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In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini
L’entusiasmo con cui venticinque anni fa Stefano Chiarini organizzò il primo viaggio di solidarietà con i rifugiati palestinesi in Libano faceva immaginare che la sorte di quelle centinaia di migliaia di persone un giorno non lontano potesse cambiare. Tutto iniziò perché un Comitato internazionale si pose il problema di dare […] L'articolo In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini su Contropiano.
September 16, 2026
Contropiano
“SIAMO TUTTE YPJ”, DELEGAZIONE IN ROJAVA DI DONNE CHE TESSONO IL FUTURO
Una delegazione del network internazionalista Women weaving the future, in italiano Donne che tessono il futuro, si è recata in Rojava, le aree a maggioranza curda della Siria settentrionale dove, dalla rivoluzione del 2012, in piena guerra civile siriana, dopo la cacciata dei militari del regime di Assad si è sviluppato l’autogoverno delle comuni e delle cooperative, nel quale le donne hanno avuto fin da subito un ruolo centrale. Oggi, quei territori nel cuore del Medio oriente, conosciuti in tutto il mondo per la sfida rivoluzionaria del Confederalismo democratico, attraversano un momento storico particolare: le istituzioni – civili e militari – dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (Daanes) stanno affrontando un processo di integrazione nello stato siriano in seguito all’accordo firmato dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dal governo di transizione di Damasco il 29 gennaio 2026 al termine di scontri armati che erano proseguiti per alcune settimane. Il 25 agosto 2026 è stato annunciato lo scioglimento delle Sdf e i loro combattenti sono stati integrati in 4 battaglioni dell’esercito siriano che difenderanno le aree a maggioranza curda, quindi il Rojava. Per quanto riguarda le Unità di protezione delle donne (Ypj), invece, il processo di integrazione non è ancora stato definito. Sono in corso negoziati a riguardo tra il governo di al-Sharaa e le Ypj, che sono una struttura autonoma rispetto alle Sdf. Per supportare la campagna “Siamo tutte Ypj”, che chiede il riconoscimento del diritto all’autodifesa delle donne da parte del governo di Damasco, la delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha incontrato e intervistato la comandante delle Ypj Newroz Ahmed (riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervista). Su Radio Onda d’Urto è intervenuta Lara Torrisi, esponente della delegazione di Donne che tessono il futuro in Rojava. Ascolta o scarica.   Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro: Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.  Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Ahmed. È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia? Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente. La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società. Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito. Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno». Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società. Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito? Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli. Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini. Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere. Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne. E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish? Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne. Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”? Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti. Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali. Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale? Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti. Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione. Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente. Come continuerà, quindi, la vostra lotta? Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione. La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta.
September 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Cuba rilancia la battaglia delle idee
È iniziata con una fitta agenda di incontri istituzionali e culturali la missione ufficiale della Rete dei Comunisti a Cuba. La delegazione, composta da Rita Martufi, Giacomo Marchetti e Luciano Vasapollo, è stata invitata dal Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba a partecipare alle iniziative internazionali dedicate al centenario […] L'articolo Cuba rilancia la battaglia delle idee su Contropiano.
August 10, 2026
Contropiano
“INSISTING ON FREEDOM”: DELEGAZIONE GIOVANILE INTERNAZIONALISTA IN TURCHIA HA CHIESTO DI INCONTRARE ABDULLAH ÖCALAN
Dal 23 al 28 luglio 2025, una delegazione di giovani internazionaliste e internazionalisti provenienti da diversi paesi europei si è recata in Turchia per chiedere di incontrare il leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan. Il gruppo, parte della campagna “Insisting on Freedom”, è giunto prima ad Ankara, dove ha avanzato formale richiesta alle autorità turche di poter far visita a Öcalan e agli altri detenuti sull’isola-carcere di Imrali, sulla quale il leader del movimento di liberazione curdo è imprigionato dal 1999.  La delegazione si è poi spostata a Istanbul, dove ha incontrato alcuni esponenti del Partito DEM, gli avvocati di Abdullah Öcalan ed esponenti del TJA, movimento delle donne libere. Gli incontri sono stati un’occasione per discutere le idee e il paradigma della modernità democratica di Öcalan, ma soprattutto del processo di pace in corso tra il movimento di liberazione curdo e lo stato turco; un dialogo in corso da tempo ma annunciato ufficialmente dallo stesso Öcalan con l’Appello per la pace e una società democratica del 27 febbraio 2025. In attesa della risposta del Ministero della Giustizia turco, la delegazione è rientrata in Europa. Prima, però, ha avuto l’opportunità di scrivere una lettera al leader del Pkk. Verrà spedita a Imrali.  Benny, della delegazione “Insisting on Freedom”, ha raccontato l’iniziativa ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
August 7, 2025
Radio Onda d`Urto
Il Venezuela “da dentro”. Resoconto dalla delegazione italiana
Ieri la nostra delegazione a Caracas ha potuto toccare con mano cosa comporta e significa il processo rivoluzionario bolivariano chavista nella sua costruzione del socialismo e come esso si articola nella propria organizzazione nei quartieri e nei settori sociali. Abbiamo iniziato la giornata portando il nostro saluto alla tomba del […] L'articolo Il Venezuela “da dentro”. Resoconto dalla delegazione italiana su Contropiano.
July 28, 2025
Contropiano
Espulsa delegazione della Ue dalla Libia dell’est
Ieri una delegazione della Ue, della quale faceva parte anche il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, era arrivata in Libia all’aeroporto di Benina, in Cirenaica, ma il governo parallelo di Bengasi ha annullato la visita in programma denunciando “violazioni delle norme dello Stato libico”. La visita dei ministri dell’Interno di […] L'articolo Espulsa delegazione della Ue dalla Libia dell’est su Contropiano.
July 9, 2025
Contropiano
“VERSO LA PACE E UNA SOCIETÀ DEMOCRATICA IN TURCHIA. LIBERTÀ PER ABDULLAH ÖCALAN E TUTTI I DETENUTI POLITICI”. CONFERENZA STAMPA DELLA DELEGAZIONE ITALIANA RIENTRATA DA ISTANBUL
Tra il 10 e il 12 luglio 2025, nella regione di Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno (nord-Iraq), una ventina di militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan scenderanno dalle basi della guerriglia sulle montagne curde e deporranno simbolicamente le armi davanti alla stampa e a osservatori internazionali. Lo riferiscono in questi giorni diverse agenzie di stampa, anche legate al movimento di liberazione curdo. L’iniziativa, che sarà preceduta da un nuovo appello da Imrali del leader e cofondatore del Pkk  Abdullah Öcalan, intende aumentare la pressione politica sullo stato turco affinché compia dei passi concreti nel processo di pace aperto – in teoria – con il movimento di liberazione curdo (annunciato ufficialmente il 27 febbraio 2025 con l'”Appello per la pace e una società democratica” da Öcalan e seguito dal XII Congresso del Pkk che ha annunciato lo scioglimento dell’attuale struttura organizzativa). Intanto però, denunciano dalle montagne del nord-Iraq, gli aerei e i droni da guerra di Ankara continuano a bombardare le posizioni della guerriglia. Stamattina a Roma, al Senato, si è tenuta la conferenza stampa della delegazione italiana rientrata nelle scorse ore da Istanbul, dove si era recata insieme ad altre delegazioni internazionali  per chiedere alle autorità turche di poter incontrare Abdullah Öcalan sull’isola-carcere di Imrali. Ankara ha negato l’autorizzazione. La conferenza è stato intitolata “Verso la pace e una società democratica in Turchia. Libertà per Ocalan e tutti i detenuti politici”. L’incontro si è potuto svolgere al Senato per l’iniziativa del senatore di Avs Giuseppe De Cristofaro L’audio integrale della conferenza stampa registrato dalla redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
