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Anthropic, Musk e la corsa ai data center: dalla Terra allo spazio
Anthropic affitta il supercomputer di Musk per 1,25 miliardi al mese. Sullo sfondo, data center nello spazio e impatti ambientali ignorati Chi ha un abbonamento a Claude avrà notato nelle ultime settimane un miglioramento sensibile: sessioni più lunghe, risposte migliori, utilizzo dei token ottimizzato. Dietro questo aggiornamento c’è un accordo annunciato il 6 maggio da Anthropic – l’azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude – per l’utilizzo dei supercomputer di Elon Musk, e in particolare di Colossus 1. Un’intesa inedita tra due aziende che nell’immaginario collettivo non potrebbero essere più distanti, ma che hanno trovato in questo accordo una convenienza reciproca. Anche se le diffidenze rimangono. E le contraddizioni pure. [...] I termini economici dell’accordo con Anthropic si ricavano dall’S-1 depositato alla SEC – il documento di registrazione obbligatorio per le aziende che vogliono quotarsi in Borsa negli Stati Uniti. Per l’affitto del supercomputer, Anthropic pagherà 1,25 miliardi di dollari al mese fino a maggio 2029, per un totale potenziale di oltre 40 miliardi. Per SpaceXAI, Anthropic è il primo cliente esterno di Colossus e rappresenta la prova che la nuova holding può inserirsi come quarto hyperscaler – il termine tecnico per i grandi fornitori di servizi cloud – accanto ad Amazon, Google e Microsoft. Leggi l'articolo
La fine del bug bounty?
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale (ChatGPT) L’applicazione dell’intelligenza artificiale nella cybersicurezza genera, da sempre, sentimenti contrastanti. Le potenzialità dell’AI rappresentano, da una parte, un’opportunità per migliorare il livello di automazione nelle attività di rilevamento e risposta agli attacchi dei criminali informatici. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla possibilità che gli stessi cybercriminali ne sfruttino le capacità per aumentare l’efficacia degli attacchi. È qualcosa che sta già accadendo e che viene messo nero su bianco, per esempio, nel Global Threat Report 2026 di CrowdStrike. Stando ai dati pubblicati dalla società di cybersecurity, gli attacchi portati utilizzando l’AI sarebbero aumentati dell’89% anno su anno. Ma l’impatto dell’AI non si esaurisce negli attacchi veri e propri. La stessa tecnologia che li accelera sta mettendo sotto pressione, in particolare, l’ecosistema che fino a oggi ha garantito l’attività di identificazione e analisi delle vulnerabilità software. In altre parole, l’AI sta rompendo gli equilibri che per anni hanno permesso di mitigare il rischio di attacchi informatici.  COME FUNZIONA LA VULNERABILITY DISCOVERY Per comprendere l’impatto dell’AI in questo particolarissimo settore è indispensabile comprenderne i meccanismi. La vulnerability discovery è infatti una macchina complicata, in cui si intrecciano interessi diversi e convivono varie contraddizioni.  Il concetto alla base del sistema è quello di individuare eventuali falle di sicurezza di software e sistemi operativi prima che questi vengano scovati dai cyber criminali. Un’attività che vede impegnate centinaia (migliaia) di aziende e ricercatori indipendenti, spesso all’interno dei cosiddetti programmi di bug bounty, cioè processi controllati attraverso i quali gli sviluppatori ricompensano economicamente chi segnala una nuova vulnerabilità potenzialmente pericolosa, permettendo loro di correggerla attraverso patch di aggiornamento.  L’importanza del fattore tempo emerge proprio nella fase finale del processo di responsible disclosure, quando vengono rilasciati l’aggiornamento e i dettagli della vulnerabilità. È in questo momento che si apre una finestra temporale particolarmente delicata: quella in cui un cybercriminale può sfruttare la vulnerabilità creando un exploit (la tecnica che permette di portare un attacco) in grado di “bucare” i sistemi non aggiornati.  Fino a oggi, il tempo necessario per realizzare il codice che sfrutta una falla di sicurezza per portare un attacco era, nella maggior parte dei casi, di settimane o al massimo di qualche giorno. Un margine sufficiente perché gli aggiornamenti venissero distribuiti. Di conseguenza, il rischio che qualcuno rimanesse “scoperto” era relativamente basso. A causa degli strumenti basati su intelligenza artificiale generativa, però, le cose sono cambiate. Utilizzando l’AI è possibile realizzare un exploit con una velocità prima impensabile. Secondo i ricercatori di sicurezza Efi Weiss e Nahman Khayet, autori di un progetto dedicato, per creare un exploit con l’AI partendo da una vulnerabilità nota sarebbero sufficienti anche solo 15 minuti.  