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Busto Arsizio: sindacalizzarsi paga
Primo contratto integrativo alla Eolo di Gian Marco Martignoni e Stefano Rizzi (*) Era da tempo che la Filcams Cgil della provincia di Varese si era posta l’obiettivo di sindacalizzare l’azienda Eolo, che, con 600 dipendenti, dalla sede di Busto Arsizio opera su tutto il territorio nazionale. Laddove per il mercato e il profitto determinate aree interne del paese sono scarsamente redditizie, Eolo fornisce la connettività con rete
Bergamo, On the Road: studenti a fianco della Polizia di Stato durante il servizio
Secondo il progetto “educativo”, o presunto tale, On the Road – Giovani protagonisti, 80 studenti di Bergamo saranno fianco a fianco della Polizia di Stato e dei corpi di soccorso del territorio durante il servizio. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ne ha ricevuto segnalazione da parte di genitori e insegnanti. Gli stessi genitori hanno denunciato la presenza di articoli che offrivano ampia pubblicità all’evento, e come il progetto si reiterasse, in linea con il meccanismo dei protocolli d’intesa tra Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e Forze dell’Ordine e Forze Armate, anche in altri capoluoghi (clicca i seguenti link per Varese e Tirano). L’associazione organizzatrice si muove da tempo all’interno delle scuole attraverso bandi con cui vengono riconosciute borse di studio agli studenti “meritevoli”. E ancora, negli articoli sopra menzionati, si fa riferimento a valori e principi quali la cittadinanza attiva, la partecipazione diretta a operazione di sicurezza sui territori (con la piena collaborazione delle istituzioni locali) e le “esperienze dirette di legalità” (sono questi i termini utilizzati insieme alle Forze dell’Ordine). Sia ben chiaro che a indignare genitori e l’Osservatorio non sono i valori della legalità men che mai le buone pratiche di cittadinanza attiva. Ciò che ci preoccupa e indigna invece è che questi valori e determinate pratiche siano invece limitate alla imponente presenza di militari nelle scuole, rendendo questi ultimi nei esempi di gran lunga più incontrati, e trasformandoli, grazie alle narrazioni d’uopo, modelli da seguire. Ci chiediamo ad esempio perché non vengano stipulati protocolli d’intesa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito anche con enti altri, enti che portino nelle scuole anche l’operatore o operatrice ecologica o sanitaria e l’addetto o l’addetta alla sicurezza sul lavoro nelle ASL o nei dipartimenti pubblici preposti. Ci chiediamo se non sia l’insegnante un modello di cittadinanza attiva. Non sono forse queste figure rilevanti nel contesto sociale e portattrici di modelli validi per le giovani generazioni? Ancora una volta nei sopracitati articoli si sprecano fiumi di inchiostro per edulcorare una realtà rappresentata dalla presenza asfissiante delle Forze dell’Ordine e dei militari nelle scuole. Lì presenti per trasmettere ai giovani un modello di riferimento ben costruito che, spogliato di ogni essenza securitaria e militarista, diventi prima dominante nell’immaginario di ragazzi e ragazze in età scolare e poi determinante nella scelta all’arruolamento. Perché il militarismo avanza anche con tutti questi strumenti e la persistente retorica alla quale ci vogliono abituare. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ringraziamo i genitori che ci hanno contattato. Esempi luminosi delle mille forme di cittadinanza attiva che anche oggi invece la propaganda militarista non ha offuscato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
ROZZANO (MILANO): PRESIDIO CONTRO LA PEDEMONTANA LOMBARDA, WEBUILD E IL SISTEMA DELLE GRANDI OPERE
