Le manovre di Stati Uniti e Israele per controllare l’HondurasIl 26 novembre scorso, a pochi giorni dalle elezioni e in pieno silenzio
elettorale, un primo messaggio su Truth del presidente statunitense Donald Trump
sconvolse il delicato equilibrio di un ambiente già di per sé incerto e teso.
Sulla falsariga di quanto già avvenuto in Argentina con il sostegno a Javier
Milei, il governante investiva ufficialmente l’ultraconservatore Nasry ‘Tito’
Asfura (Partito Nazionale) dei favori di Washington, satanizzando al contempo la
candidata progressista Rixi Moncada (Partito Libertà e Rifondazione – Libre) e
l’altro membro del bipartitismo tradizionale Salvador Nasralla (Partito
Liberale).
“La democrazia è messa alla prova nelle prossime elezioni in Honduras.
Riusciranno Maduro e i suoi narcotrafficanti a impadronirsi di un altro Paese
come hanno fatto con Cuba, Nicaragua e Venezuela? L’uomo che difende la
democrazia e combatte contro Maduro è Tito Asfura (…) e la sua principale
avversaria è Rixi Moncada, che dichiara di avere Fidel Castro come idolo (…) I
comunisti stanno cercando di ingannare il popolo con un terzo candidato,
Salvador Nasralla che non è un amico della libertà (…) Io e Tito possiamo
lavorare insieme per combattere i narcocomunisti e portare gli aiuti necessari
al popolo honduregno”, scriveva Trump.
Il 28 novembre, a poche ore dal voto, rincarò la dose con nuove minacce e con un
annuncio shock: la concessione della grazia all’ex presidente honduregno Juan
Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per crimini legati al
traffico di droga. Nello specifico, Hernández era stato accusato e poi
condannato negli Stati Uniti per avere partecipato a “una cospirazione corrotta
e violenta di traffico di droga per facilitare l’importazione di centinaia di
migliaia di chilogrammi di cocaina (circa 500 tonnellate)”. In pratica usava
poliziotti e militari per proteggere i carichi che venivano inviati negli Stati
Uniti, estradava i narcotrafficanti rivali e proteggeva i suoi complici, tra cui
il cartello di Sinaloa. Con le tangenti che riceveva finanziava campagne
politiche ed elettorali.
“Se Tito Asfura vincerà le elezioni presidenziali in Honduras (…) gli daremo il
nostro pieno sostegno. Se non vincerà, gli Stati Uniti non sprecheranno il loro
denaro, poiché un leader inadeguato può portare solo a risultati catastrofici
(…) Concederò inoltre la grazia completa all’ex presidente Juan Orlando
Hernández, il quale, secondo molte persone che stimo profondamente, è stato
trattato in modo molto duro e ingiusto. Votate per Tito Asfura e congratulazioni
a Juan Orlando Hernández per la grazia”.
Ingerenza esterna, minacce, brogli elettorali, uso massiccio dei social media
per terrorizzare la base elettorale di Libre si sono sommati al tentativo di
riscattare l’immagine di Hernández, favorendone il ritorno sia fisico che
politico, nel chiaro intento di ridare ossigeno al bipartitismo honduregno,
garantendo così gli interessi dell’oligarchia nazionale, del capitale
multinazionale – in particolare quello più vicino a Trump – nonché quelli
geopolitici e geostrategici di Washington e non solo.
Nelle ultime ore, il portale web Diario Red ha lanciato in esclusiva la notizia
di un coinvolgimento diretto di Israele nella grazia concessa a Hernández.
L’obiettivo sarebbe la costruzione di una nuova base militare USA in Honduras,
l’approvazione di una legge ad hoc per favorire aziende statunitensi e
israeliane specializzate in intelligenza artificiale e il riscatto del progetto
delle Zone di impiego e sviluppo economico (Zede), una specie di charter cities,
abolite durante il governo progressista di Xiomara Castro perché attentavano
contra la sovranità nazionale. Gli audio diffusi attraverso la pubblicazione
coinvolgono politici e funzionari pubblici legati al governante Partito
Nazionale. Apparentemente, lo stesso Asfura ne farebbe parte.
Presentare l’ex presidente come vittima di una trama persecutoria e inneggiare
alla grazia come prova della sua innocenza fa parte della strategia della difesa
e di quei settori che promuovono il suo ritorno. Per preparare il terreno, oltre
al perdono concesso da Trump, sono necessarie misure endogene, tra cui il
controllo assoluto delle istituzioni facendo tabula rasa della presenza di
Libre, la revoca del mandato di cattura emesso contro Hernández per reati di
corruzione (caso Pandora II) e la messa in minoranza della corrente interna al
partito contraria al suo ritorno.
L’abuso del “juicio político” da parte della maggioranza parlamentaria
bipartitista contro membri di Libre fa parte di questo scenario. Oltre al
procuratore generale Johel Zelaya sono stati spogliati delle loro cariche il
magistrato del Tribunale di giustizia elettorale, Mario Morazán, i suoi
supplenti Lourdes Mejía e Gabriel Gutiérrez, il consigliere elettorale Marlon
Ochoa. La presidente della Corte suprema di giustizia, Rebeca Raquel Obando, e
la supplente di Ochoa, Karen Rodríguez, hanno invece preferito abbandonare
l’incarico prima di essere citate dalla commissione parlamentare ad hoc,
puntualmente integrata solo da deputati dei due partiti tradizionali. Ochoa e
altri funzionari e dipendenti pubblici che hanno perso il posto di lavoro – si
parla di circa diecimila licenziamenti – sono fuggiti in esilio.
Nelle ultime settimane, i principali media controllati dalla struttura di potere
in mano a gruppi economici di natura famigliare, hanno dato ampio risalto alle
dichiarazioni di Hernández e della sua famiglia circa un suo ritorno da “uomo
innocente”. Ma non è proprio così e vediamo perché.
Dopo la grazia concessa da Trump nel dicembre 2025, la difesa di Hernández aveva
ritirato il ricorso in appello presentato dopo la sentenza di primo grado di due
anni fa. L’8 aprile scorso la Corte d’Appello del Secondo Circuito di New York
ha accolto la richiesta e ha ordinato al tribunale distrettuale di annullare la
sentenza e al giudice federale Kevin Castel di archiviare il caso “per mancanza
di oggetto (mootness)”. Gli esperti della materia spiegano però che la grazia
parte dal presupposto che la condanna sia esistita. “Venendo meno l’oggetto del
processo e della condanna come effetto del perdono di Trump, la Corte non ha
potuto fare altro che chiedere l’archiviazione del fascicolo, ma questa è una
finzione giuridica. La grazia, infatti, è un perdono che elimina la punizione,
la pena, ma non la verità di ciò che è accaduto, né il reato, né la condizione
di criminale della persona. Al contrario, accettare il perdono è come
riaffermare questa verità di colpevolezza. Ritirando il ricorso in appello e
accettando la grazia, Hernández riconosce implicitamente di aver commesso il
reato”, spiega a Pagine Esteri, Omar Menjívar, avvocato esperto di diritto
costituzionale e diritti umani.
Per il giurista honduregno, la decisione di Trump è estremamente grave. “Abbiamo
una realtà fattuale in cui un ex presidente è stato processato e condannato da
una giuria federale dopo un’indagine durata anni. Abbiamo poi una realtà
virtuale imposta da una sola persona che, per simpatia politica e interessi
politici ed economici, decide di perdonarlo. I fatti però dicono che Juan
Orlando Hernández resta un narcotrafficante condannato”.
Intervistato da MS Now, Thomas Padden, ex procuratore e membro della task force
antidroga e crimine organizzato del Dipartimento di Giustizia statunitense
(OCDETF, per la sua sigla in inglese) recentemente sciolta da Trump, si dice
scioccato da quanto accaduto. “In 47 anni di lavoro non ho mai visto nulla del
genere. La scarcerazione di Hernández mina la credibilità del sistema di
giustizia statunitense. Quando si libera un narcotrafficante condannato, si
stimolano altri delinquenti ad andare avanti con i loro traffici. Questo è il
risultato dell’impunità”.
Una decisione che fa anche a pugni con la retorica trumpista della lotta contro
la droga, che ha avuto la sua massima espressione con la militarizzazione dei
Caraibi e del Pacifico Orientale, la distruzione di oltre 50 motoscafi,
presuntamente di narcotrafficanti, e la morte di oltre 80 persone, ma
soprattutto l’invasione del Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás
Maduro e della primera combatiente e consorte Cilia Flores.
Che dietro al perdono di Hernández e al sistema di concessione della grazia
negli Stati Uniti ci sia ben altro, lo afferma sempre a MS Now l’ex procuratrice
per la grazia del Dipartimento di Giustizia Usa, Liz Oyer. “Trump ha esercitato
il suo potere di clemenza come nessun presidente ha mai fatto, concedendo la
grazia e le commutazioni di pena a una lunga lista di truffatori, politici
corrotti e altri condannati per gravi crimini che non hanno mai espresso
pubblicamente rimorso”.
Secondo Oyer, il denaro e l’influenza stanno giocando un ruolo determinante nel
sistema di indulto sotto Donald Trump. “Ha praticamente creato un sistema di
clemenza pay-for-play, in cui persone che ruotano nella sua orbita si
arricchiscono accettando pagamenti per fare pressioni e ottenere clemenza per i
propri clienti. Trump sta concedendo l’indulto a persone con cui ha rapporti
commerciali, ottenendo benefici enormi per sé e per la propria famiglia. È una
vera ‘economia della grazia’ ed è un sistema molto corrotto”. Nel caso specifico
di Hernández, il recente scoop di Diario Red confermerebbe la tesi di una vera e
propria strategia corrotta israelo-statunitense in vista delle elezioni
honduregne del 2029.
Secondo il portale The New Republic, il giorno stesso del suo secondo
insediamento, Trump concesse la grazia a 1500 persone accusate o condannate per
l’assalto al Campidoglio del 2021. Nell’arco dei due mandati ha concesso la
grazia a oltre 70 tra alleati, donanti e persone condannate per truffa. Più
della metà durante il primo anno del suo secondo periodo.
Per Menjívar dietro la grazia concessa all’ex presidente honduregno ci sarebbero
accordi ben precisi. “Sanno che Juan Orlando Hernández è un elemento chiave, un
operatore politico che può garantire gli interessi economici dell’oligarchia
nazionale e delle multinazionali. La grazia non è gratuita. Ci sono di mezzo
interessi e promesse fatte che devono essere rispettate. Promesse che però
compromettono il Paese e la sua sovranità”.
Fonte: Pagine Esteri
Giorgio Trucchi