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Il lessico del dolore. Nora Strejilevich a Napoli, cinquant’anni dopo
Napoli, 17 maggio 2026 — IoCiSto Presidio Permanente di Pace, Piazzetta Aldo Masullo Ci sono parole che non nascono dalla lingua. Nascono dal corpo, da quello che il corpo ha subito prima che la mente trovi il modo di dirlo. Una comunità intera a volte si trova a dover inventare parole nuove perché la realtà che deve nominare non aveva precedenti: desaparecidos, per esempio. Spariti. Non morti, non vivi. Assenti in un modo che la grammatica dell’umano faticava a coniugare. Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, la giunta militare di Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina. Quello che seguì non fu solo una dittatura: fu la costruzione sistematica di un buco nel linguaggio. Migliaia di persone cancellate non solo dalla vita, ma dalla possibilità stessa di essere pianti e sepolti. La morte come atto amministrativo. Il lutto come reato. Da questa voragine nasce La morte è solo occhi di Nora Strejilevich — scrittrice argentina e sopravvissuta. Il libro, pubblicato in italiano da Poiesis Editrice, è stato presentato oggi pomeriggio nella libreria IoCiSto Presidio Permanente di Pace, nel Vomero napoletano. E Nora Strejilevich era lì, seduta tra le pareti turchesi della saletta intitolata a Giancarlo Siani, davanti a una sala gremita. IL NOME RUBATO Il libro si apre con un’immagine che è già una diagnosi: il nome sottratto, l’identità frantumata in frammenti che non tornano al posto di prima. Strejilevich costruisce una scrittura ibrida — né romanzo né testimonianza pura — perché nessuna forma singola regge il peso di ciò che racconta. La psicoanalisi conosce questa zona d’ombra. Freud aveva descritto il trauma come qualcosa che sfonda la barriera protettiva dello psichismo, che arriva troppo forte perché l’apparato mentale possa metabolizzarlo. Ferenczi aveva aggiunto un’osservazione cruciale: il trauma più devastante non è solo l’atto violento, ma il silenzio che segue, la negazione da parte di chi avrebbe dovuto proteggere. I desaparecidos argentini erano stati colpiti su entrambi i fronti: il corpo e poi il linguaggio. La violenza e poi l’oblio organizzato come politica di Stato. Tomás Eloy Martínez, citato da Strejilevich in apertura, aveva scritto che dal 1975 tutto il suo Paese si era trasformato in una morte numerosa — dapprima intollerabile, poi scivolata nell’oblio. È esattamente ciò che la psicoanalisi descrive come dissociazione collettiva: un intero Paese che si dissocia da se stesso per sopravvivere. LA LETTURA DI GINA ESPOSITO Prima che i relatori prendessero la parola, la presidiante di IoCiSto Gina Esposito ha letto ad alta voce le pagine in cui Strejilevich racconta il giorno del proprio sequestro e della tortura — le ore in cui il corpo viene strappato dal suo nome e dalla sua continuità. La sala ha ascoltato senza muoversi. Nora Strejilevich ascoltava se stessa riletta da un’altra voce, in un’altra lingua, a cinquant’anni di distanza. Difficile immaginare un modo più preciso di spiegare cosa significhi la memoria come pratica viva. È questo che la memoria richiede: non l’archivio, ma la trasmissione da una voce a un orecchio. La psicoanalisi lo chiama après-coup: certi eventi tornano a significare solo quando trovano un contesto capace di riceverli. Quel contesto era la sala di IoCiSto, oggi pomeriggio. LE VOCI INTORNO AL LIBRO Valentina Ripa, ispanista dell’Università di Salerno, ha condotto la discussione con il libro aperto in mano. Al suo fianco Marcella Solinas, docente di Lingua, traduzione e linguistica spagnola presso l’Università di Napoli L’Orientale, e Alessandro Rocco, docente di