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Le mani del Governo sull’Università e sulla Ricerca
Nel corso degli ultimi 12 mesi, il Governo Meloni ha varato e incardinato alle Camere diversi provvedimenti legislativi aventi come bersaglio il sistema Università e Ricerca: dalla Legge di Bilancio 2026 che taglia il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) di ulteriori 132 milioni di Euro; all’introduzione di forme contrattuali più precarie  e con meno tutele; alla riforma della governance dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) e alla proposta di ristrutturazione degli organi di governo degli atenei; alla riforma del reclutamento universitario in discussione alla Camera; al cosiddetto disegno di legge “di contrasto all’antisemitismo” ora alla Camera. L’insieme di questi provvedimenti, non tutti per fortuna approvati in via definitiva, rende evidente l’idea che il primo Governo a guida post-fascista della Repubblica ha dell’istruzione superiore e della ricerca e indica chiaramente la restaurazione che intende imporre: l’obiettivo è un ulteriore definanziamento, consistente, del comparto, le cui uniche funzioni saranno la legittimazione e la riproduzione del pensiero sovranista e la produzione di tecnologie per la riconversione bellica del paese. Una radicale militarizzazione dei saperi che si delineerà anche attraverso l’implementazione di un neo-autoritarismo universitario con il diretto controllo ministeriale degli organi di governo degli atenei e della valutazione della ricerca (e quindi della distribuzione dei fondi). Conseguenza diretta e immediata di questo disegno sarà (anzi è, dato che il processo è già in corso) l’espulsione e la sostituzione generazionale dei precari e delle precarie storiche. A meno di grandi mobilitazioni, l’Università di questo paese diventerà il piccolo bosco (che piace tanto a destra) militarizzato di vecchi baroni (maschi, ça va sans dire) che potranno ubriacarsi liberamente del loro potere a patto di essere sudditi diligenti del Ministro di turno. Analizziamo i provvedimenti in sequenza. DEFINANZIAMENTO ED ESPULSIONE Il sistema universitario non si è mai realmente ripreso dai tagli e dal blocco del turn-over decretati da Tremonti nel 2008 (- 1,5 miliardi). Un numero su tutti descrive chiaramente la situazione: nel 2008 il Fondo di Finanziamento Ordinario era di 7,4 miliardi di Euro; nel 2025 è, sì, aumentato a 9,3 miliardi («il valore più alto di sempre», come sbandierato ai quattro venti dalla Ministra Bernini), ma a fronte di un’inflazione cumulata di oltre il 35% nel periodo 2008-2026 – all’appello mancano ancora almeno 700 milioni di Euro! Rispetto al finanziamento stanziato nel 2008, tenendo conto dell’inflazione (non certo per instaurare una dinamica espansiva del settore, figuriamoci, quando mai) cumulativamente in questi 17 anni il comparto ha perso oltre 16 miliardi di Euro, quasi l’equivalente di una finanziaria. > Negli anni l’FFO è diminuito nominalmente in maniera continuativa fino al > 2017, con governi di qualunque colore politico, per poi iniziare ad aumentare > soprattutto dal 2019 in poi. Con l’arrivo del Governo Meloni si registra > invece il brusco arresto con tagli di oltre mezzo miliardo nel 2024 e quasi > 150 milioni nel 2025. Tagli che vanno ad aggiungersi agli oltre 600 milioni > che le Università hanno dovuto riservare all’adeguamento ISTAT delle > retribuzioni del personale dipendente. Un taglio complessivo di oltre un > miliardo e duecento milioni, quasi paragonabile quindi alla scure Tremonti.  La carne da macello di questi ennesimi tagli è stato il personale precario (già esploso numericamente nel periodo 2008-2024 da 12.000 a oltre 36.000), con la mancata attivazione del piano straordinario di reclutamento previsto nella Finanziaria 2022 e con la conseguente espulsione di migliaia di precari/e: nel solo 2025 gli/le assegniste di ricerca sono diminuiti da circa 24 mila a 15.000, mentre i/le ricercatrici a tempo determinato di tipo A (RTD-A) da 8.200 a poco più di 7.000. Tutto questo a valle della bolla gonfiata dal PNRR che ha aumentato a dismisura i/le RTD, anche negli enti di ricerca. Chi è rimasto si è trovato/a davanti a una giungla di nuove tipologie contrattuali, sempre precarie e sottopagate naturalmente, invocate a gran voce dai rettori e dai presidenti degli enti di ricerca  (e ottenute, grazie all’ignobile emendamento Occhiuto-Cattaneo) per poter continuare a mandare avanti didattica e ricerca con le casseforti sempre più vuote: ecco serviti gli incarichi di ricerca e gli incarichi post-doc, introdotti da Bernini lo scorso anno. A differenza dei contratti di ricerca (unica forma contrattuale di tipo subordinato con tutte le relative tutele e di durata minima biennale), gli incarichi sono di fatto degli assegni di ricerca di nuova generazione, di durata minima annuale, con tuttavia una fondamentale “innovazione” nel caso degli incarichi di ricerca: sono attivabili soltanto entro 6 anni dall’ottenimento della laurea. Sono quindi contratti che saranno rivolti quasi esclusivamente o neo-laureati (visto il numero calante di borse di dottorato nel post-PNRR) o neo-dottorati entro un paio di anni dall’ottenimento del titolo. Visto il costo vergognosamente esiguo degli incarichi di ricerca (minimale a 22.500 Euro lordo percipiente) rispetto agli incarichi post-doc (min. circa 40.000 Euro), non è difficile immaginare quale sarà il quadro che si delineerà nel prossimo futuro: un aumento esponenziale dei contratti “per giovani” (il conteggio attuale parla già infatti di un numero di incarichi di ricerca attivati superiore di oltre quattro volte il numero degli incarichi post-doc), con la conseguente diretta espulsione di tutti/e i/le precarie storiche, in particolare