Tag - transizione energetica

Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela bolivariano: petrolio e guerra
Nuova ondata di propaganda ostile, ma anche disinformazione e mistificazione, sulla continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano. di Gianmarco Pisa (*) Immagine: PDVSA – Wilfredor, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.    La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non poche reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Come degradare l’Appennino fra Liguria ed Emilia
del GRIG (Gruppo di intervento Giuridico). A seguire il link per firmare la petizione «Sì all’energia rinnvabile, no alla speculazione energetica». Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato un atto di intervento (5 febbraio 2026) nell’ambito del procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto per la realizzazione della centrale eolica Ferriere proposto dalla società milanese Ferriere Wind s.r.l.
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
La transizione energetica ha bisogno di nichel, l’Indonesia lo produce. I diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente ne pagano le conseguenze. di Daniela Gschweng – INFOsperber La zona industriale di Weda Bay nella parte orientale dell’Indonesia. (Foto di © Wufei Yu per «Grist»)   Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
> LA TRANSIZIONE ENERGETICA HA BISOGNO DI NICHEL, L’INDONESIA LO PRODUCE. I > DIRITTI DEI LAVORATORI, LA SALUTE E L’AMBIENTE NE PAGANO LE CONSEGUENZE. Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli accumulatori a batteria, i collettori solari e le turbine eoliche, il mondo ha bisogno soprattutto di litio, cobalto e nichel. È noto che il litio e il cobalto vengono spesso estratti in condizioni dannose per l’ambiente e discutibili dal punto di vista dei diritti umani. Lo stesso sembra valere per il nichel. Il più grande produttore mondiale di nichel è l’Indonesia, seguita dalle Filippine. Minerali ricchi di nichel sono particolarmente abbondanti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Dal 2020 vige in Indonesia il divieto di esportarlo, perché il paese stesso vuole raffinare i propri minerali e così trattenere una quota maggiore del valore aggiunto. Nelle remote isole dell’Indonesia orientale sono sorti grandi parchi industriali. ANCORA UNA VOLTA: UN LAVORO MASSACRANTE IN TERRA STRANIERA Il boom del nichel indonesiano è sostenuto in modo significativo dalle aziende cinesi, che forniscono il know-how necessario all’Indonesia per la produzione di ghisa grezza di nichel. Decine di migliaia di lavoratori migranti cinesi lavorano nelle fonderie e nelle raffinerie lontano dalle loro famiglie in condizioni estreme. Molti provengono da regioni strutturalmente deboli della Cina. L’Indonesia è spesso l’unica alternativa, perché in Cina sempre più acciaierie stanno chiudendo. Per il lavoro che svolgono in Indonesia percepiscono salari due a tre volte superiori a quelli del loro paese. W.H. Wong, del quale  la rivista statunitense «Grist» racconta in un reportage, è uno di loro. È originario della provincia di Shanxi. Il giornalista che vi arriva per incontrare Wong, dipinge un quadro desolante: ciminiere grigie, strade deserte, negozi chiusi. Peró, rispetto alle miniere di nichel indonesiane, sembra quasi un luogo allegro. Per raggiungere il suo posto di lavoro nel Weda Bay Industrial Park, nelle Molucche settentrionali, Wong impiega 36 ore, tanto è isolato il sito. Come molti cinesi, prima di iniziare a lavorare lì, non possedeva nemmeno un passaporto. A Weda Bay, Wong guida un team di nove lavoratori cinesi e 16 indonesiani in turni di 12 ore. Una prestazione di lavoro dura sei mesi, dopodiché ha due settimane di ferie. PER VIA DELLE «DIFFERENZE CULTURALI» IMPRIGIONATI SUL POSTO DI LAVORO La maggior parte del personale indonesiano lavora in condizioni ancora