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Riflessioni sulla crisi energetica
articoli di Nicolas Lozito, Gianluca Ruggieri, Stefania Del Bianco e delle redazioni di Kenergia e QualEnergia. A seguire notizie sulle conseguenze del blocco di Hormuz.   In questa piccola rassegna di articoli non troverete necessariamente posizioni politiche; tuttavia ci sono contenuti utili per farsi un quadro dello stato dell’arte e qualche esempio sul quale riflettere.   Miracolo spagnolo? di Nicolas
[Ponte Radio] Guerra fossile, pace rinnovabile?
È esplosa la primavera e Ladre di Popcorn si intromette nel Ponte Radio. I temi sono le contraddizioni della transizione energetica, e li affrontiamo a partire dal film "As Bestas, la terra della discordia" di Rodrigo Sorogoyen (Spagna/Francia 2022). Un'azienda norvegese vuole impiantare delle pale eoliche in un piccolo paesino della Galizia, ma non tutti gli abitanti sono accondiscendenti. Un film per riflettere su come la guerra diventi la logica dei nuovi processi di estrazione energetica, smascherando la madre di tutti i conflitti: il profitto e la sua necessità di privare di ogni possibilità di sussistenza.   
April 3, 2026
Radio Onda Rossa
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando tutti Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale. La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte. A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora chiuso. Il collo di bottiglia del mondo Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di greggio. Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali: Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella sua concretezza quotidiana. Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari — aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina, i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32% per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta. L’Europa più esposta di quanto pensasse L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato, costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti, con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e aveva imparato a comprare GNL via mare. Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto geografico a un altro. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale. Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile, proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata. Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per 1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del 30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di aggravio annuo per famiglia. Chi paga di più, chi si salva L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani, uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo che rivela l’assenza di una strategia chiara. La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento. Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri partner. C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia. Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione. I due scenari e la posta in gioco Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un ulteriore colpo ai redditi reali. La lezione che non vogliamo imparare Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran, l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura. La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi, stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo. La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione, l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici. La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico, efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo. Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo, magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di considerare necessaria. ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it IEA – Oil Market Report (marzo 2026) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026 Oxford Economics https://www.oxfordeconomics.com Goldman Sachs – Global Investment Research https://www.goldmansachs.com/insights Euronews – sezione economia ed energia https://www.euronews.com/business Il Sole 24 Ore – sezione energia https://www.ilsole24ore.com/sez/energia Renewable Matter https://www.renewablematter.eu QatarEnergy https://www.qatarenergy.qa I-Com – Istituto per la Competitività https://www.i-com.it Redazione Napoli
March 23, 2026
Pressenza
MEGA PROGETTO “TRANSIZIONE ENERGETICA”: INDIVIDUARE I PUNTI DEBOLI
> Da Antisistema, numero 2, primavera 2024 +++ Sabotaggio: diversi fori praticati nel gasdotto LNG appena completato a Brunsbüttel +++ Camion bruciato nella miniera di Welzow +++ In fiamme un cementificio a Berlino, i dipendenti sono temporaneamente esonerati dal lavoro+++ Decine di persone sabotano la cava di ghiaia a Langen vicino a Francoforte +++ Un incendio vicino a Monaco distrugge una cava di ghiaia insieme a un hangar, un edificio adiacente e diversi nastri trasportatori +++ Sembra che gli atti di sabotaggio nella lotta contro la distruzione della natura si stiano diffondendo. Per lo meno, sempre più ambienti discutono apertamente se le vecchie forme di protesta non abbiano ormai fatto il loro tempo, dato che sono chiaramente inefficaci e portano solo a processi e sanzioni. In un numero sempre maggiore di dibattiti si percepisce un tono di urgenza e chi si stupisce se, data l’impossibilità di cambiare il corso catastrofico degli eventi, sempre più persone ricorrono a mezzi più coerenti? Mentre la stragrande maggioranza dei gruppi ambientalisti e climatici sta lavorando per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e quindi fare pressione sui politici, con mezzi legali o illegali, la gravità della situazione attuale ha portato molti a considerare un’altra opzione: il sabotaggio, l’idea di interrompere il corso degli eventi e causare destabilizzazioni. È chiaro e ovvio chi sia responsabile della continua distruzione del pianeta, chi ne tragga profitto e chi renda la vita sempre più impossibile a tutti gli esseri viventi su questo pianeta: in primo luogo l’industria dei combustibili fossili, le compagnie petrolifere e plastiche, le aziende militari, i produttori farmaceutici e di fertilizzanti, le industrie chimiche, del cemento e dell’acciaio e gli operatori minerari. Responsabilità chiare, ostilità chiare. Vogliamo fare appello a questi attori, influenzare la loro coscienza, richiamare simbolicamente l’attenzione sul loro ruolo? Oppure sabotare la loro attività per porre fine alle loro azioni? Queste sono domande fondamentali che devono essere poste e affrontate nelle lotte, perché da un lato sono il punto di partenza per decidere come vogliamo agire (quantitativamente o qualitativamente?) e dall’altro indicano come vogliamo affrontare le forze autoritarie in generale (cooperare con chi detiene il potere e il suo apparato, compresi polizia e stampa, o affrontarli su tutti i livelli?). Concentrandosi sull’idea di portare la proposta di sabotaggio nei movimenti sociali contro la distruzione della natura, lo scorso anno è nata un’iniziativa chiamata “Switchoff! The system of destruction” (switchoff.noblogs.org). Nell’ambito di questa proposta, sono stati compiuti numerosi attacchi in vari luoghi, ad esempio contro l’industria petrolifera e carbonifera, i giganti dell’automobile e la loro mendace mobilità elettrica, contro l’industria spaziale, contro le infrastrutture estrattive o i partiti politici. Un’iniziativa che cerca di portare la proposta dell’attacco diretto nelle varie lotte ambientali e climatiche. Un tentativo di diffondere qualcosa di diverso dalla speranza ingenua che chi detiene il potere sia disposto a fare delle riforme. Tuttavia, il riferimento reciproco, in qualche modo artificiale, costruito attraverso l’uso di uno slogan comune non è l’unica cosa che accomuna queste azioni: esse cercano di attaccare e sabotare la produzione dannosa, di “spegnere” il sistema con le proprie mani. Sabota-che? Tuttavia, se un sabotaggio vuole colpire un punto in cui l’attacco causi effettivamente interruzioni nelle operazioni economiche, è necessaria un minimo di studio. Bene, parliamo del nemico: l’economia distruttiva per la terra. Una rete globale. Ci sono quelli che sostengono che la base materiale della produzione ad un certo punto andrà verso l’esaurimento. L’economia richiede la disponibilità costante di materie prime, rotte commerciali e manodopera per produrre beni e venderli sui mercati. In questa gigantesca rete economica, tutto è coordinato con precisione. Se mancano determinati componenti, ciò rischia di provocare un enorme effetto domino. Ed è proprio questo problema che sta diventando sempre più urgente: varie materie prime stanno diventando sempre più scarse o la domanda è così grande che non può essere soddisfatta. Allo stesso tempo, le vie di trasporto stanno diventando più complesse e più vulnerabili. Le conseguenze sono fatali: se non ci sono terre rare, non ci sono smartphone, non ci sono app, non ci sono profitti. Se non c’è elettricità o gas, non c’è produzione. Se non ci sono microchip, non c’è tecnologia. Questi pericoli molto concreti stanno tormentando un’ampia gamma di settori economici e stanno dando il via a enormi sforzi per sviluppare nuove infrastrutture. A questo livello, la narrativa dell’attuale “transizione energetica” è anche un enorme motore economico per guidare un imponente cambiamento strutturale nell’economia. Di seguito vengono evidenziati tre aspetti specifici, ciascuno dei quali riveste un’importanza fondamentale per il sistema industriale: – Reti energetiche: una delle più grandi ristrutturazioni dell’economia “verde” sta avvenendo nel settore energetico. Un obiettivo fondamentale per l’economia tedesca è, ad esempio, la produzione di idrogeno in vari paesi (Namibia, Arabia Saudita, Cile, Argentina, Nord Africa, ecc.) e la costruzione di condotte per l’idrogeno in Germania e in Europa. Oltre alle condutture verso la Danimarca, la Norvegia e la Francia, è prevista la costruzione di una rete di tubature lunga 9700 chilometri all’interno della Germania, per la quale verrà utilizzato il 60% dei vecchi gasdotti di gas naturale. L’idrogeno è destinato a sostituire la carenza di gas russo per la produzione industriale. A tal fine, nel Sud del mondo vengono costruiti giganteschi impianti di energia solare ed eolica per produrre idrogeno, che può essere trasportato, convertito in ammoniaca e poi riconvertito in Europa. I politici tedeschi agiscono in modo coloniale quando fingono che nel Sud del mondo esistano delle “zone bianche” la cui distruzione e cementificazione con migliaia di turbine eoliche non darebbe fastidio a nessuno. Questo è esattamente ciò che sta accadendo nelle ex colonie tedesche come la Namibia, un paese in cui l’allacciamento alla rete elettrica è tutt’altro che scontato. Il fatto che il passaggio dal gas naturale e dal petrolio all’idrogeno abbia qualcosa a che fare con la protezione del clima si rivela rapidamente un argomento pretestuoso, poiché le grandi emissioni di metano derivanti dalla combustione di idrogeno possono essere “neutre in termini di CO2”, ma sono tutt’altro che “rispettose del clima”. La “transizione energetica” è un progetto economico guidato dallo Stato con obiettivi geopolitici, militari ed economici. Mentre la rete dell’idrogeno viene ampliata, anche la rete elettrica deve essere potenziata. A causa della crescita della mobilità elettrica, è necessaria una quantità sempre maggiore di elettricità. Allo stesso tempo, nella rete europea si verificano costanti fluttuazioni di tensione, che possono essere compensate solo con una rete resiliente. La Germania importa anche grandi quantità di elettricità. Un esempio assurdo: Stadtwerke München ottiene la sua energia elettrica così “verde” da enormi parchi eolici nel nord della Svezia, che si trovano nel territorio degli indigeni Sami e che sono stati recentemente dichiarati illegali perché interferiscono con l’allevamento delle renne dei Sami. In ogni caso, la rete elettrica tedesca è troppo debole per trasportare tutta l’energia elettrica importata dalle turbine eoliche del nord quando il vento è favorevole. Al fine di rendere la rete elettrica tedesca più resiliente è ora in fase di realizzazione un asse nord-sud da 4 gigawatt, il cosiddetto SuedLink, una linea ad alta tensione lunga 700 chilometri che è stata oggetto di discussione per anni. L’obiettivo è quello di portare l’elettricità generata dalle turbine eoliche offshore dal Mare del Nord alla Germania meridionale. Questo progetto è di enorme importanza per la sicurezza energetica dell’industria. Anche l’ultimo piano del governo di costruire 20 nuove centrali elettriche a gas, che dal 2030 funzioneranno a idrogeno anziché a gas naturale e che in generale hanno lo scopo di compensare le fluttuazioni nell’approvvigionamento di energia eolica e solare, è in linea con questo obiettivo. – Microchip: i microchip (semiconduttori) sono ormai indispensabili per qualsiasi cosa: smartphone, computer, automobili, ecc. La maggior parte di questi microchip viene prodotta a Taiwan. Se la Cina dovesse davvero entrare in guerra con Taiwan, ciò avrebbe conseguenze fatali per la produzione: la crisi del Covid ha dimostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali, ed è stata particolarmente dolorosa per l’industria automobilistica tedesca. Al fine di ridurre queste dipendenze globali, esistono vari progetti dell’UE (Important Project of Common European Interest) che sovvenzionano progetti di sviluppo nel campo della microelettronica e delle tecnologie di comunicazione “lungo l’intera catena del valore, dai materiali e dagli strumenti alla progettazione dei chip e ai processi di produzione”, con l’obiettivo di consentire la ricerca di tecnologie chiave in Europa, la loro produzione utilizzando materie prime europee ove possibile (anche se questo è ancora pura teoria) e la loro produzione e assemblaggio in Europa. Intel, ad esempio, ha annunciato la costruzione di una “mega-fabbrica” con due stabilimenti per la produzione di microchip vicino a Magdeburgo. L’importanza di questo stabilimento diventa chiara se si considera che il governo tedesco sta sovvenzionando la sua costruzione con 10 miliardi di euro (cinicamente provenienti da un “fondo per la protezione del clima”). L’obiettivo esplicito è l’indipendenza dalle catene di approvvigionamento internazionali. Anche la costruzione di altri tre stabilimenti di microchip viene sovvenzionata secondo lo stesso principio: l’azienda taiwanese TSMC si sta insediando a Dresda (5 miliardi di sovvenzioni da parte della Repubblica Federale Tedesca). Anche Infineon sta costruendo una fabbrica di microchip a Dresda (1 miliardo di finanziamenti) e l’azienda statunitense Wolfspeed sta costruendo una fabbrica di chip a Saarlouis, nel Saarland, con finanziamenti statali. I produttori di chip della Germania orientale sono tutti situati in prossimità strategica delle fabbriche di auto elettriche Tesla e Porsche. Il fatto che il Ministero Federale dell’Economia abbia in parte impedito la vendita di aziende tedesche produttrici di chip ad aziende cinesi, come è successo con ERS Electronics, dimostra quanto l’attività economica sia controllata dallo Stato: l’industria dei microchip simboleggia un settore chiave dell’intera produzione industriale e pertanto non solo è promossa, ma anche diretta e guidata dallo Stato, come in tempi di economia di guerra. –Estrazione mineraria in acque profonde: l’intera produzione high-tech dipende dalla disponibilità di materie prime specifiche quali rame, nichel e terre rare come il cobalto. Queste materie prime vengono estratte principalmente nel Sud del mondo (ad esempio in Congo) e in Cina in condizioni estremamente precarie e devono essere trasportate dall’altra parte del mondo per arrivare in Europa. Inoltre, le catene di approvvigionamento sono soggette a dipendenze e a fattori geopolitici. Non solo la maggior parte delle terre rare proviene dalla Cina, ma la Cina è anche il protagonista e il principale operatore delle miniere in Africa. Se le relazioni si deteriorano o si verificano interruzioni delle rotte marittime, ciò avrà conseguenze fatali. Una possibile alternativa alla dipendenza dalle terre rare provenienti dalla Cina o dalle aziende cinesi è l’estrazione mineraria in acque profonde. Alcuni paesi, come la Norvegia, stanno portando avanti l’ applicazione massiccia di questo metodo estrattivo mai sperimentato prima e hanno aperto un’area vicino alla Groenlandia, grande quanto la Gran Bretagna, all’estrazione mineraria in acque profonde. L’estrazione mineraria in acque profonde prevede l’utilizzo di robot che “raccolgono” noduli di manganese contenenti vari elementi delle terre rare a una profondità compresa tra i due e i tre chilometri sotto il livello del mare e poi li “lavano” direttamente sottoterra, il che è estremamente tossico. L’assurdità di questa impresa è la seguente: le profondità marine sono l’area meno esplorata della terra e ospitano una serie di organismi e animali che finora sono stati studiati molto poco. L’unica certezza che abbiamo riguardo all’estrazione mineraria in acque profonde è che ha conseguenze estremamente distruttive e che il 90% di tutti gli organismi è scomparso dove è stata sperimentata. Non abbiamo idea di quali siano le conseguenze della polvere sollevata, della radioattività rilasciata, delle tracce lasciate dai robot sul fondo marino e della contaminazione con sostanze chimiche per questo enorme e oscuro territorio, i suoi abitanti e gli oceani nel loro complesso. Tutto ciò che sappiamo è che le conseguenze hanno un potere distruttivo che non può essere stimato. In questo senso, il sistema industriale è in grado di distruggere qualcosa di cui non conosce nemmeno l’esistenza e ciò che vi vive. E proprio questo, distruggere qualcosa senza nemmeno immaginarne, figuriamoci comprenderne, la natura, è ciò che si sta pianificando a tutta velocità. Gli oceani sono i polmoni della Terra e l’ estrazione mineraria in acque profonde avrà conseguenze imprevedibili. Il fatto che questo progetto venga attuato con tanta rapidità, nonostante alcuni Stati ne stiano criticando le conseguenze distruttive, dimostra l’importanza delle terre rare per l’intero sistema industriale. Ricerca-chi? Quando parliamo di sabotaggio, parliamo anche di tentativi di localizzare dei punti deboli: gli atti di sabotaggio possono essere tentativi di approfondire le tensioni sociali e forse ispirare altri a compiere atti simili. Ma il sabotaggio può anche essere un tentativo di causare almeno una interruzione temporanea del funzionamento di questa economia letale. Se si vuole colpire dove fa male, è necessario individuare i punti deboli. Ricercare significa non solo “indagare” e “cercare”, ma anche “esplorare”. Il vecchio termine francese “rechercher” significa “vagare alla ricerca” o “cercare attentamente”. Questa parola deriva dal latino ‘circāre’, che significa “camminare intorno a qualcosa, vagare in un’area alla ricerca”. Quindi un po’ di ricerca, un po’ di esplorazione – cercare il terreno nemico e camminare intorno all’obiettivo – e poi colpire. Potrebbe essere interessante esaminare più da vicino i tre punti sopra menzionati: reti energetiche, fabbriche di microchip e attività minerarie, in particolare quelle in acque profonde. Ciascuna di queste tre aree rappresenta un settore chiave dell’industria e del suo megaprogetto di “transizione energetica”. Ciascuna di queste tre aree rappresenta anche un punto debole: un sabotaggio potrebbe avere conseguenze fatali per l’intera economia che sta distruggendo la Terra. L’ attuale periodo di attuazione della “transizione energetica” potrebbe essere un momento in cui molte persone perdono le illusioni sul “capitalismo verde” e sulle “energie rinnovabili” e diventano più ostili al sistema industriale in generale di fronte ai nuovi progetti infrastrutturali distruttivi e alla continua distruzione della natura. O almeno coloro che sono ostili a questo sistema industriale distruttivo diventeranno ancora più determinati a paralizzarlo. Forse la moltiplicazione di diverse forme di azione – sabotaggio, disordini di massa, piccoli attacchi riproducibili – alimentata dalla critica radicale nelle strade e da una crescente disillusione nei confronti della politica può garantire che si diffonda la possibilità di un’azione diretta contro i responsabili della catastrofe industriale. Questa diffusione non deve necessariamente essere quantitativa, forse ciò che sta guadagnando forza e sostegno è la convinzione qualitativa che la via per la liberazione dal sistema industriale inquinante non sia né riformarlo né rinnovarlo, ma distruggerlo. Quindi, agire contro l’economia industriale e contro la rete energetica che sostiene la distruzione della terra. Contro il gigantesco progetto della “transizione energetica”, che non fa altro che rinnovare, espandere e perpetuare l’infrastruttura che devasta il pianeta.
Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela bolivariano: petrolio e guerra
Nuova ondata di propaganda ostile, ma anche disinformazione e mistificazione, sulla continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano. di Gianmarco Pisa (*) Immagine: PDVSA – Wilfredor, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.    La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non poche reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Come degradare l’Appennino fra Liguria ed Emilia
del GRIG (Gruppo di intervento Giuridico). A seguire il link per firmare la petizione «Sì all’energia rinnvabile, no alla speculazione energetica». Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato un atto di intervento (5 febbraio 2026) nell’ambito del procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto per la realizzazione della centrale eolica Ferriere proposto dalla società milanese Ferriere Wind s.r.l.
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
La transizione energetica ha bisogno di nichel, l’Indonesia lo produce. I diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente ne pagano le conseguenze. di Daniela Gschweng – INFOsperber La zona industriale di Weda Bay nella parte orientale dell’Indonesia. (Foto di © Wufei Yu per «Grist»)   Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
> LA TRANSIZIONE ENERGETICA HA BISOGNO DI NICHEL, L’INDONESIA LO PRODUCE. I > DIRITTI DEI LAVORATORI, LA SALUTE E L’AMBIENTE NE PAGANO LE CONSEGUENZE. Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli accumulatori a batteria, i collettori solari e le turbine eoliche, il mondo ha bisogno soprattutto di litio, cobalto e nichel. È noto che il litio e il cobalto vengono spesso estratti in condizioni dannose per l’ambiente e discutibili dal punto di vista dei diritti umani. Lo stesso sembra valere per il nichel. Il più grande produttore mondiale di nichel è l’Indonesia, seguita dalle Filippine. Minerali ricchi di nichel sono particolarmente abbondanti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Dal 2020 vige in Indonesia il divieto di esportarlo, perché il paese stesso vuole raffinare i propri minerali e così trattenere una quota maggiore del valore aggiunto. Nelle remote isole dell’Indonesia orientale sono sorti grandi parchi industriali. ANCORA UNA VOLTA: UN LAVORO MASSACRANTE IN TERRA STRANIERA Il boom del nichel indonesiano è sostenuto in modo significativo dalle aziende cinesi, che forniscono il know-how necessario all’Indonesia per la produzione di ghisa grezza di nichel. Decine di migliaia di lavoratori migranti cinesi lavorano nelle fonderie e nelle raffinerie lontano dalle loro famiglie in condizioni estreme. Molti provengono da regioni strutturalmente deboli della Cina. L’Indonesia è spesso l’unica alternativa, perché in Cina sempre più acciaierie stanno chiudendo. Per il lavoro che svolgono in Indonesia percepiscono salari due a tre volte superiori a quelli del loro paese. W.H. Wong, del quale  la rivista statunitense «Grist» racconta in un reportage, è uno di loro. È originario della provincia di Shanxi. Il giornalista che vi arriva per incontrare Wong, dipinge un quadro desolante: ciminiere grigie, strade deserte, negozi chiusi. Peró, rispetto alle miniere di nichel indonesiane, sembra quasi un luogo allegro. Per raggiungere il suo posto di lavoro nel Weda Bay Industrial Park, nelle Molucche settentrionali, Wong impiega 36 ore, tanto è isolato il sito. Come molti cinesi, prima di iniziare a lavorare lì, non possedeva nemmeno un passaporto. A Weda Bay, Wong guida un team di nove lavoratori cinesi e 16 indonesiani in turni di 12 ore. Una prestazione di lavoro dura sei mesi, dopodiché ha due settimane di ferie. PER VIA DELLE «DIFFERENZE CULTURALI» IMPRIGIONATI SUL POSTO DI LAVORO La maggior parte del personale indonesiano lavora in condizioni ancora peggiori, con salari più bassi e ancora meno alternative sul mercato del lavoro. I piú vivono in baracche costruite in fretta nei villaggi vicini, che difficilmente riescono a far fronte all’afflusso. Mancano le infrastrutture. I villaggi e le strade sono sommersi dai rifiuti. Questa forza motrice della transizione energetica è in gran parte invisibile. I lavoratori cinesi vivono di solito in appartamenti all’interno degli impianti. La loro libertà di movimento è fortemente limitata. In un altro parco industriale, Morowali, possono lasciare l’impianto solo per due ore al giorno, a causa delle «differenze culturali», come spiega il gestore a «Grist». Fino a poco tempo fa, ai lavoratori cinesi venivano regolarmente ritirati i passaporti. Ci sono resoconti di lavori forzati. UNA VITA PERICOLOSA All’inizio di ogni turno, Wong informa sulle norme di sicurezza, mentre un interprete traduce per i suoi colleghi indonesiani. Il lavoro è duro, le condizioni di lavoro sono pericolose, gli incidenti frequenti. Ustioni e malattie respiratorie sono all’ordine del giorno. A Natale del 2023 si è verificato un grave incidente. Nel parco industriale di Morowali sono esplose delle sostanze chimiche quando, durante una riparazione, si è verificata una fuoriuscita di scorie incandescenti. Sono morti 21 lavoratori. L’incidente ha impressionato Wong. «Sarebbe potuto capitare a me», dice. La tragedia ha attirato per la prima volta l’attenzione sugli standard di sicurezza inadeguati e sulla mancanza di controlli in questo settore in rapida crescita. Da allora non è cambiato molto, riferisce