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VAL DI SUSA: IN 10MILA ALLA MARCIA POPOLARE NO TAV CONTRO LA LINEA AVIGLIANA-ORBASSANO
Si è svolta sabato 3 ottobre la marcia popolare chiamata dal Movimento No Tav insieme all’Unione Montana Valle Susa e ai Comuni di Sant’Ambrogio e Avigliana. Una lunga marcia che ha visto circa 10mila persone partire da Sant’Ambrogio e dirigersi ad Avigliana con l’obiettivo di dire no alla nuova linea Avigliana-Orbassano, un nuovo progetto di RFI che si inserisce nel quadro più ampio della Torino-Lione. La giornata di mobilitazione di sabato ha tuttavia mostrato, secondo il Movimento, non solo la capacità collettiva dei No Tav di “resistere, organizzarsi e mobilitarsi”, ma anche di intavolare un discorso in grado sia di “andare oltre la semplice opposizione a una singola opera”, sia di intrecciare altre lotte. “L’apertura di questo nuovo progetto non è semplicemente costruire nuove infrastrutture – scrive il Movimento sul proprio sito – ma decidere quali trasporti servono davvero a chi vive questo territorio e dove devono essere investite le risorse pubbliche. Ieri, insieme alla critica alla tratta Avigliana-Orbassano, è tornata quindi anche la richiesta di investire nel trasporto pubblico e nella metropolitana, invece di continuare a concentrare risorse su opere pensate secondo una logica diversa da quella dei bisogni quotidiani di chi abita la Valle e l’area metropolitana”. In marcia da Sant’Ambrogio e Avigliana, compagne, compagni, comitati e realtà che compongono il Movimento No Tav, amministratori locali e d’oltralpe, No Tav francesi, famiglie del territorio, politici, movimenti sociali, realtà legate alla Palestina, assemblee in difesa dei territori, come quella del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, e molte, moltissime persone giovani. “Ci sono giornate in cui una valle intera decide di mostrarsi per quello che è. Ieri è successo tra Sant’Ambrogio e Avigliana. – si legge sui profili social del Movimento –  Un numero enorme di persone ha percorso insieme la Valsusa, in una marcia popolare che ha attraversato i due paesi portando in strada una cosa che forse è ancora più importante del numero dei partecipanti: la capacità di una Valle di riconoscersi, ancora una volta, nella difesa del proprio territorio (…) La Valle continuerà a organizzarsi, a prendere parola e a lottare”. Ai microfoni di Radio onda d’Urto, il bilancio e l’approfondimento di Fabrizio del Movimento No Tav Ascolta o scarica
October 5, 2026
Radio Onda d`Urto
3 ottobre in Val di Susa: tutti in marcia per dire NO alla cantierizzazione che avanza
È dal 2022 che inizia a circolare una nuova espressione nei documenti della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Nelle dichiarazioni ufficiali di TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin, promotore binazionale dell’opera), e della CIG (Commissione Inter-Governativa, l’organo istituzionale presieduto dalla Francia e l’Italia), si inizia a parlare di “cantiere unico” che raggrupperebbe tutti i cantieri TAV della sezione transfrontaliera, da Susa-Bussoleno a St. Jean-de-Maurienne. Nelle planimetrie di TELT, il progetto della Torino-Lione è infatti suddiviso in “cantieri operativi” (CO), ognuno con un numero di riferimento: * CO 01: Tunnel d’interconnessione Susa-Bussoleno e collegamento tra la nuova linea e quella esistente; * CO 02: Piana di Susa, tra cui la stazione internazionale, lo svincolo dell’autostrada A32, e altre opere annesse e connesse tra cui l’autoporto di San Didero) * CO 03, 04, 05, 06, 07: Tutti i cantieri per il tunnel di base e le altre opere accessorie (discenderie, pozzi di ventilazione, siti di sicurezza, ecc…). Questi cantieri si trovano a Chiomonte (03 e 04), a Villarodin-Bourget (05) e a Saint-Martin-La-Porte/La Praz (06 e 07) * CO 08: L’imbocco del tunnel di base a Saint-Julien-Montdenis * CO 09: Nuove opere a Saint-Jean-de-Maurienne, tra cui la nuova stazione ferroviaria e il collegamente tra la nuova linea e quella attuale. Ce ne sono poi alcuni che sono trasversali come i CO 10 e 11 adibiti alla “gestione e impiego dei materiali di scavo, in Italia (10) e in Francia (11)”. Questi “cantieri operativi” hanno tutti una localizzazione ben precisa che permette una mappatura con tanto di legenda, come quella che vedete nella foto, che si ritrova anche sul sito di TELT. MA LA REALTÀ DEI FATTI È BEN PIÙ COMPLESSA Alcuni cantieri operativi sono infatti spalmati su più siti: per fare un esempio, il cantiere di Salbertrand corrisponde principalmente alla sigla CO10, salvo un piccolo spicchietto che sta sotto il cantiere CO03/04. La mossa “innovativa” del cantiere unico permette ai promotori del TAV questo genere di scorciatoie: considerare ogni cantiere come un pezzo di un mosaico di cantieri molto più grande. Ma c’è dell’altro. Tra tutti, i cantieri operativi che ci permettono di capire al meglio il meccanismo del “cantiere unico” sono i cantieri CO 10 e CO 11, ossia quelli che hanno a che fare con la lavorazione e lo stoccaggio dello smarino (materiale di risulta) estratto dalla montagna durante i lavori di scavo. Stiamo parlando di circa 37 milioni tonnellate, di cui 30 estratti in Francia e 7 in Italia. Secondo TELT, fino al 60% del materiale estratto verrà riutilizzato, mentre il restante 40% verrà scartato e andrà a riempire enormi discariche. Secondo la versione ufficiale riportata nei comunicati stampa e sui siti dei promotori, il cantiere unico serve per la “valorizzazione del materiale” e per la “riqualificazione dei siti di stoccaggio,” il tutto in un’ottica di “economia circolare”. Andiamo a guardare più da vicino la situazione in Italia. Il Cantiere Operativo 10 coinvolge principalmente la zona di Salbertrand, dove è previsto un nuovo polo industriale per la fabbricazione dei “conci” di cemento che serviranno a rivestire l’interno del tunnel. Per anni, si diceva che il materiale che verrà scartato a Salbertrand, andrà a finire Caprie e a Torrazza Piemonte (nel Canavese), dove si trovano i siti di stoccaggio permanenti della Torino-Lione. In realtà, dai primi mesi del 2026 è diventato evidente che anche la Piana di Susa sarà impattata come sito di stoccaggio. A pieno regime, sono previste decine di migliaia di viaggi di camion all’anno durante il periodo di picco del cantiere. Sono cifre esorbitanti: centinaia di viaggi al giorno, in entrata e in uscita da un cantiere all’altro, tutto scritto nero su bianco nel cronoprogramma di TELT. Dalle carte, infatti, vediamo che il materiale che si trasporterà si suddivide in: * materiale per calcestruzzo (CL1); * materiale per rilevati e sottofondo (CL2); * materiale per ripristino ambientale (CL3a); * materiale per rifiuto speciale, tra cui amianto e arsenico (CL3b). Peccato che di quest’ultima categoria non si trovi alcuna previsione del numero di viaggi in camion! Il dispositivo del cantiere unico è stato progettato per creare una specie di enorme “black box”: il materiale entra ed esce dal cantiere unico, ma tutto quello che succede durante… chissà. Questo perché il cantiere unico crea – volutamente – un cortocircuito nelle normative in merito allo smarino. Il cantiere unico permette infatti ai proponenti del TAV di far finta che tutto il materiale che circola da un cantiere all’altro non esce mai dal cantiere, e può quindi essere riutilizzato in quanto “sottoprodotto di lavorazione.” Stando alla legge, se il materiale dovesse uscire dal cantiere diventerebbe “rifiuto”, e riutilizzarlo sarebbe più complicato in quanto richiederebbe controlli e accertamenti. L’assurdità dell’inghippo è palese: un colossale raggiro ai danni dello stato compiuto dalle stesse istituzioni statali che siedono nella CIG, nel nome di un’opera che lo stato considera di “importanza strategica”. Ma per chi vive in questi territori, sappiamo benissimo che il cantiere unico è una finzione: le nostre vallate non sono un’area di cantiere, bensì una zona vastissima, bella e fragile, con fiumi, boschi, montagne, rocce, creature viventi, di cui gli esseri umani sono solo una piccola parte. Il pericolo vero è che la logica del cantiere unico rischia di azzerare tutto il vivente che attraversa queste montagne, considerata nient’altro che “interferenza”: ostacolo da rimuovere. CHI CI GUADAGNA? Oltre a TELT e alle multinazionali che hanno vinto gli appalti per il tunnel, chi ci guadagna sono le tante ditte, grandi e piccole, che lavorano nel settore del movimento terra. Alcune di queste sono ditte infiltrate da cosche mafiose e ‘ndranghetiste, come documentato negli anni dalle varie inchieste Minotauro (2011), San Michele (2014) e Echidna (2024). Altre sono ditte piemontesi DOC, ma non per questo meno immanicate con la malavita. Tante di queste ditte girano intorno al feudo di Gavio, e quindi intorno alla “solita” galassia, tra cui Sitaf, Itinera, e Co.Ge.Fa. Altre invece fanno parte di schieramenti rivali. Alcune ditte sono più note di altre in quanto titolari degli appalti di volta in volta assegnati, per esempio l’appalto da €648 milioni per la gestione dello smarino, assegnato a Co.Ge.Fa., Cogeis e Cavit tra le altre. Altre ditte sono operative in subappalto per cui non risultano da nessuna parte, e si riconoscono solo per le scritte sui mezzi che entrano ed escono dai cantieri. Il radicamento profondo della malavita nei cantieri delle grandi opere in Piemonte – soprattutto attraverso la gestione del “movimento terra” – non è una novità. La differenza è che ora questo sistema risulta legittimato e promosso, come unico modello d’impresa possibile per lo sviluppo del territorio. NOI NON CI STIAMO! E CONTINUEREMO A OPPORCI FINCHÉ IL CANTIERE UNICO NON VERRÀ SMANTELLATO E LA TERRA SARÀ RESTITUITA A CHI LA ABITA. Centro Sereno Regis
September 30, 2026
Pressenza
Giorgio Rossetto torna in carcere: l’accanimento contro chi lotta in Val di Susa non si ferma