peggiori, con salari più bassi e ancora meno alternative sul mercato del lavoro. I piú vivono in baracche costruite in fretta nei villaggi vicini, che difficilmente riescono a far fronte all’afflusso. Mancano le infrastrutture. I villaggi e le strade sono sommersi dai rifiuti. Questa forza motrice della transizione energetica è in gran parte invisibile. I lavoratori cinesi vivono di solito in appartamenti all’interno degli impianti. La loro libertà di movimento è fortemente limitata. In un altro parco industriale, Morowali, possono lasciare l’impianto solo per due ore al giorno, a causa delle «differenze culturali», come spiega il gestore a «Grist». Fino a poco tempo fa, ai lavoratori cinesi venivano regolarmente ritirati i passaporti. Ci sono resoconti di lavori forzati. UNA VITA PERICOLOSA All’inizio di ogni turno, Wong informa sulle norme di sicurezza, mentre un interprete traduce per i suoi colleghi indonesiani. Il lavoro è duro, le condizioni di lavoro sono pericolose, gli incidenti frequenti. Ustioni e malattie respiratorie sono all’ordine del giorno. A Natale del 2023 si è verificato un grave incidente. Nel parco industriale di Morowali sono esplose delle sostanze chimiche quando, durante una riparazione, si è verificata una fuoriuscita di scorie incandescenti. Sono morti 21 lavoratori. L’incidente ha impressionato Wong. «Sarebbe potuto capitare a me», dice. La tragedia ha attirato per la prima volta l’attenzione sugli standard di sicurezza inadeguati e sulla mancanza di controlli in questo settore in rapida crescita. Da allora non è cambiato molto, riferisce un rappresentante anonimo dell’organizzazione delle Nazioni Unite ILO (International Labour Organisation). Organizzazioni non profit locali e internazionali hanno cercato di migliorare le condizioni di lavoro. Ci sono stati incontri con il governo indonesiano e la società mineraria Tsingshan ma ciò nonostante, i tentativi di migliorare gli standard lavorativi e ambientali procedono a rilento. Sebbene ora esista un sistema di gestione dei rifiuti, esso non è in grado di smaltire la quantità di scarti prodotti nell’area circostante gli impianti. Un programma volto a migliorare la sicurezza sul lavoro non è stato nemmeno avviato, poiché i finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti sono stati tagliati nell’ambito delle misure di risparmio «Doge» di Elon Musk. DANNI AMBIENTALI E ALLA SALUTE – NONOSTANTE INVESTIMENTI DI MILIARDI Fuori dai parchi industriali si constatano le conseguenze della rapida crescita dell’industria del nichel. Un rapporto ambientale interno del parco industriale Morowali, di cui «Grist» ha preso visione, elenca numerose malattie respiratorie tra i dipendenti e la popolazione nelle vicinanze. Molti villaggi sono cresciuti notevolmente a causa dell’immigrazione. Nonostante gli investimenti di miliardi, spesso non dispongono né di un sistema fognario né di acqua potabile pulita. Molti bambini sarebbero malnutriti, afferma uno degli autori, che desidera rimanere anonimo come tutti coloro con cui «Grist» ha parlato. Nel febbraio 2025, la «SRF» (la Radio e televisione svizzera n.d.T.) ha scritto di deforestazione, inquinamento ambientale e danni alle zone costiere. Nonostante lo sviluppo che il complesso di Morowali significa per questa zona remota, la popolazione locale è «molto preoccupata per i rischi ambientali» di un ampliamento previsto. Se non verrà coinvolta, la resistenza potrebbe essere enorme, avverte il reportage. Ciò sembra essere giunto all’attenzione della politica. Secondo «Grist», nel giugno 2025 il Ministero dell’Ambiente indonesiano ha riscontrato «gravi violazioni» e ha avviato un procedimento per inquinamento idrico e atmosferico e attività edilizia non autorizzata. Gli operatori del parco industriale di Morowali ribadiscono invece la loro conformità alla legge. L’Indonesia ha in programma la realizzazione di ulteriori impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
January 12, 2026
Pressenza
Transizioni armate: riflessioni sul rapporto tra guerra, riarmo, natura e territori
Il tema della transizione energetica ed ecologica si lega a doppio filo con la corsa al riarmo e la riconversione al contrario, come viene definita da Linda Maggiori, attivista, educatrice, giornalista freelance esperta di lotte territoriali e filiera bellica, attenta osservatrice del genocidio in corso del popolo palestinese e autrice, fra gli altri, di “Alberi: fermiamo la mattanza” (2025, TerraNuova) e dei dossier “Le catene della guerra in Italia” e “I portuali contro le guerre del mondo”. A partire da un’inchiesta sulla Regione Emilia Romagna che spinge le piccole e medie imprese a spostarsi nel settore, ben più redditizio, dell’aerospazio e della difesa, un contesto in cui si colloca il progetto ERIS che vedrà sorgere a Forlì un laboratorio di produzione di antenne a uso civile ma con la partecipazione di aziende come Leonardo e Thales Alenia, affrontiamo il tema della conversione bellica. L’argomento sarà al centro del dibattito organizzato dai comitati cittadini a difesa del territorio riuniti nella rete Resistenza Verde e dal collettivo universitario Ecologia Politica di Torino. Come viene riportato nell’indizione dell’incontro “Il segno comune sotto cui si cerca di ristrutturare il discorso su guerra e natura è rappresentato dalla sicurezza. Non certo una sicurezza che metta al riparo i territori dalle conseguenze dirette del loro indiscriminato sfruttamento, quanto piuttosto una sicurezza energetica e nazionale a garanzia dei consumi: di merci, di suolo, di acqua e di vite. Qual è il costo reale di questa sicurezza? Cosa implica l’asservimento della natura alle esigenze della guerra, qual è il riflesso di questa operazione sulle nostre vite e quali sono le conseguenze a lungo termine?” durante il quale si cercherà di tracciare dei ragionamenti comuni insieme a Linda Maggiori, Vittorio Martone, docente di Sociologia dell’ambiente presso l’Università di Torino e l’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.   .
November 28, 2025
Radio Blackout - Info
Transizione energetica e realtà territoriali insorgenti
Per comprendere la portata e le contraddizioni di una pur necessaria transizione energetica, ecco qualche spunto di riflessione e alcune osservazioni sulle realtà insorgenti rispetto alla progettualità messa in campo a livello nazionale e regionale. Il bisogno sempre crescente di … Leggi tutto L'articolo Transizione energetica e realtà territoriali insorgenti sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Coalizione TESS: idee per un piano di transizione energetica
Nel mese di ottobre la coalizione Tess (Transizione energetica senza speculazione) ha presentato il documento Per un piano nazionale di transizione energetica a zero consumo di suolo che si può leggere qui. Fanno parte di Tess un … Leggi tutto L'articolo Coalizione TESS: idee per un piano di transizione energetica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Idrogeno verde sul pianeta. La corsa all’energia pulita
> Europa, Cina, Stati Uniti e Golfo competono con sussidi e megaprogetti. Dietro > i discorsi sul clima si gioca l’egemonia energetica e la promessa di una nuova > industria che può essere leva di sovranità o miraggio estrattivo. L’idrogeno verde ha smesso di essere un concetto di laboratorio per diventare il fulcro della transizione energetica globale. L’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili prevede oltre 240 miliardi di dollari di investimenti entro il 2030 e stima che la domanda potrebbe raggiungere i 100 milioni di tonnellate all’anno nello stesso periodo. Le cifre sono enormi e la concorrenza è già in atto. Gli Stati Uniti sovvenzionano ogni chilo con fino a 3 dollari attraverso l’Inflation Reduction Act. La Germania paga fino a 5,5 dollari attraverso il programma H2Global. La Cina controlla il 40% della capacità mondiale di elettrolisi e lancia progetti su larga scala nella Mongolia Interna. L’Arabia Saudita sta sviluppando NEOM, un complesso da 8,4 miliardi di dollari che inizierà a produrre 600 tonnellate al giorno di H2V (idrogeno verde) nel 2026. L’America Latina sta cercando di cavalcare questa onda con Cile, Brasile, Colombia e Argentina che stanno mettendo in atto le proprie strategie. La mappa energetica si sta riconfigurando in tempo reale. Oggi non si discute solo di come sostituire i combustibili fossili, ma anche di chi controllerà le catene del valore, chi sarà esportatore di energia pulita e chi sarà ridotto a fornitore di materie prime. La corsa all’idrogeno verde è climatica, tecnologica e geopolitica. I prossimi cinque anni decideranno se il pianeta avanzerà verso una transizione equa o verso un miraggio globale vestito di verde. L’EUROPA E LA SUA OSSESSIONE CLIMATICA L’Europa ha deciso che l’idrogeno verde sarà il cuore della sua strategia climatica e di sicurezza energetica. La Commissione Europea ha fissato l’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate all’anno di idrogeno rinnovabile entro il 2030 e di importarne altri 10 milioni dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’America Latina. Bruxelles ritiene che non sia sufficiente elettrificare settori facili come la mobilità urbana. La sfida è decarbonizzare l’acciaio, il cemento, i fertilizzanti e il trasporto marittimo e aereo. A tal fine, l’idrogeno verde appare come lo strumento indispensabile. Il piano europeo si basa su sovvenzioni massicce. La Germania è in testa con il programma H2Global, garantendo contratti di acquisto a lungo termine che riducono il rischio finanziario. La Spagna ha annunciato oltre 10 miliardi di euro di incentivi per progetti di idrogeno rinnovabile e la Francia ha stanziato altri 9 miliardi fino al 2030. L’Unione Europea ha inoltre lanciato l’Alleanza Europea per l’Idrogeno Pulito, che canalizza i fondi comunitari verso aziende come Air Liquide, Siemens e Thyssenkrupp. I progetti non sono più solo modelli. Nei Paesi Bassi, il consorzio NortH2 guidato da Shell, RWE ed Equinor prevede di installare 10 GW di elettrolisi entro il 2040, con una fase iniziale di 1 GW operativo nel 2027. In Spagna è in costruzione l’impianto di Puertollano che produrrà 3.000 tonnellate/anno di idrogeno verde con un investimento di 150 milioni di euro. In Portogallo, il progetto Sines mira a trasformare il Paese in un polo di esportazione verso il nord Europa. La scommessa è chiara. L’Europa cerca di ridurre la sua dipendenza dal gas russo, rispettare i suoi impegni climatici e allo stesso tempo consolidare una nuova industria pesante pulita. Il rischio è che la domanda cresca più rapidamente dell’offerta e che la dipendenza si sposti da Mosca a Rabat, Riad o Santiago. L’Europa vuole l’autonomia energetica, ma potrebbe finire per importare un’altra dipendenza dipinta di verde. GLI STATI UNITI E L’INFLATION REDUCTION ACT (IRA) Gli Stati Uniti hanno fatto irruzione nella corsa all’idrogeno verde con una delle politiche climatiche più ambiziose della loro storia. L’IRA, approvato nel 2022, ha stanziato 369 miliardi di dollari per le energie pulite e ha posto l’idrogeno al centro della strategia. Ogni chilo di idrogeno verde prodotto sul suolo statunitense riceve fino a 3 dollari di sovvenzione diretta. L’effetto è stato immediato. In meno di due anni sono stati annunciati decine di progetti che ammontano a impegni di investimento superiori a 40 miliardi di dollari. Nel 2023 il Dipartimento dell’Energia ha selezionato sette poli di sviluppo noti come Hydrogen Hubs. Texas, California, Costa Orientale e Midwest sono alla guida di questa rete. Questi poli mirano a decarbonizzare settori pesanti come l’acciaio, i fertilizzanti e il trasporto a lunga distanza. I primi impianti entreranno in funzione tra il 2026 e il 2027 e sono già in fase di negoziazione i contratti di fornitura. La strategia non mira solo a ridurre le emissioni. Washington vuole superare la Cina nella produzione di elettrolizzatori e nella catena del valore tecnologico. L’idrogeno verde è per gli Stati Uniti un elemento climatico, ma soprattutto industriale e geopolitico. La corsa per dominarlo si gioca sia sul mercato che in fabbrica. CINA E ASIA La Cina è oggi il maggiore produttore di idrogeno del pianeta con oltre il 60% del totale, anche se quasi tutto proviene dal carbone. Pechino ha deciso di cambiare questa matrice e di guidare la transizione verso l’idrogeno verde. Il Paese controlla il 40% della capacità mondiale di elettrolizzatori e i suoi produttori offrono apparecchiature fino al 30% più economiche rispetto all’Occidente. Il piano quinquennale comprende oltre 200 progetti in diverse fasi. Tra questi, il cluster di Ordos nella Mongolia Interna, che aggiungerà oltre 1 GW di elettrolisi entro il 2028. La compagnia petrolifera statale Sinopec ha annunciato a Ulanqab un complesso da 2,9 miliardi di dollari che produrrà 100.000 tonnellate/anno di H2V. Complessivamente, la Cina ha stanziato oltre 33 miliardi di dollari per l’idrogeno rinnovabile entro il 2030. La strategia non si limita alla produzione. La Cina vuole dominare l’intera catena del valore. Il controllo della produzione di elettrolizzatori, celle a combustibile e turbine le assicura una posizione privilegiata rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. Giappone e Corea del Sud avanzano parallelamente con progetti per il trasporto marittimo, la produzione di energia elettrica e l’esportazione di ammoniaca. L’Asia nel suo complesso comprende che l’idrogeno verde non è solo energia pulita, ma anche un campo di battaglia industriale e tecnologico. MEDIO ORIENTE E AFRICA Il Golfo Persico cerca di trasformare i propri proventi petroliferi in egemonia rinnovabile. L’Arabia Saudita guida l’offensiva con il megaprogetto NEOM, un investimento di 8,4 miliardi di dollari che inizierà a produrre 600 tonnellate al giorno di H2V nel 2026. Il complesso è progettato per esportare ammoniaca verde in Europa e Asia e diventare il più grande produttore al mondo. Gli Emirati Arabi Uniti stanno sviluppando parallelamente progetti a Dubai e Abu Dhabi che superano i 2 miliardi di dollari di investimento iniziale legati alle compagnie aeree e marittime che cercano di decarbonizzare le loro catene di approvvigionamento. Anche l’Africa appare come uno scenario chiave. Il Marocco prevede di installare 6 GW di capacità di elettrolisi entro il 2035 con il sostegno dei finanziamenti europei. La Namibia ha firmato accordi per oltre 10 miliardi di dollari per il progetto Hyphen che dovrebbe produrre 300.000 tonnellate/anno di H₂V a partire dal 2027. L’Egitto sta avanzando nella zona del Canale di Suez con investimenti per 12 miliardi di dollari per costruire poli di esportazione verso il Mediterraneo. L’attrattiva sta nell’abbondanza di sole e vento, ma il rischio è quello di ripetere schemi coloniali. L’Europa sta già negoziando contratti di importazione a lungo termine per assicurarsi parte dei 10 milioni di tonnellate/anno che intende importare da fuori dal proprio territorio nel 2030. Il problema è che l’industrializzazione locale procede a rilento. Senza fabbriche di elettrolizzatori né catene del valore proprie, l’Africa può trasformarsi in un fornitore a basso costo, mentre i profitti si concentrano nel nord. AMERICA LATINA L’America Latina cerca di ritagliarsi un posto nella corsa globale all’idrogeno verde. Il Cile è il Paese più avanzato con oltre 70 progetti in diverse fasi di realizzazione e un portafoglio di investimenti previsto di circa 100 miliardi di dollari entro il 2030. L’obiettivo ufficiale è quello di produrre 1 milione di tonnellate/anno di H2V principalmente a Magallanes e Antofagasta. Aziende come HIF Global, Engie ed Enaex guidano iniziative per esportare e-fuel in Europa e Asia. Il Brasile punta su una scala più ampia. Nei porti di Pecém e Suape sono previsti investimenti potenziali superiori a 200 miliardi di dollari entro il 2040. Il Paese punta a diventare un hub di esportazione grazie alle sue abbondanti risorse solari ed eoliche. Diversi progetti superano i 10 GW di elettrolisi in fase di pianificazione e sono già stati firmati memorandum d’intesa con aziende tedesche e giapponesi. La Colombia avanza con un obiettivo di 3 GW di elettrolisi entro il 2030 e proiezioni di esportazione dalla costa caraibica. Il governo stima di attrarre oltre 5 miliardi di dollari di investimenti privati. L’Argentina, sebbene in ritardo, sta promuovendo progetti pilota in Patagonia con l’obiettivo di esportare verso l’Europa e l’Asia. Il dilemma regionale è chiaro. I paesi hanno condizioni naturali uniche, ma il rischio è quello di ripetere la storia del rame, del petrolio o del litio. Esportare H₂V come materia prima senza sviluppare un’industria propria può relegare l’America Latina al ruolo di fornitore periferico. L’alternativa è creare catene del valore locali che generino occupazione, produzione e sovranità tecnologica prima che i contratti di esportazione definiscano un percorso senza ritorno. I RISCHI GLOBALI La corsa all’idrogeno verde non apre solo opportunità. Espone anche rischi profondi che possono trasformare la promessa in un miraggio. Il primo è l’asimmetria tra Nord e Sud. Gli Stati Uniti e la Germania concedono sussidi, mentre paesi come il Cile o la Colombia offrono solo crediti d’imposta limitati. Questo divario di finanziamento può lasciare gran parte del pianeta fuori dalla competizione. Un altro rischio è il greenwashing. Non tutto l’idrogeno che viene pubblicizzato come verde lo è realmente. La mancanza di una certificazione rigorosa consente di mescolare elettricità fossile nella produzione. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che circa il 60% dell’idrogeno mondiale sia ancora grigio. Senza regole chiare, la credibilità della transizione è in gioco. Le infrastrutture rappresentano un altro punto critico. Per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030, il mondo avrà bisogno di oltre 300.000 km di gasdotti adeguati e decine di porti specializzati per il trasporto di H₂ e dei suoi derivati, come l’ammoniaca e il metanolo. Questi investimenti superano i 500 miliardi di dollari e non hanno ancora un finanziamento assicurato. Infine, c’è il rischio geopolitico. Il controllo della catena del valore determinerà nuove dipendenze. Se la produzione si concentra in pochi paesi e la produzione manifatturiera in Asia, l’idrogeno verde può consolidare una mappa diseguale simile a quella del petrolio. La transizione energetica potrebbe nascere segnata dalle stesse tensioni che cercava di superare. I PROGETTI CHE SEGNANO IL RITMO MONDIALE L’idrogeno verde non è più solo un annuncio nei powerpoint. In diverse regioni ci sono progetti che producono su scala pilota e altri che entreranno in funzione su larga scala nei prossimi cinque anni. Il più emblematico è NEOM in Arabia Saudita. Sarà il più grande complesso del pianeta ed esporterà ammoniaca verde verso l’Europa e l’Asia. In Europa spicca NortH2 nei Paesi Bassi e nel Mare del Nord con il sostegno di Shell, RWE ed Equinor. L’obiettivo è installare 10 GW di elettrolisi entro il 2040 con una prima fase di 1 GW nel 2027. La Germania sta inoltre portando avanti il programma H2Global che garantisce contratti di acquisto a lungo termine. Gli Stati Uniti promuovono i Regional Clean Hydrogen Hubs con sette poli distribuiti dal Texas alla California che hanno già raccolto investimenti per oltre 40 miliardi di dollari. I primi