July 4, 2025
Radio Onda d`Urto
Oltre il muro dell’indifferenza. Una delegazione italiana al confine con Gaza
A Gaza si muore di fame, di sete, di bombe e di silenzio. Nei giorni dal 17 al 19 maggio, mentre la comunità internazionale balbetta e le cancellerie occidentali si dividono tra timidi ammonimenti e complicità diplomatica, una delegazione italiana ha deciso di rompere l’assordante immobilismo. Sessanta tra parlamentari, eurodeputati, reporter, attiviste e attivisti hanno raggiunto il valico di Rafah per denunciare l’assedio israeliano e l’uso sistematico della fame come arma di guerra. La Striscia di Gaza è sprofondata in un baratro di disumanità. Dal 2 marzo 2025, nessun convoglio umanitario ha più varcato i confini: acqua, cibo e medicinali restano bloccati alle frontiere sotto il controllo israeliano. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: oltre 14mila bambini rischiano la morte per fame e disidratazione nelle prossime 48 ore. L’UNRWA denuncia l’impossibilità di distribuire gli aiuti rimasti a causa delle continue restrizioni imposte da Tel Aviv. Nel silenzio quasi corale della comunità internazionale, le cifre diventano epitaffio: più di 53mila persone palestinesi sono state uccise dall’inizio dell’operazione militare israeliana nell’ottobre 2023. Intere famiglie cancellate, infrastrutture sanitarie ridotte in macerie, scuole divenute bersagli. A confermare la brutalità sistematica di questa offensiva, il 19 maggio, giorno in cui la delegazione italiana si trovava ancora al valico di Rafah, Israele ha ordinato l’evacuazione immediata di Khan Younis e lanciato un attacco aereo senza precedenti sulla città. In un’ora sono stati colpiti ospedali, abitazioni e infrastrutture civili: almeno 135 i morti, centinaia i feriti. Migliaia di persone, molte già sfollate, sono state costrette a fuggire ancora una volta, senza destinazione né protezione. La guerra contro la popolazione civile prosegue senza tregua; nel frattempo, gli aiuti umanitari restano bloccati ai confini. > In un’intervista, Giulia Torrini – presidente dell’organizzazione Un Ponte Per > e membro della delegazione italiana presente a Rafah – racconta i momenti > vissuti in prossimità del valico: «Durante la nostra permanenza al valico di > Rafah, le esplosioni si susseguivano a intervalli regolari, ogni otto o dieci > minuti. Il boato era nitido, penetrante, impossibile da ignorare». Mentre il governo Netanyahu dichiara l’obiettivo di un “controllo totale” su Gaza in nome della lotta a Hamas, sul terreno prende forma un’altra verità: quella di una strategia che molte voci, definiscono senza esitazione una pulizia etnica mascherata da guerra contro il terrorismo. La retorica della sicurezza viene così piegata a giustificare una guerra di annientamento, che colpisce soprattutto civili disarmati. IL CAIRO: LE VOCI DEI SOPRAVVISSUTI La recente iniziativa della delegazione italiana, promossa da AOI, ARCI e Assopace Palestina, ha assunto un significato che va ben oltre la solidarietà simbolica. Si è trattato di un’iniziativa esplicitamente politica, concepita come atto di rottura contro la complicità silenziosa delle istituzioni europee e la diplomazia titubante dell’Occidente. La presenza al valico di Rafah non mirava soltanto a sollecitare l’ingresso degli aiuti umanitari, ma a denunciare apertamente la legittimazione internazionale di un regime che, con l’assedio di Gaza, sta