Letterature ispanoamericane presso l’Università di Napoli Federico II, insieme ad altri esperti della realtà latinoamericana che hanno portato prospettive diverse su ciò che il libro continua a dire al presente. Nella loro lettura, la letteratura della testimonianza non è documento storico: è elaborazione del lutto che la storia ufficiale non ha permesso. Strejilevich scrive per restituire voce a chi è rimasto senza, ma anche — questo è il punto psicoanalitico più sottile — per permettere a se stessa di diventare soggetto, non solo oggetto della violenza. C’è un passaggio nel libro sulle lacrime che non aprono le porte, che condensa questa tensione con precisione quasi clinica. Chi sopravvive ai regimi del terrore impara a non piangere non per forza d’animo, ma perché il pianto è stato usato come leva di controllo. Il dolore si incanala nel corpo, che conserva memoria dove la mente non arriva. NAPOLI, LA SALA, IL PRESENTE Sullo scaffale alle spalle di Nora Strejilevich campeggiava un cartello: NON È PASSATO, È ADESSO. Non era una citazione decorativa. Era la premessa teorica dell’intero pomeriggio. Il trauma collettivo non si archivia: resta presente finché non trova parola, finché non incontra qualcuno disposto ad ascoltarlo. IoCiSto ha questa vocazione come pratica quotidiana. Presidio Permanente di Pace significa tenere aperto uno spazio in cui il passato possa parlare senza essere neutralizzato dalla distanza storica. Cinquant’anni dal golpe argentino non sono un’occasione commemorativa. Sono un’occasione per chiedersi cosa non abbiamo ancora capito. CHI RICORDERÀ Mentre Nora Strejilevich parlava dei suoi morti, fuori dalla sala il mondo continuava a produrne altri. Gaza, Sudan, Myanmar, Ucraina: i nomi cambiano, il meccanismo no. Corpi che spariscono, Stati che negano, comunità internazionali che rimandano. Ogni genocidio contemporaneo ha già dentro di sé la domanda che Strejilevich ha impiegato cinquant’anni a trasformare in libro: chi sarà qui, tra mezzo secolo, a leggere ad alta voce queste pagine? La risposta non è scontata. I desaparecidos argentini hanno avuto le Madri di Plaza de Mayo, i tribunali, gli archeologi che scavano sotto le sopraelevate. Hanno avuto Nora Strejilevich. Ma non tutti i genocidi trovano la propria voce narrante: molti scivolano nell’oblio non perché il mondo dimentichi, ma perché non ha mai davvero guardato. La differenza tra un massacro che entra nella storia e uno che ne rimane fuori non è la scala della violenza: è l’esistenza di qualcuno che abbia la forza e la libertà di raccontarlo. Bisogna costruire adesso le condizioni perché il presente possa essere ricordato. Significa proteggere chi testimonia e tenere aperti spazi come IoCiSto in cui una voce possa incontrare un orecchio disposto. La memoria richiede presidio — nel senso più concreto della parola. Stefania De Giovanni
May 18, 2026
Pressenza
#7 2025/26 (Florencia Santucho e il doc “Identidad”; la squadra torinese all’europeo di gabbiani)
IN QUESTA PUNTATA: ► 08:50: “Fumetti&Varnelli” con Nicola Gobbi, che ci consiglia “Scalp” di Hugues Micol ► 20:08: intervista a Florencia Santucho, regista insieme a Rodrigo Vázquez-Salessi di “Identidad”, documentario sul fratello della regista, Daniel, che ha ritrovato la famiglia biologica a 46 anni dopo essere stato rapito da neonato dalla dittatura argentina ► 40:32: “Curiosità a caso” con Radiospalla Sol sull’origine della rubra, il ketchup italiano ► 52:35: “Un pezzo di storia” con Frey dalla redazione di Vanloon (Radio Città Fujiko) sull’ondata di razzismo in Inghilterra negli anni Settanta, “Rock against racism” e gli Steel Pulse ► 1:06:32: “L’inglese in tre mesi senza maestro” con ospite speciale la madrelingua Rebecca ► 1:15:23: ospite in studio Andrea, parte della mitica squadra torinese che si è classificata terza all’europeo di imitazione di gabbiani a De Panne, in Belgio E POI QUESTE CANZONI: – Nu Genea feat. María José Llergo “Acelera” – Mangiatutto “Alessio” – Charly García “Los Dinosaurios” – Being Dead “Muriel’s Big Day Off” – Steel Pulse “Klu Klux Klan” – Lucchesi “Malumore” Più info su: www.putage.net