La Rete di lotte territoriali della Lombardia in presidio mercoledì 29 aprile in via San Bernardo a Rozzano, Milano, in occasione dell’assemblea degli azionisti Webuild, colosso italiano nel settore delle costruzioni e presente in oltre 50 paesi nel mondo. L’azienda è parte attiva nella costruzione della Pedemontana lombarda, progetto autostradale che dalla provincia di Varese, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa, dovrebbe arrivare nella provincia di Bergamo per collegarsi con l’autostrada A4. Un’opera la cui realizzazione è solo all’inizio e che stenta a proseguire anche per mancanza di fondi. Si tratta di una delle tante maxi opere inutili e dannose cui costruzione interessa i grandi capitali: non soltanto “manufatti tecnici e tecnologici, bensì di paradigmi politici, dove la conoscenza tecnica viene utilizzata per concretizzare e convincere della bontà del modello di sviluppo che genera questi progetti”, scrivono in una lettera aperta gli attivisti e le attiviste della Rete di lotte territoriali. La lettera aperta vuole rilanciare una critica al sistema delle grandi opere in Italia e invitare coloro che hanno esperienza diretta dei danni causati da questo sistema a partecipare a una discussione corale e allargata. L’appuntamento con il presidio promosso dalla Rete di lotte territoriali è mercoledì 29 aprile, ore 10, via Gran San Bernardo, angolo strada 8, Rozzano, provincia di Milano. Maggiori informazioni sul sito nowebuild.noblogs.org. Approfondiamo il tema e presentiamo l’iniziativa con Davide Biggi dei comitati No Pedemontana lombarda e con Gabriel del movimento No Tav della Val di Susa. Ascolta o scarica Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta della Rete di lotte territoriali. “LETTERA APERTA CONTRO LE GRANDI OPERE E CHI LE REALIZZA Abbiamo un problema che si chiama Webuild. Con il presente testo vogliamo rilanciare una critica al sistema delle Grandi Opere in Italia, e invitiamo coloro che hanno esperienza diretta dei danni causati da questo sistema a partecipare a una discussione corale e allargata. Le Grandi Opere sono oggi elemento cardine di un modello di sviluppo che sta dimostrando in tutta la sua crudezza il carattere estrattivista del capitalismo, disposto a sacrificare i territori e chi li abita, al fine di aumentare significativamente le opportunità di estrazione di profitto. Tra tutte le società, c’è un nome in particolare che svetta sugli altri: Webuild, nata come evoluzione di Salini Impregilo, oggi un vero e proprio colosso internazionale delle costruzioni. Ponte sullo Stretto, Pedemontana Lombarda, Tunnel del Brennero, il TAV di Vicenza, il Terzo Valico, la Torino-Lione, per non parlare delle decine e decine di opere in giro per il mondo, e, forse, un domani, anche a Gaza, l’ennesima truce torta da spartire. Vogliamo porre l’ accento sul prezzo pagato dai territori. Non solo per i danni causati dall’ambiente, ma anche per lo svuotamento sociale chea vviene quando un mega progetto sottrae pezzi di territorio per farne cantieri e discariche. Soprattutto, denunciamo la nuova configurazione del potere che si sta facendo strada grazie e queste Grandi Opere: dalla Legge Obiettivo ai decreti sicurezza, l’ ago della bilancia pende sempre di più verso i promotori delle Grandi Opere e i loro sostenitori nella politica. Ormai, è come se questi progetti fossero diventati l’unico canale attraverso cui ci è concesso immaginare un futuro. Questo sistema non colpisce un unico territorio, li colpisce tutti. Per questo abbiamo bisogno di metterci in rete, e lanciamo una giornata di mobilitazione diffusa sui territori colpiti da Webuild per mercoledì 29 aprile, giorno che coincide con l’ assemblea degli azionisti della società a Rozzano (MI). Cosa sono le grandi opere oggi? Le grandi opere vengono presentate come mere soluzioni tecniche e tecnologiche, volte alla velocizzazione e all’ efficientamento della produzione e degli spostamenti funzionali all’economia. Siano esse ferrovie, impianti energetici e sportivi, ponti e strade vengono sempre accompagnati da dichiarazioni che rimarcano la loro apparente necessità in funzione di un progresso che possa generare uno sviluppo di cui collettivamente si potrà godere in un futuro prossimo. Negli ultimi anni, con l’ avanzare della crisi climatica, le grandi opere vengono anche presentate come il simbolo della transizione ecologica: secondo i loro promotori, una volta terminati, questi progetti permetterebbero di abbassare notevolmente le emissioni inquinanti prodotte dalle attività umane. Secondo la propaganda di chi spinge per realizzare le grandi