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Argentina, tutto il gas che fa gola all’Italia
pubblicato su Il Manifesto il 12 febbraio 2026 La nostra relazione con il mare non è sporadica, ci conviviamo». Biologa marina, da più di quarant’anni Raquel Perier «convive» con il Golfo San Matías nella Patagonia settentrionale argentina, battendosi per la sua salvaguardia sia dentro i laboratori che per le strade. Negli anni ‘90, le comunità di San Antonio Oeste e Las Grutas si levarono contro la costruzione di un oleodotto. Una mobilitazione che nel 1999 non portò solo alla cancellazione dell’opera, ma anche all’approvazione della legge 3308 della provincia di Río Negro, che vietava la presenza nel golfo di infrastrutture per l’energia fossile. Un divieto, però, che non è più in essere. A settembre 2022, la legge 3308 è stata infatti modificata per permettere la realizzazione di vari progetti legati allo sfruttamento di petrolio e gas, prevalentemente estratti nella formazione geologica di Vaca Muerta, nella provincia limitrofa di Neuquén. L’AFFOSSAMENTO DELLA LEGGE 33 08 è stata la precondizione all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il RIGI è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo. Congiuntamente agli efferati tagli alla spesa pubblica, il RIGI è il fiore all’occhiello della strategia economica del presidente argentino Javier Milei, con l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio per il 2026 e ridurre il debito sovrano. Una vera e propria «terapia d’urto». MILLE CHILOMETRI A SUD DI BUENOS AIRES, la città di Viedma ospita l’assemblea Multisectorial Comarca Marítima Viedma Patagones. Quando il confronto vira sulle conseguenze di un potenziale incidente a una delle infrastrutture energetiche previste nella provincia di Río Negro, c’è chi si fa il segno della croce. «Non saremmo preparate. La sanità pubblica della provincia è al collasso, soprattutto quella d’emergenza. Il solo ospedale pubblico attrezzato è quello di Viedma, e se ciò non bastasse non ci sono abbastanza ambulanze né sufficiente personale medico». Una manifestazione di protesta contro il progetto Argentina LNG – foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon A PARLARE È MARISA ALBANO dell’Asociación Sindical de Salud Pública de Río Negro (ASSPUR), sindacato che difende i diritti di chi lavora nel settore sanitario. Il RIGI sta accelerando la riconversione della matrice produttiva della provincia da agricola e basata sulla pesca a petrolifera e mineraria, conseguenza della «terapia d’urto» di Milei. All’orizzonte si stagliano 6 unità galleggianti per la liquefazione e l’export di gas (FLNG), parte del più ampio progetto Argentina LNG. L’iniziativa è guidata da YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di dollari, il mega-progetto si pone l’obiettivo di espandere la produzione di idrocarburi a Vaca Muerta – seconda riserva di gas di scisto al mondo – e orientarla all’export. IL GAS DI VACA MUERTA E’ PRODOTTO prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. «A Paso Córdoba (area di Vaca Muerta, ndr) l’acqua sgorga già contaminata dal petrolio. Là si producono le rinomate pere argentine che poi vengono esportate in tutto il mondo, anche in Italia», commenta Marisa. NEI GIORNI 11 E 12 FEBBRAIO 2024 si è tenuto a Roma il primo incontro ufficiale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Milei. La premier non ha lesinato commenti positivi per l’esito del meeting. Il 20 novembre dello stesso anno è arrivato il momento di ricambiare la cortesia istituzionale, con l’annuncio del «Piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina». Firmato il 6 giugno 2025, il Piano dedica ampio spazio allo sfruttamento di Vaca Muerta. Una nota a pie’ pagina precisa che «l’accordo raggiunto tra YPF ed ENI nell’aprile di quest’anno può valere come esempio di interesse strategico di entrambi i governi». COME SOVENTE ACCADE, LA PRINCIPALE multinazionale energetica italiana fa da apripista e il governo segue. Il riferimento è al memorandum firmato il 14 aprile 2025 tra ENI e YPF per valutare la partecipazione del Cane a sei zampe in Argentina LNG. È così che, contestualmente alla firma del Piano italo-argentino, ENI e YPF siglano l’accordo per Argentina LNG «per le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di LNG all’anno». IN UN PAESE ECONOMICAMENTE FRAGILE come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata si muova senza forti rassicurazioni pubbliche. È qui che entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione. Quella italiana è SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. L’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. PER MOLTI ANNI L’OPERATIVA DI SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma il RIGI e l’affinità politica tra Roma e Buenos Aires hanno cambiato le carte in tavola, con incontri d’affari presenziati dall’agenzia italiana già dal 2024. Molto spesso all’ordine del giorno c’era lo sfruttamento di Vaca Muerta. Uno dei tratti distintivi delle zone di sacrificio è la violenza sulle persone, spesso esercitata attraverso la militarizzazione dei territori interessati dai mega-progetti. Argentina LNG non sembra fare eccezione. QUANDO ARRIVO’ IL MOMENTO delle consultazioni pubbliche relative alla Fase I del progetto «San Antonio Oeste è stata militarizzata, con l’intento di scoraggiare la partecipazione pubblica», racconta Fabricio Di Giacomo, membro della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. «La presenza poliziesca era massiccia. Alcuni poliziotti erano vestiti di nero e portavano grosse armi a tracolla, come se fossero un reparto speciale. Li vedevi in due sulle moto, pronti ad avvicinarsi a ogni persona che arrivava per la consultazione». LE CONSULTAZIONI PER LA FASE III in cui è coinvolta ENI devono ancora tenersi. All’estremità meridionale del Golfo San Matías si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità Unesco per l’unicità dell’habitat e la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le sei unità galleggianti per il gas corrisponde a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Le unità galleggianti occupano una superficie già di per sé molto ampia, a ciò bisogna aggiungere luci artificiali e rumori h24. La conformazione particolare del golfo porta a una circolazione delle correnti di tipo semi- chiuso. Ciò significa che, in caso di incidenti, gli agenti inquinanti stazionerebbero nelle sue acque per molto tempo», aggiunge Perier. LA TRASFORMAZIONE DI RIO NEGRO e Chubut può porre fine all’identità, come racconta Fernando Ledesma, della Comunità Mapuche Tewelche Trawun Kutral: «Quando una persona è privata del suo territorio, è privata anche dei valori che il territorio trasmette. Siamo costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirci in città, perdendo le pratiche e i saperi trasmessi dai nostri avi». A ciò si aggiunge la repressione: «La nostra gente è accusata di terrorismo per il semplice fatto di difendere questi territori dall’estrattivismo». Gli fa eco Ana Dominguez, coordinatrice della campagna Golfo Azul Para Siempre, una rete di organizzazioni formali e di gruppi informali nata in difesa del golfo: «Spesso veniamo accusati di dire no a qualsiasi tipo di sviluppo. Non è così. Stiamo dicendo sì allo sviluppo che già esiste, alla vita che già esiste. ENI e SACE hanno un ruolo privilegiato. Devono interrompere quello che stanno facendo. SACE non dovrebbe sprecare i soldi della cittadinanza italiana in progetti che uccidono la nostra gente».
