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L’altro Di Vittorio
È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome […] L'articolo L’altro Di Vittorio su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
[INTERNAZIONALE] AGOSTO NERO. Appello per un mese di azione e di propaganda per lx compagnx Lupi, Tortuga e Belén.
da Informativo Anarquista, 8.07.26 AGOSTO NERO 2026 Chiamata per un mese di azione e propaganda per lx compagnx Lupi, Tortuga e Belén. «Non c’è lotta senza sangue, senza prigione, senza clandestinità, senza morte… devi sempre avere questa certezza. (…) Parlare di morte e chiudersi nel dolore, parlare delle vite di chi se ne è andato, sapere che conoscono il loro sangue, abbiamo innacquato il cammino della lotta e continuare è il miglior tributo a tutti coloro che non ci sono più… il resto sono solo scuse» Marcelo Villarroel, prigioniero anti-autoritario. (Intervista pubblicata per la chiamata per l’Agosto Nero 2025) «Nella maggior parte dei giorni di violenza (…) sono stati esposti brochure o tele relative a cause anarchiche. Nella manifestazione di ieri, persone incappucciate tenevano striscioni con la scritta ‘Agosto Negro’ e il nome di tre persone legate ad atti criminali violenti, e persino al posizionamento di ordigni esplosivi.» Il bastardo J. Bellolio (Riferendosi all’azione incendiaria della scuola superiore Lastarria del 13/08/2025). In agosto 2024, tre compagnx anarchicx morirono in diverse circostanze in maniera repentina e accidentale, dopo questi fatti, ci siamo posti la sfida di moltiplicare le loro idee, le loro storie di combattimento, quei contributi genuini che hanno assunto nella vita con impegno, solidarietà, serietà e volontà. Così, torniamo a rilanciare un appello per un Agosto Nero. Vogliamo che Luciano Balboa “Lupi”, Luciano Pitronello “Tortuga” e Belén Navarrete continuino a essere presenti nell’azione e nella propaganda, così come nelle risposte date l’anno scorso da persone anonime e affini in diversi territori. Questo appello nasce a sua volta con l’intenzione di (ri)vitalizzare campagne anarchiche in tempi di avanzata feroce e devastante del capitale, condanne più severe contro lx nostrx compagnx imprigionatx, altrx ricercatx e catturatx e il potere che cerca di divorare le nostre vite in modi diversi giorno dopo giorno. Non arrendersi, non fermarsi, continuare contro tutti i pronostici sono e saranno sempre le opzioni degne da prendere. Da diversi angoli, luoghi e prigioni, lx compagnx ci mostrano che è sempre possibile e che, con ciò che hanno a disposizione, cercano la distruzione di questo mondo come lo conosciamo, insieme ai suoi valori marci e ai suoi rapporti di dominazione. Con la cura di te e il carattere necessario, solx e/o con x tuoi parenti e complici, non startene fuori da questa chiamata! Questo potrebbe essere un buon momento per fare qualcosa di anarchico! Ogni giorno può esserlo. Che la morte dex nostrx compagnx sia un ulteriore impulso nelle nostre vite, nelle nostre decisioni e volontà in conflitto contro questo mondo marcio. PER UN AGOSTO NERO! LUPI, TORTUGA E BELÉN PRESENTI NEL CAOS E NELL’ANARCHIA! NULLA È FINITO, TUTTO CONTINUA!
[2026-07-08] Solidarietà alla comunità di Prosfygika @ CSOA Ex-Snia
SOLIDARIETÀ ALLA COMUNITÀ DI PROSFYGIKA CSOA Ex-Snia - Via Prenestina 173 (mercoledì, 8 luglio 20:00) SOLIDARIETA' A PROSFYGIKA Autogestione ed internazionalismo partendo dalla lotta per il quartiere di Prosfygika che resiste ad Atene /// Dalle 20:00 Aperitivo sociale ed introduzione Alle 21:00  Proiezione di documentari (circa 40 min, lingua greca sott. inglese) e a seguire dibattito /// Prosfygika è da 16 anni un quartiere occupato ed autogestito nel cuore di Atene, che ospita circa 400 persone e offre protezione speciale all3 rifugiat3. Nelle parole di chi la abita, Prosfygika è una proposta vitale: costruire collettività e giustizia sociale nelle sue forme più pure – una lotta per la libertà e l'uguaglianza, in qualsiasi tempo e luogo. Prosfygika si trova adesso sotto attacco: un progetto di "riqualificazione urbanistica" dell'intero quartiere (circondato da sedi istituzionali e luoghi turistici) minaccia la sua esistenza. Il 5 febbraio, Aristotelis Chantzis ha iniziato uno sciopero della fame fino alla morte, un'azione estrema a cui si è aggiunta Suzon Doppagne lo scorso primo maggio. Il 24.06.2026, con la salute di Aristotelis che si deteriorava rapidamente e tra cortei di solidarietà in tutte le grandi città greche, il governo regionale dell'Attica ha annullato il piano illegale di sgombero. La Comunità di Prosfygika occupata ha deciso di porre fine agli scioperi della fame di Aristotelis (140 giorni) e Suzon (55 giorni), vedendo pienamente soddisfatte le loro richieste, almeno per il momento. La lotta non è finita, continuerà. La prossima estate sarà cruciale non solo per la salute degli scioperanti della fame, ma anche per il processo in corso relativo al piano di sfratto e in termini di repressione. La solidarietà internazionalista ha giocato un ruolo importante nella vittoria dello sciopero della fame; ora che la lotta continua, è fondamentale che la solidarietà internazionalista prosegua e si rafforzi ulteriormente, tenendo alta l’attenzione sulla Comunità di Prosfygika ed esportando il suo modello di resistenza, di organizzazione e di vita. DIFENDIAMO LA COMUNITÀ DI PROSFYGIKA DIFENDIAMO GLI SPAZI LIBERI OVUNQUE
July 5, 2026
Gancio de Roma
Aggiornamenti da Prosfygika, sospeso lo sciopero della fame dopo 140 giorni
Dopo 140 giorni, si è interrotto lo sciopero della fame di Aristoteles Rancis, una lotta portata avanti per protestare contro il rischio di sgombero della comunità di Prosfygika — un quartiere occupato da rifugiati, migranti e famiglie vulnerabili. Le sue condizioni di salute sono gravissime: pesa solo 35 chili e non riesce più né a stare in piedi né a parlare. Lo sciopero è stato sospeso il 24 giugno dopo che il comune di Atene ha chiesto di bloccare il progetto di riqualificazione della zona, che avrebbe costretto oltre 400 persone ad abbandonare le proprie case. Persone che ad Atene — dove il mercato degli affitti è dominato dalla speculazione e dagli affitti turistici brevi — difficilmente riuscirebbero a trovare un altro alloggio. Ascoltiamo l’audio che ci arriva direttamente dalla comunità di Prosfygika occupata.
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Cuba non è il nostro Cristo: l’internazionalismo che abbiamo smesso di costruire
Riportiamo un interessante analisi di Federica Cresci, portavoce di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista, sulle false narrazioni di chi parla di “perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema” a Cuba in vista delle Nuove Riforme Economiche adottate dal governo rivoluzionario cubano. Non è la prima volta che qualcuno narra falsamente di “fine del socialismo” o di “restaurazione capitalista” a Cuba. Questa narrazioni sono sorte nel 2008, con il passaggio della guida del governo da Fidel Castro a Raul Castro, con la morte di Fidel Castro nel 2016, con le dimissioni di Raul Castro nel 2018 e con l’inizio della presidenza di Miguel Diaz Chanel nel 2019. Tutte vulgate nate in seno all’imperialismo USA, alla destra cubana di Miami e a chi tifa per la fine del socialismo cubano, mentre lo stesso dimostra la sua capacità di resistere e di rinnovarsi.  Le recenti misure economiche adottate da Cuba hanno riaperto un dibattito che attraversa da tempo il movimento internazionalista e una parte del mondo comunista occidentale. Mentre l’imperialismo coglie ogni difficoltà dell’isola per rilanciare la consueta narrazione sul presunto fallimento del socialismo, anche all’interno dei nostri ambienti iniziano ad affacciarsi letture che evocano una nuova perestrojka o interpretano le trasformazioni in corso come un segnale di resa del progetto socialista cubano. È una discussione che merita di essere affrontata, ma forse la domanda che dovremmo porci non è quella che molti stanno formulando. Il problema non è se Cuba stia tradendo il socialismo, ma il modo in cui stiamo leggendo ciò che sta accadendo. Il rischio che stiamo correndo è molto più profondo: quello di ripetere lo stesso meccanismo politico, culturale e psicologico che accompagnò il crollo dell’Unione Sovietica. Abbiamo già vissuto una stagione storica in cui una crisi materiale è stata trasformata nella dimostrazione definitiva del fallimento del socialismo. Abbiamo già assistito alla progressiva interiorizzazione di una narrazione che ci ha portati a considerare inevitabile l’adattamento ai parametri imposti dal capitalismo globale. E proprio questo meccanismo rischiamo di riprodurre oggi. Quando, di fronte alle difficoltà di Cuba, la prima reazione diventa parlare di “perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema”, corriamo il rischio di utilizzare, anche involontariamente, le stesse categorie interpretative che l’imperialismo ha utilizzato per decenni contro tutte le esperienze socialiste. La storia non si ripete mai in modo identico, ma può riprodurre gli stessi meccanismi politici e culturali. Ed è proprio questo che dovremmo evitare. Il socialismo, nella tradizione marxista e nella stessa elaborazione della Rivoluzione cubana, non è mai stato concepito come un modello immobile o un dogma da conservare intatto nel tempo. È un processo storico di transizione, fatto di avanzamenti, contraddizioni, correzioni e, in alcuni momenti, anche di misure straordinarie rese necessarie dalle condizioni materiali della realtà. E le condizioni materiali di Cuba sono eccezionali. Da oltre sessant’anni il Paese vive sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti, il cui obiettivo dichiarato è provocarne il collasso economico e la disgregazione sociale. Oggi, inoltre, Cuba affronta una situazione drammatica. Le difficoltà energetiche, la scarsità di risorse, la carenza di carburante, la crisi dei trasporti e la sofferenza quotidiana della popolazione non sono questioni teoriche. Sono condizioni reali che incidono direttamente sulla vita delle persone. Lo dico con sincerità: queste trasformazioni suscitano in me preoccupazione, perché la sorte di Cuba mi sta profondamente a cuore. Ma la preoccupazione non può trasformarsi nella pretesa di erigermi a giudice. Non vivo sotto assedio, non ho il compito di garantire ogni giorno la sopravvivenza di un intero popolo e non devo prendere decisioni straordinarie in condizioni straordinarie. Per questo, prima di esprimere giudizi, sento il dovere di interrogarmi sulle responsabilità storiche che appartengono anche a noi. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica non siamo stati capaci di costruire una grande riflessione collettiva e internazionale sulle ragioni di quella sconfitta storica. Non abbiamo elaborato un’analisi marxista condivisa sulle contraddizioni del sistema sovietico, sui limiti di quel modello, sugli errori commessi e sulle responsabilità politiche accumulate nel tempo. In larga misura, abbiamo progressivamente arretrato. Abbiamo interiorizzato categorie interpretative prodotte dall’egemonia neoliberale. Abbiamo assistito alla normalizzazione del revisionismo storico che ha messo sullo stesso piano comunismo e nazismo. Abbiamo accettato la delegittimazione delle lotte di liberazione nazionale. Abbiamo ridotto la democrazia a una semplice competizione elettorale tra partiti, dimenticando la sua dimensione sociale e materiale. Abbiamo progressivamente smarrito la centralità della lotta di classe. Ma soprattutto abbiamo smesso di ragionare come internazionalisti. Ed è qui che si trova il cuore del problema. Abbiamo smesso di pensare in termini geopolitici e abbiamo iniziato a ragionare dentro la frammentazione imposta dal capitalismo. Cuba è Cuba. L’Italia è l’Italia. La Francia è la Francia. Ognuno nel proprio spazio, nel proprio recinto, nel proprio orticello politico. Ma il marxismo non ha mai ragionato così. Le sorti di Cuba, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia non sono processi separati. Sono parte di uno stesso conflitto globale tra modelli di società differenti. Ed è forse proprio questo il grande insegnamento che Ernesto Che Guevara aveva compreso con straordinaria lucidità. Quando Ernesto Che Guevara sosteneva la necessità di estendere i processi rivoluzionari in America Latina, e quando Fidel Castro ne condivise e sostenne quella prospettiva strategica, non si trattava della ricerca di un sacrificio eroico né dell’utopia di pochi visionari. Si trattava di una lucida analisi geopolitica. Entrambi avevano compreso una verità fondamentale: nessuna rivoluzione può sopravvivere indefinitamente nell’isolamento. La difesa di Cuba non si sarebbe giocata soltanto all’Avana, ma nella capacità di costruire nuovi rapporti di forza politici, sociali e rivoluzionari nel resto del mondo. È anche per questo che l’internazionalismo cubano non è rimasto una teoria, ma si è tradotto nei fatti, attraverso l’invio di medici, insegnanti e il sostegno ai processi di liberazione di altri popoli. Non si trattava di beneficenza né di generosità astratta. Si trattava di una precisa strategia internazionalista. Ed è necessario chiarire che cosa intendiamo per internazionalismo. L’internazionalismo non consiste semplicemente nell’inviare medicinali, organizzare raccolte di aiuti, promuovere incontri pubblici o parlare di Cuba. La solidarietà è importante, necessaria e insostituibile, ma da sola non basta. L’internazionalismo, nella tradizione marxista, è una strategia politica di costruzione di rapporti di forza internazionali. La solidarietà aiuta Cuba a resistere. L’internazionalismo costruisce le condizioni affinché Cuba non sia costretta a resistere da sola. Ed è forse qui che abbiamo commesso il nostro errore più grande. Abbiamo continuato a praticare la solidarietà, ma abbiamo smesso di costruire una strategia internazionalista capace di modificare i rapporti di forza globali. Abbiamo