Cile: l’agenda dell’impunità di Kast
L’indulto ai carabineros macchiatisi di reati, il tentativo di smantellare il Plan de Busqueda dei desaparecidos e la volontà di blindare i confini con Perù e Bolivia sono solo alcune delle misure più repressive del presidente di estrema destra nei suoi primi mesi di governo. di David Lifodi Foto ripresa da https://www.resumenlatinoamericano.org/ Sono trascorsi poco più di due mesi dall’insediamento
Golpe Argentina: l’impunità dell’agrobusiness
A 50 anni dal colpo di stato del 24 marzo 1976 le imprese dell’agrobusiness e i loro amministratori sono riusciti sempre a farla franca nonostante la complicità con la dittatura fatta di delazioni, rapimenti e torture nel tentativo di disarticolare la resistenza di operai, piccoli produttori e contadini. A sottolinearlo un dettagliato reportage di Agencia Tierra Viva. di David Lifodi
Argentina: dalle madres un calcio alla dittatura
di David Lifodi In gran parte degli stadi di tutto il paese club e tifoserie organizzate hanno reso omaggio ai desaparecidos e alle Madres della Plaza de Mayo per ricordare i cinquanta anni dal golpe del 24 marzo 1976. Non si tratta della prima manifestazione di questo tipo. Spesso le hinchadas sono scese in piazza a fianco di lavoratori e
Ancora sull’«Eternauta»
Quando un fumetto costa la vita e attraversa il tempo. di Fabrizio Melodia. In coda i nostri link. Nevica su Buenos Aires. Una neve che non è neve, ma morte che scende dal cielo, silenziosa e inesorabile. Chi la tocca, muore. Chi esce di casa, muore. Chi si affida alle autorità, muore lo stesso. È il 1957 quando Héctor Germán
Argentina: il golpe di allora e l’autoritarismo di oggi
Dalla riforma del lavoro all’offensiva contro la memoria fino alla progressiva cancellazione dei diritti in nome dell’individualismo più sfrenato Javier Milei ha riportato il paese ad una situazione non dissimile da quella del 24 marzo 1976. A 50 anni dal golpe la fanno da padrone repressione e negazionismo. di David Lifodi Foto: https://www.lineasindical.com.ar/ Pochi giorni fa, in Argentina, in un
24 marzo 1976 – 24 marzo 2026. A cinquant’anni dal golpe in Argentina
Una splendida video-intervista a Enrico Calamai a 50 anni dal golpe argentino. Come vice console a Buenos Aires, salvò centinaia di giovani dalla caccia all’uomo scatenata dai militari argentini, permettendo loro di lasciare il Paese e trovare rifugio in Italia e ancora prima fece lo stesso nel Cile di Pinochet. Una lezione di storia e politica per le nostre fragili democrazie minacciate dal fascismo. Oggi, 24 marzo 2026, ricordiamo il cinquantesimo anniversario del colpo di stato civile e militare che tenne l’Argentina per sette lunghi anni nel buio e nel silenzio della tortura e della morte, cancellando una generazione di giovani “desaparecidos” per mano di spietati militari sostenuti dagli Stati Uniti. Le responsabilità non furono soltanto dei militari, ma anche di imprenditori, massoni, clericali e naturalmente dei sistemi politici e di intelligence statunitensi. Anche l’Italia di Andreotti e Licio Gelli sostenne la dittatura argentina e l’esempio di uomini coraggiosi e disobbedienti come Enrico Calamai e Filippo di Benedetto salvò la dignità del nostro popolo e la vita di molte centinaia di uomini e donne destinati dal nostro governo a morte sicura. Facciamo conoscere ai nostri giovani queste storie terribili e meravigliose, soprattutto oggi che festeggiamo in Italia una vittoria popolare e democratica e la primavera ci appare più bella. Il fascismo, in Italia e in Argentina, è di nuovo al governo e la lotta per la libertà è di nuovo solo all’inizio. Non lo dimentichiamo. Grazie Enrico Calamai!   Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