February 12, 2026
ReCommon
La rotta del gas Usa in Europa: perché Trump guarda ai Balcani
Il gas non è mai una semplice merce. Ovunque, è sempre stato una leva di potere, uno strumento di influenza politica e un vincolo strutturale nei rapporti tra Stati. Quello che cambia, di volta in volta, non è la logica, ma la geografia. Oggi una di queste geografie passa dai Balcani dove si sta costruendo una nuova rotta del gas pensata per ridurre la dipendenza dai flussi russi via pipeline, attraverso l’importazione di gas liquefatto via mare, con un ruolo crescente delle forniture statunitensi. Il punto di ingresso è la Grecia, che negli ultimi anni è stata trasformata in piattaforma energetica per il Sud-Est europeo. Non si tratta solo di diversificazione delle forniture. È un riassetto infrastrutturale e politico che ridisegna dipendenze, crea nuove rendite e lega il futuro energetico di intere regioni a contratti e impianti pensati per durare decenni. Il punto di snodo è Alexandroupolis, nel nord-est della Grecia. Il terminale galleggiante di rigassificazione (FSRU) di Alexandroupolis, sviluppato da Gastrade, è entrato in operazioni commerciali nell’ottobre 2024. Sulla carta, l’impianto dovrebbe rafforzare la sicurezza energetica del Sud-Est europeo, consentendo alla Grecia di diventare un hub regionale per il gas. In realtà, Alexandroupolis è prima di tutto un’infrastruttura strategica. Si trova in un’area rilevante dal punto di vista militare, lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Mar Nero, ed è da anni sostenuta politicamente dagli Stati Uniti come parte della strategia di rafforzamento della loro presenza economica e geopolitica nella regione. Il messaggio è semplice: controllare l’ingresso del gas significa condizionare gli equilibri politici dei Paesi che ne dipendono. Questo è quello che è stato confermato anche nel meeting ministeriale della Partnership for Transatlantic Energy Cooperation (P-TEC), un importante vertice internazionale dedicato all’energia tenutosi lo scorso autunno ad Atene. Al centro del confronto tra Stati Uniti, paesi europei e istituzioni UE c’era il ruolo della Grecia come piattaforma strategica per l’importazione e la redistribuzione del gas liquefatto verso il Sud-Est e l’Est Europa. Durante l’incontro, funzionari statunitensi ed europei hanno richiamato l’importanza dei terminali greci di gas naturale liquefatto (GNL) e del cosiddetto “corridoio verticale”, la direttrice infrastrutturale che dalla Grecia risale verso i Balcani, la Romania e, in prospettiva, l’Ucraina. La narrativa è quella ormai consolidata della sicurezza energetica e della riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma il contesto è chiaro: creare le condizioni politiche e infrastrutturali perché ilGNLstatunitense trovi uno sbocco stabile e di lungo periodo nei mercati europei. Il tassello principale per il gas che dall’altra parte dell’oceano approda ad Alexandroupolis è l’interconnettore Grecia–Bulgaria (IGB), operativo dal 2022, che permette alla Bulgaria di importare gas non russo sia dal Trans-Adriatic Pipeline (TAP) sia dai terminali GNL greci. Da lì, il disegno si estende verso Macedonia del Nord, Serbia e Balcani occidentali, con nuovi progetti di pipeline sostenuti anche da istituzioni europee e statunitensi. L’obiettivo dichiarato è la diversificazione. Il risultato concreto è la costruzione di una nuova dipendenza: infrastrutture costose, pensate per funzionare decenni, e mercati piccoli e politicamente fragili che vengono legati al gas liquefatto e ai suoi prezzi volatili. In prima fila a riservarsi un posto speciale in questo nuovo mercato troviamo Venture Global, uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nel novembre 2025 l’azienda ha annunciato un accordo ventennale con la società greca Atlantic-See LNG Trade S.A., presentandolo come un contributo alla sicurezza energetica dell’Europa centrale e orientale. Si tratta del primo contratto di lungo periodo della Grecia con un esportatore GNLstatunitense, con volumi indicativi intorno a 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2030.  Questa partita non riguarda solo la Grecia. L’Italia è coinvolta direttamente. Nel luglio 2025, ENI ha reso pubblica un’intesa ventennale con Venture Global per l’acquisto di circa 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL dal progetto CP2 in Louisiana, con avvio delle forniture entro la fine del decennio. È un segnale forte: i grandi operatori italiani stanno costruendo portafogli LNG di lungo periodo legati agli Stati Uniti, contribuendo a consolidare il ruolo di Venture Global come attore centrale nel mercato europeo. Sul piano infrastrutturale entra in gioco anche Snam. Snam fa parte del consorzio Senfluga (insieme a Enagás, Fluxys e Damco) che detiene il 66% di DESFA, il gestore della rete gas greca; il restante 34% è in mano allo Stato greco. DESFA detiene a sua volta una quota del 20% in Gastrade. Non si tratta quindi di un controllo diretto, ma di una catena di interessi che collega l’infrastruttura chiave di Alexandroupolis anche al sistema del gas italiano. Una catena che produce rendite, influenza e posizionamento strategico in un’area considerata sempre più centrale. Il ruolo di Washington è dichiarato. Funzionari e documenti statunitensi parlano apertamente della Grecia come “gateway” per l’energia verso il Sud-Est europeo e della necessità di sostituire il gas russo con forniture alternative, GNLin testa. Cambia il fornitore, non la logica, e a guadagnarne sono gli esportatori di gas, che ottengono contratti ventennali, ed i grandi operatori infrastrutturali, che monetizzano rigassificazione e transito. La “sicurezza energetica” diventa sicurezza della domanda per l’industria GNL statunitense.