UN’ONDATA DI SEGNALAZIONI Lo scorso 7 aprile, un comunicato ufficiale di Anthropic ha scosso il settore della cybersecurity. Oggetto dell’annuncio era il nuovo large language model Claude Mythos Preview, che gli sviluppatori dell’azienda californiana hanno sostanzialmente classificato come uno strumento troppo pericoloso per essere distribuito pubblicamente. Il motivo? Il nuovo LLM sarebbe in grado di individuare vulnerabilità all’interno dei software con un’efficacia senza precedenti. Rilasciarlo pubblicamente, di conseguenza, sarebbe troppo rischioso. L’azienda ha quindi deciso di avviare un progetto, battezzato con il nome di Project Glasswing, che coinvolge un numero limitato di soggetti come Microsoft, Apple, Google, AWS, Cisco, Nvidia e Linux Foundation. Qualche controindicazione, però, è emersa quasi subito. Lo stesso giorno dell’annuncio, il 7 aprile, un gruppo riunito in un forum Discord privato è riuscito ad accedere a Mythos — non con un attacco sofisticato, ma combinando le credenziali del dipendente di un fornitore terzo con un’ipotesi azzeccata sull’URL del modello. La vicenda è emersa pubblicamente circa due settimane dopo, grazie a un’inchiesta di Bloomberg. Considerato che Mythos era stato tratteggiato come una sorta di “arma fine di mondo”, con accesso soggetto a strettissime restrizioni, non si tratta proprio di un esordio rassicurante. Al netto del sensazionalismo dell’annuncio, che secondo molti rappresenta un marchio di fabbrica del marketing di Anthropic, la vicenda di Claude Mythos Preview si inserisce in un fenomeno più ampio, che gli esperti di sicurezza informatica stanno segnalando da tempo come estremamente problematico: la crescita esponenziale del numero di vulnerabilità segnalate. In sintesi, il problema non è tanto la possibilità che i gruppi dediti al cyber crimine riescano a sfruttare gli LLM avanzati per individuare nuove vulnerabilità zero-day (falle di sicurezza ancora sconosciute), quanto il fatto che l’implementazione di strumenti automatizzati per l’analisi dei software sta generando troppe segnalazioni rispetto a quelle che gli sviluppatori sono in grado di gestire.  Una cosa, infatti, è individuare una falla. Un’altra è correggere il codice per eliminare il rischio che la vulnerabilità venga sfruttata per portare un attacco. Qualsiasi aggiornamento di un software o – a maggior ragione – di un sistema operativo richiede infatti una serie di verifiche e test per validarne l’efficacia e, non ultimo, escludere eventuali conflitti o “effetti collaterali” indesiderati nel suo funzionamento. Insomma: rimediare a una vulnerabilità richiede più impegno e più tempo rispetto a sfruttarla per scopi malevoli. IL FATTORE TEMPO A livello intuitivo, si potrebbe pensare che questo squilibrio tra il numero di segnalazioni e la capacità di elaborarne il contenuto possa avere come conseguenza un semplice rallentamento delle operazioni. Non è così. Per prassi consolidata, infatti, il processo di responsible disclosure prevede che al destinatario della segnalazione sia concesso un termine – solitamente di 60-90 giorni – entro il quale deve rilasciare l’aggiornamento. Trascorso il termine, chi ha inviato la segnalazione è autorizzato a rendere pubblici i dettagli della vulnerabilità. Si tratta di un accorgimento che ha un duplice obiettivo. Il primo è quello di evitare che lo sviluppatore possa “snobbare” la segnalazione, anche solo per negare il meritato compenso del ricercatore che l’ha effettuata. La seconda è quella di ridurre il rischio che qualcun altro scopra la falla o che questa diventi pubblica per un qualsiasi motivo prima che l’aggiornamento sia disponibile.  Anche se piuttosto rari, in passato si sono verificati casi in cui gli sviluppatori non sono riusciti a rispettare la scadenza e si sono trovati di fronte a una pubblicazione dei dettagli di una vulnerabilità quando non avevano ancora preso le dovute contromisure. Nel nuovo scenario, in cui le segnalazioni piovono a una velocità impressionante, rispettare le scadenze rischia di diventare molto più difficile. I PRIMI SCRICCHIOLII La cronaca recente conferma tutti i timori legati al massiccio impiego dell’AI nell’individuazione delle vulnerabilità. La società di cybersecurity HackerOne ha sospeso il suo programma Internet Bug Bounty (IBB), attività finanziata in crowdfunding che gestisce dal 2013. Il motivo? L’eccessivo numero di segnalazioni stava mettendo in difficoltà chi ha il compito di correggere il codice del software. E questo soprattutto in ambito open source, dove la gestione dei progetti è spesso affidata a programmatori che prestano la loro opera a titolo volontario.  La pagina web di HackerOne è un perfetto riassunto dei problemi che vive il settore. Nelle sue policy, spiega che ricompenserà solo quelle vulnerabilità che “siano state segnalate in modo responsabile, riconosciute, analizzate (triage), risolte e divulgate tramite un Security Advisory o una CVE (Common Vulnerabilities and Exposures, un sistema di catalogazione pubblico e standardizzato delle vulnerabilità di sicurezza informatica note – ndR). Se una vulnerabilità viene segnalata da più persone ed è riconosciuta all’interno del security advisory, solo il primo segnalatore (come identificato dai maintainer del progetto) avrà diritto alla ricompensa”. In questo passaggio si leggono tutte le criticità legate a un ecosistema che è ormai andato fuori controllo. Traducendo dal “politically correct” adottato nelle policy, HackerOne ammette di trovarsi in una situazione in cui vengono segnalate vulnerabilità che non sono state sufficientemente approfondite, che in molti casi vengono scovate da più soggetti e per le quali non viene fornita una soluzione. Insomma: si trova ad avere a che fare con troppo “pattume” generato dall’AI. Motivazioni simili hanno indotto la piattaforma Bugcrowd a introdurre una serie di regole e restrizioni per contrastare il fenomeno che hanno battezzato come “sloptimism” (segnalazioni basate su AI inviate con troppa fiducia e poca verifica).  L’AI TROVA VERE VULNERABILITÀ? Guardando più nel dettaglio il fenomeno, emerge anche un altro dato. A gennaio 2026 i volontari che gestiscono cURL – software open source che gestisce lo scambio di dati con Internet e che, pur sconosciuto al grande pubblico, è installato in miliardi di dispositivi (telefoni, automobili, TV) – hanno annunciato che dal mese successivo avrebbero smesso di accettare segnalazioni tramite HackerOne. In un aggiornamento pubblicato ad aprile, il creatore Daniel Stenberg ha diffuso un grafico da cui emerge una tendenza abbastanza chiara: nonostante da febbraio non sia stata accettata alcuna segnalazione, il totale del 2026 era già arrivato a 87. Al di là della crescita esponenziale di segnalazioni, spicca il fatto che nel 2025 sono stati registrati numerosi report classificati come “likely AI slop” (probabile pattume AI), cioè vulnerabilità di bassissimo impatto o inventate dall’intelligenza artificiale. Il loro numero, però, è diminuito percentualmente nel corso dell’anno successivo. Prima di considerare questi dati come confortanti, è però opportuno considerare un altro aspetto: non tutte le vulnerabilità validate rappresentano un reale rischio di sicurezza. Come spiega Naz Bozdemir in un post sul blog di HackerOne, delle 22 vulnerabilità individuate da Claude Opus 4.6 nel codice di Mozilla Firefox – 14 delle quali ad alta gravità – soltanto due si sono rivelate effettivamente sfruttabili per costruire un exploit. In altre parole: erano tutte difetti reali, ma solo due rappresentavano un rischio imminente e concreto. L’idea che una maggiore efficienza porti automaticamente a più sicurezza, alla fine, si sta rivelando un’illusione. L’uso intensivo dell’AI sta dimostrando esattamente il contrario: senza la capacità di selezionare, comprendere e intervenire, rischia di generare semplicemente caos. L'articolo La fine del bug bounty? proviene da Guerre di Rete.
May 27, 2026
Guerre di Rete
Anche l’NSA usa Claude Mythos
Secondo la nota testata americana Axios, l’NSA, la famosa agenzia di spionaggio e controllo delle telecomunicazioni statunitense, starebbe attivamente usando la nuova versione ad accesso limitato del celebre modello di casa Anthropic, specializzata nello scovare vulnerabilità nel codice. Infatti, l’azienda americana ha fatto sapere di aver dato accesso al nuovo […] L'articolo Anche l’NSA usa Claude Mythos su Contropiano.
May 6, 2026
Contropiano
Glasswing-Mythos: le ali di vetro dell’oligarchia
di Mario Sommella (*)   Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica. Si chiama Project
L’ombra di Mythos, un disastro cibernetico?
