Tag - honduras

“LATINOAMERICA”: IL RICORDO DI BERTA CACERES IN HONDURAS E IL DEVASTANTE SISMA IN VENEZUELA
LatinoAmerica, trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. 30 minuti in volo libero e ribelle tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”. Appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 29 giugno 2026 ci porta in Honduras e in Venezuela. HONDURAS – A 10 anni dal vile assassinio politico in Honduras di Berta Cáceres, la sua voce continua a risuonare nelle lotte dei popoli indigeni, dei movimenti femministi e di chi difende la terra e i beni comuni. Di questo si è parlato il 19 giugno 2026 al Cs Cantiere di Milano, in un incontro con Bertita (Berta Zúniga Cáceres), figlia di Berta e oggi tra le principali figure del Copinh, insieme a Camilo Bermúdez, consigliere politico e responsabile del lavoro di giustizia e difesa dei diritti dell’organizzazione. Il nostro collaboratore Andrea Cegna, curatore della newsletter Il Finestrino, ha intervistato Bertita Caceres e Camilo Bermúdez prima dell’incontro: nella puntata vi proponiamo la doppia intervista, tradotta in italiano. VENEZUELA – Andremo poi in Venezuela, devastato dal terremoto con sisma massimo di magnitudo 7.5, il 24 giugno 2026. Continuano le scosse di assestamento, con un bilancio di vittime in crescita continua – a ora, siamo a circa 1.700 corpi ritrovati – e decine di migliaia di dispersi. Il punto, di cronaca e politico, con Marco Consolo, analista di questioni internazionali ed esperto di Latinoamerica, ai nostri microfoni. La puntata di lunedì 29 giugno 2026 di LatinoAmerica su Radio Onda d’Urto.  Ascolta o scarica
June 30, 2026
Radio Onda d`Urto
La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres
INCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH, assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni, della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene. Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai pensato: “Non voglio più lottare”? Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo, di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale: essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne saranno altre che continueranno questo cammino. Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica. Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres? Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto, faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti, militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati, anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando. Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose che ho imparato. -------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come recuperi oggi questa complessità? Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile. Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta. Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del COPINH? Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno, della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo, naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo. Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative. Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente, un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras. Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio dalla resistenza alla costruzione di alternative? Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo: passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze, allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa: volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di colonialismo. In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate questo meccanismo? Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno. Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che, sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH, compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo: chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario? La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa, proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista, discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese e del popolo finlandese per finanziare violenza. Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei? In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante. È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres proviene da Comune-info.
June 19, 2026
Comune-info
Presidenziali Colombia: per Cepeda strada in salita
A sorpresa, dopo il primo turno del 31 maggio, il candidato di ultradestra Abelardo De La Espriella ha circa settecentomila voti di vantaggio su Iván Cepeda, esponente delle sinistre. Sul voto pesano le pesanti ingerenze Usa e numerose anomalie denunciate dal Pacto Histórico ai seggi. Il ballottaggio si terrà il 21 giugno di David Lifodi Foto: https://www.nodal.am/ Sono poco più
L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia
Il giurista colombiano Luis Guillermo Pérez Casas, storico difensore dei diritti umani, e il collega Mario Serrato hanno annunciato la presentazione di una denuncia penale in Colombia e in Honduras contro Juan Orlando Hernández, l’ex presidente del paese centroamericano. Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per narcotraffico […] L'articolo L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia su Contropiano.