February 9, 2026
ReCommon
USA scongelano beni venezuelani, Delcy Rodriguez: “I fondi sbloccati saranno investiti in sanità, settore elettrico e gas”
La presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha annunciato martedì 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno iniziato a scongelare i beni venezuelani, annunciando l’acquisto di attrezzature mediche ed elettriche. In un evento trasmesso dal canale statale VTV, Rodríguez ha affermato di aver “stabilito canali di comunicazione di rispetto e cortesia” sia con Trump che con il Segretario di Stato americano Marco Rubio. “Stiamo definendo un programma di lavoro e, nell’ambito di tale programma di lavoro, (…) stiamo sbloccando risorse del Venezuela che appartengono al popolo venezuelano, le stiamo sbloccando e questo ci consentirà di investire risorse significative in attrezzature per gli ospedali”, ha affermato. Grazie allo scongelamento dei beni del suo Paese negli Stati Uniti a seguito dei colloqui con il governo del presidente statunitense Donald Trump, Rodriguez ha riferito che, con queste risorse liberate, nel Paese si potranno acquistare attrezzature per gli ospedali venezuelani. Nel corso di una sessione di lavoro dedicata al settore sanitario, il capo di Stato facente funzioni ha indicato che questo programma di lavoro consentirà di investire in importanti attrezzature per gli ospedali, l’elettricità e l’industria del gas. “Abbiamo annunciato la creazione di due fondi sovrani, il primo per rispondere alle esigenze sociali della nostra gente e il secondo per affrontare l’intera situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture”, ha aggiunto Rodríguez. Lorenzo Poli
February 4, 2026
Pressenza
A chi conviene il gas di Trump?
L’UE ha rafforzato la propria sicurezza energetica riducendo la domanda di gas di oltre il 20% tra il 2021 e il 2024 e limitando le importazioni di gas dalla Russia. Tuttavia, questi progressi nascondono una nuova vulnerabilità: incentivare le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio. Lo evidenzia l’ultima analisi dell’organizzazione indipendente statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), da cui emerge che nei prossimi anni fino al 75–80% del GNL importato dall’UE potrebbe provenire dagli Stati Uniti, arrivando a coprire circa il 40% delle importazioni totali di gas. Nell’ambito dell’accordo commerciale annunciato tra l’UE e gli Stati Uniti nel luglio 2025, infatti, l’Unione uropea intende acquistare energia statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028. L’accordo lega di fatto l’approvvigionamento energetico dell’UE a un unico venditore, mettendo a rischio la sicurezza energetica e compromettendo i piani di riduzione del gas. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] Le importazioni di GNL statunitense nell’UE sono passate da 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a una stima di 81 miliardi di metri cubi nel 2025, con un aumento di quasi quattro volte. Ciò significa che nel 2025 i paesi dell’UE hanno importato il 57% del loro GNL dagli Stati Uniti. Tredici paesi dell’UE hanno importato GNL statunitense nel 2025. Paesi Bassi, Francia, Spagna, Italia e Germania hanno rappresentato il 75% delle importazioni di GNL a stelle e strisce dell’Unione lo scorso anno. Val la pena ricordare che l’UE ha concordato un divieto graduale e giuridicamente vincolante delle importazioni di GNL e gasdotto dalla Russia, con un divieto totale rispettivamente dalla fine del 2026 e dall’autunno 2027. IEEFA calcola che se i paesi dell’UE spendessero invece 750 miliardi di dollari in energie rinnovabili, l’UE potrebbe installare circa 546 gigawatt di capacità combinata solare ed eolica. Ciò aumenterebbe la sicurezza energetica e potrebbe far diminuire i prezzi dell’elettricità. Quella di puntare sul gas americano è una scelta politica precisa, risultato di decisioni che hanno privilegiato nuove infrastrutture e contratti fossili rispetto ad altre opzioni disponibili. Il GNL USA è stato presentato come “affidabile”. Ma mentre cresce il suo peso nel sistema europeo, aumentano anche le tensioni politiche con Washington e l’instabilità legata a un presidente imprevedibile come Trump. Non serve un taglio delle forniture: basta il potere di influenzare prezzi e contratti. A beneficiarne sono i grandi gruppi industriali e finanziari che hanno interessi nel GNL, o perché concedono prestiti per la costruzione di impianti o perchè guadagnano dagli accordi commerciali o dalle infrastrutture di rigassificazione. In Italia i soliti nomi: Eni, Snam, Intesa Sanpaolo. A pagare sono i cittadini europei, con bollette più alte, e le comunità USA colpite da impianti di estrazione e liquefazione. Nuovi vincoli, soliti vincitori e stessi perdenti.