conducendo una guerra sistematica contro la popolazione civile. Torrini ricorda gli incontri con la comunità palestinese in esilio avvenuti nei giorni precedenti l’arrivo al valico: «A Il Cairo abbiamo incontrato quelli che potremmo definire i “sopravvissuti”: giornalisti, operatori umanitari, attiviste rifugiate in Egitto, per lo più donne. Non si sono limitati a condividere le loro storie: ci hanno posto davanti alla nostra responsabilità, ci hanno messi a nudo, senza sconti. Le testimonianze, in particolare durante i confronti con la componente politica della delegazione, sono state dirette e incisive. Alcune attiviste hanno espresso con amarezza la convinzione che non si stia facendo abbastanza, sottolineando come da mesi le immagini delle violenze vengano osservate e condivise senza che questo porti a un cambiamento concreto. Una giovane ha inoltre sollevato la questione dell’uso di quelle immagini, ritenendo che la loro diffusione possa togliere dignità alle vittime, trasformandole in spettacolo per un mondo ormai insensibile. Secondo lei, se neanche la visione di quei corpi riesce a scuotere le coscienze, forse sarebbe meglio non mostrarli affatto». Una provocazione, certo, ma anche un’affermazione profondamente vera. Una denuncia del voyeurismo occidentale, della nostra progressiva anestesia morale. di Daniele Napolitano di Daniele Napolitano Durante questi incontri sono intervenuti giornaliste e giornalisti come Abdel Nasser, operatrici e operatori umanitari, attivisti dell’Union of Agricultural Work Committees (UAWC), che hanno parlato della distruzione del 90% delle terre agricole nella Striscia di Gaza: «Un attacco diretto all’autosufficienza alimentare, parte di una strategia che usa la fame come arma di guerra», riporta Torrini. «Un operatore dell’associazione Vento di Terra ha raccontato di essere stato evacuato nove volte prima di riuscire a trovare rifugio in Egitto, stremato da un’esistenza sempre sotto minaccia. Tuttavia, ha ricordato che anche lì la vita per un rifugiato palestinese resta estremamente difficile. Non si è liberi di lavorare, studiare, muoversi. È la condizione sistemica delle diaspore palestinesi, dal Libano alla Siria». > Torrini ha raccontato anche un altro momento significativo della giornata: un > incontro di approfondimento con un esperto di relazioni internazionali. Durante la discussione sono emersi diversi elementi chiave: il calo di consensi di Hamas tra la popolazione palestinese, il crescente distacco tra la leadership e la società civile, ma anche il mantenimento di una certa influenza del movimento all’estero. Si è parlato del ruolo ambiguo dei Paesi del Golfo, della progressiva marginalizzazione della causa palestinese nell’agenda araba e dell’assenza totale di volontà politica, da parte della leadership israeliana, di intraprendere un percorso diplomatico. Secondo l’analisi condivisa, la strategia di Tel Aviv non si limiterebbe a un contenimento del conflitto: punterebbe piuttosto alla cancellazione definitiva della Striscia di Gaza. Non una gestione della crisi, ma un progetto sistematico di annientamento. RAFAH: UN GESTO POLITICO OLTRE IL CONFINE «I soldati egiziani presidiavano il valico immobili, motori spenti, armi in braccio: una presenza muta e assente. E noi lì, nel silenzio spezzato solo dalle esplosioni, puntuali ogni otto minuti. Un silenzio surreale, tagliato appena dal cinguettio degli uccelli – si può sentire in sottofondo anche in tutti i nostri audio telefonici. E in mezzo a tutto questo, gridare “Free Palestine”, “Stop the Genocide”, “Stop Illegal Occupation”, in inglese, per rompere quel silenzio – nonostante sapessimo benissimo che nessuno ci stesse ascoltando davvero – è stato un atto di rottura, un grido politico». Il gesto di lasciare peluche e giocattoli sul confine egiziano, impossibilitati a varcare il confine come le bambine e i bambini a cui erano destinati, è divenuto l’emblema di una protesta potente. Oggetti fragili, infantili, inermi: simboli di un’infanzia strappata. Un grido rivolto all’Europa affinché smetta di coprire con il linguaggio della diplomazia ciò che, nei fatti, è una violazione continuata del diritto internazionale. «Trovarsi lì, con quasi 20 parlamentari ed europarlamentari in prima linea, mentre esponevano cartelli con i volti dei leader europei – gli stessi che continuano a negare la realtà di un genocidio in corso o a rimanere inerti di fronte al blocco degli aiuti umanitari – è stato fortissimo. E poi quei pupazzi, quei piccoli indumenti sparsi a terra, accompagnati dal segno di gesso che si disegna normalmente attorno ai cadaveri nelle scene del crimine… era una denuncia visiva. In quel piazzale desolato, vuoto, dove un tempo si accalcavano camion carichi di aiuti, oggi non passa più nulla». Con questa azione, la delegazione ha restituito dignità alla parola “presenza”, trasformandola in testimonianza attiva e denuncia diretta. Non più appelli generici, ma una domanda precisa: da che parte sta la politica europea, quando i confini diventano barriere alla vita? di Daniele Napolitano GAZA: REPORTER SOTTO LE BOMBE In un contesto dove la verità è spesso ridotta al silenzio delle macerie, anche la parola dei reporter diventa bersaglio. Al valico di Rafah, 14 giornaliste e giornaliste hanno lanciato un appello dal tono netto e ineludibile: “Basta sparare sui giornalisti”. Un grido nato dall’urgenza di denunciare ciò che si consuma nell’ombra. Dal 2023, oltre 220 reporter palestinesi sono stati uccisi sotto i bombardamenti israeliani; decine sono detenute e detenuti nelle carceri, le loro famiglie perseguitate. In assenza della stampa internazionale, tenuta fuori da Gaza da oltre 19 mesi, sono loro – esposti e isolati – gli unici occhi rimasti a raccontare. Alcuni, pur di distinguersi, indossano giubbotti improvvisati con la scritta “PRESS”, che non proteggono da nulla se non dall’invisibilità. «La stampa non è testimone del conflitto: è bersaglio», scrivono. Ed è forse questo il dettaglio più drammatico di un conflitto che teme chi documenta. L’appello delle giornaliste e dei giornalisti, dal valico di Rafah si rivolge all’Europa e al mondo: si chiede che venga garantita la protezione dei cronisti e delle croniste palestinesi e l’accesso alla Striscia per la stampa internazionale. «Una giornalista palestinese», continua Torrini, «ci ha spiegato che ormai i cronisti locali si muovono all’interno delle proprie abitazioni senza più indossare i giubbotti antiproiettile contrassegnati dalla scritta “PRESS”. Quegli stessi giubbotti, che dovrebbero garantire una parvenza di protezione, oggi non vengono più forniti. Non arriva più nulla: né caschi, né protezioni, né alcun tipo di materiale di sicurezza. Per questo, molti giornalisti si arrangiano con mezzi di fortuna: imbottiscono i loro giubbotti con spugne, ricreando una sorta di uniforme simbolica. Non è più un mezzo per proteggersi, ma un gesto di dignità, quasi una forma di resistenza, un modo per dire “noi ci siamo”, pur sapendo perfettamente che quelle imbottiture artigianali non potranno mai salvarli né da un proiettile, né tantomeno da una bomba». L’EUROPA SI MUOVE, MA TROPPO LENTAMENTE Sotto la pressione crescente dell’opinione pubblica e di alcuni Stati membri, l’Unione Europea ha annunciato la revisione dell’accordo di associazione con Israele, invocando la clausola sui diritti umani. Anche il Regno Unito ha sospeso le trattative commerciali con Tel Aviv, mentre Francia e Canada minacciano sanzioni. Tuttavia, queste misure appaiono tardive e insufficienti di fronte a quella che molti definiscono una catastrofe umanitaria senza precedenti. Nel frattempo, l’esercito israeliano insiste su obiettivi civili: emblematico l’attacco contro una delegazione diplomatica in visita a Jenin, in Cisgiordania, che ha scatenato reazioni di condanna da parte di diversi governi europei. «Essere arrivati al valico di Rafah ha avuto un’eco forte nel mondo arabo. Siamo finiti su Al Jazeera, su I Am Palestine, su vari