degli/delle assegniste di ricerca, che non sono di fatto neanche presi in considerazione nelle poche misure ad-hoc escogitate dalle menti del ministero per tamponare l’emorragia post-PNRR. Il Governo ha infatti stanziato qualche briciola (circa 50 milioni) per il reclutamento mirato di ricercatori/ricercatrici assunti/e esclusivamente con il PNRR con alcuni vincoli di anzianità / stato di servizio tanto assurdi quanto iniqui. Innanzitutto, non è dato sapere quale sarebbe la ragione per riservare questi bandi a chi ha lavorato sul PNRR: quale capacità avrebbe in più chi è stato/a assunto/a nell’ambito di un progetto finanziato dal PNRR rispetto, ad esempio, al personale assunto su un progetto europeo? In secondo luogo, il bando riserva un numero di posti a chi si è visto scadere il contratto nel 2025 e nel 2026 (nelle Università) o a chi era in servizio il 30/06/2025 con almeno due anni di anzianità (negli Enti Pubblici di Ricerca). In pratica è una lotteria con regole del tutto arbitrarie, dove il caso conta più di qualunque altro elemento (alla faccia del tanto sbandierato merito). Cosa dovrebbero dire i/le ricercatori/ricercatrici il cui contratto è scaduto nel 2024 (almeno 1.500 persone)? Quale colpa ha invece chi al CNR si è trovato con meno di due anni di anzianità al 30/06/2025 magari per lungaggini burocratiche nell’attivazione dei contratti? E che ne è di tutt@ le altr@ ricercator@, considerat@ di serie B evidentemente, che non hanno vinto il terno al lotto del PNRR? Le uniche certezze sono che tanti/e rimarranno fuori in quanto in totale il numero di posti che saranno banditi con questi due spicci è inferiore a 2.000 e che la maggior parte dell@ esclus@ saranno assegnist@ dal lungo corso e di ambiti non-STEM, visto che il PNRR ha privilegiato di gran lunga tali settori disciplinari. > Non è un caso che questi profili corrispondano precisamente a chi negli ultimi > quindici anni ha animato le lotte per le stabilizzazioni e contro la > precarietà nella ricerca. Alla millantata, immaginaria e razzista sostituzione > etnica, cavalcata strumentalmente e ideologicamente dalla destra al governo > per raccogliere consensi, il Governo affianca invece una reale, materiale (e > infame) sostituzione generazionale delle@ precari@ storic@ della ricerca: > “largo ai giovani” d’altronde, no? Inoltre, dati i bassi compensi e le frequenti interruzioni contrattuali che plausibilmente si verificheranno vista la diminuzione complessiva dei finanziamenti, questo ricambio non sarà orizzontale, ma saremo di fronte a una sostituzione di classe della componente precaria. Soltanto chi avrà alle spalle garanzie e capitali familiari potrà intraprendere un percorso all’interno dell’Accademia. IL “NUOVO” RECLUTAMENTO La volontà di far fuori la vecchia generazione dell@ precari@ emerge nettamente anche dalla cosiddetta “riforma” del reclutamento che approda questa settimana in commissione alla Camera. Il testo elimina l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), titolo fino a oggi necessario per poter accedere alla posizione strutturata di Professore/Professoressa Associata dopo lo svolgimento di un concorso bandito localmente. Sgomberiamo il tavolo da eventuali equivoci: l’ASN è stata una tragedia per l’Università di questo paese. Ha conferito nelle mani delle commissioni nazionali un potere stratosferico, capace di decidere della vita e della morte dei/delle precarie e dei settori disciplinari, orientando a piacimento la ricerca in alcune direzioni più affini ai commissari. Inoltre, l’introduzione degli indicatori, spesso in venerazione dell’oracolo bibliometrico, ha profondamente cambiato le modalità e le finalità della ricerca: articoli sfornati a ciclo continuo per fare numero senza reali contenuti originali, cordate internazionali di citazioni per spingere in alto il proprio h-index, inflazione del numero di autori e via dicendo. In poche parole, poca qualità e tanta quantità scadente, con grandi gruppi di influenza in grado di falsare i numeri. Nessuno rimpiangerà quindi l’ASN. Tuttavia, la nuova procedura di reclutamento non solo mantiene intatte tutte le criticità addirittura aggravandone alcuni aspetti (ci torniamo brevemente fra poco), ma la relazione illustrativa della riforma al Senato esplicita schiettamente che la ratio di questo provvedimento è proprio fare piazza pulita delle decine di migliaia di precari@ che, da anni ormai, hanno ottenuto l’ASN, ma sono rimasti però esclus@ dall’entrata in ruolo visto il massiccio definanziamento del settore. Una condizione che, come di fatto riconosce la stessa relazione, costituisce « una sorta di diritto acquisito alla chiamata in ruolo: questa aspettativa, unitamente all’altissimo numero di abilitati, comporta effetti distorsivi molto pesanti sulla programmazione strategica degli Atenei». E che quindi va estirpata. Dopo decenni di lezioni, esami, scrittura di progetti portati avanti gratuitamente e ripagati soltanto con la moneta della promessa («l’economia della promessa», do you remember?) il problema va eliminato alla radice. Come? Non certo con un piano straordinario di reclutamento (sia mai), ma neutralizzando il titolo stesso di ASN: da oggi in poi non vale più nulla! Tutto ciò «avendo presente in particolare la necessità di renderlo [il sistema universitario italiano] maggiormente accessibile agli studiosi più giovani»: il ricambio è servito nel nome delle giovani generazioni. Grazie per il servizio. Via il titolo, via il dolore? Certo che no, le storture introdotte con l’ASN rimangono inalterate. I cosiddetti «requisiti» delle nuove procedure concorsuali saranno fissati sempre dall’ANVUR e saranno di fatto equivalenti ai criteri, parametri e valori-soglia da raggiungere per ottenere l’abilitazione fino a qualche