February 4, 2026
ReCommon
Il rigassificatore non va a Vado ma resta a Piombino
Ha cambiato nome, da Golar Tundra a Italis LNG, ma non destinazione. È il “famigerato” rigassificatore di Piombino, approdato nel porto toscano nel marzo del 2023 e che in teoria a luglio dovrebbe togliere gli ormeggi, per rimanere però in Italia. A lungo si è pensato che la sua seconda destinazione fosse lo specchio di mare davanti a Savona e Vado Ligure. Una fortissima opposizione di tutte le comunità dell’area e per una volta anche delle istituzioni locali, unita al cambio di linea dei vertici della Regione – con l’uscita di scena del governatore Giovanni Toti, grande fautore dell’operazione – ha fatto saltare il banco. ReCommon ha sostenuto con decisione le istanze dei comitati attivi contro il rigassificatore, organizzando scambi e incontri pubblici a cui hanno partecipato anche esponenti di gruppi texani, ovvero gli impattati dell’estrazione e del trasporto del GNL destinato all’ Italia, e in particolare al terminal di Piombino. Sempre insieme ai gruppi locali, ReCommon ha presentato le osservazioni formali alla proposta di spostamento della nave FSRU mossa da Snam presso il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. È notizia degli ultimi giorni che proprio Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in Europa e che ha in capo il rigassificatore, ha presentato richiesta di proroga per la permanenza della FSRU Italis LNG nel porto di Piombino, con nutrito corollario di reazioni negative. Un punto è certo: Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, commissario straordinario per il rigassificatore nominato nel giugno 2022 dall’allora premier Mario Draghi, ha detto no alla proroga. Non sarà lui a firmarla: “Finché sono io il commissario onestamente non mi sento di mandare avanti nessun’altra proposta: il governo mi revocherà e a quel punto nominerà un commissario per fare la proroga di permanenza della nave, ma con me non lo fa“, la dura presa di posizione del governatore. La contrarietà di Giani si basa su ragioni politiche e industriali. Il rigassificatore, inizialmente temporaneo per l’emergenza 2022, oggi interferisce con il progetto di rilancio siderurgico di Piombino, occupando una banchina strategica. La fornitura di gas all’acciaieria può comunque essere garantita dallo Stato fino al 2027, rendendo la permanenza della FSRU superflua, secondo il presidente. Ma anche a Piombino c’è forte agitazione da parte della cittadinanza e delle istituzioni. Il sindaco Francesco Ferrari, esponente di Fratelli d’Italia, nel 2022 per respingerlo era ricorso al Tar. E oggi ribadisce la sua contrarietà. Per noi di ReCommon, la FSRU Italis LNG è un’infrastruttura che non dovrebbe stare né a Piombino, né a Vado Ligure, né altrove. Vincolare le famiglie e le imprese italiane a una nuova dipendenza, quella dal GNL e in particolare dal GNL statunitense, non ci aiuta ad affrontare la crisi climatica e tanto meno la questione energetica.  Come evidenzia l’ultima analisi di Ieefa, l’Unione Europea rischia infatti di sostituire la dipendenza dal gas russo con una nuova concentrazione delle importazioni sul GNL Usa, che potrebbe arrivare a coprire fino al 75-80% del GNL importato e circa il 40% del gas totale, aumentando la vulnerabilità geopolitica, i costi per i consumatori e il rischio di vincoli con contratti di lungo periodo, incompatibili con la transizione energetica
January 23, 2026
ReCommon
La causa contro Trump per il supporto alla “bomba” Mozambique LNG. Il ruolo dell’Italia.