impianti entreranno in funzione tra il 2026 e il 2027. La Cina non è da meno. Sta sviluppando il cluster di Ordos con oltre 1 GW entro il 2028 e mantiene 33 miliardi di dollari impegnati in progetti H2V fino al 2030. Il solo complesso Sinopec a Ulanqab richiederà 2,9 miliardi di dollari e produrrà 100.000 tonnellate/anno. Il Brasile prevede investimenti per oltre 200 miliardi di dollari entro il 2040 a Pecém e Suape, mentre Colombia e Argentina puntano a raggiungere almeno 3 GW di elettrolisi entro il 2030. I prossimi cinque anni determineranno chi si consoliderà come potenza e chi rimarrà ai margini della transizione. I GIGANTI DELL’IDROGENO VERDE La mappa globale dell’idrogeno verde si comprende meglio quando si esaminano progetti concreti con investimenti definiti e capacità definite. Non si tratta di annunci vaghi, ma di cifre che mostrano dove si gioca davvero la corsa energetica. NEOM, Arabia Saudita: Investimento di 8,4 miliardi di dollari. 600 tonnellate/giorno di H2V a partire dal 202 NortH2, Paesi Bassi: Obiettivo di 10 GW di elettrolisi entro il 2040. 1 GW operativo nel 2027 Hydrogen Hubs, Stati Uniti: 7 poli con investimenti per oltre 40 miliardi di dollari. Primi impianti nel 2026 con una capacità iniziale di centinaia di migliaia di tonnellate/anno Sinopec Ulanqab, Cina: 2,9 miliardi di dollari di investimenti. 100.000 tonnellate/anno di H2V entro il 2028 Impegno globale della Cina: Oltre 33 miliardi di dollari entro il 2030. Oltre 200 progetti in diverse fasi Brasile, Pecém e Suape: Previsioni di oltre 200 miliardi di dollari entro il 2040. Obiettivi superiori a 10 GW in fase di pianificazione Namibia, Hyphen: 10 miliardi di dollari. 300.000 tonnellate/anno previste dal 2027 Questi progetti segnano il ritmo dell’idrogeno verde. Non si tratta di prove, ma di scommesse industriali su scala continentale. Dal loro successo o fallimento dipenderà il fatto che l’idrogeno verde smetta di essere una promessa e diventi una realtà energetica globale. L’IDROGENO VERDE È DIVENTATO LA NUOVA FRONTIERA ENERGETICA DEL PIANETA. Europa, Stati Uniti, Cina, Golfo e America Latina investono miliardi di dollari e promettono milioni di tonnellate all’anno. La narrativa ufficiale lo presenta come la chiave per raggiungere gli obiettivi climatici e decarbonizzare settori impossibili da elettrificare con le energie rinnovabili tradizionali. Ma dietro alle cifre ci sono domande aperte. L’idrogeno verde sarà un motore di sovranità energetica o una nuova dipendenza globale? Sarà una leva per creare industria e posti di lavoro o si ripeterà lo schema di esportare materie prime e acquistare tecnologia a prezzi elevati? Il decennio 2025-2035 determinerà se il mondo costruirà una transizione equa o se il miraggio verde diventerà un’altra bolla gonfiata dai sussidi. L’idrogeno verde può essere la leva che libererà il pianeta dai combustibili fossili. Ma potrebbe anche essere solo un’altra miraggio nel deserto delle promesse non mantenute. Tutto dipenderà da come saranno realizzati i progetti, dalla capacità di coinvolgere le regioni e le comunità e dal fatto che le potenze capiscano che il futuro non si misura solo in gigawatt o tonnellate, ma in giustizia, sovranità e dignità condivisa. BIBLIOGRAFIA IEA, Global Hydrogen Review (2023) IRENA, Green Hydrogen Cost and Investment Outlook (2022) Commissione Europea, REPowerEU (2022) e programma H2Global (2023) Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Inflation Reduction Act (2022) e Hydrogen Hubs (2023) Hydrogen Council, Global Hydrogen Projects Database (2024) BloombergNEF, Hydrogen Market Outlook (2023) Progetto NEOM, Arabia Saudita (Air Products, ACWA Power) GIZ, Potenziale dell’H₂ in Africa e Medio Oriente (2022) H2Chile e ALIDE, Idrogeno verde in America Latina (2023) -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Mauricio Herrera Kahn
September 23, 2025
Pressenza