progressivamente trasformato l’internazionalismo in una delega. Abbiamo preteso che altri sostenessero il peso di una lotta che avremmo dovuto contribuire a costruire tutti insieme. Abbiamo continuato a chiedere a Cuba di essere il faro del socialismo mondiale, di sopportare un assedio permanente, di rappresentare un’alternativa possibile, mentre nei nostri Paesi smettevamo di costruire le condizioni politiche necessarie a spezzarne l’isolamento. Abbiamo finito per attribuire a Cuba una funzione quasi salvifica. È come se, inconsapevolmente, l’avessimo trasformata in una figura chiamata a caricarsi sulle spalle il peso delle sconfitte, delle rinunce e delle incapacità accumulate dal movimento comunista internazionale. Una sorta di popolo destinato a sopportare un sacrificio permanente affinché altri possano continuare a nutrire la speranza di un mondo diverso. Una rappresentazione che, per certi versi, ricorda la figura simbolica del Cristo della tradizione cristiana: colui che porta il peso della croce e si sacrifica per redimere i peccati dell’umanità. Ma il marxismo non è una religione e l’internazionalismo non è un atto di fede. Nessun popolo può essere trasformato in un redentore permanente al servizio delle speranze degli altri. Nessuna rivoluzione può essere condannata a un sacrificio infinito per compensare le sconfitte accumulate altrove. Il socialismo non si costruisce attraverso l’immolazione di un solo popolo, ma attraverso una responsabilità collettiva e condivisa. È proprio questo che abbiamo il dovere di tornare a costruire. Forse dovremmo ricordarci una lezione che la storia ci ha già insegnato. La vittoria sul nazifascismo non fu il risultato del sacrificio di un solo popolo. L’Unione Sovietica sostenne il peso maggiore di quella lotta e pagò un prezzo umano immenso, ma la liberazione fu possibile anche perché, in ogni Paese, uomini e donne organizzarono la Resistenza e parteciparono attivamente a quella battaglia storica. Nessuno pensò che il compito spettasse soltanto all’Unione Sovietica. Ognuno fece la propria parte. Questo è il significato profondo dell’internazionalismo ed è forse proprio questa la lezione che abbiamo progressivamente dimenticato. Per questo è troppo facile assumere oggi posizioni di assoluta intransigenza nei confronti di Cuba. È troppo facile diventare improvvisamente duri e puri quando il prezzo delle scelte lo paga qualcun altro. È troppo facile pretendere coerenza assoluta da Cuba quando noi, nei nostri Paesi, non siamo stati capaci di ricostruire i rapporti di forza necessari a spezzarne l’isolamento. Il marxismo, però, non è questo. Il marxismo è analisi concreta della realtà concreta. È la capacità di leggere i rapporti di forza, le condizioni materiali e le contraddizioni storiche. Non è la pretesa di imporre una purezza ideologica a un popolo che da oltre sessant’anni vive sotto assedio e che, nonostante tutto, continua a resistere, a reinventarsi e a cercare nuove strade per sopravvivere. E continua a farlo in una condizione di isolamento geopolitico che, troppo spesso, abbiamo sottovalutato o considerato inevitabile. Perché, se è vero che l’imperialismo porta la responsabilità principale di questo assedio, è altrettanto vero che non siamo stati capaci, negli ultimi decenni, di costruire quei rapporti di forza internazionali che avrebbero potuto rendere Cuba meno sola in questa battaglia. Il compito degli internazionalisti non è chiedere a Cuba di sacrificarsi ancora di più. Il compito degli internazionalisti è fare in modo che Cuba non sia più costretta a farlo da sola. Perché il problema non è che Cuba stia cambiando per sopravvivere. Il problema è che noi abbiamo smesso, da troppo tempo, di costruire le condizioni affinché non fosse costretta a farlo da sola. Prima di chiederci che cosa Cuba stia facendo per il socialismo, dovremmo avere il coraggio di chiederci che cosa il movimento comunista internazionale abbia fatto, negli ultimi trentacinque anni, per non lasciarla sola. Perché il socialismo non è un’eredità da conservare né una testimonianza da ammirare. È una costruzione collettiva. E una costruzione collettiva non si delega. Redazione Italia
June 26, 2026
Pressenza
Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Minacciosa relazione contro il diritto di sciopero della Commissione di Garanzia
È stata presentata la Relazione Annuale sull’attività svolta nel 2025 dalla Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (CGSSE) e, come era prevedibile, tanto la Relazione quanto l’intervento della presidente prof.ssa Bellocchi hanno completamente ignorato la bocciatura che la legge 146 del 1990 […] L'articolo Minacciosa relazione contro il diritto di sciopero della Commissione di Garanzia su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano
Il tour dei Kneecap in Italia è stato una piattaforma di solidarietà internazionalista
Possono sembrare eventi di poco conto, ma nel deserto culturale e nel clima repressivo creato dalle classi dominanti occidentali, una serie di concerti può diventare un significativo campo di battaglia. Lo ha dimostrato il primo tour dei Kneecap in Italia, che ha fatto tappa in quattro città (Milano, Bologna, Roma, […] L'articolo Il tour dei Kneecap in Italia è stato una piattaforma di solidarietà internazionalista su Contropiano.
June 20, 2026
Contropiano
“PER FARLA FINITA CON IL CAMPISMO”. CONVERSAZIONE SU GUERRA E ANTI-IMPERIALISMO CON SOMAYEH ROSTAMPOUR
Radio Onda d’Urto ha intervistato Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, a partire dal suo recente articolo “For an and to campism, the Iran war, and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la guerra in Iran, e il washing anti-imperialista della Repubblica Islamica”, pubblicato nel maggio 2026 da Tempest – Revolutionary Socialist Magazine. Nell’articolo, Somayeh Rostampour, attiva a Parigi nel collettivo anticapitalista Roja, formato da militanti provenienti da Iran, Kurdistan e Afghanistan, sviluppa una critica all’approccio “campista” alle questioni internazionali sottolineando come, nell’illusione di sostenere una posizione anti-imperialista, queste idee – che negli ultimi anni hanno trovato un certo seguito anche nella sinistra radicale europea – finiscono in realtà per riprodurre la logica imperialista, coloniale, classista e suprematista promossa dalle potenze capitaliste globali. Secondo la militante femminista curdo-iraniana, chi si oppone all’aggressione statunitense e israeliana in Iran dovrebbe superare il “campismo”. Senza superare questa mentalità, infatti, non è possibile ricostruire una sinistra autenticamente emancipatoria, né rivitalizzare un vero internazionalismo. Dal suo punto di vista, l’aggressione imperialista di Israele e Stati Uniti all’Iran va invece inquadrata come l’ultima fase della controrivoluzione che ha colpito duramente il movimento “Jin, Jîyan, Azadi” (“Donna, vita, libertà”) nel 2022 e le rivolte di massa del gennaio 2026. Il primo atto della controrivoluzione è venuto “dai nazionalisti, e in particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo le estreme destre iraniane – afferma la ricercatrice su Radio Onda d’Urto – perché hanno tutte le connotazioni e tutti gli elementi dell’estrema destra mondiale. Sono persone molto razziste, misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia dei persiani. Sono strette alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra mondiale. Hanno fatto di tutto per svuotare il movimento del proprio lato progressista e rivoluzionario”. La seconda fase è rappresentata dalla repressione violenta del movimento, in particolare quella del gennaio 2026. La guerra, con l’aggressione imperialista israelo-statunitense – sostiene Rostampour – è l’ultima fase della controrivoluzione contro il movimento “Donna, vita, libertà”. “Il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’ – spiega Somayeh Rostampour – cercava un cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. Questo non è nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento dei vertici del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto, attraverso l’intervento e l’ingerenza straniera“. “Questo tipo di interventi imperialisti – conclude la ricercatrice – sono anche contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il petrolio del paese. Oggi questi movimenti rivoluzionari, che potevano portare alla caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto lontani dalla caduta del regime. Il regime si è rafforzato“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, tradotta e doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Entretien original en français avec Somayeh Rostampour réalisée par Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.   