opere in Italia, possiamo vedere che non si tratta di semplici manufatti tecnici e tecnologici, bensì di paradigmi politici, dove la conoscenza tecnica viene utilizzata per concretizzare e convincere della bontà del modello di sviluppo che genera questi progetti. Secondo le parole di Arturo Escobar e David Harvey, lo sviluppo infrastrutturale rappresenta spesso il volto concreto dell’ accumulazione per espropriazione e il “discorso dello sviluppo” serve a mantenere relazioni di dominio sotto la maschera del progresso. Infatti, il rovescio della medaglia che si accompagna alle grandi opere (e che viene scientemente taciuto dalla propaganda che le accompagna) è che questo fantomatico progresso ha un elevato costo chevienepagato dai territori dove tale progetti vengono imposti dalla classe politica locale e nazionale. Oltre i rendering e le presentazioni pubblicitarie che dipingono un futuro desiderabile, una grande opera comporta la sottrazione del territorio, cancellandone l’uso sociale che ne fanno le comunità, per rimodellarlo in funzione di logiche di accumulazione capitalistica e dell’ estrazione di profitto. I tentacoli di una multinazionale. Webuild è presente attualmente in oltre 50 paesi in tutti e 5 i continenti. E’ il principale colosso italiano nel settore delle infrastrutture, uno dei più grandi insieme a realtà come Eni ed Enel e condivide con queste la propensione espansionistica, e inevitabilmente gli intrecci con la politica e la geopolitica. Progetti come la Gerd, la grande diga in Etiopia o la Neom in Arabia Saudita sono al centro di controversie e critiche di movimenti ambientalisti, associazioni e sindacati. In aggiunta, nello scorso autunno Webuild è stata menzionata tra le aziende italiane in pole position per la “ricostruzione” di Gaza, uno scenario che porta la dinamica di appropriazione e svuotamento alla sua conclusione più mortifera, una Grande Opera resa possibile solo dal genocidio e dalla devastazione di uno dei territori storicamente più marginalizzati al mondo. Qual è il ruolo della politica? In quest’operazione la classe politica collabora strettamente con le grandi società di costruzioni che si aggiudicano gli appalti, al fine di rimuovere gli ostacoli che si potrebbero mettere di traverso nella realizzazione di una grande opera. Da una legislazione ad hoc in grado di produrre un’ eccezione normativa come la Legge Obiettivo del 2001 che creò una corsia preferenziaria per tante grandi opere ritenute di importanza “strategica” , alla predisposizione di un dispositivo securitario, più o meno visibile, che occupa militarmente il territorio a difesa delle recinzioni dei cantieri, la classe politica si adopera strenuamente al fine di garantire che la predazione di risorse e l’ estrazione di profitto a scapito delle comunità possa avvenire indisturbata. Questo permette alle società che si occupano di realizzare le grandi opere di drenare risorse dell’erario pubblico che, invece di essere destinate al soddisfacimento dei bisogni della collettività, vengono dirottati verso opere che, a causa della dilatazione dei tempi di progettazione e realizzazione, assumono i connotati di vere e proprie incompiute programmate. Vale a dire, progetti pensati non per essere realizzati ma per trasformare i territori in cui vengono imposti e ridefinirne le geografie del potere politico e imprenditoriale, spogliando chi abita quei luoghi della possibilità di decidere sui propri destini. Possibilità che può riacquistare solo attraverso il conflitto e attraverso la costruzione di immaginari diversi, fuori dalle logiche delle grandi opere. Nel corso degli anni, il rapporto tra politica e lobby economica delle grandi opere si è ulteriormente sviluppato, e oggi ci sono alcune sostanziali novità. Come dimostrano i casi di Webuild e della crisi del gruppo Pizzarotti, lo Stato non ricopre esclusivamente il ruolo di finanziatore di progetti e attore che interviene per garantire la solidità economica delle società di costruzioni che si occupano della realizzazione delle grandi opere. Oggi, lo stato agisce con rinnovato protagonismo nella definizione delle strategie industriali e