Articoli di Claudilela Lemes Dias e Alessandro Longo su una “piccola” catastrofe informatica, tipo un possibile tsunami mondiale Claudileia Lemes Dias L’ombra di Mythos, l’IA di Anthropic che sta mettendo in ginocchio i sistemi di sicurezza mondiali Mythos è l’ultimo modello di Intelligenza Artificiale di Anthropic. A differenza delle IA che scrivono testi o creano immagini, Mythos ha una capacità
Mythos, troppo per noi umani. Occhio alla rete degli anarchi-cisti
Si e’ parlato molto di Claude Mythos, il nuovo modello di Anthropic e della sua supposta “pericolosita’”, tanto da non poter essere lasciato in mano alla gente comune, ma riservato a un ristretto gruppo di raffinati, notabili compagnie riunite nel neo-nato progetto Glasswing (Amazon Web Services, Anthropic, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google…). Scopo dichiarato: rendere il mondo un posto piu’ sicuro. In perfetta concordia con l’agghiacciante manifesto politico pubblicato recentemente da Palantir, partner di Anthropic. Ci aspetta davvero una sconvolgente rivoluzione nel mondo della sicurezza informatica, si tratta di una grande operazione di marketing o cosa? O forse, come un recente attacco in Messico ha dimostrato, saranno altri gli usi dell’IA che avranno un maggiore impatto nell’ambito degli attacchi informatici? Nel frattempo, alle nostre latitudini il Tempo scopre la pericolosissima e segretissima rete della “galassia anarchica e antagonisita”, tra cui spunta anche il nostro Cisti con i suoi letali pad. Parliamo infine della gig economy, in relazione alla recente morte di Adnan, avvenuta dopo una consegna notturna effettuata sulle colline torinesi.
April 21, 2026
Radio Blackout - Info
IL POTERE DI MYTHOS E I MANIFESTI POLITICI DI OPEN.AI E PALANTIR@0
Estratti dalla puntata del 20 aprile 2024 di Bello Come Una Prigione Che Brucia EMIL MICHEAL: DA UBER AL PENTAGONO La descrizione di alcuni programmi militari americani basati su AI (MATHBAC, Ghost Murmur e Victor) ci porta a osservare in modo più esteso i processi di delega cognitiva e di relazioni industriali all’interno di quell’apparato. Se Pete Hegseth sembra un personaggio caricaturale all’interno del romanzetto distopico in cui ci sembra di essere precipitate, all’interno del Dipartimento della Guerra statunitense un figura da tenere in considerazione è Emil Micheal: ex top manager di Uber e attualmente sottosegretario alla ricerca e all’ingegneria del Pentagono, è uno principali dei protagonisti nel processo di integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno degli apparati decisionali e operativi della macchina bellica statunitense. IL POTERE DI MYTHOS E I MANIFESTI POLITICI DI OPEN.AI E PALANTIR Dopo una parentesi di significativi attriti con il Pentagono, Anthropic introduce una tecnologia che ridefinisce le sue relazioni diplomatiche. Il suo prodotto Claude Myhtos Preview viene descritto come la più potente minaccia alla cybersicurezza mai prodotta; i primi a essere contattati sono banche e grandi attori economici, parallelamente Anthropic organizza un cartello di aziende informatiche per candidarsi alla gestione della cybersicurezza globale (Project Glasswing), quindi si riaprono trattative con il Dipartimento della Guerra. Partiamo dalle oscillazioni (in parte cosmetiche) nelle relazioni tra Anthropic e governo Trump, per arrivare a osservare l’esplicita affermazione politica dei tecno-miliardari: a pochi giorni di distanza, Open AI e Palantir pubblicano i loro manifesti politici e si candidano a governare conflitti sociali e geopolitici:
April 21, 2026
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IL POTERE DI MYTHOS E I MANIFESTI POLITICI DI OPEN.AI E PALANTIR@1
Estratti dalla puntata del 20 aprile 2024 di Bello Come Una Prigione Che Brucia EMIL MICHEAL: DA UBER AL PENTAGONO La descrizione di alcuni programmi militari americani basati su AI (MATHBAC, Ghost Murmur e Victor) ci porta a osservare in modo più esteso i processi di delega cognitiva e di relazioni industriali all’interno di quell’apparato. Se Pete Hegseth sembra un personaggio caricaturale all’interno del romanzetto distopico in cui ci sembra di essere precipitate, all’interno del Dipartimento della Guerra statunitense un figura da tenere in considerazione è Emil Micheal: ex top manager di Uber e attualmente sottosegretario alla ricerca e all’ingegneria del Pentagono, è uno principali dei protagonisti nel processo di integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno degli apparati decisionali e operativi della macchina bellica statunitense. IL POTERE DI MYTHOS E I MANIFESTI POLITICI DI OPEN.AI E PALANTIR Dopo una parentesi di significativi attriti con il Pentagono, Anthropic introduce una tecnologia che ridefinisce le sue relazioni diplomatiche. Il suo prodotto Claude Myhtos Preview viene descritto come la più potente minaccia alla cybersicurezza mai prodotta; i primi a essere contattati sono banche e grandi attori economici, parallelamente Anthropic organizza un cartello di aziende informatiche per candidarsi alla gestione della cybersicurezza globale (Project Glasswing), quindi si riaprono trattative con il Dipartimento della Guerra. Partiamo dalle oscillazioni (in parte cosmetiche) nelle relazioni tra Anthropic e governo Trump, per arrivare a osservare l’esplicita affermazione politica dei tecno-miliardari: a pochi giorni di distanza, Open AI e Palantir pubblicano i loro manifesti politici e si candidano a governare conflitti sociali e geopolitici:
April 21, 2026
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Che cosa fa l’intelligenza artificiale in guerra
Immagine in evidenza generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale “La guerra è il dominio dell’incertezza: tre quarti delle cose su cui si basa l’azione bellica giacciono nella nebbia di un’incertezza più o meno grande”. A due secoli di distanza dal trattato di strategia militare Della guerra di Von Clausewitz, potremmo dire che, oggi, uno dei principali obiettivi dell’impiego dei sistemi d’intelligenza artificiale in ambito bellico è proprio quello di dissipare quanto più possibile la celeberrima “nebbia della guerra” teorizzata nell’Ottocento dal generale prussiano. Navigare e pattugliare territori estesi attraverso droni a guida autonoma, riconoscere e classificare rapidamente gli obiettivi che compaiono in video e immagini, ottenere un’analisi predittiva delle minacce, stimare i potenziali danni collaterali, rilevare anomalie. Tutti gli impieghi militari dell’intelligenza artificiale hanno principalmente due scopi: ridurre l’incertezza – raccogliendo, filtrando e interpretando enormi quantità di dati provenienti da sensori, satelliti, droni e sistemi di intelligence – e aumentare la velocità decisionale, valutando le opzioni operative in tempi ridotti, stimando rischi e conseguenze, coordinando le unità e reagendo quasi in tempo reale agli sviluppi del conflitto. Il paradosso è che questi algoritmi predittivi – che aggregano migliaia di dati di intelligence raccolti da centinaia di fonti diverse – in molti casi rischiano di infittire, invece che diradare, la nebbia della guerra, perché producono una tale quantità di informazioni da rendere la loro interpretazione e gestione particolarmente complessa. Ed è qui che entrano in gioco i modelli linguistici di OpenAI, Anthropic, xAI e, in Europa, Mistral, il cui compito è aiutare a dissipare la coltre di nebbia provocata dall’enorme mole di dati prodotti dai sistemi predittivi. IL RUOLO CRUCIALE DELL’AI PREDITTIVA Che cosa fa infatti un chatbot pressoché identico a quelli che usiamo nella vita quotidiana quando è utilizzato in ambito bellico? Prima di tutto, bisogna chiarire alcuni aspetti importanti. Come mostrato anche da un paper della NATO Science and Technology Organization, si tende infatti a fare confusione tra gli impieghi degli algoritmi predittivi (che analizzano dati per individuare schemi, classificare eventi e stimare probabilità future) e quelli invece generativi (capaci di generare probabilisticamente testo, immagini, video o altro). I large language model non possono riconoscere automaticamente i bersagli, non guidano i missili o i droni, non raccolgono informazioni, non analizzano direttamente i dati dei sensori e non eseguono autonomamente azioni nel mondo reale. La capacità fondamentale di ChatGPT e dei suoi compagni è infatti (provare a) comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano sulla base del dataset testuale su cui sono stati addestrati. Sul campo di battaglia, il grosso del lavoro sporco lo svolgono quindi i sistemi basati su algoritmi predittivi. Due dei casi più (tristemente) noti sono quelli relativi alle piattaforme di intelligenza artificiale massicciamente impiegate dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza: The Gospel e Lavender. The Gospel analizza direttamente i dati raccolti tramite intelligence e sorveglianza per identificare obiettivi infrastrutturali – edifici, tunnel, depositi – che vengono poi colpiti dall’esercito. Secondo l’ex capo dell’IDF Aviv Kochavi, questo sistema è in grado di individuare fino a 100 bersagli al giorno: “Per dare una prospettiva”, ha spiegato Kochavi, “in passato ottenevamo 50 obiettivi all’anno”. Lavender è invece un sistema statistico che assegna a ogni individuo presente nella Striscia di Gaza un punteggio relativo alla probabilità di appartenenza a gruppi armati, elaborando dati provenienti anche in questo caso da intelligence e sorveglianza, oltre a segnali comportamentali e indicatori demografici. Secondo le inchieste del magazine israeliano +972, nel corso del conflitto Lavender ha identificato – con un margine di errore accettato del 10% – circa 37mila palestinesi come potenziali bersagli. Per quanto invece riguarda gli Stati Uniti (e la NATO), il più diffuso sistema di supporto decisionale (DSS, decision support system) è il Maven Smart System. Sviluppato a partire dal 2017 da Palantir – subentrata dopo il passo indietro di Google, che al tempo aveva rinunciato in seguito alle proteste dei dipendenti – in collaborazione con Amazon (che fornisce in appoggio la piattaforma cloud AWS), una prima versione di Maven è stata impiegata nel 2021 durante il ritiro statunitense dall’Afghanistan. Successivamente è stato utilizzato in supporto a Israele durante l’invasione di Gaza ed è fino a oggi stato impiegato anche per gli attacchi contro l’Iran. A differenza di The Gospel, Maven non è solo un sistema di AI assisted targeting, ma una piattaforma di comando e controllo che offre anche “consapevolezza situazionale in tempo reale” — ovvero una rappresentazione di ciò che accade sul terreno, comprese posizioni delle forze amiche e nemiche, asset disponibili e minacce attive — e supporto alla pianificazione operativa: dalla generazione e valutazione delle azioni potenziali alla stesura di elementi utili per gli ordini operativi. Secondo gli stessi funzionari della NATO, che hanno siglato nel 2025 un contratto con Palantir per il suo utilizzo, Maven fornisce ai comandanti delle “abilità in stile videogioco” di supervisionare ciò che avviene sul campo di battaglia. CHE COSA FANNO I MODELLI LINGUISTICI E allora i large language model? Prima di vedere i loro usi più avanzati e il modo in cui Claude prima e ChatGPT poi (dopo lo scontro tra Anthropic e il Pentagono) stanno venendo integrati in Maven e in altri sistemi bellici, partiamo dagli impieghi più semplici. In modo non dissimile dai suoi utilizzi civili – ma sfruttando delle versioni appositamente ottimizzate – i modelli linguistici vengono impiegati dagli eserciti per riassumere i manuali operativi, i rapporti delle missioni, i briefing dell’intelligence e altro ancora. Viceversa, possono essere utilizzati anche per generare, a partire dalle indicazioni dei soldati, rapporti, traduzioni, trascrizioni e documentazione di vario tipo. Durante le esercitazioni, questi sistemi possono anche contribuire alla generazione di scenari bellici; mentre nell’ambito della medicina militare, gli LLM vengono utilizzati per sintetizzare cartelle cliniche e storia medica dei pazienti, consentendo ai medici di campo un accesso rapido alle informazioni essenziali. Possono inoltre essere usati – in maniera simile al “civile” Claude for Healthcare – come strumenti di supporto decisionale, in grado di confrontare opzioni terapeutiche e assistere i medici nelle loro valutazioni. Nei casi più avanzati, bisogna invece immaginare l’impiego bellico di Claude o ChatGPT come una “interfaccia conversazionale” integrata, per esempio, in Maven Smart System, che permette agli utenti di interpretare più facilmente le informazioni provenienti dalle piattaforme di supporto decisionale. Messa così, può sembrare una cosa da poco. In realtà – come scrive James O’Donnell sulla MIT Tech Review – “è difficile sopravvalutare tutto ciò: l’intelligenza artificiale già da tempo svolge compiti di analisi per i militari, estraendo informazioni utili da un oceano di dati”. Oltre a permettere di navigarli sfruttando il linguaggio naturale e ricevendo risposte immediatamente comprensibili, “l’uso dell’AI generativa permette di ottenere consigli su quale azione intraprendere sul campo, una funzione che sta venendo testata sul serio per la prima volta in Iran”. Il large language model viene quindi integrato nelle piattaforme predittive per rendere più facilmente comprensibile la complessità delle informazioni da essi ricavate: “Una possibile applicazione potrebbe consistere nell’assistere i comandanti militari nel prendere la decisione giusta alla velocità richiesta, supportando lo staff nello sviluppo, nella valutazione e nella raccomandazione delle opzioni operative disponibili (Courses of Action, COA)”, si legge sulla rivista del Joint Air Power Competence Centre (un centro di ricerca della NATO). “Gli LLM potrebbero inoltre aiutare l’operatore umano nell’analisi e nella valutazione dei dati in tempo reale, accorciando così il ciclo operativo e fornendo un vantaggio decisivo sul campo di battaglia”. Per fare un (teorico) esempio concreto, possiamo immaginare il seguente scenario: durante un conflitto, i sistemi predittivi rilevano un’anomalia termica in un complesso industriale nemico, i sensori intercettano un picco di comunicazioni crittografate nella stessa area e un drone cattura immagini di veicoli classificati come lanciatori missilistici mobili. Il modello linguistico integrato nella piattaforma di comando incrocia questi dati, provenienti da tre sistemi diversi, con i rapporti di intelligence ricevuti nelle settimane precedenti. In questo modo, individua che lo stesso sito era già stato segnalato come possibile deposito e che il pattern delle comunicazioni somiglia a quelli osservati prima di lanci precedenti. In pochi minuti — anziché nelle ore che servirebbero a un team di analisti — genera un briefing sintetico con tre possibili azioni: attacco, sorveglianza