La anomalía de la guerra en México
En marzo de 2025, ante la difusión de los horrores del centro de exterminio del Rancho Izaguirre buscamos las palabras para contar a nuestrxs compas en Italia la indignación, el miedo y la rabia de vivir y luchar en México con tanta obscuridad encima. Salió este texto colectivo – primeramente en italiano – como un … Continua la lettura di La anomalía de la guerra en México →
October 28, 2025
Nodo Solidale
11 giugno 2025, lettera da Buenos Aires, Argentina
Quella che segue è la dichiarazione che il mio amico e socio Julio Santucho ha rilasciato l’11 giugno 2025, in apertura del XXIV Festival de Cine de Derechos Humanos de America Latina y Caribe di Buenos Aires, Argentina, di cui è stato fondatore nel 1997. In poche righe, Julio ha sintetizzato la sua straordinaria esistenza, segnata dalla lotta contro i regimi dittatoriali che hanno caratterizzato indelebilmente la storia del suo Paese, l’Argentina; con questa riflessione, Julio ha pure spiegato il significato della scelta di avere creato un Festival cinematografico per ricordare un passato doloroso che non è mai definitivamente scomparso. Nel testo si fa riferimento al ruolo svolto da suo fratello Roberto (Robi) fondatore del Partito Armato dei Lavoratori (PRT), di ispirazione guevarista, in cui lo stesso Julio ha militato, che è stato il primo oppositore della dittatura militare degli anni 1976-83. E si fa cenno alla figura di Cristina Navajas, sua prima moglie, desaparecida, trucidata dai militari dopo avere dato alla luce il suo terzo figlio, Daniel, ritrovato soltanto nel 2023, a 46 anni, grazie all’incessante impegno delle Nonne (Abuelas) della Plaza de Majo, le mitiche donne argentine che sconfissero la dittatura senza usare le armi, solo con la loro implacabile e pacifica determinazione. Il loro lavoro silente e inarrestabile ha fatto anche questo miracolo e Daniel è stato il 133simo bambino rapito e ritrovato. Credo che il testo che segue sia il testamento spirituale di Julio che, in tutti questi anni, ha portato nella mente e nel cuore il peso insostenibile di una memoria paragonabile solo a quella di Adelmo Cervi, l’unico sopravvissuto di una grande famiglia massacrata dai fascisti italiani nella parte finale della seconda guerra mondiale. Il racconto di queste memorie, di cui Julio è l’ultimo depositario, rende omaggio infine alla capacità del nostro popolo di ospitare i profughi di guerre e persecuzioni, una virtù che stride, oggi, con il frenetico tentativo del nostro governo di relegare i migranti e i profughi in campi di concentramento, allestiti in tutta fretta per impedire che le file di disperati in fuga dalle guerre possano trovare ospitalità sul nostro territorio. Queste parole ci parlano quindi di un’Italia che sta scomparendo e di un mondo in cui la scelta di dare vita ad un Festival di Cinema dei Diritti Umani per non perdere l’insegnamento della storia si è rivelata opportuna, necessaria e quanto mai attuale. Per questo il nostro Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, di cui io e lui siamo cofondatori, lo ringrazia e si augura che queste due manifestazioni restino legate ancora per molto, soprattutto ora che la forza è tornata prepotentemente a piegare la storia e il nostro dovere è quello di tornare in trincea, in Argentina come in Italia, nell’America Latina come in Europa. Buona lettura a tutti e a tutte. A questo punto della mia vita, vale la pena ricapitolare. Sono il decimo figlio di una famiglia di cui sono orgoglioso. Essere lo shuika, come si dice in quechua per “figlio minore”, ha i suoi vantaggi e svantaggi. Lo svantaggio è che non ho mai conosciuto nessuno dei miei nonni o nonne. A scuola mi prendevano in giro perché “non hai una nonna” era una specie di insulto. I vantaggi sono che ho avuto un padre e una madre laboriosi e nove fratelli che mi viziavano eccessivamente. Al termine di un’infanzia e un’adolescenza felici, influenzato dal fervente cattolicesimo di mia madre e nonostante la feroce opposizione di mio fratello Robi, ho deciso di intraprendere la carriera sacerdotale, che mi ha portato prima a Buenos Aires e poi in Spagna. Durante uno dei suoi viaggi di ritorno da Cuba, Robi venne a trovarmi in Galizia e, grazie a tutte le lettere e alle conversazioni che avevamo avuto fino ad allora, mi convinse definitivamente che era giunto il momento per me di unirmi al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori e lottare per la trasformazione del Paese. All’inizio di questo nuovo percorso, conobbi Cristina. E poi, la passione politica e un amore travolgente mi portarono ad abbandonare l’ideale sacerdotale per un ideale più nobile: l’attivismo rivoluzionario. In ogni caso, conseguii la laurea triennale in filosofia e teologia, come mio padre si aspettava da tutti i suoi figli. Robi non era d’accordo perché mi disse che l’ideale sarebbe stato per me essere un prete rivoluzionario, perché avrebbe avuto un profondo impatto sociale. Il mio attivismo nei quartieri popolari della periferia sud e la nascita di due splendidi bambini diedero inizio a quello che fu forse il periodo più felice della mia vita. Facemmo attività legale nel Comitato di Base di Avellaneda fino al 1974, quando iniziò la repressione delle Tripla A. Non potevo più circolare con il mio documento d’identità a nome di Santucho. Poi, il Partito ci indirizzò a lavorare nelle Scuole Politiche, un’esperienza clandestina straordinaria che migliaia di compagni vissero, e la polizia non riuscì mai a scoprirci. In ogni caso, sentirci parte di un cambiamento storico ci riempì il cuore di gioia e minimizzò i rischi che correvamo. Nel 1976, la mia famiglia subì dei lutti gravissimi e ci fu il colpo di stato. Persi cinque fratelli e cinque donne, a cominciare dalla mia Cristina, due nuore e due nipoti. Non lo dico per suscitare pietà, ma perché sono orgoglioso che in quell’ondata di mobilitazione popolare la nostra famiglia abbia contribuito con la sua parte di combattenti e, di conseguenza, sia scomparsa. Poi arrivò l’esilio. Qualcosa di difficile da affrontare. I miei figli mi prendevano in giro perché passavo troppo tempo ad ascoltare il folklore, soprattutto Mercedes Sosa. Mi sistemai, mi risposai e questa meraviglia che è Florencia apparve nella mia vita. Ho ottenuto un lavoro all’università come professore durante il boom della letteratura latinoamericana. Era un lusso accompagnare i giovani nelle loro letture di Borges, Cortázar, García Márquez, Vargas Llosa, Asturias, Debenedetti, Galeano, ecc. Una musa ispiratrice mi ha ispirato a pensare che fosse appropriato introdurre i media audiovisivi nell’insegnamento, perché le opere di molti di questi autori erano state adattate per il cinema. Fu un enorme successo. Le mie classi erano piene di studenti di altri corsi di laurea. Questa era la conferma che i media audiovisivi stavano iniziando a essere il linguaggio preferito dai giovani. Il progetto di far tornare la famiglia in Argentina è stato interrotto perché la madre di Florencia è entrata in politica ed è diventata sindaco di un municipio di Roma, il che alla fine ha portato alla nostra separazione. Il mio figlio maggiore frequentava già l’università. Così, sono tornato in Argentina nel 1993, accompagnato solo da Miguel, che era già innamorato dell’Argentina. Quando sono arrivato a Buenos Aires, mi sono reso conto che, sebbene ci fosse già una significativa produzione cinematografica sui diritti umani, non c’erano canali per la sua distribuzione. Esisteva solo il Festival del Cinema di Mar del Plata; non esisteva ancora il Bafici, né i cinema indipendenti. Così iniziai a lavorare per organizzare un Festival del Cinema sui Diritti Umani. La società argentina era traumatizzata dal terrore imposto dalla dittatura. Solo le Madri di Plaza de Mayo facevano il loro giro, nell’indifferenza generale. Ma nel 1996 quell’incantesimo si ruppe. Era nata l’organizzazione HIJOS (Figli). Il 24 marzo 1996 fu una giornata storica: in ogni città del Paese, la gente scese in piazza per gridare MAI PIÙ (Nunca mas). Era la prima volta che Plaza de Mayo si riempiva di proclami di Memoria, Verità e Giustizia. I giornali pubblicarono speciali sulla dittatura e sui campi da calcio fu osservato un minuto di silenzio per i 30.000 desaparecidos. Era il momento di fondare il Festival del Cinema sui Diritti Umani. Ci riuscimmo il 24 marzo 1997, e da allora questa è stata la nostra trincea. Nel dicembre 2001, Florencia venne in vacanza, come ogni anno. Quando si imbatté nella ribellione sociale che dilagava per le strade, mi disse: “Io resto qui, in Italia non succede niente”. E da allora, il volto del Festival è cambiato, diventando più giovane, più femminista, più indigeno, più ambientalista, più globale, come lo è oggi. Non credo di avere abbastanza meriti per ricevere l’enorme dono che la vita mi ha fatto quando siamo riusciti a recuperare mio figlio Daniel, che era stato rubato dalla dittatura. Abbiamo recuperato una parte di Cristina, la cui perdita ci ha addolorato, ma è anche una vittoria per la democrazia e una sconfitta per la dittatura genocida che ha messo in atto un piano sistematico per rubare i figli dei rivoluzionari e far loro il lavaggio del cervello, cosa che non è riuscita a fare con Daniel. Inoltre, Dani è arrivata con una meravigliosa sorpresa: due nipoti tenerissime che portano il totale a quattro figli amorevoli e sei nipoti esplosivi. Cosa si può chiedere di più! Infine, nel 1976, quando sterminarono gran parte della nostra famiglia, mio padre compì 80 anni. Lungi dal deprimersi e dal ritirarsi a leccarsi le ferite, andò a combattere contro la dittatura. Ho accompagnato i miei due genitori anziani in un tour in Europa, dove siamo stati ricevuti dai capi di stato di Italia, Francia, Germania e Svezia per testimoniare che in Argentina era in corso un genocidio. Hanno poi testimoniato davanti alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato degli Stati Uniti. Paradossalmente, nello stesso Paese il cui potere esecutivo ha promosso i colpi di Stato in Cile, Argentina e altri Paesi, il potere legislativo ha emesso la prima condanna internazionale della dittatura di Videla con la risoluzione che interrompe gli aiuti militari all’Argentina per violazioni dei diritti umani. A 80 anni, finché ne avrò la forza, non abbandonerò questo splendido luogo di lotta che è il Festival del Cinema per l’Ambiente e i Diritti Umani, per contrastare la battaglia culturale reazionaria di questo governo e di tutti quelli che verranno. Sebbene mi sia dimesso dalla carica di presidente del Festival per lasciare il posto ai giovani formati negli ultimi anni che lo organizzano meglio di me, non potrei vivere senza il Festival. Grazie.   Maurizio Del Bufalo
June 14, 2025
Pressenza