operative che producono la devastazione dei nostri territori. Lo vediamo palesemente nel fatto che rappresentanti degli apparati statali siedono direttamente nei consigli di amministrazione oppure rilevano la proprietà delle grandi società costruttrici. In questo modo si viene a creare una situazione in cui lo Stato è presente in ogni aspetto della filiera che compone il processo di una Grande Opera: ideazione, progettazione, commissionamento, occupazione del territorio e realizzazione. Verso una mobilitazione diffusa. Di fronte a questo quadro, all’avviso di chi scrive, inizia ad emergere la necessità di affiancare alla denuncia dell’inutilità intrinseca delle singole grandi opere e della logica che le produce la consapevolezza del bisogno di costruire un piano generale per mettere in difficoltà quelle che si stanno andando a configurare sempre più come le braccia operative dello Stato all’ interno dei territori che viviamo: le società di costruzioni realizzatrici di grandi opere e, sopra tutte, Webuild, che grazie a Cassa Depositi e Prestiti ha potuto acquisire un ruolo di primaria importanza. La giornata del 29 aprile è una tappa lungo un percorso che, come Rete di Lotte Territoriali, si sta articolando da Nord a Sud ormai da quasi un anno. Di fronte alla presenza diffusa di un colosso come WeBuild, che si manifesta attraverso progetti diversi ma simili per grandezza, voracità e nocività, il nostro percorso ci porta a fare rete, a unire i puntini e creare nuovi legami. Questi primi mesi di indagine e auto-formazione sul tema ci hanno mostrato quanta poca consapevolezza ci sia intorno alle società che, di fatto, realizzano le Grandi Opere. Si parla tanto di questo o di quel progetto, ma molto meno di chi ci guadagna, e del sistema clientelare e di collusione che sorregge oggi il sistema delle Grandi Opere. Puntiamo il dito a WeBuild, ma teniamo nella cornice anche tutti gli altri grandi colossi imprenditoriali che sono coinvolti nella sistematica distruzione dei nostri territori”.
April 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Varese: lo striscione ricomparso
Il Comitato Varesino per la Palestina,  da sempre dimostra tenacia e ostinazione, occupandosi di una terra e di un popolo, trascurati a lungo da molti. A inizio febbraio, avevamo assistito a Varese ad un vile gesto di rimozione, dopo due giorni dall’affissione, di uno striscione con la bandiera della Palestina e la celebre frase di Vittorio Arrigoni: Restiamo umani. Questa settimana lo striscione è ricomparso. Esposto nuovamente sulla stessa cancellata principale dei Giardini Estensi. Il concetto che vuole ribadire il CVP è proprio nelle due semplici parole che appaiono sulla bandiera: Restiamo Umani. Si legge in una loro nota: “Vogliamo con ciò ricordare a tutti il sentiero da seguire, e insieme celebrare lo straordinario essere umano che per primo ha saputo indicarci il cammino e che purtroppo ha pagato con la vita la sua dedizione incondizionata alla verità e alla causa palestinese. Sono trascorsi quindici anni da allora ma il suo messaggio ha continuato a mantenere viva la fiammella della speranza in tutto il mondo. Alimentiamola con un soffio gentile di rispetto e solidarietà tra le persone, anziché rischiare di spegnerla col vento delle strumentalizzazioni e delle polemiche. Per quanto si cerchino di sovrascrivere i fatti e intorbidire le acque la lente della nostra umanità ci permetterà sempre di distinguere il rosso dal nero. Il Comitato Varesino per la Palestina non ha altro da mostrare né da dimostrare a nessuno: è questa la nostra bandiera.” Una bella testimonianza di perseveranza, a pochi giorni dalla ricorrenza del 25 Aprile, che ci ricorda quanto siano importanti l’umanità, la resistenza e la partecipazione.   Redazione Varese
April 22, 2026
Pressenza
Varese: i segreti della «città giardino»
di Maurizio Fantoni Minnella Se gli alberi della “città giardino”, felice dei suoi sette colli all’ombra delle Prealpi, potessero parlare, avrebbero molte storie da raccontare come quella, fra i tanti esempi, dell’ambulante fioraio che in una normale giornata di mercato perse la vita in seguito all’esplosione di una bomba di matrice neofascista. Era il 28 marzo del 1974. La città