Articolo pubblicato su Altreconomia, 22 luglio 2025 Diverse organizzazioni internazionali hanno promosso un ricorso negli Usa contro l’amministrazione statunitense per aver concesso garanzie da 4,7 miliardi di dollari al contestato progetto fossile della multinazionale TotalEnergies, coinvolta nella vicenda del “massacro dei container”. Anche l’Italia ha un ruolo chiave nel supporto pubblico del sito estrattivo di gas con SACE e Cassa depositi e prestiti. Le organizzazioni Friends of the Earth Stati Uniti e Justiça Ambiental/Friends of the Earth Mozambico, rappresentate da EarthRights International, il 15 luglio scorso hanno intentato dinanzi al tribunale federale per il Distretto di Columbia, Washington D.C., una causa per contestare l’illegittima approvazione da parte dell’agenzia di credito all’esportazione statunitense Export-Import Bank (Exim) di un finanziamento di 4,7 miliardi di dollari per il progetto Mozambique LNG, in capo alla multinazionale francese TotalEnergies. Il progetto ha causato lo sfollamento di migliaia di persone dalla penisola di Afungi, a Cabo Delgado, nel Nord del Paese africano, ed è stato teatro di presunte violazioni dei diritti umani, consumatesi in un contesto segnato da un ormai annoso conflitto che causato più di 4mila vittime, e avrà gravi ripercussioni sull’ambiente e il clima. Eppure, come si legge nel ricorso, Exim ha confermato in fretta e furia lo stanziamento della somma senza condurre le necessarie analisi socio-ambientali né la valutazione economica, così come non c’è stato nessun controllo da parte del Congresso degli Stati Uniti. L’agenzia di credito Usa non ha poi rispettato la sua stessa carta fondante e le leggi federali, creando così un pericoloso precedente per le decisioni future. Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato il consiglio di amministrazione di Exim senza il consenso del Senato. Solo poche settimane dopo, a marzo, il Cda “ad interim” dell’agenzia, costituito in modo improprio, ha annunciato l’approvazione finale dell’ingente prestito, in fase di stand-by dal 2021. Lo ha fatto nonostante il conflitto armato in corso e la connessa crisi umanitaria, e a dispetto del fatto che TotalEnergies avesse invocato la forza maggiore più di quattro anni fa, interrompendo le operazioni di costruzione del mega-progetto. L’impianto per l’estrazione e la liquefazione di gas della multinazionale francese è stato oggetto di un’inchiesta giornalistica pubblicata a settembre del 2024 da Politico, in cui è emerso che tra giugno e luglio del 2021 un gruppo di militari dell’esercito mozambicano -all’epoca supportato finanziariamente e materialmente da TotalEnergies- avrebbe commesso violenze configurabili come crimini di guerra proprio mentre difendeva il sito di Mozambique LNG: è il cossiddetto “massacro dei container”. Nell’indagine giornalistica si evidenziava come TotalEnergies potesse essere a conoscenza di questi possibili crimini di guerra e, secondo un’inchiesta pubblicata successivamente da Le Monde e Source Material, fosse anche a conoscenza della condotta violenta dell’esercito mozambicano nei confronti della popolazione civile ben prima dei fatti di giugno e luglio 2021, grazie ad alcuni documenti ottenuti da ReCommon tramite una richiesta di accesso agli atti rivolta a Cassa depositi e prestiti. I lavori per la costruzione del progetto sono stati interrotti per causa di forza maggiore ad aprile 2021 e sono tuttora inattivi. Proprio per fare luce sulle violazioni dei diritti umani configurabili come potenziali crimini di guerra, il 17 luglio 2025 i capi locali -leader tradizionali- di Palma, Cabo Delgado e di 15 villaggi circostanti, con il supporto di 66 organizzazioni internazionali tra cui ReCommon, hanno formalmente richiesto all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) di avviare un’indagine indipendente su quanto accaduto tra giugno e luglio del 2021 in prossimità del sito di Mozambique LNG. In merito all’accennato coinvolgimento italiano, vale la pena ricordare che lo scorso gennaio, in risposta all’interpellanza urgente sulla questione presentata dal deputato Angelo Bonelli e firmata da altri nove deputate e deputati di Alleanza verdi e sinistra, il Governo Meloni aveva confermato che l’agenzia di credito all’esportazione italiana SACE e Cassa depositi e prestiti (Cdp), due istituzioni finanziarie dello Stato, sosterranno finanziariamente Mozambique LNG. Una decisione presa nel silenzio più totale già a gennaio del 2024, senza aver svolto ulteriori valutazioni di natura ambientale e, soprattutto, sociale, dopo quelle del giugno 2017. I punti in comune con il caso di Exim sono tanti ma in questo caso è stata l’Italia a fare da apripista, gettando le basi per un soccorso “da destra” a TotalEnergies. Ecco dunque i frutti della “relazione privilegiata” tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Donald Trump: finanziamenti a bombe sociali e climatiche, maggiore import di gas liquefatto in sprezzo alla povertà economica ed energetica di milioni di cittadini italiani, aumento della spesa a favore degli armamenti e tagli al welfare. Luca Manes, ReCommon
July 24, 2025
ReCommon
Energia: paghiamo di più rispetto all’Europa a causa dei costi di rete, degli oneri e delle imposte
