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Gli Stati Generali: I cattolici di fronte al dilemma delle spese militari
DI GIUSEPPE AROSIO SU GLI STATI GENERALI DEL 12 GENNAIO 2026 Ospitiamo sul nostro sito l’articolo di Giuseppe Arosio pubblicato su Gli Stati Generali il 12 gennaio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «A proposito di sfida educativa (indicata dal papa come prioritaria) c’è una galassia di docenti, attivisti, volontari che da tempo porta avanti una campagna seria [link Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ndr] di denuncia della propaganda militarista nelle scuole e nelle istituzioni educative (lo slogan azzeccato è “da alternanza scuola-lavoro a alternanza scuola-caserma”). Ma non solo. Svolge formazione per la risoluzione dei conflitti e l’aggiornamento degli insegnamenti di storia ed educazione civica…continua a leggere su www.glistatigenerali.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Se vuoi la pace, prepara la pace… da Mattarella a Papa Leone XIV
Fine dell’anno, tempo di bilanci e buoni propositi. Mentre si parla sempre meno della Striscia di Gaza (e della Cisgiordania) dove, grazie alla finta pace di Trump (e dell’ONU), si continua a morire sotto il fuoco dell’esercito israeliano, gli aiuti umanitari sono centellinati e nelle tende, che ospitano famiglie sfollate da oltre due anni, è impossibile vivere; non passa giorno senza che si propagandi l’aumento esponenziale delle spese militari, per opporci a un nemico “ormai alle nostre porte”. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pur riconoscendo che l’aumento delle spese militari è “poco popolare”, visto che, in tutta evidenza, la loro crescita sottrae risorse allo stato sociale (sanità, scuola, trasporti), ha ribadito che tale scelta «poche volte come ora, è necessaria. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea». Con l’obiettivo della tutela «della sicurezza e della pace, quella pace che l’Europa ha costruito coltivando la relazione transatlantica, un patrimonio che va tutelato e consolidato». Dimentica, il Presidente, che l’Europa è stata la “protagonista” dei due conflitti mondiali e che il cosiddetto “modello democratico occidentale”, quantomeno sul piano della politica estera, si è tradotto in un atteggiamento coloniale nei confronti del resto del mondo, nell’esportazione delle guerre umanitarie e nella pratica del cosiddetto doppio standard. Per fare un solo esempio, la Russia che ha invaso l’Ucraina, è sottoposta a sanzioni, Israele che ha compiuto un genocidio partecipa persino alle olimpiadi. In questo clima, «Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. […] Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. […] Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. […] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza». Così Leone XIV, nel messaggio per la LIX Giornata mondiale della Pace. Non è il Papa il garante della nostra Costituzione; ma, senza alcun dubbio, sono le sue affermazioni e non quelle del Presidente della Repubblica a rispettare, correttamente e coerentemente, nello spirito e nella lettera, l’art. 11della nostra Carta. Nino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Catania -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Si vis pacem para pacem: non c’è altra via.
Il profeta Isaia, vissuto nell’VIII secolo a. C., profetizzava un futuro in cui le armi fossero abolite e gli esseri umani abbandonassero la cultura della guerra, il preparare i giovani a combattere: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2, 4). Il presidente Mattarella si ostina nell’affermare la necessità del riarmo per la difesa dell’Europa. Nell’ultima sua esternazione ha detto: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare.” In aggiunta il riarmo è necessario a “tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale”; e questo riarmo, “poche volte come ora, è necessario”. Quindi “armarsi” servirebbe “alla difesa e alla pace”, dando per scontato che le democrazie agiscano rispettose del diritto internazionale. Questo quadro è assolutamente smentito dai fatti, a ripercorrere la storia della seconda parte del Novecento. Nonostante la nascita dell’ONU, che nel preambolo della Carta costitutiva afferma di voler “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. La maggior parte delle guerre sono state agite nel mondo dalle potenze occidentali (includendo la Russia, Unione delle Repubbliche sovietiche): Corea, Vietnam, Afghanistan¸ le guerre del Golfo e dal 2001, come guerre preventive in risposta al crollo delle Torri Gemelle, in Iraq, Afghanistan, Siria. La Palestina, inoltre, è l’emblema del fallimento del diritto internazionale, messo sotto i piedi da Israele nei confronti del popolo palestinese, con la complicità dei paesi occidentali liberal democratici. Sappiamo che il Presidente fa sfoggio del suo essere cattolico, ma talvolta dimentica o mette in secondo piano i pronunciamenti della Chiesa, a partire dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII e da quando Papa Paolo VI indisse la “Giornata della Pace” (1968), da celebrare ogni 1° Gennaio. Tradizione che si rinnova ogni anno e che è preceduta da un appello del Papa ad essa dedicato. Paolo VI pensava a questa “Giornata” non solo per i cristiani, ma per tutte le persone desiderose della pace che la volessero condividere. Nel “Messaggio per la I Giornata della Pace” – 1° Gennaio 1968, il Papa indicava «alcuni punti che la devono caratterizzare; e primo fra essi: la necessità di difendere la pace nei confronti dei pericoli, che sempre la minacciano: * il pericolo della sopravvivenza degli egoismi nei rapporti tra le nazioni; * il pericolo delle violenze, a cui alcune popolazioni possono lasciarsi trascinare per la disperazione nel non vedere riconosciuto e rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità umana; * il pericolo, oggi tremendamente cresciuto, del ricorso ai terribili armamenti sterminatori, di cui alcune Potenze dispongono, impiegandovi enormi mezzi finanziari, il cui dispendio è motivo di penosa riflessione, di fronte alle gravi necessità che angustiano lo sviluppo di tanti altri popoli; * il pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Pericoli che, invece di essere stati eliminati, oggi si fanno terribilmente attuali. Nel “Messaggio per la LIX Giornata della Pace” del 1° Gennaio 2026, Papa Leone XIV sottolinea alcuni aspetti che dovrebbero interessare i governanti, quelli che si dichiarano cristiani in primo luogo: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza» (i corsivi sono miei). Rilevante anche il passaggio che, dopo aver citato i dati dell’incremento delle spese militari mondiale nel 2024 (aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente: 2.718 miliardi di dollari, pari il 2,5% del PIL mondiale), sembra riprendere la denuncia che l’“Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole” porta avanti da alcuni anni: «Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative (il corsivo è mio): invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza». Riproponendo il discorso sul disarmo integrale dei suoi predecessori (Giovanni XXIII, con la Pacem in Terris, la Gaudium et spes, la Costituzione conciliare su Chiesa e mondo contemporaneo; Papa Francesco, Fratelli tutti), il Papa afferma che le religioni devono rendere un servizio all’umanità sofferente «vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». «Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture» (i corsivi sono miei). Non il riarmo, dunque è la via alla pace, caro presidente Mattarella, ma il disarmo, quella pace disarmante di cui parla il Papa. Nel messagio  di quest’anno, il richiamo a chi ha responsabilità politiche è chiaro: «Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, “considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde” (Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63). È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». Caro Presidente ne prenda atto: “Si vis pacem, para bellum” perché non c’è altra via che conduca alla pace.       Pierpaolo Loi
Papa Leone dice no al riarmo
Nel messaggio per la 59a Giornata mondiale della pace, Papa Leone XIV denuncia la corsa al riarmo fino a proporre un “disarmo integrale”. Arriva a citare le cifre del Sipri sull’aumento delle spese militari del 9,4% rispetto all’anno precedente per arrivare a una cifra complessiva di 2.718 miliardi di dollari (il 2,5% del PIL mondiale). Mi chiedo se i politici cattolici saranno capaci di riflettere e meditare per poi agire di conseguenza rifiutandosi di votare i programmi di crescita della spesa per nuovi sistemi d’arma, di negare il proprio voto agli incentivi previsti in finanziaria per le aziende di armi e di interrompere questa spirale di morte. Il Papa arriva a denunciare “le campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. E poi denuncia l’appalto che questa maldestra politica della sicurezza e della difesa ha effettuato all’intelligenza artificiale e a ogni altra forma di tecnologia e cibernetica in grado di colpire con più efficienza e senza controllo umano diretto, gli obiettivi da eliminare. Altro che post-umano, siamo all’antiumano. Mosaico di pace
Le belle speranze
La poesia dei popoli uniti rompe le tensioni del dire e del fare, barricate nel cessate il fuoco, e il papa Leone, ri-velato d’amore, scopre l’anne-sionismo forzato e assodato dalla polizia di frontiera, che uccide e subissa a calci e pugni palestinesi inermi. La poesia dei popoli uniti ha il cuore battente e fa rinascere le idee contro l’economia di guerra pianificata, che riduce all’osso il potere d’acquisto e prosciuga le risorse umane, sotto il sole cocente dei massimi profitti e degli evasori fiscali super-protetti. La poesia dei popoli uniti si oppone al ciclone mediatico e alle sparute schegge impazzite col cervello adulterato dalla violenza e screziato di bianco e di nero, con azioni e reazioni a catena messe in scena permanente. La poesia dei popoli uniti trafora i muri del silenzio incassato e stiracchiato nelle tregue di pace che non riescono a dare peso al disarmo, pre-murato dalle paure bestiali e dai liberi ser-vizi di leva, con una chiara visione di belle speranze. Pino Dicevi
Napoli, la Chiesa apre le porte a otto studenti palestinesi: un segno di fraternità concreta
Dalla solidarietà alla concretezza: la Chiesa di Napoli accoglie otto studenti palestinesi grazie al progetto IUPALS e all’impegno del cardinale Battaglia. Mentre i conflitti continuano a scuotere il mondo e la distanza dalle sofferenze altruistiche crescere ogni giorno, la Chiesa di Napoli ha scelto di rispondere con un gesto di speranza: accogliere otto giovani studenti palestinesi, offrendo loro sembra un’occasione reale di rinascita attraverso lo studio e la condivisione. L’iniziativa, voluta dal cardinale Mimmo Battaglia , nasce dal desiderio di rendere la comunità diocesana segno vivo di fraternità, accoglienza e fiducia nel futuro. Il primo ad arrivare in città è Fadi , 28 anni, originario di Gaza City. Dopo un periodo trascorso a Palermo, sarà ora ospitato nella casa canonica della Cattedrale, accolto dai giovani del MUDD – Museo Diocesano Diffuso . Entro la fine di ottobre arriveranno anche gli altri sette studenti, che troveranno ospitalità in diverse strutture dell’Arcidiocesi, grazie alla Caritas di Napoli e alla Fondazione Napoli C’entro . > “Accogliere questi ragazzi significa accogliere la vita che chiede di poter > ricominciare”, > ha dichiarato il cardinale Battaglia. > “È un gesto che racconta chi vogliamo essere: una Chiesa che non alza muri ma > apre porte, che non resta spettatrice del dolore ma si fa compagna di viaggio > di chi cerca un domani possibile.” L’esperienza si inserisce nel più ampio progetto nazionale IUPALS – Università italiane per studenti palestinesi , promosso dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri , del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme . A Napoli hanno aderito le tre università statali, Federico II , L’Orientale e Parthenope,  che hanno messo a disposizione borse di studio per studenti palestinesi, trovando nella Chiesa partenopea un partner naturale per l’accoglienza e l’accompagnamento umano. UN PONTE TRA NAPOLI E GAZA L’arrivo dei giovani studenti si inserisce in un legame profondo che da tempo unisce la diocesi di Napoli alla comunità cristiana di Gaza, guidata da padre Gabriel Romanelli , parroco della Sacra Famiglia di Gaza , l’unica parrocchia cattolica romana nella Striscia. Nei mesi scorsi, grazie alla generosità di fedeli, parrocchie e associazioni cittadine, la Chiesa di Napoli ha raccolto 63.500 euro destinati alle famiglie più colpite dai bombardamenti: “una goccia di umanità in un mare di crudeltà”, come l’ha definita lo stesso cardinale Battaglia durante la festa di San Gennaro . In quell’occasione, un videomessaggio di padre Romanelli aveva raggiunto i fedeli napoletani, suscitando commozione e preghiera. “ Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato ”, ricorda il cardinale. “ È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei accanto all’ampolla del Santo, perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare. ” LA PACE COME CAMMINO CONDIVISO In comunione con Papa Leone XIV , che sabato 11 ottobre 2025 alle ore 18:00 guiderà in Piazza San Pietro un Rosario per la pace , la Chiesa di Napoli ha invitato tutte le parrocchie e comunità religiose a vivere giovedì 23 ottobre una giornata di digiuno e adorazione eucaristica . Un segno di preghiera e di vicinanza a chi soffre a causa della guerra, che unisce idealmente Napoli al mondo intero in un unico invito alla pace. Con questa accoglienza, la diocesi partenopea rinnova il proprio impegno a farsi casa e comunità per chi cerca vita, studio e pace . Un gesto che non risolve i conflitti del mondo, ma li attraversa scegliendo di restare umani, di “stare accanto”. Un segno che nasce dal Vangelo e si traduce in futuro, nel cuore di Napoli. * Caritas di Napoli – La Chiesa di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * Educazione.chiesacattolica.it – La diocesi di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * ANSA Campania – La Chiesa di Napoli accoglie otto giovani da Gaza * Comunicare il Sociale – La comunità si fa casa per chi cerca futuro, studio e pace * Vatican News – Papa Leone XIV guiderà l’11 ottobre il Rosario per la pace in Piazza San Pietro Lucia Montanaro
Droghe: “Troppo spesso, in nome della sicurezza, si è fatta e si fa la guerra ai poveri”
Nei giorni scorsi sul sito del Dipartimento per le Politiche Antidroga è stata pubblicata la Relazione 2025 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, dalla quale, come si legge sul sito del Dipartimento, “emerge un quadro articolato delle droghe nel nostro Paese. Il consumo di sostanze psicotrope tra i giovani appare leggermente diminuito rispetto al 2023, tuttavia sembrano emergere nuove sfide per la salute pubblica e la sicurezza, legate a una trasformazione qualitativa del mercato degli stupefacenti, alla diversificazione dell’offerta e alla permanenza sul mercato italiano delle Nuove Sostanze Psicoattive (NPS)”: https://www.politicheantidroga.gov.it/it/notizie-e-approfondimenti/notizie/pubblicata-la-relazione-al-parlamento-2025-sul-fenomeno-delle-tossicodipendenze-in-italia/. “Se la Relazione fosse stata un compito per la maturità, ha affermato Marco Perduca, che per l’Associazione Luca Coscioni segue le leggi e politiche nazionali e internazionali sugli stupefacenti, il governo non l’avrebbe superata per insufficienze di merito e metodo”. Aggiungendo che “il documento del governo, con prefazione del sottosegretario Mantovano, non è purtroppo all’altezza del compito. Infatti, oltre a essere sempre più breve, la Relazione segnala una leggerissima flessione nell’uso degli stupefacenti a fronte dell’aumento delle operazioni ‘anti-droga’ ma, in entrambi i casi, si ragiona in termini percentuali e non assoluti. Altrove invece ci si intrattiene su campioni molto ristretti (39 città su oltre 8.000) magnificando l’efficacia rilevatrice della acque reflue, con metodologie non del tutto riconosciuti come attendibili dalla comunità scientifica internazionale e presentando la presenza di sostanze illecite ogni 100.000 persone. Una formulazione che se proposta in termini percentuali evidenzierebbe che si tratta, si e no, al massimo dello 0,7 grammi a persona!” È stata presentata nei giorni scorsi anche la sedicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, intitolato quest’anno “NON MOLLARE”. Il Libro Bianco è un rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 309/90) sul sistema penale, sui servizi, sulla salute delle persone che usano sostanze e sulla società. È promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA con l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, ITANPUD, Meglio Legale e EUMANS. A 35 anni dall’entrata in vigore del Testo Unico sulle droghe 309/90 e 16 di pubblicazione del Libro Bianco sulle droghe, i dati purtroppo  confermano una tendenza al peggioramento. Gli effetti penali, in particolare dell’art. 73, sono sempre più devastanti e creano sovraffollamento carcerario confermando che la Legge Jervolino-Vassalli resta il principale veicolo di ingresso nel circuito penale in Italia. Continuano a salire in termini assoluti, +4,9%, gli ingressi in carcere per reati connessi alle droghe: 11.220 delle 43.489 detenzione nel 2024 sono state causate dall’art. 73 del Testo unico, per detenzione a fini di spaccio, il 25,8% degli ingressi (nel 2023 era il 26,3%). Le presenze in carcere sono 62.715 a metà giugno. Di questi 13.354 a causa del solo art. 73 del Testo unico. Altre 6.732 in combinato con l’art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), solo 997 esclusivamente per l’art. 74. Complessivamente il 34,1% del totale. Sostanzialmente il doppio della media europea (18%) e molto di più di quella mondiale (22%). Spropositati gli ingressi e le presenze di detenuti definiti “tossicodipendenti”: è dichiarato così il 38,8% di chi entra in carcere, mentre al 31/12/2024 erano presenti nelle carceri italiane 19.755 detenuti “certificati” il 31,9% del totale. Non erano mai stati così tanti dal 2006 (anno dell’entrata in vigore della legge Fini-Giovanardi) a oggi. E la repressione continua ad abbattersi sui minori: 3.722 adolescenti che entrano in un percorso sanzionatorio stigmatizzante (cioè desocializzante) e controproducente. Dal 1990 1.463.442 persone sono state segnalate per possesso di droghe per uso personale, 1.074.754 di queste per derivati della cannabis. Ha ragione Papa Leone XIV quando afferma che: “Troppo spesso, in nome della sicurezza, si è fatta e si fa la guerra ai poveri, riempiendo le carceri di coloro che sono soltanto l’ultimo anello di una catena di morte. Chi tiene la catena nelle sue mani, invece, riesce ad avere influenza e impunità. Le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione“. Qui per approfondire e scaricare il Libro Bianco: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/non-mollare-xvi-libro-bianco-sulle-droghe/ Giovanni Caprio
La messa del Corpus Domini celebrata all’insegna della bandiera palestinese
IL PARROCO DI MORTORA HA OFFICIATO LA FUNZIONE RELIGIOSA INDOSSANDO LA CASULA RAFFIGURANTE LA BANDIERA DELLA PALESTINA. La notizia è riferita nelle pagine di cronaca da Mortora, una frazione del comune Piano di Sorrento, una municipalità nell’area della ‘città metropolitana’ di Napoli, pubblicate sui giornali locali, in particolare de IL MATTINO, di POSITANO NEWS e di RETE NEWS 24. Il fatto è documentato nella pagina Facebook della parrocchia di Mortora, in cui è pubblicata la registrazione di una parte dell’omelia di don Rito Maresca. «Forse è una messa ‘sporca’, non ortodossa… secondo alcuni non opportuna – ha esordito il parroco di Mortora – Mi domando: quando mai Gesù è stato ‘opportuno’?». Nella ricorrenza che la chiesa cattolica celebra dal 1264 come memorialis sacramentum in cotidianis missarum sollemnior, festum sanctissimi Corporis Domini nostri Jesu Christi e che rammenta ai cattolici il significato della consacrazione del pane liturgico e dell’incarnazione del redentore dell’umanità, don Rito Maresca si è rivolto ai fedeli affermando: «Se davvero crediamo che “il Verbo si è fatto carne”, allora ogni carne è sacra. Anche quella che muore senza nome. Se crediamo nel sacrificio del Corpo di Cristo presente nel pane spezzato, allora ovunque si spezzano corpi innocenti, lì possiamo credere presente il Corpus Domini». «Chiediamo grazia e luce per non cadere nella spirale dell’odio, non rispondere al male col male… – ha spiegato – Mentre noi adoriamo il pane spezzato, sacramento del Corpo di Cristo, a Gaza si spezzano corpi innocenti. E non possiamo far finta di non vedere». Precisando che «Indossare questa casula significa stare con gli innocenti, non con Hamas, e neppure contro il popolo ebraico. Significa ascoltare anche quegli israeliani che chiedono la pace. Significa dire che ogni vita conta, specie quella che qualcuno cerca di annientare», dopo aver descritto le atrocità dell’assedio di Gaza ha dichiarato: «Ci sono tante guerre, è vero. Ma oggi questa ci guarda in faccia. Con la complicità attiva degli USA e il silenzio codardo di molti governi europei, Israele esporta la guerra anche in Iran, distraendo il mondo da ciò che accade in Palestina. Una strategia che serve a deviare lo sguardo. Passare oltre equivale a comportarsi come il sacerdote e il levita della parabola del buon samaritano. Fermarsi, invece, è Vangelo, è Cristo. Noi, come cristiani, dobbiamo restare fermi lì dove soffre l’umanità». CONTEMPORANEAMENTE A ROMA Papa Leone XIV ha presieduto la messa celebrata a San Giovanni in Laterano denunciando “la miseria di molti” e “l’accumulo di pochi, segno di una superbia indifferente, che produce ingiustizia” e alla processione fino a Santa Maria Maggiore esortava i fedeli a esibire il pane consacrato per mostrare “la fame che abbiamo nell’animo”. Intanto in piazza San Giovanni un gruppo di giornalisti manifestava per testimoniare che nell’assedio di Gaza l’esercito israeliano ha ucciso ucciso 237 reporter, fotoreporter e videomaker. * Il Papa: Cristo risposta alla “fame” dell’uomo. Tanti popoli umiliati dall’ingordigia altrui / VATICAN NEWS * Roma, flash mob per denunciare la strage di giornalisti a Gaza / PRESSENZA GIOVEDÌ 3 LUGLIO PROSSIMO A PIANO DI SORRENTO Maddalena Brunasti
La diplomazia del Vaticano a stelle e strisce: Leone XIV raccoglie l’eredità cinese di Papa Francesco
La nomina del vescovo Lin Yuntuan a vescovo ausiliare di Fuzhou da parte del Vaticano segna una svolta nelle relazioni sino-vaticane. Sotto la guida di Papa Leone XIV, il primo pontefice americano, la Santa Sede ha pienamente attuato il controverso accordo provvisorio del 2018 con Pechino – un delicato equilibrio diplomatico che preserva l’ultimo canale funzionale dell’Europa verso la Cina, pur mantenendo i legami formali con Taiwan. La cerimonia di insediamento dell’11 giugno ha coronato un processo meticolosamente orchestrato che ha coinvolto le approvazioni del comitato cattolico del Fujian, riconosciuto dallo Stato, della Conferenza episcopale cinese e del Vaticano. Questo meccanismo di approvazione trilaterale, istituito in base al rinnovo dell’accordo del 2022, rappresenta un raro consenso operativo tra Roma e Pechino. Questo gesto avviene nel cuore di una contraddizione geopolitica. La Santa Sede è l’unico Stato europeo a mantenere relazioni diplomatiche formali con Taiwan, ma al tempo stesso è l’unico attore che riesce a dialogare concretamente con la Cina sulla base di meccanismi concordati. Mentre altri soggetti occidentali, come gli Stati Uniti – che hanno riconosciuto formalmente la Repubblica Popolare Cinese come unico governo legittimo della Cina fin dal 1979, in adesione alla politica della “One China” sancita dalla Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1971 – alimentano le tensioni nello Stretto di Taiwan con forniture militari, esercitazioni navali e una retorica conflittuale, il Vaticano si muove nella direzione opposta. In assenza di formali relazioni diplomatiche con Pechino, la Santa Sede ha costruito una via propria: silenziosa, paziente, diplomatica. È questo l’autentico volto della diplomazia di pace. Ad oggi, sono soltanto tredici gli Stati che mantengono relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, tra cui piccoli Paesi insulari come Palau, Tuvalu e Nauru, e alcune nazioni dell’America Latina e dell’Africa. La Santa Sede è l’unico soggetto sovrano europeo a farlo. Ciò rende la sua capacità di dialogo con Pechino ancora più singolare: un attore diplomatico che, senza rinunciare a relazioni con Taipei, riesce a costruire un’intesa funzionale con il governo cinese su una materia delicatissima come la nomina dei vescovi. La figura di Lin Yuntuan, 73 anni, già amministratore apostolico della diocesi di Fuzhou e protagonista della vita ecclesiale locale fin dagli anni ’80, diventa così la prima espressione visibile dell’accordo Vaticano-Cina nel contesto del nuovo pontificato. Nato a Fuqing, nel Fujian, Lin è stato ordinato sacerdote nel 1984 ed è stato consacrato vescovo nel 2017. La sua lunga esperienza amministrativa e pastorale nella regione lo ha reso figura di fiducia sia per Roma che per Pechino. La scelta della diocesi di Fuzhou ha anche un valore simbolico. Il Fujian è la regione cinese più vicina a Taiwan ed è da secoli crocevia della diaspora cinese sull’isola. Oltre la metà della popolazione taiwanese ha origini nel Fujian, e numerose famiglie conservano ancora oggi legami familiari e culturali con la Cina continentale. La diocesi di Fuzhou include anche territori (come le isole Matsu) che, pur sotto l’amministrazione de facto di Taipei, appartengono alla giurisdizione religiosa cinese. In questo senso, la nomina di Lin assume un ulteriore valore: quello di unire simbolicamente due rive dello stesso mondo sinico-cattolico, in una fase storica segnata dalla divisione. La diplomazia della Santa Sede, anche con un papa di passaporto statunitense, non si piega alle logiche dei blocchi. L’Accordo del 2018 non è stato annullato, ma rilanciato: in un’epoca in cui le grandi potenze alzano la voce e accumulano armamenti, il Vaticano scommette ancora su un modello di pazienza diplomatica. Il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha parlato esplicitamente di un “ulteriore frutto del dialogo tra la Santa Sede e le autorità cinesi”. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha dichiarato il 12 giugno che “la Cina è disposta a collaborare con il Vaticano per promuovere il continuo miglioramento delle relazioni Cina-Vaticano attraverso il dialogo costruttivo e la fiducia reciproca”. Il contrasto con la diplomazia statunitense è netto. Washington sostiene apertamente l’armamento di Taipei e ne fa una pedina nel confronto strategico con la Cina. Eppure, è proprio grazie a questo approccio che, almeno in ambito ecclesiale, si è evitata una frattura insanabile. L’alternativa era proseguire con nomine unilaterali, scismi de facto e comunità cattoliche divise tra clandestinità e patriottismo. La Santa Sede ha scelto un’altra via: imperfetta, ma praticabile. Va riconosciuto che il processo resta fragile. La nomina unilaterale del vescovo di Shanghai nel 2021 ha dimostrato i rischi concreti di un accordo ancora soggetto a interpretazioni divergenti. E il carattere “provvisorio” dell’intesa, rinnovata a scadenza quadriennale, rende il cammino costantemente esposto a scossoni. Ma proprio per questo, ogni passo compiuto ha un valore doppio: non solo come atto ecclesiale, ma come segnale politico. In un mondo che sembra bruciare sotto il peso dei conflitti, dal genocidio in corso a Gaza agli attacchi contro l’Iran, la Santa Sede versa sapienti e pazienti gocce d’acqua sul fuoco, alimentando riconoscimento multipolare e flebili ma forti speranze di pace. L’accordo con la Cina si distingue da altri modelli (come quello informale col Vietnam o la semplice tolleranza di Cuba) per la sua forma strutturata e vincolante. A differenza di contesti dove la diplomazia è improvvisata, il caso cinese è codificato, scritto, sottoscritto. Ed è in questo spazio scritto che si muove il Papa, con pazienza e determinazione. L’attitudine multilaterale e multipolare del Vaticano non si limita alla Cina. La Santa Sede mantiene un impegno costante nella costruzione di relazioni pacifiche anche in America Latina e Africa, dove il ruolo di mediazione e dialogo interreligioso è spesso l’unica alternativa credibile alle derive securitarie o alle interferenze esterne. La diplomazia vaticana opera con la stessa logica paziente e discreta: riconoscere le complessità locali, ascoltare i bisogni delle comunità, costruire ponti dove altri alzano muri. La nomina di Lin Yuntuan non è solo la cronaca di un’ordinazione episcopale: è la conferma che la Santa Sede continua a esercitare una funzione unica sulla scena internazionale. E lo fa oggi, con un pontefice statunitense che non tradisce, ma rilancia, la via del dialogo. Forse è proprio da qui, e non dai vertici militari o dai forum geopolitici, che può partire una nuova idea di convivenza pacifica. La speranza, per ora, ha un nome e una diocesi: Lin Yuntuan, Fuzhou.     Redazione Italia
Papa Leone XIV promuove e incoraggia la nonviolenza
La nonviolenza come metodo e come stile deve contraddistinguere le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre azioni. L’ha affermato Papa Leone XIV venerdì 30 maggio, ricevendo nella Sala Clementina circa 250 rappresentanti di associazioni e movimenti che avevano partecipato all’“Arena di pace”, l’incontro con Papa Francesco svoltosi a Verona il 18 maggio 2024.  Erano presenti anche rappresentanti di Ultima Generazione. Riportiamo per intero il discorso del Papa. Cari fratelli e sorelle, sono lieto di accogliere voi, membri dei movimenti e delle associazioni che un anno fa hanno dato vita al grande incontro “Arena di Pace”, a Verona, con la partecipazione di Papa Francesco. Ringrazio in particolare il Vescovo di Verona, Mons. Domenico Pompili, e anche i Padri Comboniani. In quell’occasione, il Papa ha ribadito che la costruzione della pace inizia col porsi dalla parte delle vittime, condividendone il punto di vista. Questa prospettiva è essenziale per disarmare i cuori, gli sguardi, le menti e denunciare le ingiustizie di un sistema che uccide e si basa sulla cultura dello scarto. Non possiamo dimenticare l’abbraccio coraggioso fra l’israeliano Maoz Inon, al quale sono stati uccisi i genitori da Hamas, e il palestinese Aziz Sarah, al quale l’esercito israeliano ha ucciso il fratello, e che ora sono amici e collaboratori: quel gesto rimane come testimonianza e segno di speranza. E li ringraziamo di aver voluto essere presenti anche oggi. Il cammino verso la pace richiede cuori e menti allenati e formati all’attenzione verso l’altro e capaci di riconoscere il bene comune nel contesto odierno. La strada che porta alla pace è comunitaria, passa per la cura di relazioni di giustizia tra tutti gli esseri viventi. La pace, ha affermato San Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile, o è di tutti o non è di nessuno (cfr. Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 26). Essa può realmente venire conquistata e fruita, come qualità di vita e come sviluppo integrale, solo se si attiva, nelle coscienze, «una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune» (ivi, 38). In un’epoca come la nostra, segnata da velocità e immediatezza, dobbiamo ritrovare quei tempi lunghi necessari perché questi processi possano avere luogo. La storia, l’esperienza, le tante buone pratiche che conosciamo ci hanno fatto comprendere che la pace autentica è quella che prende forma a partire dalla realtà (territori, comunità, istituzioni locali e così via) e in ascolto di essa. Proprio per questo ci rendiamo conto che questa pace è possibile quando le differenze e la conflittualità che comportano non vengono rimosse, ma riconosciute, assunte e attraversate. Per questo è particolarmente prezioso il vostro impegno di movimenti e associazioni popolari, che concretamente e “dal basso”, in dialogo con tutti e con la creatività e genialità che nascono dalla cultura della pace, state portando avanti progetti e azioni al servizio concreto delle persone e del bene comune. In questo modo voi generate speranza. Cari fratelli e sorelle, c’è troppa violenza nel mondo, c’è troppa violenza nelle nostre società. Di fronte alle guerre, al terrorismo, alla tratta di esseri umani, all’aggressività diffusa, i ragazzi e i giovani hanno bisogno di esperienze che educano alla cultura della vita, del dialogo, del rispetto reciproco. E prima di tutto hanno bisogno di testimoni di uno stile di vita diverso, nonviolento. Pertanto, dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, quando coloro che hanno subito ingiustizia e le vittime della violenza sanno resistere alla tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. La nonviolenza come metodo e come stile deve contraddistinguere le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre azioni. Il Vangelo e la Dottrina Sociale sono per i cristiani il nutrimento costante di questo impegno, ma al tempo stesso possono essere una bussola valida per tutti. Perché si tratta, in effetti, di un compito affidato a tutti, credenti e non, che lo devono elaborare e realizzare attraverso la riflessione e la prassi ispirate alla dignità della persona e al bene comune. Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni — educative, economiche, sociali — ad essere chiamato in causa. Nell’Enciclica Fratelli tutti ritorna molte volte il richiamo alla necessità della costruzione di un “noi”, che deve tradursi anche a livello istituzionale. Per questo vi incoraggio all’impegno e ad essere presenti: presenti dentro la pasta della storia come lievito di unità, di comunione, di fraternità. La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata, nella fiduciosa speranza che essa è possibile grazie all’amore di Dio, «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5, 5). Cari amici, vi ringrazio di essere venuti. Prego per voi, perché possiate operare con tenacia e con pazienza. E vi accompagno con la mia benedizione. Grazie! Rayman