Dietro gli attacchi ai medici il fallimento dei centri per i rimpatri1. A ridosso dell’ennesimo disegno di legge immigrazione, approvato in bozza dal
Consiglio dei ministri lo scorso 11 febbraio, mentre si attende ancora la
pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legge sicurezza varato lo scorso
5 febbraio, che prevede disposizioni ancora più restrittive in materia di
trattenimento nei centri per i rimpatri (CPR), è partita una pesante campagna,
coordinata a livello politico, giudiziario e mediatico, contro i medici che
accertano le condizioni di salute delle persone migranti destinatarie di misure
detentive nei centri di detenzione amministrativa, in vista dell’esecuzione
dell’espulsione con l’accompagnamento forzato nel paese di origine.
Sei medici dell’ospedale di Ravenna risultano indagati per aver certificato la”
non idoneità al trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr)”
di persone straniere che avevano ricevuto un decreto di espulsione. Tutto questo
avviene mentre a Torino viene condannata la direttrice di un CPR per il suicidio
di Moussa Baide, ed a Bari nel CPR di Palese muore un ragazzo di 25 anni per
“arresto cardiaco”.
Secondo il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, i reati di falso
ideologico continuato in concorso, contestati agli operatori sanitari, se
confermati, sarebbero “da licenziamento, da radiazione e da arresto”. Immediata
la risposta dei cittadini solidali: è stata lanciata una petizione online su
Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un reato», indirizzata ai
Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al Garante nazionale dei
diritti delle persone private della libertà personale, alle società scientifiche
e all’opinione pubblica. Nel testo si denuncia un “punto di rottura
inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica
sicurezza“.
Gli Ordini professionali di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena ricordano che “l’art.
24 del Codice di deontologia medica impone al medico l’obbligo di rilasciare
certificazioni sanitarie veritiere, precise e diligenti, basate su rilievi
clinici diretti o documentati” e che, nel caso delle certificazioni per
l’idoneità al trattenimento nei Cpr, “la visita è svolta secondo criteri
rigorosamente clinici“, includendo anamnesi, valutazione delle condizioni
fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici e condizioni di
vulnerabilità. Si ribadisce che “Il medico non “autorizza” il trattenimento:
attesta esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento
della visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria”.
La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha evidenziato che “la
patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”, e per questa
ragione è finita nel mirino di una fitta campagna della stampa collegata al
governo Meloni che ha individuato ulteriori bersagli per la comunicazione
seriale di odio rivolto contro le persone migranti e quanti prestano loro
assistenza. Ormai il Giornale, Libero, La Verità, il Tempo, per citare soltanto
quelli più noti, fanno parte di un gruppo di fuoco mediatico che diffonde
quotidianamente propaganda al limite della diffamazione contro chiunque venga
individuato come ostacolo all’azione di governo, come vengono considerate le
“toghe rosse”, i magistrati che non convalidano i trattenimenti ed impongono
risarcimenti nei casi di indebita detenzione, gli avvocati e i giuristi che
ottengono l’annullamento dei provvedimenti di espulsioni, o il riconoscimento
del diritto di asilo, i medici che impediscono il trattenimento amministrativo
di persone migranti che, abbandonati in una situazione di irregolarità,
subiscono un deperimento spesso irreversibile delle condizioni psico-fisiche.
Basta un singolo fatto di cronaca nel quale rimangono coinvolti immigrati
“clandestini”, e subito l’opinione pubblica viene bombardata da cronache che, al
di là della responsabilità penale personale, ascrivono alla loro presenza tutto
il malessere sociale che colpisce i cittadini, stritolati da una enorme
diffusione delle povertà, malgrado i dati economici trionfalistici diffusi dal
governo. Adesso, a fronte del fallimento dei rimpatri attraverso il sistema dei
CPR, si cerca di individuare tra i medici l’ennesimo capro espiatorio per
nascondere le respnsabilità di chi gestisce le politiche migratorie puntando
sulla moltiplicazione dei reati, sull’aumento delle pene, sulla carcerazione, e
sugli accordi con paesi terzi ritenuti sicuri, per rendere più efficaci le
espulsioni ed i respingimenti.
2. Il ministro della giustizia Nordio diffonde dati chiaramente falsi sulle
espulsioni con trattenimento ed accompagnamento forzato eseguite lo scorso anno
e la presidente del Consiglio Meloni parla addirittura di un aumento dei
rimpatri del 55 per cento. Ma la realtà è più forte della propaganda, anche se i
dati sui CPR vengono sistematicamente occultati e si impediscono le visite che
in passato hanno fatto emergere situazioni sconvolgenti. Mentre il governo
attacca i medici, i rimpatri proseguono a rilento, si occultano i dati reali,
e nei CPR si continua a morire, talvolta anche per cause che vengono nascoste
sotto la generica dizione di “arresto cardiaco”, oppure di “cause naturali”.
Il numero reale delle persone effettivamente rimpatriate dopo essere state
trattenute in un centro di detenzione rimane costante con lievi modifiche nel
corso degli anni, e l’utilizzo del centro di Gjader in Albania, per i pochissimi
casi di trattenimento che non sono stati annullati dalla magistratura, continua
a configurare soltanto un enorme spreco di denaro, ma non incide praticamente
sulle statistiche dei rimpatri. Si è passati dai 4751 migranti irregolari
rimpatriati nel 2023 a 5414 nel 2024, mentre dai CPR nel 2024 sono stati
effettivamente rimpatriate 2526 persone, addirittura in calo rispetto al 2023,
quando erano state rimpatriate 3134 persone (dati tratti dal Dossier statistico
immigrazione 2025 – IDOS). Anche considerando un modesto aumento nel 2025, anno
nel quale potrebbero essere state rimpatriate circa 5000 persone, in base ai
dati censiti a metà dell’anno, si tratta di un numero irrilevante per
corrispondere ai propositi del governo rispetto ad una presenza di oltre 500.000
persone in condizioni di irregolarità nel nostro paese.
A fronte dell’innalzamento del periodo massimo di trattenimento a 18 mesi,
avvenuto nel settembre del 2023, e dei 700 posti circa effettivamente
disponibili nei 10 CPR oggi in funzione in Italia, non si vede davvero come si
possa attribuire ai medici, o ai giudici, il fallimento di un sistema espulsivo
che non funziona proprio per effetto delle scelte del governo, che ha bisogno di
propagandare espulsioni di massa che poi non si riescono a realizzare. Anche
perché con poche eccezioni i paesi di origine sono assai riluttanti a
riammettere sul loro territorio i propri emigranti.
Intanto peggiora la condizione psico-fisica delle persone trattenute nei centri
di detenzione, l’agibilità delle strutture destinate a CPR, e cresce ovunque la
disperazione, fino ai casi sempre più frequenti di un disagio mentale
conclamato, per la impossibilità di regolarizzare la propria posizione e di
conseguire un livello sia pur minimo di inclusione sociale. La marginalizzazione
ed il confinamento delle persone migranti, al di là di singoli episodi di
cronaca, produce danni che si diffondono nell’intero corpo sociale. […]
4. Una direttiva adottata dall’ex ministro dell’interno Lamorgese fissava nel
2022 criteri per l’organizzazione dei centri di permanenza per i rimpatri,
prevedendo che “lo straniero accede al centro previa visita medica effettuata di
norma dal medico della Azienda sanitaria locale o dell’azienda ospedaliera
volta ad accertare l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile
l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie
infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici,
patologie acute o cronico-degenerative che non possano ricevere le cure adeguate
in comunità ristrette“.
A ottobre dello scorso anno il Consiglio di Stato, dopo la sentenza della Corte
Costituzionale 96/2025, si era espresso sulle carenze rispetto all’assistenza
sanitaria prevista dal capitolato d’appalto dei Centri per il rimpatrio (CPR)
utilizzato dal Ministero dell’interno. Il Consiglio di Stato evidenziava, in
particolare, le gravi criticità nella tutela della salute e nella prevenzione
del rischio suicidario all’interno dei CPR, richiamando l’obbligo
dell’amministrazione di conformarsi alla Direttiva Lamorgese del 2022 e di
garantire valutazioni mediche adeguate e continue. Materie sulle quali si
attende un impegno più costante del Garante nazionale per le persone private
della libertà personale.[…]
6. Mentre appare ancora incerta la portata effettiva delle previsioni
riguardanti la detenzione amministrativa che saranno contenute nel nuovo
pacchetto sicurezza, da concretizzare in un decreto legge e in un disegno di
legge, il ministro dell’interno Piantedosi ha diffuso una circolare
(direttiva) per sollecitare “con la massima determinazione” le espulsioni per i
migranti che minacciano “la sicurezza pubblica”.
Con la stessa circolare i Prefetti vengono invitati “a stipulare convenzioni con
l’ASL per applicare pienamente l’art. 3. comma 2. della direttiva 19 maggio 2022
del Ministro dell’interno “ in modo da garantire il trattenimento nei Centri di
detenzione anche in assenza di visita medica per l’accertamento dell’idoneità
alla vita di comunità ristretta, a condizione che tale visita sia effettuata
entro 24 ore dall’ingresso.
Per evitare che “l’idoneità alla vita di comunità ristretta possa essere
esclusa, in via automatica, sulla base del mero accertamento di condizioni di
tossicodipendenza dello straniero” si sollecitano i Prefetti a “stipulare
apposite convenzioni con i locali SerD”. Previsioni che aumenteranno in modo
esponenziale le condizioni di disagio psicofisico che già caratterizza gli
“ospiti” dei centri di detenzione in Italia, con un diffuso ricorso a
psicofarmaci, ai quali corrisponde un insostenibile clima di tensione che la
circolare Piantedosi andrà ad esasperare.
7. Questa circolare/direttiva ministeriale a firma di Piantedosi costituisce
l’antecedente politico delle iniziative giudiziarie contro i medici che
accertano l’idoneità del cittadino straniero irregolare alla vita di comunità
all’interno di un centro per i rimpatri e della campagna di stampa che ne è
seguita. L’obiettivo è chiaro. Piuttosto di evitare che gli accertamenti medici
impediscano il trattenimento amministrativo nei CPR si passa ad un modello di
carcerazione immediata, riducendo la portata delle valutazioni sanitarie sulla
idoneità delle persone a vivere nei centri di detenzione, e rinviando le
eventuali cure, solitamente limitate a psicofarmaci, al periodo di internamento,
anche nei casi di tossicodipendenze o gravi disturbi psichiatrici.
Il diritto alla salute nei CPR si può ancora definire un diritto trattenuto.
Malgrado le recenti iniziative giudiziarie e lo schieramento politico e
mediatico che si è già schierato a favore della colpevolezza dei medici
indagati, in base all’articolo 17, comma 1,
del Decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, e la Direttiva ministeriale del
19 maggio 2022, recante “Criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri
di permanenza per i rimpatri previsti dall’art. 14 del d.lgs. n.286/1998 e
successive modificazioni”, i medici rimangono tenuti (art.3) a
certificare “l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile
l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie
infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici,
patologie acute o cronico degenerative – rilevate attraverso indagine
anamnestica o sintomatologica, nonché mediante la documentazione sanitaria
disponibile – che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette.
La certificazione medica deve, comunque, attestare la compatibilità delle
condizioni di salute o di vulnerabilità ai sensi dell’articolo 17, comma 1, del
decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, dello straniero con la convivenza in
comunità ristrette“.
Inoltre, “Successivamente all’ingresso nel Centro, lo straniero è sottoposto
allo screening medico da parte del medico responsabile della struttura sanitaria
presente nel Centro, per la valutazione complessiva del suo stato di salute,
nonché per l’accertamento di eventuali condizioni di vulnerabilità ai sensi
dell’articolo 17, comma 1, D. Lgs. n. 142/2015 e/o di eventuali condizioni di
inidoneità alla permanenza nel Centro tenuto conto delle caratteristiche
strutturali dello stesso, o dell’eventuale necessità di predisporre visite
specialistiche o percorsi diagnostici e terapeutici presso le competenti
strutture sanitarie pubbliche, anche sulla base della scheda redatta dalla
struttura sanitaria dell’istituto di pena di provenienza.
Nel contesto della visita medica, particolare attenzione deve essere posta alla
ricerca attiva di segni o sintomi di specifiche condizioni morbose, segni di
traumi o di esiti di torture, secondo la Linea guida “I controlli alla frontiera
– La frontiera dei controlli” sviluppata
dall’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà – INMP, dall’Istituto
Superiore di Sanità – ISS e dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
– SIMM, ed approvata dalla Conferenza Stato-Regioni del 10 maggio 2018.
Durante la permanenza nel Centro, quando le condizioni dello straniero lo
richiedono ovvero quando ritenuto necessario, lo straniero è sottoposto a visita
medica”.
Secondo l’art.3 della Direttiva Lamorgese del 19 maggio 2022, l’idoneità deve
essere accertata da un medico di una struttura sanitaria pubblica, sia ASL o
azienda ospedaliera e non come avviene in molti casi da personale medico
dell’ente gestore convenzionato con la Prefettura.
Secondo la stessa Direttiva Lamorgese del 2022, “In presenza di elementi che
possano determinare l’incompatibilità con la vita in comunità ristretta non
emersi nel corso della certificazione di idoneità, il medico responsabile del
Centro chiede che venga disposta nuova valutazione da parte della ASL o
dell’azienda ospedaliera. Nelle more, ove ritenuto opportuno, il medico può
disporre che lo straniero venga alloggiato in una stanza di osservazione, posta
nei pressi del presidio sanitario di cui al successivo comma 5, al fine di
salvaguardare la salute del singolo e della collettività, tenendone traccia in
apposito registro cronologico. Le visite mediche all’interno del Centro si
svolgono nel presidio sanitario, in modo da assicurare il rispetto della
riservatezza e la tutela della dignità personale. In presenza di particolari
esigenze e su richiesta del medico, potrà essere ammessa la presenza delle forze
di Polizia.”
Non si può ritenere che il recente decreto legge sicurezza, o il disegno di
legge immigrazione, ancora non pubblicati in versione definitiva, abbiano
abrogato queste disposizioni, perché se così fosse, la norma abrogatrice
risulterebbe in contrasto con l’art.32 della Costituzione che costituisce
garanzia del diritto alla salute per tutte le persone indipendentemente dal loro
status giuridico. Né si può ritenere, alla luce della sentenza n.96 della Corte
Costituzionale sulla riserva di legge in materia di trattenimento amministrativo
nei CPR, che un ulteriore provvedimento del ministro dell’interno, sotto forma
di circolare o direttiva, possa restringere l’accesso effettivo al diritto alla
salute, con disposizioni che consentano di inibire un pieno accertamento
preventivo sulle condizioni di salute delle persone migranti da parte di
personale medico operante all’interno di strutture pubbliche prima del loro
ingresso nel CPR. […]
Fulvio Vassallo Paleologo