In Europa dilaga l’ossessione sulle “influenze russe” alle elezioni
«La guerra ibrida c’è ed è in corso». Mentre infuria lo scontro sul presunto
attentato fallito di Lipsia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani rilancia
l’allarme: Mosca potrebbe tentare di condizionare le prossime elezioni italiane,
in un’Europa dove la minaccia di Mosca viene ritenuta sempre più aggressiva e
«sconsiderata» – per usare le parole del segretario generale della NATO, Mark
Rutte. Quasi in contemporanea, il Financial Times titola “Russia’s ‘Trojan
horse’ in Italy tests Giorgia Meloni”, riprendendo la definizione riservata
dall’European Council on Foreign Relations a Roberto Vannacci: «Un cavallo di
Troia dell’influenza russa in Italia». Pochi giorni prima, dopo il “no”
islandese alla riapertura dei negoziati con Bruxelles, sui media italiani era
già comparsa l’ombra delle onnipresenti ingerenze straniere, utile a decifrare
l’“inspiegabile” rifiuto di un’offerta che non si poteva rifiutare: aderire
all’euro e magari ritrovarsi, appena sei mesi dopo, sotto procedura per
disavanzo eccessivo, come la Bulgaria.
Tre vicende diverse, un unico riflesso condizionato: se gli elettori deviano
dalla linea atlantista ed europeista, qualcuno deve averne manipolato la
volontà. E quel qualcuno, naturalmente, non può che essere “Putin”. Che la
Russia conduca operazioni di propaganda, disinformazione e influenza all’estero
è plausibile, soprattutto durante una guerra combattuta anche attraverso servizi
segreti, sabotaggi e campagne mediatiche. Il problema nasce quando l’ipotesi
smette di essere verificata e diventa la chiave universale con cui spiegare
qualsiasi risultato sgradito, alimentando un clima di minaccia permanente utile
a giustificare leggi liberticide e riarmo. Tajani non ha indicato operazioni
concrete contro le elezioni italiane: si è limitato a evocare possibili
tentativi futuri, subito trasformati in notizia da prima pagina. Nel caso
Vannacci, invece, l’“influenza russa” sembra coincidere con le sue posizioni su
Mosca e Kiev: opinioni politicamente discutibili in democrazia, ma che non
provano alcuna regia del Cremlino. Eppure, il passaggio dalla vicinanza politica
al sospetto di subordinazione è immediato, fino alla più efficace delle
etichette: il «cavallo di Troia».
Lo stesso schema si è ripetuto in Islanda, dove il 52,8% degli elettori, con
un’affluenza superiore all’82%, ha respinto la ripresa dei negoziati con l’UE
per ragioni tutt’altro che oscure: sovranità, pesca, controllo delle risorse e
storica diffidenza verso Bruxelles. Eppure, parte della stampa ha evocato subito
disinformazione e influenze occulte. Persino Repubblica, pur ammettendo
l’assenza di prove sui presunti bot russi, ha richiamato «tecniche da infowar»
attribuite alle fabbriche dei troll di Mosca. Il sospetto, però, era già nel
titolo: tanto bastava.
Mentre l’ingerenza russa viene evocata anche prima che si manifesti, quella
statunitense avviene spesso alla luce del sole e viene derubricata a libertà di
espressione o sostegno alla società civile (che si tratti del defunto USAID o
dell’amministrazione Trump poco cambia). Durante la campagna elettorale tedesca
del 2025, Elon Musk proclamò che soltanto AfD avrebbe potuto «salvare la
Germania», pubblicò un intervento a favore del partito e offrì ad Alice Weidel
una lunga vetrina sulla propria piattaforma. Il vicepresidente americano JD
Vance incontrò la leader di AfD a pochi giorni dal voto, dopo avere usato la
Conferenza di Monaco per attaccare frontalmente i governi europei. Oggi,
l’intervento non si limita alle dichiarazioni. L’amministrazione Trump prepara
un programma da 25 milioni di dollari destinato a organizzazioni conservatrici
europee, quattro dei quali per sostenere media e giornalisti orientati sui temi
della sovranità nazionale, della libertà di parola e dei valori religiosi.
Formalmente, i fondi non andranno ai partiti; materialmente contribuiranno a
costruire l’ambiente culturale e mediatico nel quale quei partiti competono.
Trump indica i leader europei che considera amici o nemici, Musk dispone della
piattaforma con cui amplificarli e la rete politico-finanziaria cresciuta
attorno a Peter Thiel lavora da anni per spostare a destra gli equilibri
occidentali; il suo socio e ceo di Palantir, Alex Karp sostiene apertamente
Israele e fonda una società tecnologico-militare con l’ex ministro ucraino
Mykhailo Federov.
Se finanziare media, sostenere candidati, amplificarne la voce e delegittimarne
gli avversari è ingerenza, allora lo è anche quando proviene da Washington o
dalla Silicon Valley. Altrimenti, non si può trasformare ogni apertura al
dialogo con Mosca nella prova di un complotto. La retorica della «guerra ibrida»
serve soprattutto a riclassificare il dissenso come minaccia: chi contesta le
sanzioni è filorusso, chi critica la NATO fa propaganda per il Cremlino, chi
rifiuta una maggiore integrazione europea è stato manipolato. L’elettore resta
sovrano soltanto finché vota «correttamente», altrimenti, come capitato
rispettivamente in Romania e in Grecia, si annullano le elezioni o i referendum.
È questa la paranoia che dilaga in Europa: non il legittimo timore delle
interferenze straniere, ma l’incapacità delle élite di ammettere che una parte
crescente della popolazione possa respingerne spontaneamente le politiche. Mosca
diventa così il grande alibi per sottrarsi a ogni autocritica, mentre
l’influenza americana entra dalla porta principale, finanzia, incontra candidati
e dichiara apertamente le proprie preferenze.
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