tempo fa. Tutto cambia, affinché niente cambi, tranne il fatto che d’ora in poi tutto il potere sarà nelle mani delle commissioni locali che potranno addirittura definire il profilo del@ candidat@ in modo molto più circoscritto rispetto a ora. In pratica, nel nuovo bando sarà di fatto indicato il nome del vincitore restringendo ad-hoc l’ambito disciplinare oggetto del concorso; una restaurazione in pompa magna del sempre vivo (e utile, in chiave governativa) baronato locale. Una delle tante monete di scambio che il Governo mette sul tavolo per evitare qualunque sussulto della già poco conflittuale classe docente italiana, che tutto negli anni ha avvallato, diventando la prima responsabile del disastro in cui ci troviamo ora. > Se non bastasse, la beffa è che il Governo che presenta questo provvedimento è > espressione della stessa maggioranza che nel 2010 varò la riforma Gelmini che > introdusse l’ASN proprio, secondo la narrazione pubblica dell’epoca, per > «contrastare feudi locali e baronati». La coerenza, si sa, non è sempre per > tutti. IL VOLTO NEO-AUTORITARIO DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA Dopo l’espulsione di massa dell@ precari@ storic@ e il reinsediamento dei feudi baronali, il terzo obiettivo essenziale del disegno governativo di riconfigurazione del sistema universitario e di ricerca è l’imposizione di una stretta neo-autoritaria che si articola in tre atti, uno dei quali già portato a casa lo scorso autunno: la riforma delle funzioni e la Governance dell’ANVUR, cui è recentemente seguita la nomina ministeriale dei vertici della stessa Agenzia. Gli altri due provvedimenti sono la riforma della Governance delle Università (delegata alla commissione “Galli della Loggia”) e il ddl “Antisemitismo” in procinto di discussione alla Camera dopo il passaggio al Senato. L’insieme di queste tre misure accentra significativamente il controllo del sistema in capo al Ministero. Con la riforma dell’ANVUR varata a gennaio, il Ministero commissaria l’Agenzia il cui Presidente e Consiglio Direttivo sono ora di fatto nominati direttamente dal/la Ministro/a di turno. La rosa recentemente proposta di nomi è infatti nel solco della lottizzazione politica tipica della Prima Repubblica. Lo stretto controllo del Ministero sull’ANVUR è molto preoccupante visto il ruolo che l’Agenzia ha svolto negli ultimi quindici anni. Con l’ossessione valutativa neoliberale codificata nei criteri utilizzati per la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), l’ANVUR è stata responsabile dello smantellamento del carattere nazionale del sistema universitario, polarizzando radicalmente la distribuzione delle risorse creando, di conseguenza, università di serie A e università di serie B: le prime con finanziamenti (pochi ma pur sempre maggiori di zero) e qualche velleità di fare ricerca, le seconde ridotte a Teaching Universities, parcheggio di ventenni in attesa di futuro sfruttamento lavorativo. Inoltre, la riforma del funzionamento dell’ANVUR suggerisce che il Ministero potrebbe disporre di «ulteriori specifici fondi premiali da allocare a strutture che hanno conseguito risultati particolarmente significativi» (art. 4), aumentando quindi lo squilibrio nella distribuzione dei finanziamenti, in una plastica realizzazione del cosiddetto «effetto San Matteo»: perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (Matteo 25, 29). Invece di rafforzare e sostenere gli anelli deboli del sistema, si tende a condannarli all’irrilevanza, e nel medio termine alla chiusura. Tuttavia, è importante sottolineare che per quanto formalmente indipendente, l’ANVUR è stata sempre legata a doppio filo ai Governi che si sono succeduti, traducendone materialmente le indicazioni politiche. La nomina diretta rappresenta però un netto salto di qualità. Non è un mistero che i movimenti dell@ precari@ abbiano infatti sempre chiesto una democratizzazione e una profonda revisione del ruolo dell’ANVUR quando non una abrogazione tout-court. L’ampliamento invece dei poteri dell’ANVUR e lo stretto controllo ministeriale della sua governance sono quindi sintomi preoccupanti della traiettoria intrapresa dal Governo. > Il secondo passo sul sentiero che porta esplicitamente all’autoritarismo > universitario è la nomina di un membro governativo all’interno dei Consigli di > Amministrazione delle Università, facendo carta straccia dell’autonomia > universitaria. A fianco al controllore governativo, il super-Rettore, il cui > mandato viene esteso (fino a 8 anni!) e che avrà la facoltà di nominare altri > 4 membri del CdA. Su 11 totali, al Rettore basterà il voto rappresentante del > Governo per avere il controllo totale dell’organo di Governance della propria > Università. Se queste misure, contenute in una bozza circolata lo scorso > novembre, fossero confermate, l’attacco all’autonomia degli Atenei sarebbe > senza pari nella storia repubblicana.  