Il 2024 è stato caratterizzato, anche per il settore della vendita del gas, dalla fine del Servizio di tutela gas per i clienti domestici non vulnerabili che dal 1° gennaio 2024 sono transitati nel mercato libero. Mercato libero che resta più costoso rispetto a quello riservato ai clienti vulnerabili, con un prezzo finale medio pari a 114,9 c€/m³ contro i circa 100 c€/m³. E anche per quanto riguarda l’elettricità, il mercato libero presenta nuovamente valori superiori al servizio di maggior tutela, per tutte le classi di consumo. Al 1° gennaio 2025, il prezzo dell’energia elettrica per un consumatore domestico (vulnerabile) residente in maggior tutela, con consumi annui di 2.000 kWh e 3 kW di potenza, è pari a 28,21 c€/kWh al netto delle imposte e a 31,28 c€/kWh al lordo delle imposte, mentre per il Servizio a tutele graduali questi valori sono pari a 22,33 c€/kWh e 24,81 c€/kWh. A certificarlo sono i dati presenti nella Relazione annuale dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente – ARERA.  La fine dei servizi di Tutela nei settori dell’elettricità e del gas per i clienti non vulnerabili ed esauritisi quasi tutti gli effetti degli interventi governativi a sostegno delle famiglie in difficoltà economiche per compensare i forti aumenti delle bollette registrati nel 2022, la “povertà energetica” sta piegando molte famiglie. Nel confronto con i principali Paesi di riferimento, i prezzi più alti si confermano quelli pagati dalle famiglie tedesche (41,13 c€/kWh), seguite da quelle italiane (35,70 c€/kWh), francesi (28,03 c€/kWh) e spagnole (26,26 c€/kWh). Stessa classifica per i prezzi netti, cioè senza oneri e imposte, che in Italia risultano del 14% superiori alla media dell’Area euro (25,92 c€/kWh vs 22,73 c€/kWh). “I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane, precisa l’ARERA, continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse il cui incremento del 28% ha annullato le riduzioni registrate dalla componente energia e dai costi di rete. Nel confronto internazionale, la componente fiscale italiana risulta essere la più elevata, superiore a quella della Francia (+51%), della Spagna (+36%), e della media dell’Area euro (+18%)”. Per quanto riguarda i prezzi dei clienti non domestici, nel 2024, i prezzi dell’energia elettrica hanno mostrato una discesa, di diversa intensità in quasi tutti i Paesi europei, con una contrazione del 14% per la media dell’Area euro che ha visto oscillazioni tra il -2,7% della Germania e il – 20,2% della Francia. Anche il prezzo lordo, comprensivo di oneri e tasse, pagato dalle imprese italiane è diminuito passando da 28,9 a 26,52 c€/kWh (-8,3%). “Tuttavia, annota l’ARERA, l’Italia ha nuovamente perso competitività rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei (+ del 24% rispetto alla media dell’Area euro) principalmente a causa dell’aumento della componente relativa a oneri, imposte e tasse (+15%), passata da 8,5 c€/kWh nel 2023 a 9,8 c€/kWh nel 2024. Questa componente rappresenta oggi la più elevata tra i Paesi analizzati con un +134% rispetto alla Francia e +65% rispetto alla media dell’Area euro”. La Relazione dell’Autorità si occupa anche di monitorare la qualità dei servizi erogati dalle imprese: per quanto riguarda il rispetto degli indicatori della qualità commerciale dei servizi di vendita del settore elettrico, lo scorso anno le imprese hanno ricevuto 298.690 reclami scritti e gli indennizzi automatici per il mancato rispetto degli standard sono stati prevalentemente erogati per ritardi nei reclami scritti. In totale, sono stati corrisposti indennizzi per oltre 1,1 milioni di euro nel 2024 per lo più destinati a clienti domestici nel mercato libero. Nel 2024, sono stati ricevuti invece 202.784 reclami scritti da parte delle imprese di vendita del gas, in aumento rispetto all’anno precedente (19,5%), con l’83,3% proveniente da clienti domestici nel mercato libero. Gli indennizzi riconosciuti sono stati 21.134 e la maggior parte dei quali per il mancato rispetto dei tempi di risposta ai reclami scritti, con un totale di oltre 922.000 euro erogati. Per quanto riguarda il servizio di conciliazione vi sono state 34.564 domande (+6% rispetto al 2023) ed è stata di circa 21 milioni di euro la “compensation”, ossia il corrispettivo economico ottenuto dai clienti o utenti finali mediante l’accordo di conciliazione (sotto forma di valore recuperato anche rispetto al valore della controversia oppure di rimborsi, indennizzi, ricalcolo di fatturazioni errate, rinuncia a spese e interessi moratori ecc.). “La Relazione annuale di ARERA al Parlamento, ha sottolineato Federconsumatori, rivela un quadro in cui permangono forti criticità e squilibri, su tutti i fronti. Con l’abbandono del mercato tutelato è emerso, come avevamo previsto, che questa scelta non solo non ha prodotto vantaggi concreti per i consumatori, ma al contrario ha alimentato abusi, pratiche commerciali scorrette e disparità tra aziende e cittadini, con le prime che continuano a far valere il loro strapotere sugli utenti, spesso non sufficientemente informati. Per questo riteniamo fondamentale rafforzare i sostegni alle famiglie, a partire dal potenziamento dei bonus sociali e dalla lotta alla povertà energetica, che rischia di avere una portata che va ben oltre i dati ufficiali. È necessario, inoltre, mettere in atto la promessa ma mai attuata riforma degli oneri di sistema. Per garantire una maggiore correttezza delle tariffe e arginare l’impatto dei fenomeni speculativi è indispensabile, poi, tornare a parlare del disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica”. Qui per scaricare la Relazione: https://www.arera.it/chi-siamo/relazione-annuale/relazione-annuale-2025,   Giovanni Caprio
June 26, 2025
Pressenza
San Giovanni sarà il patrono dell’ambiente? Due belle notizie del 24 giugno