media mediorientali. È servito a raccontare, a far circolare un’altra narrazione. Forse non è un caso se, subito dopo il nostro ritorno, alcuni leader europei hanno cominciato ad alzare la voce. Tre europarlamentari erano con noi a Rafah. Pochi giorni dopo, la presidente della Commissione europea ha chiesto la revisione dell’accordo di associazione UE-Israele. Italia e Germania si sono opposte, com’era prevedibile, ma qualcosa si è mosso. Il resto d’Europa inizia a reagire. Come attivisti italiani, sappiamo di trovarci in un momento storico delicato. Il nostro governo, come quelli precedenti, continua a vantarsi dell’“amicizia con Israele”. Ma questa retorica comincia a mostrare crepe, soprattutto rispetto ad altri Paesi europei che – seppur lentamente e non per improvvisa coscienza morale – appaiono in difficoltà davanti alla crescente pressione dell’opinione pubblica». di Daniele Napolitano Oggi la società civile internazionale dispone di un margine d’azione, seppur limitato, per denunciare l’immobilismo dei propri governi. In questo quadro, il confronto diretto tra la carovana solidale e le realtà locali ha portato alla redazione di un documento ufficiale, indirizzato alla Presidente del Consiglio, con la richiesta di una presa di posizione chiara e netta contro la guerra. La portata simbolica e politica di questa iniziativa dipenderà dalla capacità delle opposizioni di restare coese e di riconoscere la centralità della questione palestinese. Le testimonianze ascoltate sul campo, i numeri dei civili uccisi sono prove che non possono più essere ignorate. «La questione palestinese oggi è molto più di un conflitto locale: è il riflesso di un nuovo paradigma globale. Da un lato, un potere coloniale che utilizza l’apartheid come strumento di conquista e controllo territoriale; dall’altro, un sistema umanitario internazionale che, nato nel secondo dopoguerra per proteggere i popoli vittime dei conflitti, oggi sta degenerando in un meccanismo commerciale, persino redditizio. L’aiuto umanitario è diventato una leva politica e i suoi operatori sono ormai bersagli dichiarati. Alcuni temono che si stia andando verso un modello in cui l’assistenza venga affidata a fondazioni private od organizzazioni filo-occidentali, sostenute da Israele e Stati Uniti, svuotando di significato e legittimità il concetto stesso di aiuto internazionale. In questo contesto, la decisione degli Stati Uniti di tagliare i fondi USAID e di smantellare l’agenzia per la cooperazione è un segnale chiaro». La Palestina, in questo quadro, diventa un laboratorio. Un esperimento. Ciò che accade lì prefigura modelli destinati a replicarsi ovunque: in ogni contesto di occupazione, assedio o colonizzazione. «Per questo la politica deve agire» conclude Torrini. «Se il degrado si consolida in Palestina, rischia di estendersi ovunque. Ed è qui che serve lucidità politica, oltre che morale. Durante la permanenza della delegazione, con giuristi e accademici, si è discusso a lungo non solo della legittimità del termine genocidio, ma anche del solido quadro giuridico internazionale già esistente: dalle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, agli strumenti legali a disposizione dei governi europei per imporre sanzioni. Gli strumenti, dunque, ci sono. A mancare è la volontà politica. Lo dimostra il fatto che la mozione presentata dalle opposizioni per sospendere l’invio di armi a Israele sia stata bocciata. È passata invece la mozione della maggioranza, che prevede ulteriori acquisti militari proprio da Israele. Eppure, un governo responsabile non dovrebbe né vendere né acquistare armi da uno Stato che, nei fatti, sta massacrando una popolazione civile in quanto tale. In teoria è tutto chiaro, ma nella pratica, le azioni continuano a non arrivare». Tutte le immagini dell’articolo sono di Daniele Napolitano SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Oltre il muro dell’indifferenza. Una delegazione italiana al confine con Gaza proviene da DINAMOpress.
