuti raccolte in Piazza
della Libertà a Trieste.
I giovani afghani e pakistani sono stati costretti a gettarsi nel fiume mentre
cercavano di sottrarsi alle pattuglie della polizia croata, che, come le altre
polizie nazionali lungo la rotta, bracca le persone in movimento.
Durante la traversata, iniziata improvvisamente per sfuggire alla polizia, in
molti si sono trovati in estrema difficoltà e in cinque sono stati trascinati
dalla corrente perdendo conseguentemente la vita.
Un’altra fonte in Piazza della Libertà ha inoltre raccontato che i cinque
sopravvissuti che non sono però riusciti a raggiungere il territorio sloveno
sarebbero stati respinti in Bosnia ed Erzegovina nell’arco di meno di 48 ore.
Questa dinamica è ben nota alle associazioni solidali che da anni operano lungo
la rotta balcanica e denunciano le violazioni dei diritti umani sui confini.
Gli attraversamenti delle frontiere avvengono infatti nel contesto di continui
pushback illegali e di violenze perpetrate sistematicamente dalle polizie
nazionali e dagli agenti di Frontex dispiegati alle frontiere europee. Avvengono
nelle jungle, lungo sentieri montani, attraverso fiumi e in condizioni
ambientali estreme.
È il cosiddetto game, come viene chiamato dalle persone in movimento il percorso
a ostacoli che uomini, donne e bambini sono costretti ad affrontare per
raggiungere l’Italia o altri territori europei.
Ed è proprio la militarizzazione delle frontiere a spingere le persone verso
percorsi sempre più invisibili, precari e, di conseguenza, mortiferi.
La verità è che le persone non guaderebbero la Kupa, la Drina o l’Evros se
avessero un’alternativa. Non guaderebbero questi fiumi e non ci si getterebbero
dentro se non fossero costrette a rendersi invisibili agli occhi della polizia,
cercando percorsi sempre più difficili e pericolosi per sottrarsi ai controlli
o, in tantissimi casi, se non fossero inseguite proprio da quella stessa polizia
che poi sui giornali viene dipinta esclusivamente come l’autorità che ha
impedito una tragedia più grande.
Polizia che si rende protagonista di violenze, dai pestaggi al sequestro di beni
personali, dai respingimenti all’abbandono, con il tacito benestare di un’Europa
che si chiude sempre più in sé stessa, militarizzando le frontiere esterne ed
interne e smantellando progressivamente il diritto all’asilo.
“When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend
who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were
inside the river”.
Border Violence Monitoring Network, novembre 2024, respingimento dalla Croazia
alla Bosnia ed Erzegovina 1
I fiumi balcanici sono da anni teatro di tentativi di attraversamento che spesso
finiscono con eventi drammatici. Anche quando le persone riescono ad accedere al
territorio dello Stato successivo, confini e ostacoli si imprimono sui loro
corpi che si portano poi impressi addosso le violenze di confine. Le aree di
frontiera diventano così zone in cui le tutele internazionali vengono sospese,
gli agenti agiscono nella totale impunità e la sopraffazione diventa l’unica
legge vigente.
Le violenze della polizia, Bosnia 2022
È tra l’altro di recente pubblicazione su Altraeconomia un reportage firmato da
Silvia Maraone, esperta di rotta balcanica che da anni lavora in Bosnia.
L’articolo, dal titolo “Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una
cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia”, mostra come la militarizzazione
dei confini non fermi i transiti, ma ne modifichi le traiettorie, rendendo
alcuni percorsi sempre più pericolosi.
La regione croata di Karlovac è stata una delle più mortali nei primi mesi del
2026, una zona attraversata da numerosi corsi d’acqua e limitrofa a quella in
cui, venerdì, sono morte le cinque persone nel fiume Kupa.
“La parte più mortale di questo bilancio si è concentrata nella regione croata
di Karlovac, dove da sempre i fiumi sono trappole 2: testate locali che si
occupano di cronaca come Radio Mrežnica hanno documentato il ritrovamento, in un
solo giorno, di quattro corpi senza vita riaffiorati dalle acque del Mrežnica e
del Kupa, corsi d’acqua che le persone in movimento si trovano costrette a
tentare di guadare al buio per aggirare la polizia con i suoi droni e i
pattugliamenti. Questa tragica contabilità -che si somma ai quattro corpi
rinvenuti asfissiati nel rimorchio di un furgone carico di persone nella stessa
zona e ai naufragi fluviali e annegamenti- non fa che dimostrare che di
frontiera si muore, più che di annegamento o incidenti” 3.
La ricercatrice e professoressa Cristina del Biaggio, durante le sue ricerche
sulle morti e le scomparse sui confini dell’arco alpino, ha coniato il termine
oplopoiesi, traduzione del più conosciuto weaponization. Il termine è formato
dal greco hoplisis, arma o armamento, e poiesis, “fare, creare, trasformare”
(Del Biaggio, 2020, p. 14).
L’oplopoiesi non indica quindi solamente la militarizzazione dei confini, ma il
processo attraverso cui gli elementi ambientali vengono utilizzati per
«potenziare l’effetto barriera» (Ivi, p. 15). Montagne, mare, fiumi e deserti
presenti nelle zone di confine vengono così trasformati in armi naturali,
utilizzate per ostacolare i flussi migratori e bloccare le persone, esponendole
a rischi sempre maggiori.
Il pericolo, però, non è costituito dal contesto naturale in sé. I confini,
anche quando si fondano su elementi geografici, sono costruzioni sociali e
politiche e vengono tracciati in corrispondenza di barriere naturali sia per
farli apparire a loro volta naturali (Khosravi, 2019, p. 20), sia per limitare
ulteriormente il passaggio delle persone ritenute irregolari. Per respingerle,
basta chiudere le parti maggiormente accessibili, perché a rendere complessi i
passaggi in altri punti «ci pensa la geografia» (Ivi, p. 176).
Questi elementi naturali diventano oltretutto un alibi per le autorità di
frontiera, che operano spesso in condizioni di semi-opacità (Tazzioli, 2023, p.
65), per attribuire morti e violenze alla topografia e alla pericolosità del
paesaggio, anziché alle proprie azioni o alle politiche statali.
Fotografia scattata in uno squat vicino al confine tra Bosnia ed Erzegovina e
Croazia. PH: attivista del collettivo, Bosnia, 2022
Anche quando una morte o una violenza fisica o psicologica non viene perpetrata
in maniera diretta, attraverso un inseguimento o il respingimento in un fiume,
essa è comunque la conseguenza di un sistema violento che costringe le persone
ad affrontare gli ambienti naturali in condizioni di elevato rischio, nel
tentativo di evitare la polizia, per raggiungere il territorio successivo e per
cercare di portare a termine quel game, alla fine del quale, superati tutti gli
ostacoli, si spera di trovare un luogo che possa accoglierti.
Le responsabilità di quanto accade sono chiare e sembra quasi che parlare di
tragedia riferendosi a quanto avvenuto venerdì riconduca l’evento in un’area di
tragica eccezionalità. Ma queste morti non sono eccezionali.
Sono l’esito ricorrente e strutturale di un sistema di frontiere diventa sempre
più chiuso, più militarizzato e controllato, che esclude violentemente chi ha il
diritto di chiedere protezione internazionale.
In una testimonianza raccolta a febbraio 2022 da NoNameKitchen si legge di una
vicenda che sembra quella di venerdì, a dimostrazione della sistematicità di
questi eventi anche negli stessi luoghi:
“At around 4 pm on the February 20, the ten of them decided to enter Slovenia by
passing the border river Kolpa. The current of the river was very strong so it
was challenging for them to cross it. They decided that the men would cross
first, so the three women were watching them crossing from the Croatian side.
When the last one went in, he soon lost his fight against the river’s strong
current and got carried away by the water. […] At around 4 am on February 21,
they were woken up by a group of Slovenian officers. First the officers dressed
in standard uniforms searched the group of six. They told the police officers
what happened and the Slovenian officers called out for help. “They came and
searched the river, but nobody found him.” Afterwards, the six of them were
taken to a police station. […] The translator did not answer any of their
questions regarding asylum. On the next morning, February 22, around 10 am, the
Slovenian officers drove the six of them in a van back to the Croatian border.
There, they were handed over to the Croatian authorities and had to switch into
another van. In this van, there were already other people on the move, in total
they were now 13 people. The van drove about one hour until they reached the
Bosnian border”. Febbraio 2022, dalla slovenia alla Croazia 4
Negli anni, le rotte balcaniche si sono continuamente riorganizzate. Le persone
in movimento non sono soggetti passivi di questo processo: sviluppano
continuamente pratiche di riappropriazione della mobilità, reinventando le
proprie possibilità di attraversamento.
Spesso però queste pratiche di riappropriazione coincidono inevitabilmente con
percorsi più pericolosi o viaggi molto più costosi, come si è verificato negli
ultimi anni proprio sulla rotta balcanica.
È deresponsabilizzante utilizzare in questi contesti il termine tragedia perché
la morte di Fahad e Shaid (a cui si è riuscito a restituire dei nomi grazie al
fratello di uno dei due giovani in Italia da tempo) e degli altri loro tre
compagni (per i quali invece questo non è ancora stato possibile), è il
risultato di un sistema di frontiere che rende queste morti tutto fuorché
eccezionali… 5
La vicenda conferma ciò che attiviste, attivisti, cittadinanza solidale e
associazioni cercano di denunciare e documentare da anni: le politiche
migratorie dell’unione europea sono politiche che provocano la morte di migliaia
di persone ogni anno, rendendo le frontiere esterne e interne della balcanica
come il Mediterraneo cimiteri a cielo aperto di persone la cui morte è calcolata
consapevolmente.
1. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The
friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even
though we were inside the river”, BVMN (novembre 2024) ↩︎
2. La tomba del fratello e i corpi dei migranti finiti nei fiumi dei Balcani,
Max Hirzel (Altreconomia – settembre 2024) ↩︎
3. Si veda: Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla
frontiera tra Bosnia e Croazia, Luca Rondi (Altreconomia, maggio 2026) ↩︎
4. They came and searched the river, but nobody found him, BVMN (febbraio 2019)
↩︎
5. Migranti annegati nel fiume in Croazia, il racconto di un sopravvissuto, Rai
News (settembre 2026) ↩︎