intensificata, richiesta di conferma. Il comandante lo legge, interroga il sistema su ulteriori aspetti specifici e decide il da farsi. In sintesi, Maven unisce i dati provenienti da satelliti, droni, report di intelligence e segnali radar. Claude o ChatGPT, integrati nella stessa piattaforma, analizzano questi dati, li rendono consultabili in linguaggio naturale e possono fornire suggerimenti sull’azione da intraprendere o la forza da impiegare. Nel corso degli attacchi in Iran, scrive il Washington Post, “Maven ha suggerito centinaia di obiettivi, fornito coordinate di localizzazione precise e dato priorità a questi obiettivi in base alla loro importanza. L’integrazione tra Maven e Claude ha creato uno strumento che sta accelerando il ritmo della campagna, riducendo la capacità dell’Iran di contrattaccare e trasformando una pianificazione delle operazioni che richiedeva settimane in operazioni in tempo reale”. Uno studio della Georgetown University ha invece analizzato i modi in cui il 18° Airborne Corps dell’esercito statunitense utilizza Maven e Claude, concludendo, tra le altre cose, che consente di fare con una squadra di 20 persone ciò che prima ne avrebbe richieste duemila. Nel 2024 è stata poi siglata una collaborazione tra Anduril – startup che produce armi autonome e semiautonome,  come il drone Altius-600M, l’aereo da guerra autonomo Fury e il sottomarino da battaglia Dive-LD – e OpenAI. Come si legge ancora sulla MIT Tech Review, “Anduril addestra da tempo i propri modelli di intelligenza artificiale per analizzare riprese video e dati dei sensori al fine di identificare le minacce. Ciò su cui si concentra meno sono invece i sistemi di AI conversazionale che consentono ai soldati di interrogare direttamente questi sistemi o ricevere indicazioni in linguaggio naturale. Ed è in questo spazio che i modelli di OpenAI potrebbero inserirsi”. Qualcosa si muove anche in Europa, dove la francese Mistral AI ha siglato alla fine del 2025 un accordo quadro triennale con il ministero delle Forze Armate di Parigi per integrare i propri modelli linguistici nelle operazioni di esercito, marina e aviazione, oltre che in enti strategici come il commissariato per l’energia atomica e il centro di ricerca aerospaziale ONERA. Gli impieghi previsti sono simili a quelli statunitensi: analisi documentale, traduzione, redazione di briefing, supporto decisionale. In questo caso, Mistral sfrutta esclusivamente l’infrastruttura informatica francese, al riparo dai potenziali sguardi indiscreti del cloud statunitense. LE CRITICITÀ DELL’AI IN GUERRA In sintesi, i modelli linguistici impiegati in ambito militare sono complementari ai modelli predittivi e spesso integrati nelle stesse piattaforme, permettendo, tra le altre cose, di analizzare con maggiore facilità e rapidità la grande mole di dati raccolta ed elaborata dai sistemi di supporto decisionale. Che cosa succede, però, quando l’obiettivo principale per il quale si sfruttano questi sistemi di “supporto decisionale” – in cui quindi l’ultima parola spetta agli esseri umani – è aumentare al massimo la velocità con cui si opta per una particolare strategia o si reagisce a uno scenario inatteso? “Avevo a disposizione 20 secondi per ciascun bersaglio, valutandone dozzine ogni giorno”, ha raccontato al Guardian un soldato israeliano che utilizzava Lavender. “Non avevo nessun valore aggiunto come essere umano, se non il fatto di apporre il timbro di approvazione”. Nel momento in cui la velocità diventa l’imperativo fondamentale, l’essere umano è quasi d’intralcio alla macchina, che quindi da sistema di supporto decisionale rischia di diventare il “sistema decisionale”, mentre i soldati e gli ufficiali si limitano a certificare la loro approvazione alle decisioni prese dalla macchina. Una situazione che è ulteriormente esacerbata dall’integrazione dei modelli linguistici: “Mentre l’interfaccia di Maven costringe gli utenti a ispezionare e interpretare direttamente i dati presenti sulla mappa, i risultati forniti dai modelli generativi sono più semplici da ottenere ma più difficili da verificare”, scrive ancora James O’Donnell. “Il cambio di paradigma cruciale è che l’AI permette all’esercito statunitense di individuare bersagli alla velocità della macchina invece che a quella umana”, ha spiegato, parlando con il Washington Post, Paule Scharre, vicepresidente del Center for a New American Security. “Il lato negativo è che l’intelligenza artificiale sbaglia e abbiamo bisogno di esseri umani per controllare i suoi output, soprattutto quando ci sono in ballo delle vite”.   