
Sabir, la lingua del mare oltre i confini
Comune-info - Thursday, July 23, 2026
Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash“Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte di dolore e rabbia.
Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se non sai, rimani in silenzio”.
Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai canaglia, vai a casa/lavoro).
Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il “Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale.
Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano, poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo, siciliano e turco.
Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali. Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia; oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo.
Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante), parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave.
L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro tempo.
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