Ravenna, 24 giugno 2025 – Nel giorno di San Giovanni dell’anno 2025, due bellissime notizie hanno squarciato  con un lampo di luce i tempi bui in cui stiamo vivendo. Partiamo da quella che riguarda direttamente Ravenna: l’associazione ambientalista Greepeace ha compiuto un pacifico e nonviolento assalto al rigassificatore al largo della costa di Punta Marina, riportando sulle prime pagine il tema che noi cerchiamo instancabilmente di far vivere da anni, cioè il fatto che il gas è fra le principali fonti di riscaldamento del pianeta e di  distruzione ambientale, e in più è del tutto inutile il continuo rafforzamento delle strutture dedicate, dal momento che il consumo nel nostro Paese sta diminuendo costantemente ormai da alcuni anni. Se anche fosse stata vera (e non lo era) la “fase di emergenza” dichiarata tre anni fa, continuare ora a buttare soldi, energie, tempo, salute  e beni ambientali in quel pozzo senza fondo che è il profitto del sistema fossile, è un’assurdità. Ringraziamo Greenpeace per l’azione di ieri, e dichiariamo tutto il nostro appoggio ad ogni iniziativa che l’associazione deciderà di produrre in futuro nel nostro territorio. La seconda bella notizia, a ben vedere strettamente collegata alla prima, viene dall’ Abruzzo, ma riguarda anche noi. E’ relativa al fatto che in Regione Abruzzo è stata approvata  una risoluzione presentata dal Pd (incredibile ma vero !) in cui si dice un secco NO alla realizzazione del gasdotto Snam “Linea Adriatica”, che dalla Puglia, passando per la provincia dell’Aquila, arriva in Emilia Romagna: la Commissione Ambiente del Consiglio regionale abruzzese, infatti, ha emesso all’unanimità una risoluzione presentata dal consigliere di opposizione, il dem Pierpaolo Pietrucci, nella quale  impegna i vertici dell’Esecutivo regionale a “sostenere in tutte le sedi istituzionali, la posizione di assoluta contrarietà della Regione Abruzzo al progetto”. Come tutte e tutti sanno, si tratta del faraonico gasdotto che dovrebbe portare il gas proveniente da sud est  lungo la costa orientale dell’ Italia e lungo la dorsale appenninica, passare per le Romagne, incluso il territorio ravennate e terminare nel bolognese. A questo punto le probabilità che l’opera non venga mai completata e non entri mai in funzione si fanno tutt’altro che trascurabili. Il problema è che i lavori di costruzione sono già in fase avanzata, hanno già prodotto enormi devastazioni nei territori interessati, hanno già succhiato i soldi dei cittadini. Anche a Ravenna, il gasdotto ha sventrato campagne, abbattuto frutteti, lesionato strade, creato disagi alla mobilità. Per non dire di quali e quante emissioni climalteranti e inquinanti tali lavori hanno prodotto. Chi risarcirà e chi verrà risarcito, qualora tutto finisse in nulla ? Peggio, se invece i lavori saranno portati a termine, e poi la struttura sarà ampiamente sottoutilizzata, visto l’andamento dei consumi di gas, a chi chiederemo il conto ? Al Governo Meloni, certo. Ma anche ai governi precedenti. Ed anche alle istituzioni regionali e locali, che – contrariamente a quanto accade nella Regione Abruzzo – hanno caldeggiato e sostenuto convintamente l’opera, con Bonaccini e De Pascale in testa al coro che continua ad auspicare il potenziamento di tutto ciò che è gas. Ci sarebbe da aggiungere che in realtà, una terza bella notizia viene anche dal Veneto, dove è stato bocciato l’inceneritore di ENI Rewind, contro il quale il nostro movimento si batte da tempo. Insomma, anche l’onnipotente ENI e le sue propaggini, qualche volta, sono costrette a trovare qualche bastone fra le ruote e qualche volta inciampano. Dovrebbe servire di lezione a tante e tanti, persone, aziende, istituzioni, sindaci, amministratori, politici di vario grado. Anche perché, aggiungiamo, con i venti di guerra sempre più prepotenti e sempre più generalizzati, essere uno snodo delle strutture fossile, come ci hanno costretto a diventare, ci rende fra i bersagli primari di ogni tipo di azione bellica. Uscire dal fossile è possibile, è necessario, è urgente. Dichiarare subito e senza equivoci che bisogna farlo, e iniziare a scrivere il percorso per farlo, lo è altrettanto. Speriamo che San Giovanni porti fortuna, lo indicheremo come patrono dell’ambiente.                             Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile” Redazione Romagna
June 25, 2025
Pressenza
Assemblea degli azionisti, ReCommon chiede a SNAM di uscire dal business del gas in Israele
Milano, 14 maggio 2025 – ReCommon è intervenuta per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Snam in qualità di “azionista critico” per chiedere alla dirigenza della società di cessare le sue controverse relazioni con società private israeliane. Dal dicembre 2021, infatti, Snam controlla il 25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), la società proprietaria del gasdotto Arish-Ashkelon che collega Israele con l’Egitto. Si tratta di un gasdotto di 90 chilometri che dal 2020 viene utilizzato da Israele per esportare verso l’Egitto il gas estratto nei giacimenti offshore di Tamar e Leviathan, gas che poi l’Egitto utilizza o rivende su altri mercati. Tra gli azionisti di EMG, oltre a Snam c’è la società EMED Pipeline BV, partecipata da: 25% EMED Pipeline Holding Limited (detenuta al 100% da NewMed Energy); 25% Chevron Cyprus Limited; 50% Sphinx EG BV (detenuta al 100% da East Gas Company S.A.E.). NewMed Energy (prima denominata Delek Drilling) è parte del gruppo Delek e una delle aziende attive oltre che nelle estrazioni offshore, anche nei territori occupati palestinesi.Secondo i dati forniti dalla stessa Snam, l’utile pro-quota Snam generato dalla partecipazione in EMG dal 2023 al Q1 2025 è pari a 18 milioni di euro. Precedentemente, nell’ottobre del 2020, Snam aveva firmato tre memorandum of understanding con le società isrealiane Delek Drilling e Dan sul gas naturale liquefatto (LNG) per il trasporto pubblico; con Dan per lo sviluppo di progetti di mobilità verde e con la start-up H2Pro nella ricerca sull’idrogeno. Abbiamo fatto a Snam delle richieste molto concrete: vendere le quote di partecipazione nella società EMG; recedere da qualsiasi contratto e/o accordo in essere con il Governo israeliano e con aziende del paese – incluso il gruppo NewMed Energy, Dan, H2Pro e altre aziende israeliane – finché permangono seri dubbi sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale; avviare una due diligence approfondita sui partner attivi in contesti di occupazione e conflitto; adottare una policy vincolante in materia di rispetto dei diritti nei contesti operativi internazionali, in linea con i