Senza alcun preavviso, il 21 agosto i Carabinieri hanno prelevato lo storico attivista No Tav dalla sua abitazione di Bussoleno e lo hanno trasferito alle Vallette. Revocata la misura alternativa per non meglio precisate violazioni delle prescrizioni. Il Movimento denuncia l’ennesimo capitolo di una persecuzione giudiziaria che da anni colpisce Giorgio e l’intera resistenza alla Torino-Lione. Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto, senza alcuna avvisaglia, i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino. A darne notizia è NoTav.info. A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. È l’ennesimo capitolo di una vicenda giudiziaria che accompagna Rossetto da anni e che difficilmente può essere separata dalla sua storia politica e dalla lunga repressione che ha investito il Movimento No Tav. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state pesantemente aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette. Non siamo davanti a un episodio isolato. È difficile leggere questa decisione senza inserirla nella lunga storia di repressione giudiziaria che ha accompagnato la lotta No Tav. Migliaia di denunce, processi, condanne, fogli di via, misure cautelari e preventive hanno trasformato negli anni la Val di Susa in un laboratorio nel quale sperimentare strumenti di controllo del conflitto sociale successivamente estesi ad altri movimenti. La stessa estate 2026 ne offre una rappresentazione impressionante. Durante il Festival Alta Felicità e la manifestazione contro i cantieri della Torino-Lione sono state identificate migliaia di persone, anche attraverso riprese fotografiche e video che l’avvocato Gianluca Vitale ha denunciato come potenzialmente riconducibili a una vera e propria «schedatura di massa». Fogli di via, Daspo urbani, respingimenti alla frontiera e provvedimenti di allontanamento hanno preceduto e accompagnato la mobilitazione. E nelle Vallette si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. È dentro questo scenario che il ritorno in carcere di Giorgio assume un significato che va oltre la sua vicenda personale. Colpire ripetutamente un militante conosciuto del Movimento significa anche inviare un messaggio a una comunità resistente che da oltre trent’anni continua a opporsi a una grande opera imposta attraverso militarizzazione del territorio, cantieri trasformati in fortini e un apparato repressivo divenuto strutturale. Lo aveva detto con estrema chiarezza Nicoletta Dosio già a marzo, quando era arrivato l’ennesimo prolungamento della detenzione: «È una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav». Quella denuncia oggi acquista ancora maggiore forza. Perché il punto non è costruire una figura eccezionale intorno a Giorgio Rossetto. È esattamente il contrario. La sua storia giudiziaria è parte della storia collettiva della Val di Susa: una storia fatta di persone trascinate per anni nei tribunali per blocchi, cortei, iniziative ai cantieri e pratiche di resistenza contro un’opera contestata da una parte consistente del territorio. Il carcere diventa così uno degli strumenti attraverso cui governare un conflitto politico che non si è riusciti a chiudere in oltre trent’anni. La sproporzione tra repressione e conflitto sociale è precisamente ciò che rende la Val di Susa un caso paradigmatico. Quando una mobilitazione sopravvive per decenni a governi di ogni colore, cantieri militarizzati, processi e migliaia di procedimenti giudiziari, la risposta dello Stato tende progressivamente a spostarsi dal terreno politico a quello penale. Non si riesce a eliminare il conflitto e allora si cerca di aumentarne continuamente il costo individuale. È il meccanismo del diritto penale del nemico denunciato più volte dagli attivisti No Tav: non soltanto sanzionare una determinata condotta, ma sottoporre alcune persone a un controllo permanente in ragione della loro storia, delle loro relazioni e della loro persistente appartenenza a un movimento considerato irriducibile. Ed è proprio questa persistenza che la repressione non è riuscita a cancellare. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle. Giorgio libero subito. Liber tutt.** Osservatorio Repressione
August 25, 2026
Pressenza
Rete Ambientalista: “Violenza chiama violenza”
Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti. C’è ora da stupirsi se alla violenza stanno rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate. Una soluzione c’è: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso. A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina. Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla. Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta opponendo il Movimento No Tav, il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani. A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo). Rete Ambientalista – Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza