
A Gaza la “impasse diplomatica” è in realtà guerra contro i bambini
Pressenza - Tuesday, June 9, 2026Il Guardian la definisce “impasse diplomatica” e parla di mancanza di progressi sul campo a Gaza: lo stallo renderebbe i Paesi aderenti al Board of Peace “reluctant to pay”, riluttanti a pagare: “Così, mentre la diplomazia latita e i leader mondiali disertano il tavolo negoziale di Gaza, l’esercito israeliano si accanisce con maggior virulenza contro i bambini“.
Nelle ultime 48 ore ne ha uccisi con chirurgica precisione almeno tre su una decina di civili: lunedì un bambino di otto anni, Jad Suleiman è stato ammazzato (assieme ad altre tre persone), mentre tornava da scuola verso il campo per sfollati di Jabalia, ed è morto allo Shifa Hospital.
Nei video strazianti è il padre che gli dà l’ultimo addio gridando e dicendo che stava solo tornando a casa dopo le lezioni.
Altre immagini mostrano invece bambini mutilati e sofferenti in ospedale: non ancora uccisi ma destinati all’agonia.
Secondo i negoziatori del trumpiano Board of Peace sarebbe il rifiuto di Hamas di cedere le armi ad ostacolare il processo di pace, mentre di fatto, sul campo, è l’aviazione Israeliana che sgancia bombe e droni a distruggere la vita dei palestinesi superstiti. E non solo a Gaza: la Cisgiordania, soprattutto l’area di Hebron è diventata intoccabile.
Le persone a Gaza muoiono nei loro stessi accampamenti di fortuna, senza protezione e senza ragione.
Nei villaggi della West Bank vengono invece colpiti “per errore”, così dice l’esercito.
Che si è giustificato nel caso di Sam, un bambino sette mesi ammazzato mentre era in auto con la madre e il padre.
Impossibile oramai negarlo: i bambini sono stati in questi tre anni (e continuano ad esserlo) un target privilegiato per Israele.
Il reportage del de Volkskrant What the wounds are telling us, Cosa ci dicono le ferite, premiato all’European Press Prize 2026, documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza.
Dall’inchiesta emerge che le ferite parlano: di colpi mirasti alla testa, di volontà precisa di mirare ai più piccoli, non solo per uccidere ma per mutilare.
Il reportage combina raccolta di dati e ritratti di medici: quindici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto.
Si tratta di almeno 114 bambini, la maggior parte dei quali non è sopravvissuta.
«Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato: un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza», spiega Francesco Russo.
E’ con questi crimini non denunciati e non sanzionati che avremo a che fare in futuro, come Paesi europei sovrani: a scendere in piazza al momento sono sparuti gruppi di attivisti e di società civile che sa e non tace.
Gli altri si lamentano in silenzio o guardano altrove.
Ma il rimosso e la negazione torneranno presto a galla condannandoci alla colpa perpetua.
Questo è il momento di dissociarsi: “non in mio nome”, in ogni piazza e in ogni luogo, pena la complicità totale consegnata alla Storia.