La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga CáceresINCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI
E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA
AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA
MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE
EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI
ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO
Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico
delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta
Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH,
assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico
Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa
intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la
madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni,
della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze
comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla
cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di
estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su
colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene.
Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora
dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza
del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai
pensato: “Non voglio più lottare”?
Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno
non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella
fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo
le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo
punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché
continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora
consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu
adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non
saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di
leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere
nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che
avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla
libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue
radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel
ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo
territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata
anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo,
di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle
compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più
davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale:
essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne
saranno altre che continueranno questo cammino.
Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma
tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica.
Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres?
Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano
molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare
le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo
guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia
nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna
idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche
difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche
Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche
questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è
insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra
organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però
la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non
è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a
fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte
insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un
incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto
difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro
l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte
che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è
unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di
rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una
persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande
saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che
ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi
sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un
rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento
soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover
parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo
custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico
sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come
chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere
molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto,
faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece
un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto
idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti,
militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati,
anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo
monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale
del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va
tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era
un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando.
Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare
barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose
che ho imparato.
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Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la
sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo
Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come
recuperi oggi questa complessità?
Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione
è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si
possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare
solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento
stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la
Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti
altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in
America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in
molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile.
Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di
dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta.
Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del
COPINH?
Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che
dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno,
della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando
esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel
riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che
appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato
ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che
chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga
riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte
altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo,
naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del
territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti
minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte
della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi
viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di
questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno
rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di
privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra
identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per
l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i
bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come
migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo.
Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in
condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i
nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del
COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un
riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci
sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno
capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono
strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di
otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente
dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto
comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative.
Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras
siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è
un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente,
un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di
persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte
altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro
la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia
madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla
lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa
situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone
del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che
esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras.
Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa
formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una
ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio
dalla resistenza alla costruzione di alternative?
Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama
Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a
non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di
difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune
vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo:
passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non
vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la
possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze,
allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa
è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli
per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle
ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle
comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo
giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle
comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa:
volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare
la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità
rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema
capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il
luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è
possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che
fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando
noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei
boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni
dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra
importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano
questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose
apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di
colonialismo.
In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per
il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono
in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate
questo meccanismo?
Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di
sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che
si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere
assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non
coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava
i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già
stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno.
Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o
relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste
relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione
del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che,
sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH,
compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è
chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo
verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non
parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di
morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta
molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure
l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi
all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per
esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo:
chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario?
La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa,
proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della
banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però
datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista,
discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa
ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a
poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione
violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato
e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di
FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund
appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una
banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese
e del popolo finlandese per finanziare violenza.
Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei?
In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è
stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare
ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della
trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano
governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo
sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante.
È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il
coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la
possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate
per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto
sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti
blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno
permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di
denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da
comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o
un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza
gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti.
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