Infine, l’ultimo tassello è il ddl cosiddetto “di contrasto all’antisemitismo”. Il testo adotta integralmente la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), contestata da centinaia di studiosi perché equipara le critiche alle politiche dello Stato di Israele all’antisemitismo, con il chiaro obiettivo di silenziare le legittime mobilitazioni e prese di parola contro l’occupazione coloniale, l’apartheid e il genocidio perpetrato da Israele in Palestina. Il provvedimento si inserisce in una «strategia nazionale contro l’antisemitismo» che tratta quest’ultimo come una «minaccia alla sicurezza nazionale», equiparandolo al terrorismo, con derive autoritarie facilmente intuibili. Nel caso in cui questo testo fosse approvato dalla Camera, il boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele, così come definire colonialismo di insediamento o razziste le politiche di Israele, sarebbero tutte azioni qualificate come antisemite, con buona pace della Corte Internazionale di Giustizia che nel luglio 2024 scorso ha definito «politiche di apartheid» le misure messe in atto in Palestina da Israele. Oltre a essere un provvedimento lesivo della libertà di espressione, questo disegno di legge limita fortemente la libertà di ricerca in ambito accademico. Basti pensare agli studi postcoloniali e decoloniali, alle ricerche che inseriscono la costruzione dello Stato di Israele nel contesto del colonialismo europeo e dell’imperialismo britannico … Tutte linee di ricerca che verrebbero soppresse in nome del contrasto all’antisemitismo. IL QUADRO COMPLESSIVO E LE TRAIETTORIE DI LOTTA Alla luce di quanto descritto, è chiaro che ci troviamo di fronte a un processo di trumpizzazione dell’Università e della Ricerca volto a legittimare e riprodurre l’ideologia sovranista, coloniale e occidentalista delle destre globali e a preparare il terreno per la riconversione bellica del comparto. D’altronde il disegno è stato illustrato esplicitamente, senza scrupolo, da Crosetto il 4 dicembre scorso al Defence Summit 2025 di Roma: «La proposta che porterò al Parlamento è chiara: una Difesa che possa adattarsi alle situazioni, con norme adeguate capaci di assicurare un ecosistema integrato in cui Industria, Università, Centri di ricerca e Difesa lavorino in sinergia». E tutte le misure varate o in procinto di discussione sono funzionali a tale scellerato progetto. In primo luogo, l’ulteriore riduzione dei finanziamenti pubblici indica una chiara volontà di aumentare il peso degli attori privati nell’indicazione delle linee di ricerca da seguire, ma anche nell’offerta didattica. Il colosso pubblico Leonardo S.p.A. in questo campo la fa già da padrone avendo in essere contratti e collaborazioni con oltre il 70% degli atenei italiani e oltre 50 contratti con il solo Politecnico di Milano. Il commissariamento dell’ANVUR e l’ulteriore facoltà di allocare fondi premiali da parte del Ministero, servono invece a trasferire in proporzione quantità sempre maggiori di finanziamento pubblico proprio ai Politecnici del Nord, che appunto sono già embedded nella macchina bellica e possiedono il know how specifico. La condizione di perenne precarietà (fino alla sostituzione generazionale e di classe, quando troppo vecchi@ e magari si commette l’errore di avere qualche «aspettativa» di troppo) e conseguente ricattabilità limita enormemente la libertà di ricerca e rende molto difficile la sottrazione da ricerche nell’ambito bellico: la precarietà è funzionale all’arruolamento de@ precar@ nell’Università della Guerra. Per essere sicuri che nessuna deviazione avvenga da questa traiettoria in mimetica ecco infine da una parte il controllo ministeriale diretto dei CdA e la catena di comando garantita dai feudi baronali locali, e dall’altra la limitazione della libertà di espressione, insegnamento e ricerca con la censura dei corsi scomodi e gli osservatori à la Del Rio «contro l’antisemitismo». Il quadro è molto preoccupante e il servilismo e la complicità, anche in questa occasione come nel 2010, della quasi totalità della classe docente sicuramente non aiuta. Una classe docente (con poche eccezioni) che, è bene ricordare, negli anni ha sfruttato senza remore decine di migliaia di precari@ pretendendo lavoro gratuito e totale disponibilità, anche in assenza di qualunque prospettiva (non che in presenza di possibili sbocchi futuri queste dinamiche siano invece accettabili o legittime, sia chiaro). Questo carattere della componente strutturata conferma che l’unica possibilità di costruire un’Università e una Ricerca profondamente alternative, al servizio della collettività e volte a migliorare materialmente e immaterialmente la vita delle persone, può venire solo da una mobilitazione dal basso, dall@ student@ e da@ precar@ (e dal poco personale strutturato capace di leggere quanto sta accadendo). Conflitti che siano in grado di mettere al centro il ruolo sociale e l’autonomia dei saperi, dal potere e dal capitale, componendo le lotte contro la precarietà, contro l’aziendalizzazione dell’Università e per una ricerca libera dalla complicità nel genocidio e dalla filiera bellica. Lotte che invece troppo spesso hanno viaggiato su binari paralleli, se non addirittura divergenti, con piattaforme anche sindacali imbarazzanti (senza mezza riga sulla Palestina) che, assumendo talvolta tratti corporativi, hanno servito il divide et impera al Governo. È  il momento invece di ricostruire pratiche e obiettivi comuni. Non sarà facile, ma there is no alternative. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 19, 2026
DINAMOpress
[2026-06-12] Sciopero e stati generali del lavoro precario in appalto @ Teatro Palladium
SCIOPERO E STATI GENERALI DEL LAVORO PRECARIO IN APPALTO Teatro Palladium - 8, Piazza Bartolomeo Romano, Garbatella, Municipio Roma VIII, Roma, Roma Capitale, Lazio, 00154, Italia (venerdì, 12 giugno 14:30) 12 giugno 2026, in occasione dello sciopero nazionale di lavoratrici e lavoratori precari in appalto si uniscono le forze per dire basta al sistema dello sfruttamento e del lavoro povero. Ancora oggi a Roma, un momento fondamentale di mobilitazione nazionale e dibattito pubblico: gli Stati Generali di lavoratrici e lavoratori precari in appalto, ospitati presso il Teatro Palladium. Alle 14.30 corteo dal Teatro alla Regione Lazio. https://www.ondarossa.info/sites/default/files/img/2026-06/1779876347127.jpg
June 12, 2026
Gancio de Roma
Sciopero e stati generali del lavoro precario in appalto
Oggi 12 giugno 2026, in occasione dello sciopero nazionale di lavoratrici e lavoratori precari in appalto si uniscono le forze per dire basta al sistema dello sfruttamento e del lavoro povero. Ancora oggi a Roma, un momento fondamentale di mobilitazione nazionale e dibattito pubblico: gli Stati Generali di lavoratrici e lavoratori precari in appalto, ospitati presso il Teatro Palladium. Alle 14.30 corteo dal Teatro alla Regione Lazio. Ne parliamo con Mimmo dei Cobas
June 12, 2026
Radio Onda Rossa
Il precariato come arma di censura: il caso Nunziati e la libertà di stampa sotto attacco
“Il precariato è una spada di Damocle: ti toglie libertà, tutele, qualità del lavoro. La libertà di stampa non è minacciata solo dalle intimidazioni dirette, ma dall’agonia economica.” Con queste parole Gabriele Nunziati ha aperto la giornata davanti al Tribunale del Lavoro di Roma, dove si è svolto il presidio in sua solidarietà. Una frase che non descrive solo la sua vicenda, ma l’intero sistema che oggi governa il lavoro giornalistico in Italia. Una sola domanda rivolta alla Commissione Europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza è bastata per farlo licenziare da Agenzia Nova, che ha interrotto un rapporto di collaborazione già precario. Un gesto che rivela la natura disciplinare del precariato: se puoi essere allontanato in un attimo, senza tutele, la libertà di stampa diventa un’astrazione. Dopo l’udienza, rinviata al 23 giugno, Nunziati ha ricordato che senza il sostegno di Stampa Romana non avrebbe potuto permettersi un’azione legale, denunciando la natura classista dell’accesso alla giustizia: chi ha risorse si difende, chi non le ha viene schiacciato. Il suo caso è diventato un simbolo internazionale, con messaggi di solidarietà arrivati da tutta Europa, dal Messico, dal Cile, a dimostrazione che questa vicenda ha toccato un nervo scoperto della professione. Per la Rete #NOBAVAGLIO, tra i promotori della mobilitazione, il caso Nunziati “è la fotografia di un sistema che punisce chi fa domande”, ricordando che “il precariato è oggi la forma più diffusa e più efficace di censura indiretta”. Non servono minacce, non servono querele temerarie: “Basta la paura di perdere il lavoro. Quando il lavoro è instabile, la domanda scomoda diventa un rischio personale. E quando la domanda scomoda scompare, scompare anche il giornalismo”. In piazza presenti oltre alla Rete #NOBAVAGLIO Amnesty International Italia, Stampa Romana, Articolo 21, Fnsi, Usigrai, il Centro di Giornalismo Permanente, l’Ordine dei Giornalisti, attivisti e decine di colleghi e colleghe. Tra loro anche giornalisti come Nico Piro, Nello Trocchia e Daniele Piervincenzi. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “In gioco c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche scomode. La domanda di Nunziati era legittima: chiamava in causa i doppi standard dell’Ue. Fare domande è parte della professione giornalistica, non solo prendere appunti”. Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha definito il licenziamento “paradossale e ingiusto”: “Porre domande è il fondamento della professione giornalistica. Porre domande scomode lo è ancora di più. A Nunziati ribadiamo piena solidarietà.” Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, ha ribadito: “Stampa Romana è moralmente e materialmente con Nunziati. Questa è una battaglia per l’autonomia dei giornalisti, per la libertà di informazione, per la tutela dei freelance. Difendere diritti e retribuzioni dignitose significa difendere la democrazia”. Il caso Nunziati non è un incidente isolato: è la punta dell’iceberg di un sistema che usa la precarietà come strumento disciplinare. Il messaggio è chiaro: se fai domande scomode, puoi essere allontanato. Questa battaglia non è solo legale: è politica, sindacale, culturale. È la battaglia per affermare che la libertà di stampa si difende nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, e che non può esistere libertà di informazione senza dignità del lavoro giornalistico. L’udienza è stata rinviata al 23 giugno, ma la mobilitazione continua: la Rete #NOBAVAGLIO resterà al fianco di Nunziati e di tutti i giornalisti colpiti da forme di censura diretta o indiretta, perché la libertà di stampa non è un ornamento democratico, ma un terreno di lotta quotidiana. Per questo la mobilitazione continua.   Rete #NOBAVAGLIO
June 10, 2026
Pressenza
Sostegno a scuola, il CNDDU chiede una svolta: “Basta precarietà, serve una programmazione stabile”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene nel dibattito sull’inclusione scolastica e l’aumento degli alunni con disabilità, chiedendo di superare definitivamente la logica emergenziale che caratterizza il settore. Nella nota firmata dal presidente Romano Pesavento, il Coordinamento denuncia in particolare il continuo turnover degli insegnanti di sostegno, indicato come una delle principali criticità per la continuità didattica e relazionale degli studenti, e sollecita una programmazione stabile unita a investimenti strutturali. Di seguito si pubblica il testo integrale del comunicato stampa. --------------------------------------------------------------------------------   Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani segue con particolare attenzione il crescente dibattito relativo all’aumento degli alunni con disabilità nelle scuole italiane e alle criticità che interessano il sistema del sostegno. Le recenti analisi statistiche e le numerose testimonianze provenienti dalle istituzioni scolastiche restituiscono l’immagine di una realtà complessa, che merita di essere affrontata con rigore, responsabilità e lungimiranza, evitando semplificazioni che rischiano di distorcere la comprensione del fenomeno. L’incremento delle certificazioni e la crescente richiesta di interventi di supporto educativo non possono essere interpretati esclusivamente come indicatori di un’emergenza organizzativa. Essi rappresentano, in parte, il risultato di una maggiore capacità della società e delle istituzioni di riconoscere bisogni che in passato rimanevano sommersi, non adeguatamente individuati o addirittura ignorati. Parallelamente, le profonde trasformazioni sociali, culturali e relazionali che caratterizzano l’età contemporanea stanno modificando significativamente le modalità attraverso cui bambini e adolescenti affrontano i processi di crescita, apprendimento e costruzione dell’identità. La scuola si trova oggi ad accogliere una popolazione studentesca sempre più eterogenea, portatrice di fragilità differenti, spesso non riconducibili esclusivamente alla dimensione clinica o sanitaria. Accanto alle disabilità certificate emergono con crescente evidenza situazioni di vulnerabilità emotiva, difficoltà relazionali, disturbi del neurosviluppo, condizioni di disagio familiare e forme di isolamento sociale che richiedono risposte educative articolate e competenze professionali sempre più avanzate. In tale contesto, il dibattito pubblico rischia talvolta di concentrarsi prevalentemente sulla quantità delle risorse impiegate — numero di docenti di sostegno, assistenti all’autonomia, ore assegnate — trascurando una questione ben più rilevante: la qualità dell’esperienza scolastica vissuta dagli studenti e la capacità dell’intero sistema educativo di promuovere partecipazione, autonomia e appartenenza. Particolarmente significativa appare, in questo senso, la persistenza di differenze territoriali che evidenziano come il diritto all’inclusione non sia ancora garantito in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale. Il fatto che in alcune aree del Paese gli alunni con disabilità trascorrano una parte consistente del tempo scolastico al di fuori del gruppo classe costituisce un elemento che merita una riflessione approfondita. La partecipazione alla vita della comunità scolastica non rappresenta infatti un aspetto accessorio dell’apprendimento, bensì una condizione essenziale per lo sviluppo delle competenze sociali, dell’autostima e del senso di cittadinanza. Occorre inoltre interrogarsi sul significato educativo di una crescente presenza di figure adulte nelle classi. Se da un lato essa testimonia l’attenzione che il sistema dedica ai bisogni degli studenti più fragili, dall’altro impone una riflessione sulla necessità di evitare forme involontarie di dipendenza assistenziale. L’obiettivo dell’inclusione non può limitarsi alla protezione della persona, ma deve tendere progressivamente alla costruzione della sua autonomia, valorizzandone le potenzialità e promuovendo il protagonismo individuale all’interno del gruppo dei pari. Il Coordinamento ritiene altresì che il continuo turnover degli insegnanti di sostegno rappresenti una delle principali criticità del sistema. Ogni cambiamento frequente interrompe percorsi educativi costruiti nel tempo, indebolisce la relazione di fiducia con lo studente e rende più difficile la progettazione di interventi realmente efficaci. La continuità educativa non costituisce un semplice fattore organizzativo, ma una condizione indispensabile per garantire stabilità, sicurezza e coerenza nei processi di crescita. Preoccupa inoltre la tendenza a considerare il docente di sostegno come il principale, se non esclusivo, responsabile dell’inclusione. Una scuola realmente inclusiva non delega, ma condivide. La presenza di studenti con bisogni specifici deve essere assunta come responsabilità collettiva dell’intera comunità professionale, coinvolgendo docenti curricolari, dirigenti scolastici, personale educativo, famiglie e servizi territoriali in un progetto comune. L’esperienza maturata negli ultimi decenni dimostra che l’inclusione più efficace non nasce dalla semplice moltiplicazione delle figure di supporto, ma dalla costruzione di ambienti educativi capaci di valorizzare le differenze come risorsa. Le classi diventano realmente inclusive quando ciascun alunno può sentirsi riconosciuto, ascoltato e coinvolto, indipendentemente dalle proprie condizioni personali. In questo senso, la presenza di studenti con disabilità rappresenta una straordinaria occasione formativa per l’intera comunità scolastica, poiché educa alla solidarietà, alla cooperazione, al rispetto reciproco e alla consapevolezza della comune dignità umana. Appare pertanto necessario superare definitivamente la logica emergenziale che da anni accompagna il tema del sostegno. La crescita delle certificazioni e l’evoluzione dei bisogni educativi richiedono una programmazione stabile, investimenti strutturali e una visione culturale capace di guardare oltre la contingenza. Occorre promuovere una formazione continua che coinvolga tutti i docenti, rafforzare la collaborazione tra scuola e territorio, garantire maggiore continuità professionale e sviluppare modelli organizzativi più flessibili e inclusivi. Come Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadiamo che la qualità di un sistema educativo non si misura esclusivamente attraverso i risultati scolastici o l’efficienza amministrativa, ma soprattutto dalla sua capacità di accogliere la complessità delle persone e di trasformarla in opportunità di crescita collettiva. La scuola italiana è chiamata oggi a una sfida che riguarda il futuro stesso della democrazia: costruire contesti nei quali ogni studente possa esercitare pienamente il proprio diritto all’istruzione, alla partecipazione e all’autodeterminazione. L’inclusione non rappresenta un capitolo separato delle politiche scolastiche, ma il criterio attraverso cui si misura la maturità civile di una comunità nazionale. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 7, 2026
Pressenza
I motivi per fare sciopero in questo momento storico non mancano - Puntata del 26/05/2026@0
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Elisabetta Petragallo della CUB sullo sciopero generale di venerdì 29/05/26. I motivi per fare sciopero in questo momento storico non mancano ma con la nostra ospite abbiamo analizzato quelli che hanno spinto Confederazione Unitaria di Base, ADL Varese, Sindacato Generale di Base, SI Cobas, USI – CIT ad indirlo per venerdì: 1)CONTRO la guerra, l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari – PER la Pace. a partire dal Medioriente e dall’Europa e gli investimenti su Sanità, Scuola, Trasporti, Welfare il cui peggioramento approfondisce le disuguaglianze e la povertà esistente; 2)CONTRO lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà ed il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato. PER forti aumenti dei salari e delle pensioni. PER l’approvazione di una misura di salario minimo non inferiore a 12 Euro l’ora e PER la reintroduzione di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni all’andamento del costo della vita; 3)CONTRO il Genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele in Palestina e Libano, nonché da quelli perpetrati dagli USA in Venezuela e a Cuba – PER il sostegno incondizionato alla missione della nuova Flotilla e la tutela dei volontari impegnati a portare aiuti al Popolo Palestinese. PER le sanzioni ad Israele e USA, nonché la rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele e USA; 4)CONTRO l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa e la mancanza di piani di sviluppo dell’edilizia popolare, PER una seria riforma degli ammortizzatori sociali; 5)CONTRO politiche repressive dei diversi decreti “Sicurezza” (come il D.L. 23/2026 e i precedenti del 2025) per rafforzare la repressione del dissenso, le proteste e la sicurezza urbana 6)CONTRO gli abusi della Commissione di Garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della Logistica. PER l’abrogazione delle L.146/90 e L.83/00; 7)CONTRO l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso e di superare la fase di forte conflittualità, innescando un processo di ulteriore deindustrializzazione e sfruttamento delle classi popolari e dei lavoratori; 8)CONTRO le morti sul lavoro – PER la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di una lavoratrice del gruppo Iveco dei sicobas sempre sullo sciopero generale di venerdì 29 maggio 2026 che si lega al primo intervento di oggi: In occasione dello sciopero generale proclamato per venerdì 29 maggio 2026, il sindacato SI Cobas ha organizzato un presidio operaio davanti allo stabilimento Fiorentini Alimentari di Trofarello (TO) in Via Marco Biagi. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Max Lioce del Collettivo Cuba Va ed abbiamo aggiornato sulla situazione politico/economica Cubana e sulla possibilità concreta di dare solidarietà in questo momento difficile per l’isola. Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo fatto uno zoom sulla lotta di classe che Da oltre tre settimane la Bolivia vive. È una fase di crescente tensione sociale e politica. Blocchi stradali, mobilitazioni indigene e contadine, repressione poliziesca e scontri istituzionali stanno trasformando il paese in uno dei principali focolai di crisi del continente latinoamericano. Buon acolto
FIRENZE: CONTINUA LA MOBILITAZIONE DI PRECARI E PRECARIE DEI MUSEI. OCCUPATA LA GIUNTA REGIONALE TOSCANA
  Prosegue la lotta di precari e precarie dei musei di Firenze, che questa mattina, venerdì 3 aprile dopo più di due mesi di attesa, hanno ottenuto la convocazione di un tavolo con la Regione, dopo un blitz fin dentro il palazzo della giunta della Regione Toscana in piazza Duomo a Firenze. “Il tavolo non basta – dice Valentina di Sudd Cobas ai microfoni di Radio Onda d’Urto – perché non saranno coinvolte le aziende. Si tratta di un tavolo preliminare per iniziare a parlare di una soluzione per il rientro al lavoro delle persone rimaste a casa. Noi chiediamo il rientro al lavoro con contratti indeterminati, ma abbiamo bisogno che a questo tavolo insieme alla regione si siedano anche le aziende coinvolte”. Nel frattempo continuano le sostituzioni con nuovi contratti a chiamata. Al centro della vertenza c’è il sistema degli appalti che regge gran parte dei servizi museali: aziende private e cooperative si alternano nella gestione, con dirette conseguenze su diritti e continuità lavorativa. Il sindacato Sudd Cobas sta coordinando assemblee e mobilitazioni che si inseriscono in quadro ben più ampio: “il ricorso agli appalti nei beni culturali – spiega il sindacato conflittuale toscano – è diffuso a livello nazionale e contribuisce ad alimentare precarietà lavorativa in un settore che oltre che a rappresentare un grande vanto per la città, continua a portare turismo e ricchezza a Firenze”. Continua per tutta la settimana, quindi, la mobilitazione permanente davanti alle gallerie degli Uffizi, fino al 6 di aprile. “Per noi la soluzione è una, ed è il ritorno al lavoro con contratti a tempo indeterminato” ribadiscono precarie, precari e Sudd Cobas. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Valentina, di Sudd Cobas Ascolta o scarica
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Precariato e intelligenza artificiale: il nuovo volto del giornalismo italiano
Negli ultimi anni il giornalismo italiano sta vivendo una trasformazione profonda e spesso traumatica, in cui la crisi economica dell’editoria si intreccia con l’irruzione dell’intelligenza artificiale e con un progressivo indebolimento delle tutele del lavoro. Accanto a questi fenomeni ormai noti, emerge con sempre maggiore forza un sistema parallelo, meno […] L'articolo Precariato e intelligenza artificiale: il nuovo volto del giornalismo italiano su Contropiano.
April 2, 2026
Contropiano
Puntata del 13/01/2026@2
Il primo argomento della puntata è stato quello degli istituti scolastici tecnico professionali. Infatti in compagnia telefonica di Maria Teresa, docente dell’ istituto Bodoni-Paravia di Torino, abbiamo approfondito le motivazioni che hanno spinto questo collegio di istituto a presentare una mozione che riguarda la “filiera tecnologico professionale”. Quest’ ultima, che prevederebbe un percorso strutturato in 4 anni di didattica + 2 di formazione professionale, è entrata a fare parte dei percorsi che possono proporre gli istituti tecnico-professionali a studenti* e famiglie; il problema è che in diverse scuole questo cambiamento è avvenuto naturalmente, come se fosse obbligatorio accettare questo cambiamento dall’ alto quando non è in realtà così. La nostra ospite ci ha spiegato perché lei e i suoi colleghi sono contrari a questo nuovo modello, che vorrebbe una scuola che forma sempre meno culturalmente e che dietro all’ attrattiva di trovare facilmente un futuro impiego, diventerebbe solo più disorganizzata e più pronta a sfruttare studenti per percorsi lavorativi già dal secondo anno. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Francesco Latorraca, segretario provinciale del SiCobas Torino sulla lotta dei lavoratori della Pirelli di Settimo Torinese. Infatti quelli che sono assunti dall’azienda in subappalto Hunecon di fatto svolgono le stesse identiche mansioni (movimentazione e calandratura) dei loro colleghi assunti direttamente da Pirelli, ma con la differenza che vengono pagati molto di meno e godono di ancora meno tutele, perchè inquadrati con il famigerato CCNL Multiservizi. Questo ha dato il via ad uno sciopero perdurato per 3 giorni e che ha creato danni non da poco. Nonostante questa prima grossa dimostrazione di forza operaia, la lotta contro il colosso industriale si prospetta essere ancora lunga, sulle motivazioni di ciò e quelle più nel dettaglio dello sciopero sentiamo le parole di Latorraca. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Eleonora dell’Assemblea Precaria Universitaria (APU) sul confronto assembleare tenutosi il 13/01/2026 al PoliTo in aula 10A. Abbiamo analizzato la situazione del precariato della ricerca che da quest’anno è praticamente stato espulso dal politecnico di Torino come dall’università in genere a causa delle scelte economiche e politiche del governo che, come sappiamo, scommette tutto sul riarmo lasciando un vuoto anche qui. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il quarto approfondimento della puntata lo abbiamo fatto trasmettendo la registrazione di parte della conferenza stampa dello Slai Cobas di Taranto il 12/01/2026 presso la sede sindacale: “Questa mattina alle 10 abbiamo tenuto una conferenza stampa in sede sull’ilva. La conferenza stampa era stata indetta per la situazione all’Ilva ma è stata fatto anche una dichiarazione a fronte della morte dell’operaio avvenuta in stabilimento sempre il 13/01/2026.lo slai cobas naturalmente ha aderito allo sciopero immediato e domattina (14/01/2026) sarà alle portinerie per far andare avanti denuncia e lotta”. Qui il comunicato completo redatto dallo Slai Cobas di Taranto. Buon ascolto
January 17, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 13/01/2026@0
Il primo argomento della puntata è stato quello degli istituti scolastici tecnico professionali. Infatti in compagnia telefonica di Maria Teresa, docente dell’ istituto Bodoni-Paravia di Torino, abbiamo approfondito le motivazioni che hanno spinto questo collegio di istituto a presentare una mozione che riguarda la “filiera tecnologico professionale”. Quest’ ultima, che prevederebbe un percorso strutturato in 4 anni di didattica + 2 di formazione professionale, è entrata a fare parte dei percorsi che possono proporre gli istituti tecnico-professionali a studenti* e famiglie; il problema è che in diverse scuole questo cambiamento è avvenuto naturalmente, come se fosse obbligatorio accettare questo cambiamento dall’ alto quando non è in realtà così. La nostra ospite ci ha spiegato perché lei e i suoi colleghi sono contrari a questo nuovo modello, che vorrebbe una scuola che forma sempre meno culturalmente e che dietro all’ attrattiva di trovare facilmente un futuro impiego, diventerebbe solo più disorganizzata e più pronta a sfruttare studenti per percorsi lavorativi già dal secondo anno. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Francesco Latorraca, segretario provinciale del SiCobas Torino sulla lotta dei lavoratori della Pirelli di Settimo Torinese. Infatti quelli che sono assunti dall’azienda in subappalto Hunecon di fatto svolgono le stesse identiche mansioni (movimentazione e calandratura) dei loro colleghi assunti direttamente da Pirelli, ma con la differenza che vengono pagati molto di meno e godono di ancora meno tutele, perchè inquadrati con il famigerato CCNL Multiservizi. Questo ha dato il via ad uno sciopero perdurato per 3 giorni e che ha creato danni non da poco. Nonostante questa prima grossa dimostrazione di forza operaia, la lotta contro il colosso industriale si prospetta essere ancora lunga, sulle motivazioni di ciò e quelle più nel dettaglio dello sciopero sentiamo le parole di Latorraca. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Eleonora dell’Assemblea Precaria Universitaria (APU) sul confronto assembleare tenutosi il 13/01/2026 al PoliTo in aula 10A. Abbiamo analizzato la situazione del precariato della ricerca che da quest’anno è praticamente stato espulso dal politecnico di Torino come dall’università in genere a causa delle scelte economiche e politiche del governo che, come sappiamo, scommette tutto sul riarmo lasciando un vuoto anche qui. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il quarto approfondimento della puntata lo abbiamo fatto trasmettendo la registrazione di parte della conferenza stampa dello Slai Cobas di Taranto il 12/01/2026 presso la sede sindacale: “Questa mattina alle 10 abbiamo tenuto una conferenza stampa in sede sull’ilva. La conferenza stampa era stata indetta per la situazione all’Ilva ma è stata fatto anche una dichiarazione a fronte della morte dell’operaio avvenuta in stabilimento sempre il 13/01/2026.lo slai cobas naturalmente ha aderito allo sciopero immediato e domattina (14/01/2026) sarà alle portinerie per far andare avanti denuncia e lotta”. Qui il comunicato completo redatto dallo Slai Cobas di Taranto. Buon ascolto
January 17, 2026
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