La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto)
Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere
uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel
movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo
processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni
’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre
elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e
imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory,
dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali,
degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi
giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle
scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul
genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle
della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane,
hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è
evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è
nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente
svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e
dunque anche di conflitto.
La normalizzazione di Governo
La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione
che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive
nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un
genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui
diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in
Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a
normalizzare e, in subordine, a reprimere.
Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 –
il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla
soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica
della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse
pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca
(e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non
immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo
processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più
in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso
attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali
gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa.
Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa
strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo
dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma
tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca
universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la
sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo.
In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione,
percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano,
insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il
definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse,
pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino
ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un
ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative
politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo
approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di
amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese
di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso
di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari
– tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e
ai rapporti organici con le strutture militari[1].
Il (non) caso di Bologna
L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il
Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non
accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente
riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il
dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione
centrale l’ha condivisa.
A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa,
poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei
ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del
ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della
sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra
dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del
ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato
di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano,
temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università,
possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati,
oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso
fosse necessario”.
Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente,
il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro
riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate,
reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e
da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al
massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente
“barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame
ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della
Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i
peggiori luoghi di non riflessione”.
Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno
In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a
descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra
centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in
Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra –
hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe
approssimativamente tradurre).
Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente
rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della
costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le
riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello
non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle
questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e
militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa
strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa
criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare,
isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle
manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione
dell’università.
Tutelare la critica, praticare la democrazia
In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un
luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non
solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e
a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la
Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è
possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei
suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno
argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza.
Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come
quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i
quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è
l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio.
Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una
necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra
sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio,
sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora –
continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza:
oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di
persone.
Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è
alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di
dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la
necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per
preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna
agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla
stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può
contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre
nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e
studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva
pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi
dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che
lavori per la demilitarizzazione e la pace.
NOTE
[1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE:
NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E
DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10
NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE
RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ
ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E
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Redazione Italia