May 31, 2026
Contropiano
Chi saccheggia la Terra e chi la difende: due documentari
Pilleurs de Terre Film Documentario Regia: Fanny Paloma Produzione: Blu Corporation Anno 2026 – 1’15’’ QUI il sito ufficiale in francese. “Pilleurs de Terre” è un documentario d’inchiesta e di poesia sulla lotta di chi vive vicino alle piantagioni Socfin/Bolloré in Cambogia e Camerun.  Per cinque anni, la regista Fanny Paloma ha condotto un’indagine per documentare l’accaparramento di terre da parte
Honduras, il ritorno della repressione: violenza, militarizzazione e guerra ai movimenti sociali
Virata la boa dei simbolici 100 giorni, il governo di Nasry Asfura, supportato da una solida maggioranza parlamentare bipartitista, sta confermando le peggiori previsioni. Oltre a procedere a gran velocità con l’occupazione e il controllo ferreo delle istituzioni e aprire nuovamente le porte alla svendita di territori e al saccheggio dei beni comuni, i primi tre mesi di governo sono serviti anche per ancorare gli interessi di gruppi economici nazionali a controllo famigliare e per sferrare nuovi attacchi alle opposizioni politiche e sociali. Si tratta di una riedizione 2.0 del governo dell’indultato Juan Orlando Hernández, in attesa di un suo ritorno in Honduras per assumere il ruolo strategico affidatogli da Trump. In un contesto in cui si indebolisce l’istituzionalità, si allargano le maglie per la corruzione e per l’infiltrazione del crimine organizzato, si intensifica la campagna mediatica di denigrazione e criminalizzazione delle opposizioni e si promuove la militarizzazione della società e dei territori, uno dei risultati non può che essere l’aumento della repressione e della violenza omicida. Secondo l’Osservatorio della Violenza dell’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras (OV-UNAH), durante i quattro anni di governo progressista di Xiomara Castro il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti si è quasi dimezzato, passando da 41,7 omicidi nel 2021 a 23,2 nel 2025. Durante i primi mesi del 2026, si rileva invece una preoccupante inversione di tendenza con 598 morti violente nel primo trimestre, includendo 6 massacri, che equivale a un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Tra le vittime almeno 137 minorenni e 70 femminicidi. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) considera come soglia dell’epidemia un tasso di omicidi superiore a 10 vittime ogni 100 mila abitanti. I mesi di aprile e maggio non sono certo andati meglio. Cavalcando queste cifre, un’ampia maggioranza parlamentare ha approvato un nuovo “pacchetto sicurezza” che prevede una serie di riforme del codice penale che, oltre a inasprire le pene contro l’estorsione e ridefinire il delitto di “associazione con finalità di terrorismo”, incorporando tra le nuove figure le bande giovanili (maras) e le strutture collegate al crimine organizzato e il narcotraffico, lascia aperte le porte a interpretazioni estensive che potrebbero essere usate contro settori sociali e manifestanti che esercitano il diritto alla protesta pacifica. Per vari giuristi si corre il rischio che queste nuove tipificazioni, invece di concentrarsi esclusivamente su atti che attentano contro l’ordine costituzionale, possano poi essere usate contro il movimento sociale e popolare honduregno. Tra le varie riforme in cantiere, infatti, c’è anche quella che innalza la pena per il reato di usurpazione, principale arma usata nel lawfare contro le organizzazioni contadine e le popolazioni nere (garifuna) e indigene dell’Honduras che difendono i propri diritti su terre ancestrali e di riforma agraria. Per la costituzionalista e difensora dei diritti umani Reina Rivera Joya, l’applicazione simultanea dei delitti di terrorismo e usurpazione porterebbe a pene che oscillano tra i 25 e i 35 anni di carcere. La ‘lotta contra il crimine organizzato, il narcotraffico e il terrorismo’ è inoltre uno strumento spesso usato da governi ultraconservatori allineati con Washington per giustificare misure eccezionali repressive, stati d’emergenza, l’inasprimento delle pene e la militarizzazione dei territori. Non è un caso che il Congresso honduregno, dopo le riforme del codice penale, abbia approvato un decreto in cui si autorizzano le Forze Armate ad affiancare la Polizia in compiti di pubblica sicurezza. È stata inoltre creata l’Agenzia Nazionale contro il Crimine che inonderà di reparti operativi speciali le zone ritenute maggiormente conflittuali e si è data luce verde alla costruzione di nuove carceri di massima sicurezza. Insomma, un vero e proprio circolo vizioso in cui la politica adotta un modello che crea esclusione, miseria e violenza e si usano l’emergenza, la militarizzazione e la repressione per controllarne gli effetti, provocando così una nuova escalation della violenza stessa, alimentata dall’impunità, le cui vittime sono quasi sempre quegli stessi settori della popolazione che vedono i loro diritti sistematicamente calpestati e che esigono cambiamenti strutturali. È in questo contesto che lo scorso 21 maggio sono stati massacrati, con tiro di grazia, venti contadini di una comunità del Bajo Aguán, entroterra caraibico nel nordest dell’Honduras, una delle zone più conflittuali in cui si mescolano esigenza di terra e giustizia, espansione agroindustriale, politica collusa con il crimine organizzato e assenza dello Stato. Beneficiata da una riforma agraria negli anni 60 e 70, la Valle dell’Aguán subì una controriforma all’inizio degli anni 90 con l’avvento e la consolidazione