Milano – Cagliari: cartelli e abbracci sfidano il silenzio su Gaza
Ci sono ponti che non nascono da protocolli istituzionali, ma da fogli di
cartone scritti a pennarello. È il caso del gemellaggio ideale tra i presidi di
Milano e Cagliari per Gaza, un’alleanza civile e culturale che ha unito due
piazze, due città e due movimenti – Piazza del Duomo e Piazza Yenne, Can’t Stay
Silent e la piazza dell’Indignazione sarda – per tenere accesi i riflettori su
una guerra che, nonostante le tregue dichiarate, non ha mai smesso di produrre
vittime.
L’incontro simbolico si è materializzato la sera del 29 dicembre 2025, quando un
gruppo di attivisti del presidio milanese – insieme a compagni di Fara Gera
d’Adda e ad amici del movimento solidale per la Palestina – ha raggiunto
Cagliari per portare presenza fisica alla protesta. Da quella visita spontanea è
nato un filo diretto tra le due realtà, un filo che oggi racconta non solo un
gesto di solidarietà, ma una visione comune di pace, diritti umani e
autodeterminazione dei popoli.
A parlare sono due voci diverse per storia e geografia, ma simili per urgenza:
Vania Erby, portavoce del comitato Can’t Stay Silent – la piazza
dell’Indignazione di Cagliari, e Antonio Arini, storico attivista vicino ad ANPI
ed Emergency a Milano.
Vania Erby: “Non potevamo restare spettatori di una tregua che non ferma le
morti”
«A settembre, mentre milioni di persone in Italia e nel mondo scendevano in
piazza per denunciare quello che molti definivano apertamente un genocidio a
Gaza, abbiamo capito che il dissenso non poteva essere un’onda passeggera»,
racconta Vania. «La Sardegna ha risposto con forza: cortei, manifestazioni,
striscioni, partecipazione popolare. Ma poi è arrivata una tregua apparente, una
pausa nei comunicati, non nella realtà. Le morti non si sono fermate. Bambini,
madri, civili continuavano a morire in mondovisione, come se la guerra fosse
diventata uno sfondo inevitabile, una normalità insopportabile.»
È in quel momento che il comitato sardo decide di interrogarsi sul passo
successivo. «Ci dicevamo: cosa possiamo fare ancora per rompere l’assuefazione?
E a metà ottobre la risposta è arrivata da lontano, da una città che conosciamo
per le cattedrali e la nebbia, non per i presidi quotidiani: Milano. Abbiamo
visto online persone radunarsi da quattro mesi ogni giorno in Duomo, con
cartelli che denunciavano le atrocità in Palestina. Non un evento, ma una
liturgia civile laica, ripetuta, resistente. Ci ha colpito la disciplina del
cuore. Così abbiamo deciso di attivare un presidio giornaliero permanente anche
a Cagliari.»
Da allora, Piazza Yenne non ha più smesso di riunirsi. «Oggi siamo a 76 giorni
di resistenza», dice Vania con voce ferma. «Ogni giorno in piazza. Pioggia,
vento, feste, indifferenza mediatica. Perché gridare la pace non è un hashtag, è
una presenza incarnata.»
Antonio Arini: “Il grido delle piazze ha più eco del linguaggio dei governi
quando la politica si gira dall’altra parte”
Antonio riprende il filo: «Quando abbiamo deciso di partire il 29 dicembre, non
c’era un’agenda. Non c’era un permesso da chiedere. C’era solo un’urgenza:
incontrare chi resisteva come noi. Sapevamo del presidio di Cagliari, della sua
forza identitaria, della capacità dei sardi di trasformare il lutto politico in
canto collettivo. Ma non immaginavamo un’accoglienza così calda. Eravamo
“ospiti”, ma siamo diventati parte della stessa piazza.»
L’incontro non resta simbolico: diventa scambio culturale e politico. «Abbiamo
parlato di future azioni comuni, reti tra città, iniziative coordinate. Perché
la pace non si chiede, si costruisce. E la solidarietà non si proclama, si
progetta.»
La serata è proseguita in un ristorante palestinese di Cagliari, dove si sono
ritrovate circa 50 persone già presenti al presidio. «Abbiamo cantato Bella ciao
e Blowin’ in the Wind guidati dalla voce potente di Silvia Zaru, anche lei
arrivata da Milano. Ma il momento più forte non è stata la musica: è stato il
coro della piazza che ha risposto al nostro appello: “Da Milano a Cagliari un
solo grido: Palestina libera.” Un grido che non aveva rabbia, ma chiarezza. Non
aveva armi, ma eco.»
Antonio non risparmia critiche alla politica italiana: «Prima o poi anche questo
governo dovrà ammettere la realtà: la maggioranza del Paese vuole lo stop
all’invio di armi, la fine delle guerre e il riconoscimento della Palestina. Le
piazze lo dicono da mesi. Lo dicono i giovani, i lavoratori, i movimenti per i
diritti. Noi non chiediamo “controllo” su altri popoli. Chiediamo fine del
controllo armato sui popoli.»
Geopolitica, ma soprattutto umanità
Durante il Concistoro Straordinario, pur non essendo il Venezuela un tema
ufficiale dell’agenda, Rueda Aparicio ha ricordato che «per i cardinali
latinoamericani e africani è impossibile non portare questa crisi nel cuore». Un
sentimento che riecheggia nelle parole dei due attivisti: «Non è una questione
passeggera», ribadisce Vania. «È una ferita regionale che la geopolitica
internazionale amplifica e strumentalizza, ma che noi viviamo prima di tutto
come crisi di esseri umani.»
Una diplomazia dal basso
L’intervista si chiude con uno sguardo che va oltre Gaza, oltre la tregua, oltre
la geopolitica: «La nostra speranza – dice Vania – è che questa rete informale
di solidarietà si estenda a tante altre città italiane ed europee, fino a quando
non finiranno il massacro dei civili e l’occupazione israeliana.»
Antonio conclude: «Vogliamo un mondo migliore dell’attuale. Senza guerre e senza
ingiustizie sociali. E sappiamo che un mondo così non nasce dai comunicati, ma
da persone che si riconoscono nella stanza accanto, si stringono la mano e
decidono di restare in piazza anche quando le telecamere si spengono.»
E forse è proprio questo il senso più profondo del gemellaggio Milano–Cagliari:
la certezza che la pace non è un intervallo tra due conflitti, ma un atto
quotidiano di presenza, memoria e resistenza civile.
Laura Tussi