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Libertà Cittadinanza Cooperazione: una proposta per il Consiglio Comunale di Palermo
Il lavoro del comitato palermitano per la liberazione di Marwan Barghouti si integra con le proposte avanzate da Rifondazione Comunista Palermo circa la devoluzione dello 0,01% del bilancio comunale in progetti di cooperazione e il conferimento della cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini palestinesi. Questa proposta lavora quindi su tre aspetti fondamentali. Il primo è quello di aprire la discussione su una leadership politica possibile e capace di unire le diverse anime di Palestina; il secondo insiste sulla sopravvivenza e sulla continuità culturale del popolo palestinese minacciato di disgregazione dal genocidio in corso; il terzo è centrato sulla volontà di riconoscersi ancora nelle grandi agenzie del diritto internazionale e della cooperazione, ma soprattutto sulla grande volontà popolare di contare, come dimostrato con la coraggiosa azione della Global Sumud Flottilla. Palermo merita di tornare città faro nel Mediterraneo, capace di ragionare sui grandi temi della giustizia sociale e dell’impegno civile. Questa proposta, che sta raccogliendo diversi apprezzamenti, va in questa direzione. > Palermo per la Palestina. Una proposta per atto di indirizzo per rifare ancora > di Palermo quel pezzo di Mediterraneo dove il mondo si rigenera. > > LIBERTÀ PER BARGHOUTI. Quella di Marwan Barghouti è considerata una delle > figure più autorevoli in grado di unire le diverse anime del popolo > palestinese. Egli è sostenitore di una soluzione politica fondata sulla fine > dell’occupazione israeliana e sulla nascita di uno Stato palestinese > indipendente e sovrano. In carcere dal 2002, è unanimemente considerato il > Mandela palestinese e in virtù del suo ruolo di costruttore di pace è stato > insignito nel 2014 della cittadinanza onoraria della città di Palermo. > > CITTADINANZA ONORARIA. Le bambine e i bambini palestinesi sono parte del > patrimonio del popolo palestinese, ne rappresenteranno la continuità culturale > e l’esistenza stessa. È importante riconoscere la cittadinanza onoraria ai > bambini e alle bambine palestinesi per avviare al più presto programmi di > cooperazione che garantiscano il diritto alla crescita e alla spensieratezza > nei loro luoghi natali, in salvo dalle politiche di genocidio ancora in atto. > > SOSTENERE LA COOPERAZIONE devolvendo lo 0,01% del bilancio in favore di > programmi di cooperazione. Nei mesi scorsi è stato impedito alla Global Sumud > Flottilla  di approdare sulle coste della Palestina per portare aiuti > umanitari e affermare il diritto internazionale. Sostenere programmi di > cooperazione significa prendere una posizione in favore delle grandi agenzie > che regolano i rapporti tra gli Stati fuori delle logiche affaristiche in cui > vorrebbe operare invece la nuova entità del Board for Peace di Trump. > > I tre punti sopra esposti daranno corpo alla nostra proposta per un atto di > indirizzo che impegnerà il Consiglio Comunale della città di Palermo. Città > che si è spesa molto in passato per guadagnarsi la fama di attrice e > costruttrice di pace e diritti. Vogliamo riportare la città di Palermo ancora > una volta nel campo della ragione ed entro la comunità internazionale che > lavora alla rigenerazione della comune umanità. Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici info: palermoperlapalestina@proton.me https://l.facebook.com/l.php? Redazione Palermo
February 26, 2026
Pressenza
La guerra silenziata e oscurata
Palestina Nella notte, bombardamento con l’artiglieria a Rafah e Khan Younis. Gli elicotteri hanno sparato raffiche di pallottole contro le tende a Mawassi. Sono continuate anche di notte le operazioni di distruzione delle costruzioni per raderle al suolo e lasciare spazio alla “Nuova Gaza” di Netanyahu e Trump. Ieri, l’aeronautica militare ha bombardato una costruzione abitata da sfollati a Hay Zeitoun, uccidendo 4 persone e ferendo una decina di persone. Come al solito i cecchini hanno impedito i soccorsi, sparando contro il personale della protezione civile. Nella stessa giornata di ieri altre 3 persone sono state uccise in diversi attacchi a Jebalia, Hay Tuffah e Khan Younis. Il giorno prima erano stati uccisi 27 civili in diverse stragi, ma i media internazionali hanno voltato la faccia dall’altra parte. L’esercito israeliano si sta preparando ad un’occupazione militare permanente di Gaza. Il confronto tra immagini satellitari registrate a ottobre 2025 e altre riprese a gennaio 2026, dimostra che sono state costruite a Rafah delle basi militari con la presenza di carri armati, a un centinaio di metri dal valico con l’Egitto; le basi sono attorniate da alti cumuli di sabbia per nasconderle all’occhio dei passanti. A Gaza, Israele blocca l’ingresso di carburanti. Gli ospedali hanno una riserva molto limitata e si rischia la chiusura totale di ogni attività sanitaria. Il Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza ha lanciato un appello per chiedere aiuto, mettendo in guardia dal collasso totale di ciò che resta del sistema sanitario che lotta per sopravvivere, e descrivendo la situazione sul campo come un deliberato “genocidio sanitario” da parte degli occupanti israeliani, che ha trasformato gli ospedali in semplici “posti di attesa forzata” per migliaia di feriti e malati destinati a morte certa. Oltre alla mancanza di carburanti, per far funzionare i generatori elettrici, si registra l’esaurimento delle medicine e del materiale sanitario di consumo. Un ragazzo palestinese di 15 anni è stato colpito da pallottole di guerra, a Gerusalemme est occupata. Le forze israeliane hanno condotto inoltre attacchi su larga scala e una campagna di rastrellamenti con arresti in diverse città e villaggi della Cisgiordania. Una forza speciale dell’esercito israeliano, su un veicolo civile, ha sparato con i mitra contro un gruppo di ragazzi che giocavano nel villaggio di Al-Ayzarie, ad est di Gerusalemme. I militari hanno impedito i soccorsi per circa un’ora, con il chiaro intento di attendere la morte del ragazzo, prima di permettere all’ambulanza palestinese di accompagnarlo in ospedale, dove è ricoverato in gravi condizioni. In seguito all’aggressione dei coloni, ieri mattina, a Massafer Yatta, l’esercito ha fatto irruzione nel villaggio di Ragium A’ala, per fare ulteriori “indagini”. Hanno arrestato due giornalisti palestinesi, due attivisti internazionali e uno locale. La logica perversa dell’occupazione militare: invece di arrestare gli aggressori, i soldati interrogano e arrestano le vittime e tutti coloro che tentano di smascherare la faccia brutale del colonialismo ebraico in Palestina. Altri due giornalisti palestinesi, Hatem Hamdan e Bushra Taweel, sono stati arrestati a nord di Ramallah, mentre stavano svolgendo un’inchiesta sulle confische delle terre dei contadini palestinesi, con pretesti militari, per consegnarle poi ai coloni ebrei, per allargare gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Il villaggio di Qasra è assediato da 5 colonie ebraiche illegali. Le aggressioni contro la popolazione autoctona sono quasi quotidiane. Ieri una cinquantina di coloni ebrei hanno invaso con un trattore i terreni agricoli ad est del villaggio e proceduto, protetti dai soldati, a sradicare tutti gli olivi. Un’azione coloniale per deportare i nativi. Global Sumoud Flotilla Due notizie che non leggerete sulla stampa scorta mediatica: la preparazione della GSF annunciata il 5 febbraio a Johannesburg in Sud Africa, e lo sciopero dei portuali di 21 porti internazionali contro le navi delle armi. Gli attivisti hanno confermato il loro impegno umanitario in soccorso alla popolazione di Gaza, sottoposta a genocidio permanente da parte di Israele, che continua a uccidere, malgrado siano passati 4 mesi dalla falsa tregua. Partenza da Barcellona il 29 marzo, poi da Tunisia, Italia e Grecia. Ci saranno a bordo delle 100 imbarcazioni, tra gli altri, oltre mille professionisti, dai medici agli ingegneri, per dare un messaggio di speranza alla popolazione di Gaza assediata e bombardata, nel disinteresse delle cancellerie complici che continuano a foraggiare di armi il governo del ricercato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. I portuali si mobilitano contro le guerre Ieri, 6 febbraio, i lavoratori portuali in tutto il Mediterraneo sono scesi contro le guerre. I sindacalisti dell’USB scrivono: “La ZIM Virginia carica di armi è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno ma non ha potuto attraccare: c’è lo sciopero in corso dei portuali che la blocca. La stessa cosa è successa alla ZIM New Zealand, che era prevista per la mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare a Venezia e poi a Ravenna. Ed anche la MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare a Ravenna ha rimandato i suoi programmi”. Un’azione internazionale che è rimasta relegata nelle testate locali. I guerrafondai temono il pacifismo nonviolento. I portuali non lavorano per la guerra! In sciopero i lavoratori portuali di circa 21 tra porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina. Ecco l’elenco delle iniziative che si sono svolte ieri Sciopero internazionale dei portuali contro il traffico delle armi ANBAMED
February 7, 2026
Pressenza
Gaza, Trump e la necessità di uscire dal buio: “riaccendere l’attenzione sul genocidio!”
 Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone che soffrono malnutrizione acuta. Nel frattempo, un rapporto delle Nazioni Unite reso pubblico il 25 novembre 2025 ha riconosciuto Gaza come “abisso creato dall’uomo, senza alcuna tregua in vista”_   Il progetto coloniale-imperiale del governo Trump Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha rapito, per altri commentatori ha prelevato o catturato, il presidente del Venezuela, e sta alzando il livello di ricatto su altri governi ritenuti non allineati ai suoi interessi, a cominciare da quello della Colombia. Al tempo stesso, il governo degli Stati Uniti sostiene i crimini delle forze di controllo delle persone immigrate, favorendo un generale clima di intimidazione verso questa parte della popolazione, ampiamente appartenente alla classe operaia non bianca. In questo senso si gioca un registro classicamente imperiale-coloniale tanto verso l’esterno quanto all’interno. Nel primo caso, specialmente verso il resto del continente americano (Groenlandia tendenzialmente compresa), c’è il tentativo del controllo diretto e senza mediazioni dell’appropriazione delle cosiddette materie prime a beneficio del grande capitale statunitense. Come ha scritto Massimo De Angelis per Effimera: “Quando Trump parla di ‘riprendersi’ il petrolio venezuelano o evoca la possibilità che gli Stati Uniti ‘gestiscano’ il Paese per un certo periodo, emerge una pulsazione del comando che ridefinisce i propri scopi in modo sempre più nudo, riducendo le mediazioni ideologiche”. Nel secondo caso, c’è il tentativo di garantire una classe operaia impaurita e politicamente indebolita ai settori di capitale che ne hanno bisogno specialmente nei servizi e in agricoltura in cui sono ancora necessari alti livelli di manodopera. Quello dell’amministrazione Trump è un progetto che, indubbiamente, incute timore, diffonde tanto paura quanto un sentimento di rassegnazione alla logica e agli strumenti del più forte. È un progetto di disciplinamento sociale. In questo senso, dal punto di vista del governo della società, è tecnicamente fascista. Esso mette a sistema i sentimenti suprematisti tanto dal lato degli interessi di classe che di questi sentimenti si nutrono – il mondo delle imprese dei servizi a basso valore aggiunto e dell’agricoltura e il grande capitale tecnocratico – quanto dal lato dei settori sociali che si allineano a questi sentimenti per stare con i più forti.   Incutere paura e rassegnazione La paura è il metodo di questo progetto politico che è, evidentemente, anche un progetto di economia politica e governo della manodopera operaia, a partire dagli attacchi diretti a quella immigrata e non bianca. Questo metodo trova in Gaza il suo terminale, mostrando fin dove esso può arrivare. Gaza è il presente per i suoi abitanti, ma può essere il futuro per tutte quelle popolazioni che a questo progetto non vogliono sottostare. Così come nella striscia di Gaza la popolazione viene costretta a vivere nelle tende, nell’acqua piovana, cercando di sopravvivere giorno dopo giorno, privata anche dei servizi di assistenza delle organizzazioni non governative; altrettanto può accadere ad altre popolazioni, ad esempio alle persone immigrate costrette alla deportazione, all’internamento nelle carceri di altri paesi o a nascondersi sperando, così, di sottrarsi alle milizie che danno loro la caccia. La paura si accoppia, in questo progetto, alla rassegnazione indotta, all’autodisciplinamento, alla rottura di ogni solidarietà sociale se non di classe. È una paura prodotta verticalmente, dall’alto, da chi governa, che ha l’obiettivo di determinare rassegnazione. E, insieme a questo, il relativo isolamento sociale e, quindi, politico. Anche per questo motivo, chi comanda negli Stati Uniti ha sostenuto l’uomo dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che ha ucciso Renee Good in Minnesota. Per rivendicare che chi comanda ha ragione e, per questo, ognuno si faccia i fatti propri. È lo stesso messaggio che già prima, con l’amministrazione Biden, era giunto al movimento per la Palestina: in quel caso fu usato l’antisemitismo come strumento per legittimare la repressione. In questo caso, si rivendica l’auto-legittimazione: non c’è neanche bisogno di giustificare la propria azione. È il comando a legittimarla. A prescindere dai danni che potrà provocare. È lo stesso Donald Trump che si attribuisce questo potere, dicendo che una sola cosa può frenarlo: “la mia moralità, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. E questo è molto positivo. Non ho bisogno del diritto internazionale”.   Il comando Questa modalità di azione è stata anticipata dalle modalità genocidiarie con cui le forze di occupazione israeliane stanno agendo nella striscia di Gaza da ottobre 2023. Ormai non è più necessario riportare una documentazione puntuale per quanta ne è stata prodotta negli ultimi due anni, compresa quella delle Nazioni Unite che ha riconosciuto il genocidio nel settembre 2025, mentre la stampa internazionale continua a fornire notizie sulle demolizioni ancora agite da Israele nonostante il cessate il fuoco oltre a tutte quelle sulle sofferenze quotidiane per la popolazione. L’azione di Israele si è legittimata da sé: il suo governo ha definito la legge da seguire e le sue modalità di esercizio. E quando altri attori sono intervenuti per dire che quella azione era arbitraria, fuori da ogni legalità internazionale, criminale – fino, appunto, a richiamare il genocidio – i suoi dirigenti li hanno liquidati con motivazioni sbrigative quanto disinteressate a qualunque confronto: “palude antisemita“, definì il primo ministro di Israele le Nazioni Unite nel settembre 2024. Come dire: dite ciò che volete, la legge per noi siamo noi. E facciamo ciò che vogliamo in base alla forza che possiamo sprigionare. Il linguaggio del rapporto di forza – e solo di quello – contro ogni mediazione del diritto. È il comando. Esso agisce sul piano del governo – in questo caso, del governo coloniale di un territorio – e si estende oltre, alla società, alle sue forme tanto di riproduzione sociale quanto di organizzazione quotidiana e politica. Ne aggredisce le modalità di convivenza, le forme di solidarietà e, con esse, i sentimenti e le emozioni. Impone la sottomissione, fino alla distruzione della vita altrui. E lo fa per imporre un progetto di governo tanto delle risorse naturali quanto della forza lavoro. Non è un progetto geopolitico, è un progetto di classe all’altezza delle rinnovate condizioni socioecologiche tanto influenzate dal cambiamento climatico e da quel processo storico che Jason W. Moore definisce la fine dalle nature a buon mercato.   Come si esce dal buio? Il comando agito dall’amministrazione Trump così come dal Governo e dalle forze di occupazione israeliane diffonde il buio. È evidente. È come se non ci fosse altro che freddo – per chi è stato costretto a vivere nelle tende nella striscia di Gaza – e smarrimento. L’unica luce resta quella di chi comanda e pretende di decidere della vita e della morte altrui. In questo senso, siamo dentro la radicalizzazione della necropolitica e il tentativo di renderla assoluta a scala globale o, per lo meno, in quella parte di mondo da ricondurre al comando israeliano-statunitense. Come si esce da questo buio è difficile da dire. È prima di tutto necessario riconoscere che siamo in questa condizione, che è anche una condizione di sentimenti ed emozioni che il comando ha costruito e prova a diffondere. Per questo non è sufficiente nessun appello volontaristico. La paura e la rassegnazione – nella loro accoppiata – sono forze disgregatrici e di isolamento potenti. Al tempo stesso, sono forze insufficienti a tenere insieme le società. Il comando può agire ma non può sostituirsi alla necessità della cooperazione sociale, in altre parole al fatto che, in ogni caso, le persone hanno bisogno le une delle altre, hanno bisogno di incontrarsi e riconoscersi tra loro. E questo è incompatibile con l’isolamento e l’invito a farsi sempre i fatti propri. Continuare a incontrarsi, a stare insieme, a stringersi e a confrontarsi aiuta a orientarsi anche nel buio. Quando non troviamo i nostri amici in un bosco o in una casa senza corrente cosa facciamo? Ci chiamiamo, alziamo la voce. Ecco, appunto, alzare la voce e farlo insieme agli altri è il modo per uscire dal buio. Per accendere fiammelle di solidarietà, come sta accadendo negli stessi Stati Uniti, con le iniziative diffuse contro gli agenti dell’ICE e per l’abolizione di questa milizia. E per riaccendere l’attenzione sul genocidio in corso nella striscia di Gaza.   Redazione Italia
January 23, 2026
Pressenza
Milano – Cagliari: cartelli e abbracci sfidano il silenzio su Gaza
Ci sono ponti che non nascono da protocolli istituzionali, ma da fogli di cartone scritti a pennarello. È il caso del gemellaggio ideale tra i presidi di Milano e Cagliari per Gaza, un’alleanza civile e culturale che ha unito due piazze, due città e due movimenti – Piazza del Duomo e Piazza Yenne, Can’t Stay Silent e la piazza dell’Indignazione sarda – per tenere accesi i riflettori su una guerra che, nonostante le tregue dichiarate, non ha mai smesso di produrre vittime. L’incontro simbolico si è materializzato la sera del 29 dicembre 2025, quando un gruppo di attivisti del presidio milanese – insieme a compagni di Fara Gera d’Adda e ad amici del movimento solidale per la Palestina – ha raggiunto Cagliari per portare presenza fisica alla protesta. Da quella visita spontanea è nato un filo diretto tra le due realtà, un filo che oggi racconta non solo un gesto di solidarietà, ma una visione comune di pace, diritti umani e autodeterminazione dei popoli. A parlare sono due voci diverse per storia e geografia, ma simili per urgenza: Vania Erby, portavoce del comitato Can’t Stay Silent – la piazza dell’Indignazione di Cagliari, e Antonio Arini, storico attivista vicino ad ANPI ed Emergency a Milano. Vania Erby: “Non potevamo restare spettatori di una tregua che non ferma le morti” «A settembre, mentre milioni di persone in Italia e nel mondo scendevano in piazza per denunciare quello che molti definivano apertamente un genocidio a Gaza, abbiamo capito che il dissenso non poteva essere un’onda passeggera», racconta Vania. «La Sardegna ha risposto con forza: cortei, manifestazioni, striscioni, partecipazione popolare. Ma poi è arrivata una tregua apparente, una pausa nei comunicati, non nella realtà. Le morti non si sono fermate. Bambini, madri, civili continuavano a morire in mondovisione, come se la guerra fosse diventata uno sfondo inevitabile, una normalità insopportabile.» È in quel momento che il comitato sardo decide di interrogarsi sul passo successivo. «Ci dicevamo: cosa possiamo fare ancora per rompere l’assuefazione? E a metà ottobre la risposta è arrivata da lontano, da una città che conosciamo per le cattedrali e la nebbia, non per i presidi quotidiani: Milano. Abbiamo visto online persone radunarsi da quattro mesi ogni giorno in Duomo, con cartelli che denunciavano le atrocità in Palestina. Non un evento, ma una liturgia civile laica, ripetuta, resistente. Ci ha colpito la disciplina del cuore. Così abbiamo deciso di attivare un presidio giornaliero permanente anche a Cagliari.» Da allora, Piazza Yenne non ha più smesso di riunirsi. «Oggi siamo a 76 giorni di resistenza», dice Vania con voce ferma. «Ogni giorno in piazza. Pioggia, vento, feste, indifferenza mediatica. Perché gridare la pace non è un hashtag, è una presenza incarnata.» Antonio Arini: “Il grido delle piazze ha più eco del linguaggio dei governi quando la politica si gira dall’altra parte” Antonio riprende il filo: «Quando abbiamo deciso di partire il 29 dicembre, non c’era un’agenda. Non c’era un permesso da chiedere. C’era solo un’urgenza: incontrare chi resisteva come noi. Sapevamo del presidio di Cagliari, della sua forza identitaria, della capacità dei sardi di trasformare il lutto politico in canto collettivo. Ma non immaginavamo un’accoglienza così calda. Eravamo “ospiti”, ma siamo diventati parte della stessa piazza.» L’incontro non resta simbolico: diventa scambio culturale e politico. «Abbiamo parlato di future azioni comuni, reti tra città, iniziative coordinate. Perché la pace non si chiede, si costruisce. E la solidarietà non si proclama, si progetta.» La serata è proseguita in un ristorante palestinese di Cagliari, dove si sono ritrovate circa 50 persone già presenti al presidio. «Abbiamo cantato Bella ciao e Blowin’ in the Wind guidati dalla voce potente di Silvia Zaru, anche lei arrivata da Milano. Ma il momento più forte non è stata la musica: è stato il coro della piazza che ha risposto al nostro appello: “Da Milano a Cagliari un solo grido: Palestina libera.” Un grido che non aveva rabbia, ma chiarezza. Non aveva armi, ma eco.» Antonio non risparmia critiche alla politica italiana: «Prima o poi anche questo governo dovrà ammettere la realtà: la maggioranza del Paese vuole lo stop all’invio di armi, la fine delle guerre e il riconoscimento della Palestina. Le piazze lo dicono da mesi. Lo dicono i giovani, i lavoratori, i movimenti per i diritti. Noi non chiediamo “controllo” su altri popoli. Chiediamo fine del controllo armato sui popoli.» Geopolitica, ma soprattutto umanità Durante il Concistoro Straordinario, pur non essendo il Venezuela un tema ufficiale dell’agenda, Rueda Aparicio ha ricordato che «per i cardinali latinoamericani e africani è impossibile non portare questa crisi nel cuore». Un sentimento che riecheggia nelle parole dei due attivisti: «Non è una questione passeggera», ribadisce Vania. «È una ferita regionale che la geopolitica internazionale amplifica e strumentalizza, ma che noi viviamo prima di tutto come crisi di esseri umani.» Una diplomazia dal basso   L’intervista si chiude con uno sguardo che va oltre Gaza, oltre la tregua, oltre la geopolitica: «La nostra speranza – dice Vania – è che questa rete informale di solidarietà si estenda a tante altre città italiane ed europee, fino a quando non finiranno il massacro dei civili e l’occupazione israeliana.» Antonio conclude: «Vogliamo un mondo migliore dell’attuale. Senza guerre e senza ingiustizie sociali. E sappiamo che un mondo così non nasce dai comunicati, ma da persone che si riconoscono nella stanza accanto, si stringono la mano e decidono di restare in piazza anche quando le telecamere si spengono.» E forse è proprio questo il senso più profondo del gemellaggio Milano–Cagliari: la certezza che la pace non è un intervallo tra due conflitti, ma un atto quotidiano di presenza, memoria e resistenza civile. Laura Tussi
January 17, 2026
Pressenza
Palermo, il presidio contro la guerra è ancora in piazza ora più che mai
IL NUOVO ANNO È APPENA COMINCIATO E DONNE E UOMINI DI BUONA VOLONTÀ SI RITROVANO ANCORA UNA VOLTA IN STRADA, TARLO NELLE COSCIENZE DI PASSANTI PIÙ O MENO FRETTOLOSI, A RIDOSSO DEI MERCATINI DEL NATALE GIÀ TRASCORSO, COME L’ANNO PASSATO. ERANO LÌ, SULLA VIA RUGGERO SETTIMO, SALOTTO BUONO DI UNA PALERMO DAI MILLE VOLTI E DALLE TROPPE INCANCRENITE EMERGENZE, L’ULTIMA DOMENICA MATTINA DEL PASSATO 2025 E SONO LÌ QUESTA PRIMA MATTINATA DOMENICALE DEL 2026. LÌ, TRA SALUTI E AUGURI E VECCHIE E NUOVE STORIE DA RACCONTARE, SEMPRE DALLA PARTE DEI POPOLI OPPRESSI, NONOSTANTE LE TANTE DIFFICOLTÀ A LEGGERLE, QUELLE STORIE, TRA CONTRADDIZIONI E APPARTENENZE.   > IL PRESIDIO PALERMO PER LA PALESTINA  > > > È SILENZIOSO > > > PARLANO I CARTELLI E NON SOLO DI PALESTINA    PARLANO DI PACE TRADITA, DI RIFIUTO DELLE SPESE MILITARI, DI OPERATORI SANITARI IMPRIGIONATI E DI ORGANIZZAZIONI UMANITARIE BANDITE DA GAZA E DONNE A FORZA VELATE IN IRAN E AFGANISTAN. PARLANO DI TERRA SFRUTTATA E POPOLI OPPRESSI DALLE GUERRE DEI POTENTI DI TURNO.     FRA LE NOTIZIE DEL VECCHIO ANNO, DA AGGIORNARE NEI DATI DEI MORTI DI FAME, SETE, FREDDO E MALATTIE E ANCORA FUOCO NEMICO, SI AGGIUNGONO LE “NEWS” DELL’AGGRESSIONE DEGLI STATI UNITI AL VENEZUELA, CON IL DIRITTO INTERNAZIONALE CHE HA SUPERATO ANCHE QUEL “CERTO” PUNTO DELLA SUA FINE.   NOTIZIE VECCHIE E NUOVE CHE HANNO RADICI LONTANE NELLA SOLITA STORIA DEL PIÙ FORTE, DEL PIÙ POTENTE, DELL’ASSERVIMENTO DELL’UMANITÀ ALL’ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE NELLE MANI DI POCHI.     COSÌ, MENTRE IN PALESTINA, UCRAINA, CONGO, SUDAN, MYANMAR SI CONTINUA A MORIRE SENZA CHE LA DIPLOMAZIA DI QUEL MONDO – CHE CONOSCE SOLO LA STORIA CHE HA FATTO A COLPI DI CANNONE – RIESCA A CAMBIARLA A BENEFICIO DI TUTTI, NEL SALOTTO BUONO DI PALERMO SI FANNO GLI ULTIMI ACQUISTI PER RIEMPIRE LA CALZA DELLA BEFANA, I BAMBINI TENGONO IL FILO DI UN PALLONCINO, QUALCUNO SI FERMA A LEGGERE I CARTELLI.  LA BUONA NOTIZIA È CHE C’È CHI ANCORA MANIFESTA PERCHÉ LA PACE SIA UN DIRITTO DI OGNI ESSERE UMANO, IN UN MONDO CHE PRECIPITA PER TUTTI VERSO LA GUERRA. E SE  I CARTELLI “PARLANO” DI PACE LE MANIFESTANTI ASCOLTANO CHI SI FERMA A PARLARE CON LORO DEGLI EFFETTI DELLA GUERRA: STORIE DI ORDINARIA DIFFICOLTÀ TRA LAVORO CHE SI PERDE, SALARI CHE DIMINUISCONO, CURE MEDICHE SEMPRE PIÙ CARE, STORIE DI SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI E NELLA POLITICA OCCUPATA A DISEGNARE CONFINI, ALZARE MURI, COSTRUIRE NEMICI.      > TRA IL SILENZIO E L’ASCOLTO, NEGLI AUGURI PER QUESTO NUOVO ANNO, > > > C’È UN’EPIFANIA DI CONSAPEVOLEZZA DA AGGIUNGERE NELLA CALZA > > > … E NATURALMENTE TANTO CARBONE PER GLI INDIFFERENTI    Maria La Bianca
January 4, 2026
Pressenza
Da Milano a Cagliari: la forza di non rimanere indifferenti.
Vogliamo parlare in queste righe di due iniziative molto simili fra loro, sebbene geograficamente distinte, ma che rappresentano la continuità, la perseveranza, la testimonianza di scelta. Occasioni di relazione nel tessuto sociale del luogo, così come di messa in luce di una realtà di dolore e morte, che non è finita con una falsa tregua. Parliamo dei presidi giornalieri per la Palestina, di Piazza Duomo a Milano e di Piazza Yenne a Cagliari. Il primo attivo da oltre sei mesi, il secondo da due mesi esatti. C’era già stato un gemellaggio a distanza, con i milanesi, un po’ di giorni addietro, perché avevano postato una foto con la scritta GRAZIE CAGLIARI. In questi giorni di fine anno, si sono ritrovati a Cagliari alcuni rappresentanti del presidio milanese, per rafforzare questo gemellaggio di presenza attiva davanti allo spettro di un genocidio in atto sull’altra sponda del Mediterraneo, quello del popolo palestinese. Oltre una cinquantina gli attivisti presenti, ma anche numerosi passanti si sono fermati incuriositi. In chiusura, fra le sette e mezza e le otto, l’ora di più frequentata, la musicista e cantante sardo-milanese Silvia Zaru, si è esibita in Bella ciao e nel Disertore, di Boris Vian. E’ stato forte il suo messaggio: contro il genocidio, contro tutte le guerre! Più che un gemellaggio formale, questo contatto con le amiche e i compagni milanesi non può che rafforzare l’intento di proporre un’alternativa di presenza, ma anche un presidio di altra-informazione e di altra-cultura, rispetto alla vulgata schematica e bellicista della grande maggioranza dei media. Auguriamo a queste piazze di riunirsi ancora, chissà la prossima a Milano, nel 2026. Con tanti auguri di buon anno disarmato e di lotta per la libertà e la giustizia sociale.   Redazione Pressenza Sardigna Redazione Cagliari
December 30, 2025
Pressenza
Le belle speranze
La poesia dei popoli uniti rompe le tensioni del dire e del fare, barricate nel cessate il fuoco, e il papa Leone, ri-velato d’amore, scopre l’anne-sionismo forzato e assodato dalla polizia di frontiera, che uccide e subissa a calci e pugni palestinesi inermi. La poesia dei popoli uniti ha il cuore battente e fa rinascere le idee contro l’economia di guerra pianificata, che riduce all’osso il potere d’acquisto e prosciuga le risorse umane, sotto il sole cocente dei massimi profitti e degli evasori fiscali super-protetti. La poesia dei popoli uniti si oppone al ciclone mediatico e alle sparute schegge impazzite col cervello adulterato dalla violenza e screziato di bianco e di nero, con azioni e reazioni a catena messe in scena permanente. La poesia dei popoli uniti trafora i muri del silenzio incassato e stiracchiato nelle tregue di pace che non riescono a dare peso al disarmo, pre-murato dalle paure bestiali e dai liberi ser-vizi di leva, con una chiara visione di belle speranze. Pino Dicevi
December 2, 2025
Pressenza
Da lavoratori e giovani la spinta che ripudia la guerra
Lunedì 22 in tutta Italia, in città grandi e piccole, si è vista in piazza la enorme solidarietà degli italiani con gli abitanti di Gaza con manifestazioni grandissime e sorprendenti. Pressenza ha pubblicato molti articoli, video e foto su questo. Il Governo italiano invece ha cercato di nascondere tutto all’opinione pubblica, tramite servizi tv assolutamente carenti e di parte, enfatizzando i pochi e isolati incidenti . Su queste manifestazioni, su “Città Nuova”, periodico del Movimento dei Focolari, il giornalista Carlo Cefaloni ha intervistato il ricercatore genovese Gianni Alioti, di Weapon Watch. Ve ne proponiamo alcuni brani. “Una fiumana di persone è scesa pacificamente nelle piazze di tutta Italia lunedì 22 settembre 2025, per manifestare lo sdegno verso ciò che si sta consumando a Gaza contro la popolazione civile palestinese. Una partecipazione così estesa è stata sorprendente, anche perché non si può spiegare con la diffusione dell’organizzazione sindacale di base che l’ha indetta, la Usb. Un ruolo importante in questo caso va fatto risalire al collettivo dei portuali di Genova che dal 2019 hanno cominciato a rifiutare di collaborare al carico di armi destinati in zone di guerra, con il supporto di Weapon Watch, l’osservatorio sulla movimentazione di armi nei porti europei e del Mediterraneo. (Cefaloni) Come si può spiegare una così larga e spontanea adesione di tante persone all’iniziativa per Gaza? (Alioti) Provo a rispondere con una frase ascoltata in occasione della grande fiaccolata del 30 agosto con 50 mila persone che hanno accompagnato le imbarcazioni che partivano da Genova per unirsi alla Global Sumud Flotilla. Un ex parlamentare del Pci ha detto: “Se la manifestazione l’avessimo promossa come Pd e come Cgil non saremmo stati nemmeno mille persone”. In effetti all’inizio, i portuali stessi riconoscono che avevano poche persone a sostenerli. Alcune persone da sempre impegnate in quello che definisco “pacifismo autentico e attivo”, Amnesty International e alcune associazioni e movimenti del mondo cattolico. Questi gruppi avevano colto subito l’importanza delle azioni dirette dei portuali e di quelle lotte che andavano ben al di là dell’azione in sé, assumendo una valenza simbolica ed eccezionale per il rispetto delle leggi e dei trattati internazionali che regolano il commercio di armamenti. Dunque, l’adesione di lunedì 22 settembre supera le appartenenze? Assolutamente sì. Quello che si sta esprimendo in queste giornate di lotta è un’adesione dal basso. È un’adesione che riscopre l’etica e fa appello alla propria coscienza. Ad esempio, l’adesione allo sciopero del 22 nelle scuole, nelle università e nella ricerca non c’entra niente con la capacità di mobilitazione sindacale, che in questi settori è minima. Il Calp ha acquisito una certa autorevolezza che va oltre logiche di schieramento. La manifestazione a Genova è stata straordinaria anche per le persone presenti: tantissimi bambini accompagnati dai genitori, dalle madri, o dagli insegnanti, e tantissimi giovani. La maggior parte delle persone non erano dietro uno striscione o non avevano bandiere di organizzazione, a parte le molte bandiere palestinesi. Quale è stato il contributo di Weapon Watch nel sostegno all’azione dei portuali ? Weapon Watch nasce a supporto delle lotte dei portuali genovesi in collegamento con altri porti, identificando nella logistica il cuore della filiera bellica e il punto più vulnerabile. L’esperienza cresciuta a Genova riguardo al transito di armi nei porti ha ridato senso a questioni centrali nel contrastare le politiche di riarmo, l’economia di guerra e le stragi delle popolazioni inermi. Bloccare la circolazione delle merci, in questo caso la circolazione dei materiali di armamento ha un notevole impatto sul sistema economico e i suoi interessi. È uno dei principali snodi dove si può rompere il meccanismo dell’economia di guerra o evidenziarne gli aspetti illeciti. L’altro elemento che questa vicenda ci ha insegnato è che quando le istituzioni, anche quelle democratiche, non agiscono nel rispetto dello stato di diritto e dei trattati internazionali, rimane soltanto l’obiezione di coscienza della persona e l’azione diretta collettiva per far sì che la legalità venga ristabilita. È ciò che è accaduto in questi giorni nel porto di Ravenna dove è stato respinto un carico di armi destinato all’esercito israeliano Infatti la vicenda di Ravenna ha dimostrato che il transito di armamenti avviene in totale violazione della legge 185 (che regola export, import e transito di armamenti) per la flagrante mancanza di autorizzazione. Su Ravenna si sono mossi insieme i portuali delle federazioni trasporti di Cgil, Cisl, Uil. Le azioni che avvengono nei vari porti non sono riconducibili a un’unicità politica o di appartenenza sindacale. Ad esempio, i portuali del Calp genovese aderiscono in maggioranza alla Usb (affiliata internazionalmente alla Fsm), ma i portuali di Marsiglia con i quali hanno stretti rapporti sono della Cgt francese affiliata a quella che un tempo era la Cisl Internazionale (ora Ituc – Confederazione Internazionale dei Sindacati, a cui aderiscono Cgil, Cisl e Uil). A Barcellona, è l’assemblea dei portuali ad agire in un organismo sindacale unitario. Ad Anversa nelle Fiandre, il sindacato dei portuali attivo contro il trasferimento d’armi aderisce alla Confederazione Sindacale Cristiana, il maggiore sindacato in Belgio. In Grecia, è il sindacato legato alla Federazione Sindacale Mondiale, come l’Usb. In Marocco, viceversa, i portuali che hanno bloccato il transito di materiali d’armamento a Tangeri e Casablanca verso Israele fanno parte delle tre confederazioni sindacali affiliate alla Ituc. Fuori dagli schemi di organizzazione i portuali genovesi del Calp hanno rapporti anche negli Usa con l’Iww (anarco-sindacalista) e con i Teamsters che organizzano i lavoratori dei porti del Pacifico. La bio-diversità organizzativa di quanti agiscono su un terreno comune è importantissimo, perché fa capire che qualcosa si sta muovendo unitariamente e dal basso, al di fuori di schemi precostituiti o appartenenze. Di fronte al dato di fatto realistico per cui non avremo un blocco totale degli armamenti— abbiamo visto quello di Ravenna, che è stato caricato su terra – e il flusso di armi difficilmente verrà interrotto, e di fronte alla situazione di Gaza, non c’è il rischio che poi a un certo punto questo movimento di popolo si disamori o lasci perdere per frustrazione? Cercando di cogliere gli aspetti positivi di una lotta che non è risolutiva, penso che chi ha scioperato il 22 o venerdì 19 (come a Genova la Fiom, trascinando poi tutta la CGIL, che ha scioperato per 8 ore) l’abbia fatto recuperando la dimensione dell’appartenenza ad una stessa classe di lavoratori contro qualsiasi logica nazionalista. Nessuno di coloro che ha scioperato, o partecipato ai cortei, pensa che la propria azione sia risolutiva per mettere fine allo sterminio del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania o alla folle corsa al riarmo. Dobbiamo essere consapevoli. Non dobbiamo essere ingenui pensando che un blocco di container carichi di munizioni ed esplosivi sia risolutivo di per sé. Però queste azioni, partite da Genova e sviluppatesi nel tempo, devono arrivare a travolgere, prima o poi, gli attuali decisori politici che stanno portando l’umanità a schiantarsi, utilizzando risorse pubbliche nell’interesse esclusivo dei fabbricanti d’armi e dei loro azionisti.” Redazione Italia
September 24, 2025
Pressenza
La neutralità è inaccettabile. Dove sei? Dove è tuo fratello?
Izzedin Elzir e Alessandro Santoro in una chiesa diventata luogo reale dove accogliere un dialogo a più voci che non poteva essere con-tenuto dentro uno spazio ristretto, una iniziativa promossa dalla cooperativa di comunità L’Allegria a Legri (Calenzano) e da Emergency, con le parole e la musica di Chiara Riondino e le testimonianze di chi ha fatto esperienza di presenza in quella terra martoriata. “La politica è serva degli interessi economici, mentre la società civile con il suo coraggio è di stimolo e ci toglie parzialmente di dosso l’idea di rassegnazione che rischia di avvolgerci”, queste le parole di Alessandro, prete della Comunità delle Piagge. “Israele era da fermare dal primo giorno, mentre siamo stati a guardare; Israele nasce da un disegno sionista avallato dai potenti della terra, nasce con l’obiettivo di annullare il popolo palestinese”, continua facendo appello ad uscire dalla nostra distrazione, “anche quella di una chiesa che attraverso il suo massimo rappresentante, papà Leone 14° incontra impunemente colui che governa lo stato di Israele e parla di guerra. Non è guerra, è occupazione, è genocidio e la chiesa deve uscire da un atteggiamento segnato dalla neutralità: è inaccettabile, anche perché questo si ripercuote sulle persone che sono parte della realtà delle chiese”. Chiude il suo intervento leggendo stralci di testimonianza di una suona che vive a Gaza: “nel silenzio religioso non può esserci neutralità, bisogna essere schierati, perché noi, il governo italiano attraverso l’invio delle armi a Israele stiamo uccidendo quel popolo, quella gente, usciamo dall’ipocrisia”! Izzedin Elzir, nato e cresciuto a Hebron, già sotto occupazione israeliana, attraverso il suo sguardo dall’interno racconta cosa significa vivere Senza libertà, dopo la prima occupazione nel 1948 e poi la seconda nel 1967, quindi ben prima del sette ottobre 2023. Oltre le false informazioni che ancora circolano, denuncia il fatto che “il progetto di cancellazione di un popolo è stato ed è una strategia politica”. Rimarca “la complicità di un governo, quello italiano, che invia le armi ed è corresponsabile di quello che sta succedendo ancora oggi su quel territorio, mentre diffonde bugie connesse alla confusione tra confessioni religiose e appartenenze etniche, con l’antisemitismo che aumenta e non aiuta a fare sì che anche gli ebrei possano consapevolmente condannare quello che sta facendo questo governo”. Dove vanno quelli che restano, si chiede e ci chiede Chiara Riondino, cantando parole e contenuti, “dove vanno i popoli mendicanti? Siamo tutte e tutti coinvolti, nella umana responsabilità del provare a restituire dignità alle persone martoriate, ai corpi mutilati e ai corpi uccisi, immagini che vediamo, muovono le coscienze. Dobbiamo imparare a dire no, direzionare i nostri sguardi, oggi, domani”. Sul tavolo che è un altare le barchette di carta create dai bambini e dalle bambine di Legri con sopra le bandierine palestinesi: buon vento e buone lotte per i diritti dei popoli, per il diritto di un popolo che non ha diritti. Emanuela Bavazzano Incontro Legri 14/9/25 Incontro Legri 14/9/25 Incontro Legri 14/9/25 Incontro Legri 14/9/25 Incontro Legri 14/9/25   Redazione Toscana
September 15, 2025
Pressenza
Sciopero generale contro il genocidio dei palestinesi: la proposta dei giuristi
L’appello, firmato da numerosi giuristi italiani e pubblicato l’8 agosto sul sito di CRED / Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia – GIGI / Gruppo di intervento giuridico internazionale, proclama: > Come giuristi impegnati contro il genocidio del popolo palestinese abbiamo > messo a punto in questi ultimi tragici mesi varie iniziative di stampo > giudiziario in sede nazionale, europea e internazionale, incentrate anche e > soprattutto sulle sempre più evidenti responsabilità italiane in questo > orrendo crimine. Tali iniziative continueranno finché i responsabili > israeliani del genocidio e i loro complici internazionali all’interno di > governi, a partire dal governo italiano, imprese e media non saranno messi in > stato di accusa anche formale in tutte le sedi possibili. > Riteniamo tuttavia che a tali nostra iniziative debba accompagnarsi una > mobilitazione popolare di massa e unitaria che abbia al suo centro le seguenti > parole d’ordine: basta col genocidio, punizione immediata dei responsabili, > fine della complicità con Israele, riconoscimento dello Stato di Palestina. > > Rivolgiamo quindi un appello al movimento di solidarietà colla Palestina, ad > associazioni, sindacati, partiti ed altre espressioni della società civile > affinché siano promosse fin da subito ovunque in Italia iniziative su questi > temi per arrivare appena possibile a un giorno di sciopero generale con > manifestazione nazionale a Roma. > > Giuseppe Anfuso, Cesare Antetomaso, Michela Arricale, Ruby Ellen Berolo, > Flavia Bruschi, Nadia Buso, Nicola Canestrini, Michele Carducci, Elena Coccia, > Gigliola Corra, Elisa Costanzo, Simonetta Crisci, Benedetto Vittorio De Maio, > Giorgio Fontana, Augusto Frezza, Pierangelo Galmozzi, Fausto Gianelli, Claudio > Giangiacomo, Ugo Giannangeli, Nicola Giudice, Muna Khorzom, Leonarda Leonardi, > Fabio Marcelli, Ugo Mattei, Ugo Melano, Carlo Augusto Melis Costa, Paola > Degani, Ezio Menzione, Liana Nesta, Effiong L. N’Tuk, Luigi Paccione, Gilberto > Pagani, Valentina Pieri, Marina Prosperi, Emanuele Ricchetti, Antonietta > Ricci, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Luca Saltalamacchia, Teresa > Santulli, Barbara Spinelli, Massimo Tirellu, Daniela Torro, Maria Teresa > Vallefuoco, Gianluca Vitale, Luca Vuolo Il testo dell’Appello dei giuristi: mobilitazione nazionale e sciopero generale per la Palestina e contro il genocidio è scritto in italiano, inglese, spagnolo, francese, russo, giapponese e arabo. Il CRED è “un’associazione costituita per difendere e affermare i valori della Costituzione repubblicana (ripudio della guerra, lavoro stabile e retribuito in modo adeguato a garantire un’esistenza dignitosa, democrazia partecipativa, beni comuni, lotta al razzismo e alle discriminazioni, uguaglianza sostanziale, liberazione delle donne, difesa e realizzazione delle libertà fondamentali e dei diritti umani), nonché dei principi fondamentali del diritto internazionale a partire da quello di autodeterminazione”, che mediante il GIGI “promuove ed attua missioni nel mondo a tutela dei diritti dei difensori dei diritti umani, specie avvocati, e di osservazione democratica nei processi sia giudiziari che elettorali, nonché di dialogo e interposizione nei conflitti anche armati. Redazione Italia
August 10, 2025
Pressenza