Riportiamo di seguito la trascrizione integrale, in italiano, dell’intervista: Su Radio Onda d’Urto siamo in collegamento telefonico con Somayeh Rostampour, militante femminista curdo-iraniana e ricercatrice. Con lei parliamo del suo recente articolo “For an end to campism, the Iran war, and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la guerra in Iran, e il washing ‘anti-imperialista’ della Repubblica Islamica”, pubblicato su Tempest – Collective Revolutionary Socialist Magazine. Buongiorno Somayeh Rostampour e benvenuta. Buongiorno a voi e grazie per l’invito. Innanzitutto, dal suo punto di vista, perché è importante oggi, per un movimento rivoluzionario, condurre un’analisi critica degli approcci alla guerra e delle categorie di imperialismo e anti-imperialismo? Come sapete meglio di me, siamo in una nuova fase di guerre e aggressioni imperialiste. Infatti, dopo la guerra fredda abbiamo assistito a numerosi conflitti. Per quanto riguarda il Medio Oriente, sono state sopratutto le guerre in Iraq e Afghanistan ad aver causato grossi danni nella regione. E questa guerra è continuata fino a oggi, con le minacce e le sanzioni permanenti. L’Iran è stato sanzionato per decenni e le sanzioni sono cresciute di anno in anno, fino ad oggi. Oggi siamo in una nuova fase di queste aggressioni imperialiste: le sanzioni che si trasformano in guerra, come è successo anche all’Iraq, per esempio, contro Saddam Hussein. Certamente anche quella era una dittatura. Io sono curda… Saddam ha perpetrato un genocidio contro i curdi dell’Iraq, l’operazione Anfal, che ha ucciso 180.000 curdi. Di conseguenza, questi dittatori che sono presi di mira dagli imperialisti, che sia in Iraq, che sia in Iran, sono presi di mira da tutto un processo di aggressione che inizia con le minacce, continua con le sanzioni e spesso finisce con le guerre imperialiste. Definirsi rivoluzionari, e di sinistra in generale, significa non rimanere in silenzio di fronte a queste aggressioni imperialiste. Per esempio ciò che sta accadendo a Gaza non dal 7 ottobre, ma da ben prima, da più di 70 anni, è in continuità con ciò che è iniziato con le crisi del capitalismo e che poi si trasforma in imperialismo. Quello che vediamo oggi in Libano e in Iran è la continuazione di questa crisi, la continuazione della distruzione iniziata con il genocidio di Gaza. Quindi, ci sono sia le crisi del capitalismo, che necessita di accumulare profitto, e c’è la necessità di andare oltre i confini, cioè la questione dell’imperialismo: aggredire altri territori dove vivono le persone nell’impunità totale, senza che ci siano conseguenze. Ad esempio, oggi non ci sono conseguenze per la popolazione statunitense e per gli Stati Uniti quando promuovono guerre ovunque nel mondo. È stato anche il caso della Francia con la colonizzazione. Quindi non possiamo non opporci. I nostri destini sono legati nella regione, ma i nostri destini sono legati anche, come rivoluzionari, a tutto il mondo. Se restiamo in silenzio di fronte al genocidio di Gaza la guerra arriverà senza dubbio in altri posti. Oggi tocca all’Iran. La questione è quella della solidarietà internazionalista, la questione dell’internazionalismo dal basso. C’è questo al centro del nostro attivismo. Noi, come rivoluzionari provenienti, per esempio, dall’Iran, dal Kurdistan e dall’Afghanistan – perché faccio parte di un collettivo di questo tipo (Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano di Parigi, ndr.) – crediamo in questo internazionalismo di lotta. Altrimenti, rimarremo chiusi nelle analisi geopolitiche, nella real politik, che riguarda ogni singola popolazione, ogni comunità, che pensa solo alla propria sopravvivenza ma non pensa alla solidarietà e al destino degli altri. Ma una rivoluzione in un luogo specifico può diventare una contro-rivoluzione per le altre comunità. Ciò che può evitarci di rimanere chiusi in questa analisi di real politik, di pura geopolitica, è basarci su un approccio internazionalista dal basso, sulle alleanze tra i popoli, invece di allearsi con gli stati che sono spesso stati postcoloniali, che sono stati aggrediti dall’imperialismo, sanzionati dall’imperialismo, ma si tratta comunque di stati iper violenti che riproducono al loro interno certe logiche del colonialismo. L’Iran, per esempio, usa i meccanismi del colonialismo contro le minoranze nazionali, contro i curdi, gli arabi-iraniani, i baluci. C’è tutta una macchina di violenza che assomiglia enormemente alle macchine di violenza dei paesi colonizzatori. Quindi questi paesi riproducono uno stato postcoloniale, spesso molto violento, dittatoriale, dove c’è una enorme mancanza di democrazia, dove c’è una crisi continua nella vita quotidiana a causa della sorveglianza totale, della discriminazione, dell’assenza dei diritti basilari. Prendendo ancora l’esempio iraniano, le donne, i lavoratori, non hanno nemmeno i diritti basilari. In Iran, il 90% dei contratti per le operaie sono a tempo determinato. Non c’è protezione sul posto di lavoro, tutti sono sorvegliati, i lavoratori, i sindacalisti sono criminalizzati e lo stesso accade per il movimento delle donne o per il movimento studentesco. In questo caso la politica non è possibile. E quando la politica non è possibile, significa che ci troviamo di fronte a uno stato postcoloniale che non ha legittimità nei confronti della sua popolazione. Per compensare la mancanza di legittimità, lo Stato procede attraverso l’espansionismo regionale. Ed è esattamente quello che ha fatto l’Iran: per riconquistare la legittimità che aveva perso all’interno del paese ha giocato la carta della politica internazionale, appoggiandosi all’“anti-imperialismo” e all’anti-occidentalismo. Questo atteggiamento gli ha persino permesso di non perdere la legittimità anche mentre partecipava attivamente, ad esempio, al massacro dei popoli nella Siria di Assad o in Iraq e in Yemen. Tutto questo si è svolto nell’impunità per l’Iran, uno Stato autoproclamatosi “anti-imperialista” e “anti-occidentale”. Ed è in effetti “anti-imperialista” per alcuni, ciecamente dogmatici e ortodossi, che pensano che la visione geopolitica sia sufficiente. Poco importa che l’Iran abbia ucciso moltissime persone, ad esempio in Siria e in Iraq. Nell’articolo affermi che la violenta repressione dei manifestanti da parte del regime di Teheran e l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran “non costituiscono né sequenze separate né due forme di violenza opposte – una repressiva e l’altra presumibilmente liberatoria – bensì momenti successivi, persino asimmetrici, di un processo controrivoluzionario interconnesso”. “La guerra ‘esterna’ -scrivi – prolunga e intensifica la controrivoluzione interna, consentendo allo Stato iraniano di rafforzare la coesione interna e, ancora una volta, soffocare il dissenso popolare”. Puoi spiegare questo passaggio a chi ci ascolta? Certo. Riprendo il discorso da quanto ho appena spiegato. Ci sono molte persone che si definiscono “anti-imperialiste”, compagni e compagne che pensano che ci sia una distinzione tra politica interna ed estera. Queste persone non sono d’accordo sulla politica interna della Repubblica Islamica dell’Iran ma sostengono la sua politica internazionale di fronte agli imperialisti. Noi contestiamo questa visione perché è esattamente questa distinzione che legittima lo Stato iraniano e la sua repressione illegittima contro la propria popolazione, che avviene nell’impunità totale. La visione che pretende di separare le due cose è sbagliata, perché le due sono completamente intrecciate e legate. Non si possono separare. La legittimità della politica internazionale dell’Iran, cosiddetta “anti-imperialista” – dico cosiddetta perché non è vera neanche quella (ne parleremo) – gli permette di giustificare la repressione che sta facendo da 47 anni nei confronti della propria popolazione. Quello che ho voluto spiegare nell’articolo è che c’è un processo rivoluzionario che è iniziato in particolare con il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022, ma che aveva messo le radici in Iran già dal 2017, anno in cui è finita la speranza di riforma dei riformisti ed è iniziata una nuova fase rivoluzionaria nel paese. Questa nuova fase si concretizza appunto con un movimento davvero interessante e un processo rivoluzionario molto potente nel 2022, il movimento “Jin, Jîyan, Azadî”, “Donna Vita Libertà”. Perché è un movimento particolare? Perché per la prima volta riunisce tutti gli attori di diversi movimenti sociali del paese. Ha rappresentato un incrocio dei movimenti delle donne, che si stanno radicalizzando già dal 2017. Le donne sono state le pioniere. Ma anche le minoranze nazionali come i curdi, i baluci, gli arabi e altri sono stati molto attivi nei movimenti, nelle rivolte precedenti, che sono state tre, prima di “Donna, Vita, Libertà”. Ad esempio, più dell’80% delle persone giustiziate, i prigionieri politici, sono curdi e baluci. È un dato enorme perchè la popolazione non persiana nel paese è di circa il 30-40%. Tutti questi elementi ci mostrano che è stato un movimento rivoluzionario, perché voleva la caduta del regime e aveva le rivendicazioni radicali di “Donna, Vita, Libertà”. È stato un movimento decoloniale, perché i popoli – dico i popoli perché non c’è un solo popolo – e le nazionalità come i curdi e i baluci rivendicavano davvero l’autodeterminazione territoriale e politica, rimanendo sempre parte dell’Iran ma in modo autodeterminato. E di conseguenza, secondo noi, è stato anche un movimento decoloniale, è stato un movimento femminista, perché le donne che vi partecipavano erano molto attive nel movimento. È stato un movimento di lavoratori, perché la maggior parte delle persone che erano scese nelle strade e che sono state uccise, anche nel 2022, al contrario di quello che si dice, era espressione della classe popolare. Soprattutto, devo dire, quella delle regioni periferiche, non persiana e anche del Kurdistan e del Belucistan. Senza dubbio la maggioranza proveniva dalle classi popolari. Di conseguenza, è stato l’incrocio di questi movimenti che ha promosso davvero una trasformazione radicale nel paese. Questo processo rivoluzionario non è sfociato in una rivoluzione. Si è fermato a causa della forza della repressione del regime, una repressione sanguinosa con migliaia di persone uccise, migliaia di prigionieri politici, migliaia di arresti, il ritorno della tortura nelle prigioni iraniane, eccetera. Nella regione curda, per un po’ di tempo, ci sono stati assedi che ricordavano quelli dei colonizzatori quando arrivano da altri territori. Abbiamo avuto tutti questi elementi. Di conseguenza, dopo questa mobilitazione molto potente ci sono state molte reazioni contro il movimento. Le prime reazioni sono venute dai nazionalisti, e in particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo le estreme destre iraniane, perché hanno davvero tutte le connotazioni e tutti gli elementi dell’estrema destra mondiale. Sono persone molto razziste, misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia dei persiani. Sono strette alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra mondiale. Di conseguenza, per loro non era accettabile questo movimento con uno slogan che viene dalla lotta rivoluzionaria dei curdi in Turchia e Rojava, che arriva in Iran e diventa lo slogan principale del movimento. Per loro, che credono alla supremazia persiana, non era accettabile un movimento composto da minoranze e donne. Di conseguenza, hanno fatto di tutto per svuotare anche questo movimento del proprio lato progressista e rivoluzionario. Hanno organizzato contro-movimenti nella diaspora. Hanno cercato di creare alleanze tra reazionari che sono fallite, hanno diviso l’opposizione iraniana, eccetera. Questa è stata la prima fase controrivoluzionaria contro la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà”. La seconda fase coincide invece con il mantenimento della continuità. E così la repressione del regime ha continuato a esistere e questo si è visto in particolare con il massacro del gennaio 2026. Fino a gennaio scorso, i nazionalisti hanno distrutto l’essenza rivoluzionaria e unitaria di “Donna, Vita, Libertà”. A continuare questa controrivoluzione è stato poi il massacro commesso dal regime iraniano dopo la rivolta di gennaio. È stata una rivolta senza precedenti, molto più potente in termini numerici rispetto alla rivolta del 2022, molto sanguinosa. La violenza che abbiamo conosciuto a gennaio è stata di una portata sconosciuta nella storia moderna dell’Iran. Migliaia di persone sono state uccise in pochi giorni. E non erano gli agenti di Israele e degli Stati Uniti, come si tende ad affermare con una certa facilità. Sai, tra le persone uccise, c’erano persino bambini di tre mesi, bambini di 2 anni, di 6 anni. Un numero enorme di persone, adolescenti compresi, che non sono stati uccisi dagli agenti di Israele, ma da proiettili sparati sulla popolazione. Per esempio, c’è un video che mostra come siano stati sparati 250 proiettili in soli 6 minuti. È un video vero, che chiunque può vedere. Mostra il livello della repressione e, intrinsecamente, lo sviluppo della controrivoluzione all’interno del paese. La guerra rappresenta l’ultima fase di questa controrivoluzione contro il movimento “Donna, Vita, Libertà”. L’ultima fase della controrivoluzione, quindi, è l’invasione imperialista degli Stati Uniti e di Israele, iniziata nel giugno 2025 e proseguita con la seconda fase nel febbraio 2026. Perché dico questo? Perché, in effetti, il movimento “Donna, Vita, Libertà” cercava un cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. E questo non è nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento dei vertici del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto, attraverso l’intervento e l’ingerenza straniera. Questo è molto importante. Questo tipo di interventi imperialisti sono anche contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il petrolio del paese. Questo avrebbe permesso loro di accumulare capitale attraverso il petrolio gratuito o a basso costo. Volevano qualcuno che non