May 23, 2025
DINAMOpress
Missione di pace a Rafah e iniziative di solidarietà con la Palestina
‘Gaza oltre il confine’ è il nome della missione di parlamentari, Ong e giornalisti a Rafah: “Non possiamo voltarci dall’altra parte”. La missione è prevista dal 15 al 19 maggio. Si tratta della delegazione italiana più numerosa mai arrivata al valico. A oltre un anno di distanza, una delegazione di parlamentari italiani, operatori umanitari e giornalisti torna al valico di Rafah, al confine con la Striscia, con la missione “Gaza oltre il confine”. Una delegazione mista di oltre 60 persone, composta da 14 parlamentari dell’Intergruppo per la pace tra Israele e Palestina, 3 eurodeputati, 13 giornaliste, accademici ed esperte di diritto internazionale si recherà al Valico di Rafah, sul lato egiziano del confine con Gaza, per tornare a chiedere il cessate il fuoco, l’apertura di tutti i valichi all’ingresso di aiuti umanitari e azioni politiche che obblighino Israele a rispettare il diritto internazionale umanitario. Vi partecipano Luisa Morgantini, Cecilia Strada, Alfio Nicotra e molti altri. Una carovana solidale che vuole testimoniare, ancora una volta, la drammatica situazione in cui versa la popolazione palestinese. “Già un anno fa il quadro che ci venne restituito era apocalittico. Oggi le previsioni più catastrofiche si sono tragicamente avverate”, ha dichiarato Alfio Nicotra di Aoi. “Dal 2 marzo la Striscia è completamente sigillata: non entra nemmeno uno spillo. Le vittime per fame, sete e malattie aumentano ogni giorno in modo esponenziale. Voltarsi dall’altra parte, fingere di non vedere il genocidio in atto è una forma di disumanità, una resa morale inaccettabile”. Presidi di solidarietà con la Palestina in Italia Il 17 maggio le “Donne per la difesa della società civile” di Torino saranno in piazza, davanti al Comune, per una manifestazione di solidarietà con la popolazione palestinese. Il presidio con sciopero della fame si svolgerà dalle 09:30 alle 14:30. A Roma, in piazza Indipendenza, il 17 maggio alle 15:00 si tiene il presidio Stop genocidio a Gaza clicca. A Milano il 14 maggio si è tenuta una grande manifestazione con fiaccolata per dire non al genocidio e alla complicità del governo italiano con esportazioni di armi e commercio di tecnologia militare. Il 15 maggio si è tenuto davanti al palazzo della Farnesina, a Roma, un presidio per dire Stop al genocidio a Gaza. Una protesta contro l’inerzia del governo Meloni per fermare il genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Giovedì 15 maggio a Mogliano Veneto, in Piazzetta Don Polo, si è svolto un presidio a sostegno della Palestina e contro il genocidio, in occasione dei 77 anni dallo sfollamento forzato dei palestinesi dalla loro terra (Nakba). Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio Oggi, 16 maggio, prosegue per il secondo giorno l’azione nonviolenta di sciopero della fame a staffetta. L’azione continuerà nei prossimi giorni con la partecipazione a staffetta di altri gruppi. Gli iscritti sono moltissimi e, secondo le disponibilità espresse, costruiremo il calendario con l’elenco dei partecipanti di tantissime città italiane ed europee. Per leggere i nominativi dei digiunatori di oggi: CLICCA È un digiuno del cibo e non della sete. Si può liberamente bere. Se volete partecipare nei prossimi giorni, scrivete un messaggio di posta elettronica con nome, cognome, città di residenza, professione (facoltativa), data prescelta e un pensiero che pubblicheremo con l’elenco generale di tutti gli aderenti a: anbamedaps@gmail.com Il giorno prima manderemo un’email di avviso a tutti i digiunatori del turno.   ANBAMED
May 16, 2025
Pressenza