Principi Guida ONU su Imprese e Diritti Umani. Ora sta a Snam decidere per la coerenza e il rispetto del diritto. «Ne va dell’immagine pubblica e della reputazione dell’azienda, qualora venisse associata pubblicamente ad atti configurabili come crimini di guerra.” ha dichiarato Elena Gerebizza di ReCommon. ReCommon ha partecipato all’assemblea degli azionisti di Snam, tra le pochissime società italiane a non tenere più questi importanti incontri ancora a porte chiuse, anche per evidenziare le sue forti preoccupazioni sulla situazione in Tunisia, legata al progetto SouthH2Corridor, e al CCS di Ravenna, co-promosso da Snam e Eni. Quello che in Italia è conosciuto anche come il Corridoio Sud dell’idrogeno è un’infrastruttura di 3.300 chilometri che dal Nord Africa dovrebbe arrivare fino in Germania, passando per l’Italia, per trasportare idrogeno prodotto in buona parte in Tunisia, dove attualmente la repressione da parte dell’esecutivo sta colpendo in lungo e in largo tutti i settori della società civile. Uno dei progetti cardini del Piano Mattei nasce quindi già segnato da pesanti criticità, di cui ReCommon ha chiesto conto a Snam.  Il modello estrattivo su cui si base il business di Snam è confermato anche dall’incertezza sul possibile trasferimento del rigassificatore di Piombino a Vado Ligure e dai piani di metanizzazione della Sardegna. Nonostante l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente abbia sospeso le infrastrutture chiave previste per l’isola per ragioni di costi e inefficienze, la bozza quasi definitiva del DPCM Energia insiste su infrastrutture per l’energia fossile obsolete: rigassificatori FSRU a Porto Torres e Oristano, mini dorsale e trasporto GNL su gomma con virtual pipeline finanziata interamente con soldi pubblici. “Il piano di Snam per la Sardegna appare anacronistico e contrario ai principi della transizione giusta: investe in infrastrutture fossili costose, già contestate da ARERA, in un contesto di domanda dal gas incerta e in calo, con il rischio concreto di generare stranded assets e aggravare il peso economico sui cittadini ” ha dichiarato Paola Matova di ReCommon.
May 14, 2025
ReCommon
Extinction Rebellion scarica un unicorno davanti all’Aeronautica Militare
Extinction Rebellion scarica un unicorno davanti al palazzo dell’Aeronautica Militare: “Il Governo delle favole” Un unicorno accompagnato da personaggi delle favole è stato scaricato questa mattina davanti al Palazzo dell’Aeronautica Militare di Roma, dove è stato aperto uno striscione su cui si legge: “il Governo delle favole: la pace col riarmo e il clima con il gas”. La nuova protesta di Extinction Rebellion vuole mettere in luce la contraddizione di un Governo che aumenta la spesa militare e non investe in transizione ecologica. Nella tarda mattinata di oggi, Extinction Rebellion ha scaricato un enorme unicorno davanti al Palazzo dell’Aeronautica Militare di Roma, cavalcato da una persona travestita da Giorgia Meloni in completo nero, che sventola il tricolore. Ad accompagnarlo una serie di persone camuffate da personaggi delle favole: Pinocchio, Biancaneve, il Bianconiglio e la Sirenetta che reggono uno striscione su cui c’è scritto “Il Governo delle favole: la pace col riarmo e il clima con il gas”. Dopo le proteste di sabato e di ieri, Extinction Rebellion continua la settimana di “Primavera Rumorosa” con una nuova azione dai toni ironici. L’obiettivo, sottolineato dallo slogan, è portare al centro del dibattito pubblico le politiche del Governo sulla crisi ecoclimatica e sul riarmo. “Il Governo sembra vivere nel mondo delle favole” spiega Elisa, una delle persone sul posto “Rimarcano la necessità di una transizione ecologica graduale e non ideologica, mentre stanno investendo miliardi per il riarmo. Raccontano che rendere l’Italia un hub del gas è necessario, ma il consumo di gas in Italia e in Europa sta diminuendo. Raccontano che la pace si protegge con le armi, ma basterebbe chiedere ai nostri nonni e bis nonni per sapere che non è la verità”. Nel mondo sono attualmente in corso 56 conflitti, con crudeli conseguenze sulla popolazione civile, in termini di morti, violenze e persone costrette a abbandonare tutto. Ma questi conflitti, Gli eserciti e il settore della difesa in generale, sono anche tra i principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti. Secondo una stima elaborata da un recente studio, il 5,5% delle emissioni globali di gas ad effetto serra generate dalle attività antropiche deriva da azioni militari. In Ucraina i bombardamenti di strutture petrolifere, hanno prodotto più di 3 milioni di tonnellate di CO2 oltre a vaste aree di foreste bruciate e a Gaza le emissioni dei primi due anni di guerra sono state superiori a quelle delle venti nazioni più vulnerabili agli impatti climatici. Nel frattempo, la crisi climatica ed ecologica continua ad aggravarsi. Il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1850 ed il primo anno in cui la temperatura media ha superato il limite degli 1,5°C, concordato a Parigi nel 2015 dai governi mondiali. Il Mediterraneo in particolare è un hotspot climatico: le sue acque sono sempre più calde con ripercussioni sulla piovosità. Gli allagamenti del 17 aprile, che hanno provocato 3 morti tra Piemonte e Veneto, ne sono un esempio: 500 millimetri di pioggia in 72 ore, pari a un terzo delle precipitazioni annue tipiche di quelle zone. E l’Italia oggi è il paese europeo più colpito dalla crisi, con costi altissimi per i cittadini e le istituzioni, come gli 8,5 miliardi di danni per le ripetute alluvioni in Emilia Romagna del maggio 2023. “Smettiamo di raccontarci favole” riprende Elisa, indicando l’enorme unicorno dietro di sé. “La realtà è che viviamo in un Paese che sta già subendo le conseguenze della crisi climatica. Questo è il momento di agire e smettere di investire in armi e distruzione”.   Extinction Rebellion
April 28, 2025
Pressenza