rappresentasse una minaccia nella regione, né per loro, né per i loro alleati, né per Israele, né per gli Stati Uniti. Vorrebbero qualcuno che prenda il potere, rappresenti i valori occidentali e segua le agende degli occidentali. Un movimento come “Donna, Vita, Libertà” è un pericolo per tutte le dittature e per tutte le forze imperialiste nella regione, perché può ispirare tutti. È in questo senso che nell’articolo parlo di controrivoluzione, per dire che la guerra è stata l’ultima fase per distruggere davvero il movimento, che era una grande speranza per la caduta del regime e che continuava a esistere fino a oggi. Vedete, quando è iniziata la guerra, tutto il paese era in lutto: eravamo alla cerimonia del quarantesimo giorno, che per l’Iran è molto importante, sia politicamente che socialmente. Eravamo alla cerimonia del quarantesimo giorno per le persone uccise dal regime durante il massacro di gennaio. I movimenti studenteschi erano mobilitati in moltissime università in Iran per celebrare le persone e i manifestanti uccisi. È stato in quel momento che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Hanno attaccato il paese mentre il movimento poteva ancora prendere slancio nel paese, perché il movimento studentesco è molto importante in Iran. È il movimento studentesco che ha davvero dato la forza affinché “Donna, Vita, Libertà” diventasse un movimento nazionale. Poteva essere così anche a febbraio, ma la guerra ha fermato questo processo. E oggi questi movimenti rivoluzionari, contestatori, che potevano portare alla caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto lontani dalla caduta del regime. Il regime si è condensato, si è rafforzato. C’è più coesione oggi che a febbraio, ad esempio, o a gennaio, quando il regime aveva perso enormemente legittimità. Il regime ha riguadagnato legittimità attraverso la guerra. Oggi per la popolazione è più complicato uscire in strada e mobilitarsi, perché con la guerra tutto è più complicato, a partire dalla situazione economica, l’inflazione, eccetera. E di conseguenza, i movimenti rivoluzionari e i movimenti contestatori hanno difficoltà a rimobilitarsi e organizzarsi. Con la repressione di gennaio e poi con la guerra, la popolazione e i rivoluzionari hanno perso tutto. A proposito dell’approccio “campista” alla lettura delle questioni internazionali, sempre nell’articolo spieghi come questa prospettiva sia “erede della Guerra Fredda” e che, “così come articolato da autoproclamati anti-imperialisti e sostenitori del cosiddetto campo della resistenza, spesso riduce il mondo a una logica binaria di due ‘schieramenti’: l’imperialismo (Stati Uniti, NATO, Israele e i loro alleati) contro ‘la resistenza’ (Iran, Russia, Cina, la Siria di Assad e così via)”. Quali sono gli effetti di questo approccio sulle analisi di chi vorrebbe in teoria opporsi al capitalismo, alla guerra e all’imperialismo? Mi riferisco a quella che tu chiami la “logica controrivoluzionaria del campismo”. Sì, è un’ottima domanda perché ci sono conseguenze davvero gravi per la popolazione e per la solidarietà internazionalista per via di queste visioni campiste. Vi spiego. Ci sono molti rivoluzionari del Nord, o anche movimenti decoloniali, che pensano che basti essere anti-imperialisti di fronte alla guerra, ad esempio, oggi, in Iran, in Libano o di fronte al genocidio di Gaza. Noi pensiamo che sia necessario definire questo anti-imperialismo. È molto importante definirsi anti-imperialisti, è come definirsi femministi, ma è molto importante capire di quale anti-imperialismo parliamo. Vale lo stesso per il femminismo, definire di quale femminismo parliamo. È la stessa cosa. Di conseguenza, per noi, ci sono due tipi di anti-imperialismo. C’è un anti-imperialismo internazionalista, che si basa sulle alleanze tra i popoli, che cerca di riconoscere anche le memorie collettive di lotta, le resistenze delle lotte che esistono nei paesi postcoloniali, riconoscendo allo stesso tempo anche l’aggressione imperialista; questo è un anti-imperialismo che non nega le rivolte, che cerca di solidarizzare con i rivoltosi quando si ribellano in questi paesi, che sostiene i subalterni, le persone sfruttate e oppresse in questi paesi (i paesi postcoloniali come l’Iran), che cerca di sostenere le femministe, le persone queer, che sono iper criminalizzate nei nostri paesi postcoloniali cosiddetti “anti-imperialisti”. Questo è un anti-imperialismo che contesta anche il colonialismo interno, cioè il modo in cui lo Stato iraniano, ad esempio, tratta le proprie minoranze. E tutto questo per una questione molto importante: affinché tutte queste lotte, tutte queste persone che resistono da 47 anni oggi in Iran di fronte a diverse forze autoritarie e di fronte a diversi tipi di oppressione, non si riducano a danni collaterali degli imperialisti, perché la loro vita conta. Perché quando diciamo “Black Lives Matter” significa che tutte le vite di tutti i subalterni contano. “Black lives Matter” è un simbolo che significa che siamo fedeli e diamo importanza alla vita di tutti questi subalterni. C’è poi un altro tipo di anti-imperialismo, che non è internazionalista ma sovranista, identitario. Sovranista nel senso che preferisce le alleanze tra lo Stato e i popoli, identitario perché rappresenta un’opposizione identitaria di fronte all’Occidente. Per questo tipo di anti-imperialismo basta essere contro l’Occidente per definirsi anti-imperialisti, anti-occidentali, e questo giustifica la repressione da parte di questi Stati postcoloniali. Di conseguenza, questa visione apprezza la militarizzazione sempre maggiore di questi stati, sostiene la gerarchizzazione tra le lotte che ci propone di sospendere le lotte e le resistenze nei nostri paesi affinché prima si faccia fuori l’imperialismo, le sanzioni, eccetera. La resistenza dovrebbe essere un passaggio sucessivo. È una visione molto lineare della storia, molto criticata da sempre dalla sinistra, e si prende gioco delle nostre lotte. Vedi, i sostenitori di questa linea non riconoscono il movimento “Donna, Vita, Libertà”, per parlarne dicono tipo “Donna, Libertà e sionismo”, ad esempio, per svalutarlo e prenderlo in giro. Si prendono gioco della nostra lotta femminista e queer, pensano che sia un modo per rafforzare il femminismo occidentale. E se critichiamo il patriarcato locale ci dicono che stiamo alimentando il femminismo occidentale. È una sorta di riproduzione del nazionalismo arabo o della francofonia. Mentre noi – io, sono curda – abbiamo conosciuto il lato peggiore del nazionalismo arabo. Nei paesi occidentali, ovviamente, gli arabi sono repressi attraverso l’islamofobia, il razzismo sistematico, la supremazia bianca, eccetera. Ma il nazionalismo arabo è al potere nella regione. Di conseguenza, in Medio Oriente non abbiamo lo stesso rapporto con il nazionalismo arabo. Di conseguenza, questa logica geopolitica securitaria ha conseguenze gravi sulla vita delle popolazioni. La mia domanda è: come riconoscere, allora, l’asimmetria che esiste? La violenza, l’imperialismo, il budget militare degli Stati Uniti, non sono paragonabili a quelli dell’Iran. C’è un’asimmetria, in effetti. Gli Stati Uniti stanno aggredendo diversi paesi del mondo, diversi territori del mondo, hanno basi militari ovunque… Non è il caso dell’Iran. Anche l’Iran, però, è espansionista. Riconoscere questa asimmetria non ci impedisce di riconoscere i due diversi tipi di violenza. Come riconoscere, allora, questa asimmetria senza che la popolazione che resiste e la popolazione in sé, nei paesi come l’Iran o il Kurdistan, si riducano a effetti collaterali? Nella visione attuale