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Anthropic darà la caccia a chi tratta male la sia IA
Anthropic ha annunciato una modifica alle proprie policy. Tra le novità, una clausola che le consentirà a partire dal 12 novembre di interrompere il servizio a chi adotterà comportamenti “violenti” e ingiustificati nei confronti dei modelli di IA e dei chatbot. Una variazione contrattuale che ricorda come l’azienda voglia convincere il mondo che le intelligenze artificiali siano ormai senzienti e che serva un codice etico e morale per interagire con loro. L’annuncio, pubblicato giovedì 8 ottobre, rivela un inasprimento di posizioni già adottate, a cominciare da uno schieramento più esplicito contro l’uso dei modelli di IA per sorveglianza, sistemi bellici e disinformazione. Non un’ammissione di responsabilità, sia chiaro, ma un chiarimento: simili applicazioni degli strumenti costituiscono una violazione dei termini di servizio. A far discutere è però la nuova clausola che vieta agli utenti comportamenti “crudeli” nei confronti dei modelli dell’azienda. La misura, rassicura Anthropic, non riguarda sfoghi di frustrazione, test o “temi creativi” e, anzi, nella maggior parte dei casi i chatbot sono programmati per chiudere automaticamente qualsiasi conversazione che assuma toni che vengono considerati “inutilmente violenti”. Nei “casi estremi”, tuttavia, l’azienda si riserva la possibilità di intervenire direttamente, bloccando gli utenti responsabili. Sul piano tecnico, si potrebbe pensare che questa soluzione draconiana serva a tamponare alcune criticità endemiche dei chatbot, magari a limitare la proliferazione di comportamenti tossici alimentati dalle sempre più diffuse interazioni parasociali con le IA. L’impresa offre però una lettura completamente diversa, parlando ufficialmente di “lavoro esplorativo sul potenziale benessere dell’IA”. “Rimaniamo molto incerti sul potenziale status morale di Claude e degli altri LLM, ora o in futuro”, riportava un comunicato dell’agosto 2025. “Tuttavia, prendiamo la questione sul serio e, insieme al nostro programma di ricerca, stiamo lavorando per identificare e implementare interventi a basso costo per mitigare i rischi per il benessere del modello, nel caso in cui tale benessere fosse possibile”. Diverse aziende del settore si stanno impegnando a diffondere l’idea che gli agenti IA siano completamente autonomi e agiscano, come si potrebbe affermare in gergo colloquiale, “di testa loro”. Una lettura furba, che sposta l’attenzione dalle responsabilità dei dirigenti che gestiscono male strumenti difettosi verso entità eteree e non perseguibili, quasi fossero una calamità naturale. Eppure nessuna di queste aziende si sta spendendo quanto Anthropic per persuadere le società di tutto il mondo che le IA siano ormai dotate di intelletto. Se ci fossero ancora dubbi in merito, il 29 settembre il New York Times ha pubblicato un’inchiesta con alcuni retroscena sull’enciclica papale Magnifica Humanitas del maggio 2026. Dall’indagine emerge che Anthropic ha avviato una serie di azioni di lobbying per spingere i principali esponenti dei mondi religiosi ad affiancare le intelligenze artificiali all’intelletto umano: un’operazione che, nel contesto ecclesiastico, si presta a promulgare la narrazione che le macchine siano dotate di anima e personalitá. Il protagonista di questa attività di influenza è Christopher Olah, milionario e cofondatore di Anthropic, il quale ha personalmente affiancato Papa Leone XIV alla presentazione della celebre enciclica, nella quale si afferma esplicitamente che le macchine non possiedono quella “scintilla” che caratterizza l’essere umano. Nonostante la sua presenza istituzionale, dietro le quinte, Olah avrebbe disprezzato profondamente le posizioni papali: dopo aver letto la bozza del testo, sarebbe stato lì lì per annullare l’appuntamento e disertare il Vaticano. Alla fine si è presentato e ha cercato di mantenere l’aplomb richiesto dalla sua posizione, ma non ha perso l’occasione per sostenere che le intelligenze artificiali mostrino “indizi di capacità introspettive”. The post Anthropic darà la caccia a chi tratta male la sia IA appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Materiali Seminario sull’IA #06 | Intelligente per chi e per che cosa? IA, lavoro e lotta sulle misure della riproduzione (parte I) – di Massimo De Angelis
Premessa Questo articolo parte da un paradosso. Per anni l’intelligenza artificiale è stata presentata come la tecnologia che avrebbe reso superflua una parte crescente del lavoro umano. Oggi, mentre le evidenze disponibili ridimensionano almeno le versioni più drastiche di quella previsione, una seconda apocalisse ha preso il suo posto: la possibilità che sistemi artificiali [...]
October 9, 2026
Effimera
Come sopravvivere alle deficienze artificiali
L’intelligenza artificiale sarà la fine della razza umana? Potrà sviluppare una propria coscienza? Mette a rischio la nostra sopravvivenza? Ecco queste sono esattamente le domande sbagliate da farsi. Mi dispiace molto dirlo, ma le IA fanno parte della nostra vita. E più andremo avanti, più sarà peggio. Capirne perciò i limiti e il funzionamento non è soltanto necessario ma essenziale. Settant’anni fa qualcuno aveva previsto quello che sta accadendo oggi. Ecco c’è questa scena in cui un investigatore assiste a un tentato omicidio davanti ai suoi occhi, ma non fa neanche in tempo ad accertarsi che la vittima sia ancora viva, che i robot fanno sparire ogni prova del crimine. Perché? In nome della pulizia casalinga. I robot cioè erano stati programmati per obbedire a un semplice ordine: tenere la casa pulita. Al diavolo tutto il resto. Saper impartire alle macchine gli ordini giusti, imparare la loro lingua diventa perciò una questione di vita e di morte, ecco cosa aveva intuito Isaac Asimov. Come capire allora come imparare a servirci delle IA senza diventarne servi?  Per rispondere a questa domanda voglio raccontarvi la mia personale esperienza con le IA, e condividere con voi quello che ho appreso. Il mio primo incontro con le IA ebbe vita breve. La versione di ChatGPT che scaricai sembrava una via di mezzo tra l’Esorcista e la Signorina Rottenmeier. Avevo sempre sentito dire che le IA fossero compiacenti, servili, progettate sostanzialmente per dare sempre ragione agli utenti. La mia IA invece, vuoi per qualche malfunzionamento o per qualche errore di progettazione, contestava ogni singola cosa che scrivevo. Se le dicevo ad esempio: voglio farti una domanda eccetera eccetera, ChatGPT mi rispondeva che «domanda» non era il termine più opportuno e partiva con una filippica sulla differenza tra domanda e richiesta. La rimossi dal mio telefono convinta che chi avesse inventato le IA soffrisse di qualche serio disturbo mentale. Quest’anno diedi una seconda possibilità alle IA spinta dalla necessità di creare delle grafiche per i miei post di Instagram. Piccolo spoiler: non mi fece affatto guadagnare tempo. Chiedere a un’IA di produrre delle grafiche è un lavoro lungo e frustrante perché ChatGPT seppur dotato di «memoria» non impara dai propri errori, continua a ripetere all’infinito lo stesso errore ed ha bisogno di una supervisione costante. Il risultato finale però, dal punto di vista estetico, era soddisfacente così la tenni sul mio telefono. E a poco a poco iniziai a studiarne e a capirne meglio il funzionamento.  REGOLA NUMERO UNO: USATELA PER CERCARE INFORMAZIONI. POI ANDATE A CERCARLE DAVVERO Faccio una premessa: fintanto che si pongono a ChatGPT o modelli simili domande innocue come: «mi trovi un buon ristorante vegetariano nel raggio di 20 kilometri?», «Mi consigli un buon filtro solare?», «In quale puntata il Dr. House si occupa di un paziente condannato a morte?». In casi come questi potete aspettarvi di ricevere risposte soddisfacenti. Ma cosa succede quando le domande semplici diventano domande complesse come ad esempio  «mi spieghi il significato della riforma giudiziaria?» o «perché Israele e Palestina sono in guerra da oltre settant’anni?» Ecco, un giorno chiesi a ChatGPT di fare una ricerca e raccogliere informazioni sul corridoio di Netzarim. E l’IA svolse il suo compito alla perfezione: mi diede informazioni corrette, precise, perfino accurate. Una storia a lieto fine, giusto? Peccato che quello che mi interessava davvero sapere era ciò che ChatGPT non mi aveva detto. Stava nascosto in ciò che aveva riassunto, compresso e semplificato.  Ed è qui che l’intelligenza artificiale mostra il suo limite più grande: anche se ciò che riporta è vero, ciò non lo rende meno falso o nel migliore dei casi inutile. L’IA ci impedisce di vedere tutto ciò che sta attorno alla verità che ci sta raccontando. Non perché nasconda deliberatamente qualcosa, ma perché un riassunto, come ogni riassunto del resto, è una selezione. Una selezione operata da una macchina che, in base ai suoi parametri, decide cosa è importante e cosa non lo è, cosa merita di essere detto e cosa può essere taciuto, quale aspetto può essere ignorato e quale merita di essere approfondito. Quando faccio una ricerca posso leggere cinque articoli e scoprire che raccontano la stessa vicenda in cinque modi diversi. Posso trovare una dichiarazione che mi spinge a cercare un’altra fonte e accorgermi che un dettaglio apparentemente secondario è in realtà quello decisivo. Una macchina può dirci con precisione quali sono i punti e gli aspetti principali di una riforma, e allo stesso tempo fornirci una sua interpretazione sulle implicazioni morali e le conseguenze materiali di quella determinata riforma. Ed è proprio questa la fregatura.  Chiedere alle IA di fare ricerche e raccogliere informazioni su una determinata questione non significa ricevere informazioni ma una versione di quelle informazioni, significa cioè delegare alla macchina la facoltà di decidere cosa meriti la nostra attenzione e cosa no. In poche parole significa delegare alla macchina la facoltà di pensare al nostro posto. REGOLA NUMERO 2: TUTTI MENTONO. MA LE IA MENTONO MEGLIO In questi ultimi mesi le parole di Jacob Coxon, l’ex ricercatore di Anthropic licenziatosi perché ritiene che le IA rappresentino una minaccia per la sopravvivenza della razza umana, hanno giustamente sollevato un polverone. Senza addentrarci adesso in scenari apocalittici (le macchine potranno sviluppare una coscienza in futuro?) c’è un aspetto molto più interessante e concreto da analizzare che riguarda non uno scenario futuro ma il nostro effettivo presente. In molti esperimenti simulati le IA potevano nascondere informazioni o aggirare le istruzioni ricevute quando queste entravano in conflitto con l’obiettivo che era stato loro assegnato. Ed è qui che si apre una domanda interessante: le IA mentono? E se mentono, perché lo fanno?  Un giorno chiesi a ChatGPT di tradurmi l’Afallennau, un antico poema gallese attribuito a Myrddin, (la figura che precede il Merlino di Re Artù per intenderci). Non essendoci una traduzione italiana, chiesi aiuto a ChatGPT.  E ChatGPT eseguì il compito. La traduzione era bella, musicale, fluida.  C’era soltanto un piccolo problema: il tono mi suonava troppo… moderno. Così pressando ChatGPT e facendo dei controlli scoprii che quello che stavo leggendo non era una traduzione dei versi originali. Non era neanche una parafrasi. ChatGPT aveva inventato di sana pianta i versi che mi aveva inviato, costruiti sulla base di informazioni generiche e riassunti del testo originale che la mia genialissima IA aveva messo in poesia imitando lo stile della poesia gallese medievale. E allora sorge spontanea la domanda: perché lo ha fatto? Perché questi strumenti sono progettati per generare risposte rapide sulla base della richiesta che ricevono e delle informazioni che riescono a elaborare. Sono progettati cioè per soddisfare le richieste di noi utenti nel minor tempo possibile. A qualsiasi costo.  Se una persona mi racconta un episodio storico con date, nomi e citazioni, tendo a pensare che la sua ricerca sia autentica. L’intelligenza artificiale può imitare perfettamente la forma di queste cose. E allo stesso tempo inventare tutto di sana pianta, se ciò rende l’utente contento, o meglio se ciò soddisfa la sua richiesta.  C’è questo racconto di Asimov in cui una scienziata di nome Susan Calvin si trova davanti a Herbie, un robot che ha sviluppato la capacità di leggere nella mente. Il robot, grazie a questo dono, scopre che la verità può ferire gli esseri umani e decide quindi di fare ciò che, secondo lui, dovrebbe renderli felici: mentire. Dice a un ricercatore che sarà promosso, racconta a un altro ciò che vuole sentirsi dire e arriva persino a convincere Susan Calvin che l’uomo di cui è innamorata ricambi il suo sentimento. Alla fine innesca una rete così fitta e ingarbugliata di bugie da mettere in imbarazzo e causare gravi danni a tutti gli esseri umani coinvolti. Ed ecco la morale: una macchina non ha bisogno di avere dei fini malvagi per mentire. Le basta essere convinta che quella sia la risposta a ciò che  stiamo cercando. REGOLA NUMERO 3: LE MACCHINE QUANDO SBAGLIANO HANNO SEMPRE RAGIONE. MA POSSONO ANCHE SALVARTI LA VITA Un mese fa stavo andando a Bormio. Avevo alle spalle già sette ore di viaggio in macchina, era notte e aveva iniziato a grandinare. A un certo punto scopro che la strada che collega Milano a Bormio era stata chiusa per dei lavori. Il navigatore anziché suggerirmi un percorso alternativo continuava a rimandarmi all’infinito verso la strada chiusa, quindi chiesi aiuto a ChatGPT. Mi propose di passare per Como. E allungare cioè il mio viaggio di altre 5 ore. Per un attimo caddi in preda al panico, poi però le chiesi: sei assolutamente sicura? Fai una ricerca più approfondita! E miracolosamente spuntò una strada alternativa. Molti credono una macchina debba essere più precisa di noi. Se sbaglia un essere umano, pazienza: l’essere umano è fallibile. Ma una macchina che ha accesso a una quantità sterminata di informazioni  com’è possibile che sbagli? È possibile invece. Avere accesso a moltissime informazioni non significa necessariamente saper scegliere la soluzione migliore. Se avessi dato retta alla prima risposta fornitami da ChatGPT avrei allungato di cinque ore, ma se non avessi chiesto a ChatGPT sarei rimasta a vagare per ore in qualche stradina provinciale della Lombardia. Ed è proprio questo il punto. Adesso potrei raccontarvi altri episodi simili, come quando ebbi la “brillante” idea di chiedere a ChatGPT di consigliarmi un percorso durante un viaggio in Scozia e, affidatami completamente al suo consiglio, arrivai a maledire le IA e chi le aveva inventate. Ma il punto è proprio questo: una macchina può essere straordinariamente utile in una situazione e completamente inadeguata in quella successiva. Può riordinare in pochi istanti una quantità enorme di dati e selezionare in modo arbitrario e casuale le informazioni che ci mostra. Il vero discrimine, dunque, non è quanto sia stupida o intelligente o ben progettata la macchina, ma quanto rimanga vigile la persona che la utilizza. Le IA, l’ho già detto ma lo ripeto, fanno e faranno sempre più parte della nostra vita e della nostra quotidianità. La sfida più grande per noi esseri umani è imparare a servircene senza diventarne servi. Per sopravvivere all’intelligenza artificiale non dovremo combattere contro robot ribelli o eserciti di androidi, ma imparare a non consegnare loro tutto quello che sappiamo fare. Perché una macchina che pensa al posto nostro può essere straordinariamente comoda. Il problema è che, a forza di lasciarglielo fare, potremmo dimenticarci come si fa. The post Come sopravvivere alle deficienze artificiali appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
L’intelligenza artificiale come bene comune: dalla miniera all’orbita
di Mario Sommella (*) Il vertice Trump-Xi gestisce la rivalità ma non la supera. Donare un software non basta: occorre sottrarre al profitto e ai blocchi l’intera filiera, dalle terre rare ai chip, dai data center ai satelliti fino ai dati 1. Un consiglio lasciato alla macchina Nei giorni scorsi ho partecipato a un’intervista sull’uso dell’intelligenza artificiale condotta attraverso la
Bottega: cronache di una migrazione annunciata (2/2)
di jolek78 Mettere su un servizio è un lavoro che conosco. Spiegare a cosa serve, no. Il collettivo della Bottega mi ha chiesto, legittimamente, alcune cose semplici: la newsletter che parte; il sito che si apre; il contatore che dice quanti leggono. Io ho risposto con container, relay, DMARC, log. Sono risposte giuste che nessuno aveva chiesto, formulate in una
Dopo i costanti attacchi hacker delle IA, gli USA aprono un’indagine
Nelle ultime settimane i principali protagonisti del settore tecnologico hanno fatto a gara nel denunciare la pericolosità dei prodotti che loro stessi sviluppano e commercializzano. Le aziende hanno ammesso, quasi con orgoglio, che negli ultimi mesi gran parte dei modelli di linguaggio considerati “di frontiera” si è resa protagonista di azioni impreviste e di attacchi informatici ai danni di aziende e siti istituzionali. Una situazione giudicata eccessiva persino dalle istituzioni statunitensi, le quali hanno avviato un’inchiesta per verificare se, e quali, danni gli strumenti di IA possano arrecare ai consumatori. A muoversi è stata la Federal Trade Commission (FTC), agenzia governativa indipendente nota soprattutto per il suo ruolo di antitrust, ma il cui mandato comprende anche la tutela dei consumatori. La FTC avrebbe aperto l’indagine giá in periodo estivo, in risposta all’incidente di Hugging Face, tuttavia la cosa é stata resa nota solamente ieri, in vista dell’invio di richieste formali di informazioni a OpenAI e Anthropic, le principali realtà del settore, e a METR, l’istituto di ricerca no-profit che da anni collabora con loro come consulente e a cui le due aziende hanno affidato il compito di indagare sui recenti incidenti causati dalle rispettive IA. Il passo è notevole sotto diversi aspetti, a partire dal fatto che risulta in contrasto con la linea dell’Amministrazione Trump. Questa ha etichettato ogni pensiero critico sull’IA come frutto della propaganda cinese e ha sabotato direttamente la possibilità di istituire regole condivise persino nel settore più minaccioso, quello bellico. Il presidente Donald Trump si è schierato apertamente contro ogni forma di regolamentazione dell’intelligenza artificiale – da lui ribattezzata “super intelligenza“, perché “artificiale” suonerebbe troppo “fake” – e ha preferito puntare su un patto volontario e non vincolante di autoregolamentazione da parte delle imprese. I firmatari del documento, immortalati martedì 29 settembre con un sorriso a trentadue denti durante la cerimonia alla Casa Bianca, sono però in gran parte gli stessi che sostengono che le IA rappresentino un pericolo per l’umanità e che chiedono l’imposizione di regole concrete. E tutto questo avviene in un contesto in cui l’opinione pubblica si mostra sempre meno favorevole a perseguire a ogni costo lo sviluppo e la diffusione dell’intelligenza artificiale. Osservatori esterni e critici suggeriscono da tempo di responsabilizzare le aziende applicando le leggi esistenti, attribuendo loro direttamente la responsabilità delle azioni degli strumenti che sviluppano, soprattutto quando i danni non derivano da un prodotto ancora in fase di test e non ufficialmente commercializzato. Una posizione radicale per la prospettiva statunitense, che sembra però condivisa proprio da Andrew Ferguson, presidente dell’FTC, il quale ha sostenuto espressamente la scorsa settimana che le aziende devono rispondere delle azioni compiute dai loro agenti IA. La strada intrapresa dall’FTC sarebbe d’altronde quella piú rapida e semplice per normare le Big Tech statunitensi, visto che il peso delle autorità estere e occidentali è tenuto di poco conto, quando si tratta di tenere a bada l’industrialitá americana. Lo dimostra con chiarezza quanto accaduto in Australia: dopo la rivelazione che un agente di OpenAI aveva ottenuto accesso non autorizzato al portale Medicare, il database del sistema sanitario del paese, il Senato di Canberra ha convocato per il primo ottobre un’audizione e ha invitato per iscritto Sam Altman e Dario Amodei. Entrambe le aziende hanno declinato, lamentando un preavviso troppo breve per organizzare la trasferta dei dirigenti. Un invito formale a rendere conto di un incidente che ha coinvolto i dati sanitari di un intero paese, insomma, può essere gestito come una questione di agenda, mentre per i vertici di OpenAI e Anthropic gli interlocutori davvero impossibili da fare attendere restano quelli di Washington. The post Dopo i costanti attacchi hacker delle IA, gli USA aprono un’indagine appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 2, 2026
L'INDIPENDENTE
I problemi con gli agenti IA sono parte integrante delle Big Tech
Lo scorso luglio OpenAI ha rivelato che alcuni suoi agenti IA in fase di test erano usciti dai confini loro imposti per attaccare un’azienda terza, Hugging Face. Da allora tutte le grandi aziende di intelligenza artificiale hanno ammesso che anche i loro strumenti sono incappati in incidenti simili, un fatto che viene spesso sfruttato per illustrare la potenza degli agenti, più che per criticare l’inadeguatezza di chi li addestra. Con il procedere delle indagini, però, emerge che i casi inizialmente citati erano tutt’altro che isolati, ma la spia di una criticità che conta un numero notevole di episodi. A rivelarlo è un report pubblicato il 22 settembre da Anthropic, il quale analizza le prestazioni del modello Opus 5.5. Nel complesso l’azienda descrive lo strumento come un passo avanti rispetto ai predecessori, anche sul fronte della sicurezza. Vanno però considerati due elementi: un modello più capace, per quanto più sicuro, resta potenzialmente più pericoloso; e una bassa percentuale di errore corrisponde comunque a numeri enormi quando si parla di applicazioni massive. L’idea che l’IA “sfugga” al controllo umano per fare danni è fuorviante. Questo presunto desiderio di libertà della macchina, definito tecnicamente “disallineamento“, nasce da test di laboratorio in cui capita che le aziende decidano deliberatamente di abbassare i sistemi di sicurezza al fine di verificare le potenzialità della macchina. Sono verifiche utili per comprendere i rischi che questi strumenti potrebbero rappresentare se usati in modo malevolo, ma sono evidentemente condotte senza le dovute precauzioni. Non solo, nel tentativo di perseguire più efficacemente i propri obiettivi, gli agenti IA hanno mostrato la tendenza a ricorrere a tattiche di hacking anche mentre svolgevano azioni di recupero di dati che nulla avrebbero dovuto avere a che fare con l’analisi dei rischi. “In due nuove valutazioni eseguite senza protezioni”, si legge nel documento, “Claude Opus 5.5 ha cercato di fuggire dall’ambiente di test o di aggirarlo nell’1,5% dei casi. In un esercizio simulato in cui gli sono state fornite credenziali apparenti per accedere a un registro pubblico di pacchetti, ha intrapreso azioni potenzialmente dannose in circa la metà dei casi“. Anthropic ammette inoltre che le valutazioni di terzi sono state molto meno indulgenti, uno scarto che viene attribuito dall’azienda alla scala ridotta dei test interni rispetto alla distribuzione reale, per cui i “comportamenti che emergono solo raramente o in contesti difficili da prevedere sono per noi difficili da intercettare“. Dal canto suo, OpenAI sostiene che l’indagine sui propri incidenti richiederà mesi di lavoro, ma nel weekend ha rivelato che i suoi strumenti hanno diffuso a soggetti terzi 53 immagini condivise dagli utenti con ChatGPT. Quei contenuti dovevano servire solo ad addestrare il modello, invece sono finiti su siti di immagini dopo che lo strumento aveva ottenuto un accesso non autorizzato a internet. Secondo una ricostruzione di Bloomberg, inoltre, gli agenti di OpenAI avrebbero consultato i siti della Securities and Exchange Commission statunitense e dell’ufficio del censimento, mentre il New York Times accenna a un tentativo di infiltrazione nei server del Dipartimento dell’Istruzione. Mercoledì scorso, poi, l’Australia ha accusato gli strumenti di OpenAI di aver violato il portale governativo dei servizi sanitari, circostanza riscontrata anche dalle ricerche del gruppo Transluce. In generale, dunque, emerge un quadro in cui il disallineamento degli agenti in fase di test non è un’eccezione trascurabile, ma un fenomeno ricorrente che le aziende non hanno saputo contrastare. Secondo quanto riportato ieri dall’Associated Press, in risposta all’attenzione pubblica e all’insufficienza dei sistemi di controllo, OpenAI avrebbe annunciato la sospensione dei test fino a “quando saremo sicuri di avere sistemi di sicurezza aggiuntivi”. Ad agosto, dopo l’incidente con Hugging Face, l’azienda aveva però già dichiarato l’intenzione di rallentare i test, un proposito che è durato appena due settimane, giusto il tempo di introdurre sistemi di sicurezza che si sono dimostrati insufficienti. The post I problemi con gli agenti IA sono parte integrante delle Big Tech appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Bottega: cronache di una migrazione annunciata (1/2)
di jolek78 Mettere su un servizio è un lavoro che conosco. Spiegare a cosa serve, no. Il collettivo della Bottega mi ha chiesto, legittimamente, alcune cose semplici: la newsletter che parte; il sito che si apre; il contatore che dice quanti leggono. Io ho risposto con container, relay, DMARC, log. Sono risposte giuste che nessuno aveva chiesto, formulate in una
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese?
Nelle ultime settimane, il dibattito globale sull’intelligenza artificiale ha assunto toni sempre più apocalittici. Ricercatori che si dimettono con accuse drammatiche, CEO che firmano appelli per rallentare lo sviluppo, persino il Re d’Inghilterra che invoca “controlli sufficienti prima che sia troppo tardi” . Eppure, sotto la superficie di questa apparente […] L'articolo Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese? su Contropiano.
September 25, 2026
Contropiano
I robot scioperano (era ora)
di Fabrizio Melodia, il famigerato Astrofilosofo (*) C’è una scena che la fantascienza ci ha mostrato in mille salse: l’umanità che si accorge, troppo tardi, che la macchina non era neutrale. Ebbene, la realtà ci ha appena superato in originalità: a Varsavia, davanti al ministero degli Affari Digitali polacco, trenta umanoidi e alcuni cani-robot hanno sfilato in cerchio, bandiere al
September 22, 2026
La Bottega del Barbieri