Sabir, la lingua del mare oltre i confini
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Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash
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“Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire
popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre
nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace
di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni
giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che
ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte
di dolore e rabbia.
Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più
straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne
hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da
Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato
il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti
dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la
comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e
sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il
nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni
iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori
sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese
gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico
francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima
volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un
alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti
sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se
non sai, rimani in silenzio”.
Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi
giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don
Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir
riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai
canaglia, vai a casa/lavoro).
Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche
testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il
“Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti
termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse
lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è
disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono
usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni
o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche
e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era
una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti
di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle
terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale.
Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra
le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici
sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito
a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per
esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago
sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al
contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix
linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime
influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano,
poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A
queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo,
siciliano e turco.
Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si
arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel
Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei
dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e
stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati
alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto
da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola
siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino
a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva
dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo
universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali.
Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il
vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia;
oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione
tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo.
Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle
tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo
assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante),
parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave.
L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e
testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro
di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere
linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo
ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che
sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro
tempo.
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