CVP: Rompiamo il Silenzio anche sabato 4 aprile
Le pentole dei palestinesi non sono meno vuote perché è Pasqua! Sinora ogni sabato abbiamo gridato forte. Anche sabato 4 aprile saremo in piazza dalle 16:30 alle 17:30 per un momento di protesta collettiva, perché è paradossale già solo ipotizzare che il rumore delle proteste per il genocidio possa “disturbare” più del genocidio stesso. Ma siccome non vogliamo urtare la sensibilità di nessuno questa volta non batteremo le pentole, ma ci esprimeremo solo con parole e musica; saremo meno rumorosi, ma non per questo meno indignati! Il nostro “silenzio” di oggi vuole far risuonare in quella stessa terra la speranza di liberazione dal male che già si accese duemila anni fa per un altro calvario. Proprio mentre per chi crede si rinnova l’ offerta di salvezza e di resurrezione, la Palestina viene sottoposta dall’ occupante israeliano ad una legge indegna che, introducendo la pena di morte per i soli palestinesi, “legalizza” il genocidio. Israele prima costringe i palestinesi a difendersi, e poi pretende di trarre da questo la giustificazione per ucciderli. Pretendiamo quindi tutti insieme che l’ Italia abbandoni ogni tipo di complicità con i criminali sionisti, invece di perseguire chi esprime solidarietà alle vittime e protesta contro il genocidio. Se la nostra protesta, anche silenziosa, non si alza allora stiamo acconsentendo ai crimini in corso e spostiamo il limite di ciò che è accettabile al di fuori di un perimetro in cui non c’è redenzione per nessuno.   Comitato Varesino per la Palestina dal 2002 attivo sul territorio per diffondere consapevolezza sulla condizione del popolo palestinese. Redazione Italia
April 3, 2026
Pressenza
ADDIO UMBERTO BOSSI: “CON LUI INIZIÓ L’IMBARBARIMENTO DELLA POLITICA ITALIANA”, IL RITRATTO DI ALESSANDRO BRAGA
Giovedì 19 marzo a Varese è morto Umberto Bossi, 84 anni, uno dei protagonisti della politica italiana degli anni 90 e 2000. I funerali di Umberto Bossi, fondatore della Lega, morto a Varese a 84 anni, si celebreranno domani, domenica 22 marzo,  alle 12 nel monastero di San Giacomo nella cittadina delle valli bergamasche di Pontida, tanto cara al Carroccio per il raduno storico sul “pratone”, a partire del 1990. Alle esequie del “Senatùr” parteciperanno, tra gli altri, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Senatore dal 1987, Bossi fondò la Lega Lombarda, poi divenuta Lega Nord. Ha saputo unire i movimenti federalisti e autonomisti nati sui territori e nei piccoli centri del nord a partire dagli anni 80. Abbiamo dipinto il ritratto di Umberto Bossi nell’intervista con Alessandro Braga, giornalista esperto di Lega, che ha definito Bossi “un innovatore. Ha modificato il linguaggio della politica… in senso deleterio. Il primo a portare nelle aule parlamentari la chiacchiera da bar”. Bossi fu anche precursore del populismo all’italiana. Prima di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, è stato responsabile “insieme a Silvio Berlusconi tra la fine della prima Repubblica e l’inizio della seconda Repubblica di un imbarbarimento della politica italiana, per quanto riguarda i modi ma poi non possiamo dimenticare i temi”. “L’Umberto”, come lo chiamavano i suoi adepti, sdoganò anche il razzismo, prima contro i popoli del sud Italia (“i terroni”) poi contro i migranti (“con tutti questi negretti che arrivano sui barconi, dovremmo ripopolare di squali il Mediterraneo”). Bossi infatti fu autore della legge restrittiva sulle migrazioni, che introdusse il reato di “clandestinità”. La legge firmata insieme a Gianfranco Fini ed è tutt’oggi in vigore. Razzismo e xenofobia (anche gli omosessuali vennero presi di mira dall’ex leader del Carroccio) furono negli anni assorbiti da quasi tutto l’arco parlamentare e dall’opinione pubblica. Il ritratto di Umberto Bossi e l’analisi sul futuro della Lega, nell’intervista con Alessandro Braga, giornalista di Radio Popolare, autore del libro “Verdenero. Passato e futuro della Lega”, pubblicato da Prospero Editore nell’aprile 2025. Ascolta o scarica
March 21, 2026
Radio Onda d`Urto