dei campisti, che si basa su questa asimmetria, la vita delle persone diventa sacrificabile, senza valore. Non è grave se in Iran le persone vengono uccise, massacrate, giustiziate, imprigionate sistematicamente, torturate, perché è il sacrificio da pagare per la guerra anti-imperialista. Noi siamo contro questa visione. Per noi tutte queste vite contano. Si tratta di una questione morale, che noi definiamo “politica”, perché ci sono conseguenze gravi nel negare queste resistenze e nell’allearsi con gli stati. La conseguenza è che se non ci basiamo sulla giustizia, se non cerchiamo la giustizia, la giustizia viene messa da parte e ci troviamo di fronte alla frammentazione, alla divisione delle popolazioni nella regione. Cioè, viene riprodotta la divisione che è imposta dagli stati, che non hanno legittimità e quindi impongono le divisioni tra le proprie popolazioni al fine di governare. I campisti riproducono esattamente la stessa cosa. Di conseguenza accentuano anche il divario tra Nord e Sud, cioè gli esiliati del Sud globale, che siamo noi, quando arriviamo qui. È anche il mio caso. Io ho passato 30 anni della mia vita lì, poi sono arrivata e oggi faccio militanza da 10 anni. Anche per questo abbiamo pochissima fiducia ora nella sinistra “anti-imperialista” occidentale, perché vogliono definirsi “anti-imperialisti” al prezzo di negare le nostre resistenze, mentre noi siamo gli esiliati che fuggono da queste dittature. Di conseguenza, i campisti accentuano il divario tra Nord e Sud globale, legittimano la repressione nel Sud, cioè diventano la macchina di propaganda delle dittature dei paesi del Sud. E la cosa più grave, più importante, è che si isolano, si escludono gli esiliati rivoluzionari dagli spazi rivoluzionari e decoloniali che esistono nel Nord. Ad esempio, non ci si sente legittimati ad andare alle manifestazioni a Parigi, chiamate dalle organizzazioni antirazziste, ma dove c’erano enormi bandiere del regime iraniano e anche gli ambasciatori, gli organizzatori, dei cortei, le persone vicine al regime iraniano… Ovviamente noi non andiamo a questo tipo di manifestazioni. Non perché cerchiamo la contestazione diretta con le persone amiche del regime, ma perché non possiamo camminare accanto alle persone che ci uccidono, accanto ai nostri oppressori, ai nostri assassini, e accanto alle persone che consideriamo fasciste. Il regime iraniano è di natura fascista. Non è fascista nel senso della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua natura è fascista. Non camminiamo accanto all’estrema destra al potere nei nostri paesi. Noi lottiamo contro l’estrema destra. Il problema è che la sinistra campista se ne frega se noi siamo o meno in queste manifestazioni. La cosa più importante, per loro, è camminare accanto agli ambasciatori del regime iraniano. Stringono le mani ai funzionari dell’ambasciata per ringraziarli. Se ne fregano degli esiliati rivoluzionari che arrivano qui, che non hanno appoggi, che si vedono completamente esclusi da questi spazi. Noi rivoluzionari non ce ne freghiamo e riteniamo molto importante la questione dell’alleanza e dell’internazionalismo dal basso. C’è un altro aspetto interessante che affronti nell’articolo. Si tratta di qualcosa che abbiamo visto molto bene nel caso della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. I militanti o le organizzazioni che si definiscono anti-imperialiste, ma in realtà seguono questo approccio “campista”, finiscono spesso per seguire la narrazione delle potenze imperialiste e coloniali occidentali, per esempio seguendo le strumentalizzazioni occidentali delle popolazioni e delle classi oppresse locali, in Iran come altrove. Per esempio: se Netanyahu e il Mossad, sui social media, invocano la rivolta del popolo iraniano, per i campisti chi scende in piazza contro il regime in Iran diventa automaticamente un collaboratore di Israele e degli Usa. Puoi approfondire questo aspetto? Si tratta della propaganda del regime iraniano che viene riprodotta da alcuni campisti “anti-imperialisti”. Ci sono due aspetti. Il primo è la strumentalizzazione della causa rivoluzionaria che viene dai paesi del Sud globale, tra i quali l’Iran. Le lotte legittime che ci sono in questi paesi e che arrivano qui in Occidente vengono strumentalizzate da certi discorsi coloniali, imperialisti, interventisti, eccetera. Questo è il caso del movimento “Donna,Vita, Libertà” e del movimento rivoluzionario in Iran. Queste rivolte sono rivolte legittime, perché le persone non ne possono più di vivere in una situazione economica simile. Una situazione economica che non è causata solo dalle sanzioni, è anche causata dalla gestione dell’economia del paese, perché c’è un sistema monopolistico di gestione della ricchezza da parte di 300 famiglie vicine al nucleo di governo, vicino al regime iraniano, che è tra l’altro un nucleo molto militarizzato. Il resto della società è quasi privato di questa ricchezza. Di conseguenza, non è solo la questione delle sanzioni, al contrario di quello che dicono. La popolazione non può più vivere questa situazione economica con un’inflazione incredibile. Tra il primo attacco e fino al secondo attacco di Israele abbiamo avuto un tasso d’inflazione a più del 50%. È grave. È una situazione in cui la popolazione non può più vivere. Sul piano politico è la stessa cosa. Il livello di sorveglianza e di repressione raggiunge un livello tale che le persone non possono più sopportare il regime. Alcuni preferiscono le bombe al regime. E allora chi è al potere dovrebbe porsi questa domanda: cosa abbiamo fatto con la nostra popolazione, come governanti, per arrivare al punto che preferiscono le bombe piuttosto che vivere sotto la nostra governance? Anche gli anti-imperialisti dovrebbero porsi questa domanda! Le persone che vivono in Iran non sono pecore che seguono le agende degli imperialisti. Sono soggetti politici che riflettono, che agiscono e che resistono quotidianamente. Non ne possono più della repressione, delle crisi economiche, della repressione religiosa, dell’enorme quantità di cose che esistono. Non ne possono più e ovviamente reagiscono. Reagiscono, agiscono, si ribellano, perché non hanno altra scelta. In Iran tutto è vietato. La politica è assente. La politica è vietata. Di conseguenza, se tutto è vietato, non c’è intermediario tra lo Stato e la popolazione. La piazza rimane l’unica opzione. La strada diventa l’unico mezzo per contestare, per dire “io ho il diritto di vivere dignitosamente la mia quotidianità”. Tutto il discorso portato avanti dai cosiddetti “anti-imperialisti”, dai sovranisti, dai campisti e dagli identitari, riduce a pecore queste persone che sono in strada per la loro sopravvivenza. Le riduce a pecore che seguono le agende degli imperialisti, o degli agenti del Mossad, della Cia, eccetera. Ed è assurdo! Infatti la maggior parte delle persone che sono state uccise nel recente massacro di gennaio avevano tra i 18 e i 25 anni. Non avevano nemmeno l’età per collaborare con l’intelligence e non avevano la maturità per collaborare con Israele! Le persone che sono in piazza sono persone normali, sono i nostri amici, sono i membri delle nostre famiglie. E a ogni rivolta aumentano. Io ho parenti che non erano mai scesi in piazza prima di gennaio. Ci sono andati per la prima volta, sono andati in strada, come molte persone, a gennaio. È successo perché non ne potevano più di vivere in questa situazione. Il fatto di rappresentarli come agenti di Netanyahu, della CIA, significa riprodurre la strumentalizzione di Netanyahu quando afferma di fare questa guerra in nome delle donne e della libertà. Significa garantire l’impunità al regime iraniano, che in questo modo gestisce la repressione come vuole in nome della lotta contro gli agenti imperialisti e contro gli agenti del Mossad. Voglio dire… Gli adolescenti che sono stati arrestati durante la rivolta di gennaio, le persone che sono state arrestate durante la rivolta di gennaio, non conoscono nemmeno le più piccole cose sull’imperialismo! Vedi, il regime ha recentemente giustiziato un manifestante di gennaio che aveva 19 anni, l’ha giustiziato nel silenzio totale, durante la guerra. Il regime ha giustificato l’esecuzione sostenendo che fosse un agente di Israele! E alla fine, secondo il verbale prodotto dal regime, il crimine di questo ragazzo è stato quello di lanciare pietre contro la macchina della polizia. Ecco, questa è l’impunità che permette di giustiziare un ragazzo di 19 anni. Oggi questa impunità totale è garantita dal discorso “anti-imperialista”. È questo discorso che riduce tutti i rivoltosi ad agenti di Israele e degli Stati Uniti! Penso che ci sia un altro errore di analisi. La gente pensa che se una causa viene strumentalizzata, in particolare in Occidente, questa causa non ha più legittimità. Ma siamo coerenti! La causa queer è stata completamente strumentalizzata da molte visioni coloniali, in particolare da Israele, che mette la bandiera queer sulle rovine di Gaza. Ma questa causa è più o meno legittima perché è più o meno strumentalizzata da Israele? Ovviamente no, ovviamente resta una causa legittima. Ovviamente la legittimità di una causa non deriva dal fatto di essere stata strumentalizzata o meno, ma viene dal suo contenuto emancipatore o meno. È la stessa cosa per “Donna,Vita, Libertà”. “Donna,Vita, Libertà” è uno slogan che è eredità di un movimento rivoluzionario anti-imperialista e anti-coloniale. Viene dal Kurdistan turco, passa dal Rojava e arriva in Iran. È questa eredità che è stata riattivata anche in Iran. Quando arriva in Occidente, però, perde la sua essenza rivoluzionaria, radicale e anti-imperialista… Diventa coloniale, perché siamo di fronte a quello che possiamo chiamare estrattivismo delle resistenze del Sud globale quando arrivano nei paesi del Nord, cioè che queste perdono il loro contenuto rivoluzionario e vengono strumentalizzate in modo eurocentrico per cause che sono più centrali in Europa. Penso, ad esempio, alla questione del velo, la questione dell’islamofobia, che è centrale nel dibattito in Francia, è centrale in Europa. Anche la questione del femonazionalismo è centrale in Europa. Alla fine, usano queste cause, legittime nei nostri paesi, per cause reazionarie femonazionaliste. Il regime iraniano fa la stessa cosa. Per esempio usa la causa legittima dei palestinesi per la sua agenda repressiva. Sta strumentalizzando anche la propria popolazione in questo senso. Abbiamo un’ultima domanda: è molto interessante il modo in cui spieghi come l’approccio campista sia un “tradimento della memoria del Sud globale”. “Il campismo – scrivi – trasforma la memoria anticoloniale in uno strumento per legittimare gli stati postcoloniali autoritari”. Il campismo, quindi, rimuove le dinamiche interne alle società colonizzate, compresa la lotta di classe. Questo approccio identifica l’intera società con lo stato, il governo o il regime vigente, e finisce per convincere militanti o organizzazioni, che in teoria si definiscono rivoluzionarie, socialiste, comuniste, ecc. a sostenere ciò che non sosterrebbero mai in altri luoghi del mondo… Sì, volevo dire che non bisogna chiedere agli iraniani, ai curdi, agli altri popoli della regione di fare ciò che noi, come sinistra rivoluzionaria dell’Occidente, rifiutiamo di fare. Noi, in Occidente, ad esempio, come sinistra rivoluzionaria rifiutiamo di andare a marciare accanto all’estrema destra al potere. Quindi non bisogna chiedere agli iraniani di farlo. Noi rifiutiamo di tradire le memorie collettive che esistono nel nostro paese in nome di un generico “anti-imperialismo”. Non bisogna chiedere di svolgere questo compito agli altri. In effetti, la questione è come non negare queste memorie collettive che esistono nei paesi del Sud globale e sacrificarle all’eurocentrismo… Le cose non vanno viste da qui, concentrati su noi stessi, che non abbiamo mai vissuto in questi paesi e non sappiamo cosa hanno vissuto quotidianamente tutti questi movimenti che là esistono. L’“anti-imperialismo” sovranista, identitario e campista, fa finta che, ad esempio, nei nostri paesi, nei paesi del Sud globale, non esista la lotta contro il patriarcato, contro l’autoritarismo, contro il classismo… Mentre invece c’è! Allora… Come mostrare solidarietà con combattenti e resistenze che esistono in questi paesi? L’ho già spiegato: attraverso l’internazionalismo. Se non dobbiamo chiedere alle persone di fare ciò che noi rifiutiamo di fare qui, non dobbiamo nemmeno chiedere alle persone di rimanere nel limbo della storia e di finire prima la lotta anti-imperialista e poi iniziare le altre lotte. Nei paesi del Sud globale non possiamo permetterci questo lusso! Il lusso che esiste nei paesi del Nord. Le persone che vivono nei paesi del Nord hanno la possibilità di portare avanti diverse lotte contemporaneamente. Contro la violenza della polizia, contro il razzismo, contro la guerra. Ma chiedono a noi di non farlo! Dovremmo sospendere tutte le lotte per prima finire con la lotta contro l’imperialismo, che può durare un secolo. È ridicolo! Io penso che ci sia incoerenza in questi discorsi. Ad esempio, siamo contro la violenza della polizia in Europa, difendiamo le persone che vengono uccise nei quartieri popolari dalla polizia, le persone razzializzate, ma ce ne freghiamo se queste persone razzializzate, afghani, curdi, arabi, vengono uccisi dal regime iraniano… Quelli che in modo sempre più violento e in numeri sempre maggiori vengono uccisi nei quartieri popolari da questo regime. Ce ne freghiamo e chiediamo alle persone di non reagire e così le delegittimiamo, le squalifichiamo. Ma non è coerente. Vedi, le donne, le famiglie per la giustizia e la verità sono figure molto importanti contro le violenze della polizia in Iran… Tutte queste donne, tutti questi uomini, tutti questi genitori che hanno perso i loro figli invano durante le rivolte, hanno il diritto di cercare giustizia. Sono come i desaparecidos, è la stessa cosa. Si tratta di migliaia di persone che negli ultimi 40 anni sono state giustiziate con un processo di due minuti. Come chiediamo alle persone, a queste “Famiglie per la giustizia e la verità”, di sospendere la loro lotta affinché prima facciano la lotta contro l’imperialismo? Non è coerente. Oggi abbiamo due amiche curde condannate a morte, due militanti femministe curde di sinistra, pro-Palestina, che hanno mostrato solidarietà con la Palestina dalla prigione dal braccio della morte di Evin. Cosa possiamo dire a queste due persone? Aspettate, non è grave,sarete giustiziate, ma prima bisogna finire la lotta anti-imperialista, dopo vedremo…? Quale dopo? Dopo significa mai, non esiste un dopo. Bisogna dare legittimità a queste lotte affinché avanzino ora, oggi, contemporaneamente, senza negare né l’aggressione asimmetrica e imperialista, che esiste, né la violenza, che esiste, da parte del nostro stato. Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, autrice dell’articolo “For an end to campism, the Iran war and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, pubblicato nei mesi di maggio 2026 su Tempest Magazine, grazie per essere stata con noi. Grazie a voi per l’invito e per avermi ascoltata. Buona giornata a voi.
June 17, 2026
Radio Onda d`Urto