Il controllo umano è però tanto indispensabile quanto problematico. Prima di tutto perché, inevitabilmente, riduce la velocità, ma anche perché la capacità degli esseri umani di supervisionare, correggere o ignorare le decisioni della macchina è regolarmente sovrastimata. Le ragioni sono varie e in parte già note: uno studio pubblicato di recente dalla Wharton School definisce “resa cognitiva” il fenomeno per cui gli utenti dei modelli linguistici tendono a dedicare sempre meno tempo alla verifica dei risultati. È una sorta di versione ancora più insidiosa del noto “automation bias”, secondo cui le persone si fidano del giudizio della macchina a causa della patina di oggettività che circonda (erroneamente) questi strumenti statistici e del modo in cui le loro capacità vengono magnificate senza essere adeguatamente problematizzate. Un altro elemento che sta emergendo è quello del de-skilling causato dalla necessità di prendere decisioni sempre più rapide, che spinge a delegare un numero crescente di responsabilità decisionali alla macchina: “Stiamo riducendo le nostre stesse abilità”, ha spiegato Elke Schwarz, docente del dipartimento di Studi bellici dell’Università di Londra. “I comandanti stanno diventando sempre meno abili a identificare ciò di cui sono responsabili in un campo di battaglia”.   Tutto ciò è ulteriormente complicato dalla tendenza di questi sistemi – ormai accertata e anche ammessa dagli stessi sviluppatori – a dare ragione agli utenti con troppa facilità (fenomeno chiamato AI Sycophancy). Per certi versi, è il contrario dell’automation bias: se nel primo caso sono gli umani che si fidano troppo della macchina, in questo caso sono le macchine che tendono a confermare ciò che gli umani vogliono sentirsi dire, con il rischio che, sul campo di battaglia, i soldati sfruttino questi sistemi, magari inconsapevolmente, per ottenere una conferma di decisioni già prese, indipendentemente dalla loro bontà. C’è poi il noto e ineliminabile problema delle allucinazioni (quando un sistema di intelligenza artificiale presenta come se fosse certa un’informazione invece sbagliata o completamente inventata), che potrebbero annidarsi in ogni sintesi di report, documento generato a partire dai dati o traduzione. Criticità che diventa ancora più allarmante se combinata alla tendenza dei modelli generativi, recentemente osservata, a prediligere nelle simulazioni l’escalation bellica rispetto a soluzioni più caute. E questo senza nemmeno aver aperto il fondamentale capitolo dell’etica, della responsabilità (e tracciabilità) decisionale e della trasparenza, soprattutto considerando che – come riporta l’Independent – l’esercito statunitense non tiene traccia del ruolo giocato dall’AI nei singoli attacchi. “Uno stato ha la responsabilità di sapere se l’intelligenza artificiale è stata impiegata in uno qualsiasi dei suoi attacchi”, ha affermato Jessica Dorsey, professoressa di diritto internazionale dell’Università di Utrecht. “I comandanti dovrebbero avere accesso alle informazioni di intelligence su cui si basano i loro attacchi”. Da questo punto di vista, un recente e tragico episodio avvenuto agli inizi dei bombardamenti sull’Iran riassume perfettamente quanto ciò possa essere problematico. Un numero schiacciante di prove indica che gli Stati Uniti siano responsabili dell’attacco alla scuola di Minab, in Iran, in cui hanno perso la vita 175 persone, la maggior parte delle quali studentesse. Attacco che potrebbe essere stato condotto a causa di dati di intelligence obsoleti, risalenti a quando il sito faceva effettivamente parte di una base navale adiacente delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Considerando che Maven ha generato oltre mille opzioni di attacco solo nelle prime 24 ore, viene da porsi una domanda: e se l’errore fosse stato causato da una decisione sbagliata dell’intelligenza artificiale (come tra l’altro sospettato), magari a causa di un “pacchetto di bersagli” obsoleto ma che l’AI ha riciclato presentandolo in maniera convincente? Oppure se, più semplicemente, la quantità di bersagli individuati in un tempo rapidissimo non avesse dato ai militari il tempo necessario a verificare che fossero quelli giusti? L’intelligenza artificiale potrebbe non essere responsabile di questa strage, ma di sicuro sta rendendo più complesso risalire la catena delle responsabilità. Tutti questi rischi e queste criticità vengono sollevate da anni dalle organizzazioni che chiedono di vietare – o almeno regolamentare rigidamente, a livello internazionale – l’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito bellico. Quel treno, ormai, sembra però essere passato. L'articolo Che cosa fa l’intelligenza artificiale in guerra proviene da Guerre di Rete.
April 8, 2026
Guerre di Rete
Nuova rogna in casa Anthropic: il codice di Claude pubblicato per errore
L’azienda fondata da Dario Amodei e sua sorella torna sulle prima pagine dei giornali alcune settimane dopo la vicenda dell’annullamento dei contratti col pentagono, ma stavolta per una svista madornale commessa da qualcuno dei dipendenti. Infatti, un errore in una delle ultime versioni di Claude Code, l’assistente AI di Anthropic […] L'articolo Nuova rogna in casa Anthropic: il codice di Claude pubblicato per errore su Contropiano.
April 4, 2026
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