un rappresentante anonimo dell’organizzazione delle Nazioni Unite ILO (International Labour Organisation). Organizzazioni non profit locali e internazionali hanno cercato di migliorare le condizioni di lavoro. Ci sono stati incontri con il governo indonesiano e la società mineraria Tsingshan ma ciò nonostante, i tentativi di migliorare gli standard lavorativi e ambientali procedono a rilento. Sebbene ora esista un sistema di gestione dei rifiuti, esso non è in grado di smaltire la quantità di scarti prodotti nell’area circostante gli impianti. Un programma volto a migliorare la sicurezza sul lavoro non è stato nemmeno avviato, poiché i finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti sono stati tagliati nell’ambito delle misure di risparmio «Doge» di Elon Musk. DANNI AMBIENTALI E ALLA SALUTE – NONOSTANTE INVESTIMENTI DI MILIARDI Fuori dai parchi industriali si constatano le conseguenze della rapida crescita dell’industria del nichel. Un rapporto ambientale interno del parco industriale Morowali, di cui «Grist» ha preso visione, elenca numerose malattie respiratorie tra i dipendenti e la popolazione nelle vicinanze. Molti villaggi sono cresciuti notevolmente a causa dell’immigrazione. Nonostante gli investimenti di miliardi, spesso non dispongono né di un sistema fognario né di acqua potabile pulita. Molti bambini sarebbero malnutriti, afferma uno degli autori, che desidera rimanere anonimo come tutti coloro con cui «Grist» ha parlato. Nel febbraio 2025, la «SRF» (la Radio e televisione svizzera n.d.T.) ha scritto di deforestazione, inquinamento ambientale e danni alle zone costiere. Nonostante lo sviluppo che il complesso di Morowali significa per questa zona remota, la popolazione locale è «molto preoccupata per i rischi ambientali» di un ampliamento previsto. Se non verrà coinvolta, la resistenza potrebbe essere enorme, avverte il reportage. Ciò sembra essere giunto all’attenzione della politica. Secondo «Grist», nel giugno 2025 il Ministero dell’Ambiente indonesiano ha riscontrato «gravi violazioni» e ha avviato un procedimento per inquinamento idrico e atmosferico e attività edilizia non autorizzata. Gli operatori del parco industriale di Morowali ribadiscono invece la loro conformità alla legge. L’Indonesia ha in programma la realizzazione di ulteriori impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
January 12, 2026
Pressenza
Transizioni armate: riflessioni sul rapporto tra guerra, riarmo, natura e territori
Il tema della transizione energetica ed ecologica si lega a doppio filo con la corsa al riarmo e la riconversione al contrario, come viene definita da Linda Maggiori, attivista, educatrice, giornalista freelance esperta di lotte territoriali e filiera bellica, attenta osservatrice del genocidio in corso del popolo palestinese e autrice, fra gli altri, di “Alberi: fermiamo la mattanza” (2025, TerraNuova) e dei dossier “Le catene della guerra in Italia” e “I portuali contro le guerre del mondo”. A partire da un’inchiesta sulla Regione Emilia Romagna che spinge le piccole e medie imprese a spostarsi nel settore, ben più redditizio, dell’aerospazio e della difesa, un contesto in cui si colloca il progetto ERIS che vedrà sorgere a Forlì un laboratorio di produzione di antenne a uso civile ma con la partecipazione di aziende come Leonardo e Thales Alenia, affrontiamo il tema della conversione bellica. L’argomento sarà al centro del dibattito organizzato dai comitati cittadini a difesa del territorio riuniti nella rete Resistenza Verde e dal collettivo universitario Ecologia Politica di Torino. Come viene riportato nell’indizione dell’incontro “Il segno comune sotto cui si cerca di ristrutturare il discorso su guerra e natura è rappresentato dalla sicurezza. Non certo una sicurezza che metta al riparo i territori dalle conseguenze dirette del loro indiscriminato sfruttamento, quanto piuttosto una sicurezza energetica e nazionale a garanzia dei consumi: di merci, di suolo, di acqua e di vite. Qual è il costo reale di questa sicurezza? Cosa implica l’asservimento della natura alle esigenze della guerra, qual è il riflesso di questa operazione sulle nostre vite e quali sono le conseguenze a lungo termine?” durante il quale si cercherà di tracciare dei ragionamenti comuni insieme a Linda Maggiori, Vittorio Martone, docente di Sociologia dell’ambiente presso l’Università di Torino e l’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.   .
November 28, 2025
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