globale del modello neoliberista, che nelle campagne honduregne trovò la sua materializzazione nella nefasta legge di ‘modernizzazione agricola’. Essa portò a una veloce ricomposizione del latifondo e alla conseguente proletarizzazione delle famiglie contadine, fomentando, con fondi della Banca Mondiale, l’espansione dell’agrobusiness e delle monocoltivazioni, specialmente quella della palma africana. Dopo il colpo di Stato del 2009, nell’Aguán iniziò un’importante offensiva dei gruppi di contadini organizzati per recuperare le terre che erano state sottratte loro. La risposta di uno Stato garante degli interessi di produttori palmeros e narcotrafficanti fu la militarizzazione della zona e un’ondata di violenza che insanguinò le rive del fiume Aguán. Più di cento, tra dirigenti e membri di cooperative agrarie, sono stati assassinati impunemente negli ultimi 15 anni, mentre buona parte delle organizzazioni contadine subirono l’impatto delle infiltrazioni, delle divisioni indotte, delle campagne di killeraggio mediatico, della repressione giudiziaria e fisica. Le venti persone assassinate nel settore della comunità di Rigores (Colón) mentre andavano a lavorare in una piantagione di palma africana (Paso Aguán), tra cui due adolescenti di 14 e 16 anni e tre sorelle di 28, 30 e 33 anni, avevano già denunciato, pochi giorni prima, l’irruzione di agenti della polizia che avevano assaltato case e piccoli punti di vendita, distruggendo e bruciando mobilio, elettrodomestici e prodotti alimentari. La stessa zona è stata teatro delle scorribande di gruppi criminali che si dedicano, in totale impunità, a sfollare centinaia di famiglie che hanno recuperato terre e territori, mentre nella valle e sulla costa si moltiplicano i megaprogetti turistici ed energetici e le attività estrattive. La Piattaforma Agraria dell’Aguán denuncia che il massacro di Rigores avviene proprio dopo l’annuncio di una nuova militarizzazione della zona e di riforme punitive che criminalizzano ulteriormente la lotta per l’accesso alla terra. Nella stessa direzione va il richiamo di altre organizzazioni sociali. “Il conflitto nasce dalla decisione politica di sottrarre le terre ai contadini e ridarle a latifondisti e agroindustriali. Chi osa protestare viene criminalizzato, arrestato, cacciato via, assassinato”, spiega il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh). “I gruppi criminali” continua l’organizzazione indigena Lenca “agiscono nel silenzio delle istituzioni, le banche procedono a finanziare progetti di spoliazione, gli accordi raggiunti con le autorità non sono mai rispettati e lo Stato continua a proteggere i ricchi. Per questo diciamo che il crimine organizzato, l’agroindustria e lo Stato sono coinvolti e perseguono gli stessi obiettivi”. Per risolvere questa situazione, conclude il Copinh, non serve la militarizzazione dei territori, bensì “giustizia agraria, indagini indipendenti, carcere per gli autori materiali e i mandanti”. Il tutto in perfetta sintonia con quanto espresso dall’ex presidente Juan Orlando Hernández negli audio pubblicati da Canal RED e Hondurasgate, quando, rivolgendosi al fedelissimo presidente del Congresso, Tomás Zambrano, intimava l’uso della violenza per mettere in riga chi si oppone e protesta. “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza”. Per il direttore di Radio Progreso, padre Ismael “Melo” Moreno, il dibattito non deve concentrarsi sulla veridicità o meno degli audio, ma se “i loro contenuti sono coerenti con fatti e personaggi coinvolti nella vita politica. La violenza scoppiata e annunciata negli audio non ha nulla di falso ed è un fiume di sangue quello che scorre”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
May 26, 2026
Pressenza
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano
L’America latina di fronte agli Stati Uniti
Queste note hanno l’obiettivo di offrire una visione generale del sub-continente e dei suoi rapporti attuali con gli Usa, con alcuni approfondimenti sulle politiche di impatto continentale. di Marco Consolo (*) In un mondo attraversato da guerre e tensioni geopolitiche e caratterizzato dall’incertezza sul futuro, la transizione planetaria ha modi e tempi incerti. Viceversa, la cruda e certa realtà è
“LATINOAMERICA:” CHE COSA E’ L’HONDURASGATE?
LatinoAmerica è la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. Ogni due settimane, 30 minuti in volo libero e ribelle…tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia. 30 minuti su Radio Onda d’Urto, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”: appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 18 maggio 2026 ci porta in Honduras. Riprendiamo infatti le considerazione fatte a Radio Blackout di Torino da Giorgio Trucchi, giornalista, collaboratore dall’America Centrale per Pagine Esteri, più volta ai microfoni anche di Radio Onda d’Urto. Al centro delle riflessioni di Trucchi il cosiddetto “Hondurasgate”, che coinvolge i governi di Usa, Israele e Argentina, oltre al ruolo cinese nella zona dell’America Centrale. La puntata di LatinoAmerica di lunedì 18 maggio 2026 su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
May 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Le registrazioni dei file audio confermano il progetto di trasformare l’intera regione in un’enclave estrattivista basata su carceri disumane e manipolazione religiosa finanziata con fondi pubblici sottratti alle infrastrutture statali. di Giorgio Trucchi (*) Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello