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5 marzo, Giornata internazionale su Disarmo e Non Proliferazione: fermare la corsa alle armi è possibile
Riarmo record, guerre in corso: il 5 marzo è la Giornata internazionale per la consapevolezza sul Disarmo e la Non Proliferazione. Le parole del Segretario ONU Guterres risuonano mentre la spesa militare globale sale a livelli record: «Smettete di agitare la spada nucleare, il nostro sogno di pace è in pericolo!». Mentre i governi scelgono le armi, la società civile sceglie la pace. Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia la ricorrenza ONU e inaugura il nuovo Video Notiziario. Il mondo in cui viviamo è sempre più dominato dalla logica della guerra. Le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. L’Unione Europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro, livello ulteriormente moltiplicato dalle scelte armate di Governi che competono a chi aumenta di più il proprio bilancio della difesa. E la retorica della deterrenza armata (anche nucleare) ha colonizzato il dibattito politico europeo e italiano. Nel frattempo le guerre continuano: in Ucraina, a Gaza, e con le notizie di questi giorni — l’attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — il rischio di un’escalation ancora più devastante è concreto e drammatico. Di fronte a tutto questo, Rete Italiana Pace e Disarmo ha ribadito con forza la propria posizione: nessun obiettivo geopolitico giustifica la violenza militare e il suo inevitabile carico di morti, feriti e distruzione tra le popolazioni civili. Il riarmo non produce sicurezza: produce guerra. Ed è esattamente in questo contesto — il più urgente degli ultimi decenni — che si celebra il 5 marzo la  Quarta Giornata Internazionale per la Consapevolezza sul Disarmo e la Non Proliferazione (istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/77/51 del 7 dicembre 2022). Il messaggio dell’ONU: disarmo come condizione di pace La Giornata internazionale ha un obiettivo preciso: approfondire la comprensione dell’opinione pubblica mondiale su come gli sforzi per il disarmo contribuiscano a rafforzare la pace e la sicurezza, a prevenire e porre fine ai conflitti armati, a ridurre le sofferenze umane causate dalle armi. Il messaggio diffuso in occasione dell’edizione 2026 di questa ricorrenza dal Segretario Generale ONU António Guterres è netto e urgente: «Il nostro sogno di pace è in pericolo». Perché «la minaccia dell’uso delle armi nucleari è la più alta degli ultimi decenni. Le tensioni globali stanno spingendo la spesa militare a livelli stratosferici. Le armi leggere e di piccolo calibro stanno proliferando. E le tecnologie emergenti stanno rendendo i conflitti ancora più letali.» Di fronte a questo scenario, Guterres rivolge un appello diretto ai governi: «Smettete di agitare la spada nucleare. Fermate la corsa agli armamenti. È tempo di investire nell’architettura della pace, non negli strumenti di guerra». Ciò significa, secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, rispettare gli obblighi di disarmo, ricostruire la fiducia e rafforzare i sistemi e gli strumenti che impediscono la proliferazione, il collaudo e l’uso di armi letali. Parole che risuonano con forza ancora maggiore nel contesto attuale in cui i governi europei e mondiali sembrano andare esattamente nella direzione opposta, scegliendo il riarmo come risposta alle crisi internazionali. Le campagne della Rete: costruire pace ogni giorno La Rete Italiana Pace e Disarmo non si vuole limitare a commemorare questa giornata: ne incarna ogni giorno i valori attraverso un’azione concreta e articolata. Le sue campagne — che spaziano dall’abolizione delle armi nucleari (ICAN) al contrasto al riarmo e alle spese militari (Ferma il Riarmo – GCOMS), dal controllo delle esportazioni di armamenti (Control Arms – ENAAT) alle armi letali autonome (Stop Killer Robots), dalle armi esplosive nelle aree popolate (INEW) alla difesa civile nonviolenta — rappresentano nel loro insieme una strategia alternativa alla logica della guerra: quella di una sicurezza fondata sulla cooperazione, sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani. Un lavoro che si sviluppa anche in stretta connessione con i principali network internazionali per la pace nella consapevolezza che solo un approccio globale e sistemico può invertire la rotta verso cui il mondo sembra dirigersi. Da domani, 5 marzo: debutta il “Video Notiziario di Pace e Disarmo” In occasione della Quarta Giornata Internazionale sul Disarmo e la Non Proliferazione la Rete Italiana Pace e Disarmo ha deciso di inaugurare proprio mercoledì 5 marzo 2026 un nuovo strumento informativo: il “Video Notiziario di Pace e Disarmo”. Si tratta di un formato audiovisivo periodico attraverso cui la RIPD intende amplificare la voce delle proprie organizzazioni aderenti, rilanciandone le analisi, le proposte e le iniziative di campagna. Il Video Notiziario nasce dalla consapevolezza che la costruzione di pace e disarmo passa anche attraverso un’informazione libera, indipendente e capillare. In un contesto mediatico dominato dalla narrazione del riarmo e della falsa necessità di militarizzazione, la Rete Pace Disarmo vuole offrire uno spazio alternativo dove trovino voce le organizzazioni della società civile impegnate quotidianamente per un futuro senza guerre e senza armi. Il nuovo notiziario sarà accessibile attraverso i canali digitali della Rete — sito web, newsletter e social media — e si propone come punto di riferimento per chiunque voglia seguire da vicino le attività del movimento per la pace e il disarmo in Italia e nel mondo. In un momento in cui i governi scelgono il riarmo, noi scegliamo la pace. Non è ingenuità: è la scelta più razionale, più umana e più giusta che possiamo fare per il futuro del pianeta. Il 5 marzo ci ricorda che un’altra strada è possibile e che tante organizzazioni, in Italia e nel mondo, già la percorrono ogni giorno. Rete Italiana Pace e Disarmo
March 4, 2026
Pressenza
Turchia: il Parlamento verso la riammissione dei membri del PKK, con prudenza
Dopo un lungo tergiversare, la commissione parlamentare turca “per la Solidarietà Nazionale, la Fratellanza e la Democrazia”, nata nell’ambito del processo di pace fra stato e PKK, ha approvato una relazione che definisce una roadmap per la risoluzione del conflitto con l’organizzazione armata curda, rispondendo finalmente agli atti unilaterali da […] L'articolo Turchia: il Parlamento verso la riammissione dei membri del PKK, con prudenza su Contropiano.
February 24, 2026
Contropiano
Caso RWM: le armi sono fuori controllo?
Lo scorso 17 febbraio il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha approvato la valutazione d’impatto ambientale (VIA) presentata dall’azienda di armamenti RWM-Italia, per sanare gli abusi edilizi perpetrati a partire dal 2018. E’ utile ricordare che l’ampliamento, in seguito ai ricorsi dei comitati sardi e delle numerose associazioni pacifiste, ambientaliste ed antimilitariste che li sostengono, era già stato considerato illegittimo da una sentenza del Consiglio di Stato del 2020. Non risulta che nel frattempo siano state fatte modifiche nelle strutture. E’dunque lecito mettere in evidenza la contraddizione fra gli organi esecutivi e quelli di controllo dell’apparato statale italiano. Che ci sia qualcosa che sta andando fuori controllo? Credo sia molto probabile. Le armi, innanzitutto: dalle semplici pistole e fucili, fino ai proiettili d’artiglieria, alle bombe, ai missili, alle mine, ai droni-killer e alle “armi autonome”, sono oggi più che mai fuori controllo, in una corsa al riarmo sempre più sfrenata, che fomenta guerre, “pulizie etniche”, genocidi. Ci dicono da tempo che le armi nucleari siano adeguatamente controllate, allo scopo di evitare incidenti. Ma se per un attimo pensiamo ai volti dei leader mondiali che le controllano, non possiamo sentirci rassicurati. In un clima globale in cui le armi sembrano diventare il volano dello sviluppo, non c’è da stupirsi del via libera al raddoppio della fabbrica di Domusnovas-Iglesias, figlia della tedesca Rheinmetal, azienda leader a livello europeo ed internazionale. Da tempo doveva soddisfare commesse provenienti da numerosi Stati ed era indietro con le consegne: Europa per la guerra in Ucraina, Arabia Saudita per la guerra in Yemen, Emirati Arabi, per la guerra in Sudan, Turchia e Siria per la guerra ai curdi, Israele per la guerra ai palestinesi. Solo per citarne alcune, fra le guerre che tormentano il pianeta e che appaiono sempre più come pezzi di una guerra mondiale non dichiarata. Ma dietro le decisioni di un governo centrale capace solo di misure repressive e di ammiccamenti alle lobby delle armi, c’è una società sarda da sempre divisa. A livello politico, il PD e la CGIL sostengono l’industria e i posti di lavoro, chiudendo occhi e orecchie sulle conseguenze di certe produzioni, le destre governative che non aspettano altro che il clima di guerra si infuochi, e la cittadinanza attiva delle persone, i comitati, le associazioni, i sindacati di base, che contestano l’economia bellica che si va instaurando. L’atteggiamento della Regione Sardegna è stato emblematico: aveva la competenza per negare il VIA per l’ampliamento, ma davanti ad una decisione importante per la pace e i diritti umani, è rimasta immobile e molle, abdicando alla propria responsabilità, lavandosene le mani e lasciando l’ineluttabile decisione al governo. Una nuova dimostrazione che in tema di armamenti la politica istituzionale è unita, con poche, significative, ma marginali eccezioni. Ma anche un’ennesima conferma sull’atteggiamento di sudditanza che i governi regionali, l’attuale buon ultimo, hanno mostrato nel tempo. Il ministro Urso ha parlato di “una premessa per il rilancio produttivo e occupazionale del Sulcis-Iglesiente.” Naturalmente tacendo che la produzione sia di strumenti di morte e distruzione e che oltre metà delle maestranze impiegate lo sia con contratti a termine. Quel che non viene detto è che qualunque altra persona, od ente privato, che avesse fatto un abuso edilizio di tali proporzioni, sicuramente non l’avrebbe fatta franca. Mentre un’industria bellica sembra poterlo fare, quasi godesse di una corsia preferenziale. Nelle relazioni tecniche presentate dai comitati popolari alla Regione, non si parlava solo di violazioni paesaggistiche, ma anche relative alla sicurezza idrogeologica, per di più in relazione al tipo di produzioni. Se avvenisse un’esondazione del corso d’acqua che scorre a breve distanza dagli stabilimenti, metalli pesanti ed elementi chimici potrebbero avvelenare tutto il territorio. Perché il governo regionale non si è voluto impegnare su questo? Forse perché le armi sono un terreno minato per tutte, o quasi tutte, le forze politiche? In questo contesto è un gran bene che esista una società civile attenta e organizzata dal basso, che non si lascia deludere dagli inciampi sul cammino, perché convinta che per cancellare la guerra dalla Storia le armi debbano diventare un tabù. Una navigazione controcorrente, oggi l’unica possibile.   Carlo Bellisai Carlo Bellisai
February 22, 2026
Pressenza
Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
#lascuolavaallaguerra Strani connubi. Quale #educazione alla #pace e al #disarmo nei percorsi formativi dei giovani? #istruzione di Antonio Mazzeo Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi della difesa della Patria https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/02/strani-connubi-quale-educazione-alla.html
February 18, 2026
Antonio Mazzeo
Jesse Jackson, l’altra America solidale con Cuba e Palestina
E’ morto Jesse Jackson, eroe dell’Altra America, il simbolo di tutto ciò che odiano i suprematisti bianchi che sostengono Trump. Jackson ha lottato per tutta la vita contro il razzismo, per la giustizia sociale e la pace. Oggi gli omaggi tenderanno a edulcorare la radicalità del suo impegno politico. Dagli anni ’60 è stato un instancabile attivista contro le disuguaglianze che caratterizzano la società statunitense e l’imperialismo USA verso i Paesi del sud del mondo. Allievo e compagno di Martin Luther King con lo spirito delle marce di Selma si candidò alle primarie democratiche per due volte con la sua Rainbow Coalition con un programma contro il neoliberismo reaganiano e per il disarmo. Non ha mai temuto le accuse di essere comunista o vicino ai comunisti. Ha sempre proposto l’unità della classe lavoratrice oltre le barriere del colore contro le multinazionali e i super ricchi che le sfruttano. Non a caso ha sostenuto le campagne per il socialismo democratico di Bernie Sanders che lo aveva a sua volta appoggiato negli anni ’80. Non ha mai avuto paura di abbracciare quelli che la politica statunitense definiva terroristi, da Fidel Castro a Arafat a Mandela. E’ stato sostenitore di Nelson Mandela e artefice delle campagne contro l’apartheid. Amico di Cuba ha sempre chiesto la fine del blocco economico che strangola l’isola definendolo “una vergogna storica” e spiegò che “l’embargo contro Cuba è stato mantenuto in larga misura perché Fidel Castro ha ridicolizzato la CIA e i sostenitori della guerra fredda, vanificando i loro tentativi di invadere l’isola, destabilizzare il regime e assassinarlo”. Ha sempre sostenuto la causa del popolo palestinese senza temere le ricorrenti accuse di antisemitismo. Nonostante le pessime condizioni di salute ha promosso iniziative per il cessate il fuoco a Gaza e si è recato negli accampamenti degli studenti che protestavano contro il genocidio. Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
February 17, 2026
Pressenza
No ai bombardieri di sesta generazione
Il 3 febbraio 2026 la Commissione difesa della Camera dei Deputati esamina il progetto militare più costoso in assoluto a cui l’Italia ha mai partecipato. PeaceLink esprime forte contrarietà all’avanzata del programma militare GCAP (Global Combat Air Programme) e lancia un allarme pubblico sull’impennata dei costi e sulla confusione del dibattito istituzionale che lo […] L'articolo No ai bombardieri di sesta generazione su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano
Come costruire pace quando si è in guerra?
Intervento di Andrés Lasso a Firenze, il 14 febbraio 2026 come analisi del contesto, alla prima assemblea Firenze Città Operatrice di Pace. Siamo in guerra, viviamo in un paese in guerra e in un continente in guerra. Siamo in guerra perchè mandiamo armi e soldi in contesti di guerra (in conflitto con la legge 185/90 e con l’articolo 11 della costituzione), perché sempre più esponenti di spicco parlano di entrare in conflitto diretto tra due anni, tra un anno, ecc. Ma soprattutto perché siamo in una narrazione bellicista, manichea.  Buoni (noi) contro cattivi (gli altri).  Un tempo le guerre si dichiaravano, oggi no. Inoltre, almeno per ora, non sono i nostri connazionali a morire. Il rifornimento di beni e servizi non sembra intaccato per cui non ci sentiamo in guerra. Ma c’è un Occidente  disposto a portare guerra ovunque pur di evitare il proprio declino. L’Occidente non è più un luogo geografico, o culturale, è una narrazione, un racconto del mondo. Siamo immersi in questa narrazione, come i pesci sono immersi nell’acqua. Narrazione in cui il doppio standard, per “noi” e per “gli altri”diventa sempre più clamoroso. Tra chi è nostro “amico” che può compiere qualunque nefandezza fino al genocidio, senza pagar pegno, e chi è nostro avversario o nemico. Amplificare pagliuzze “degli altri” e rimuovere travi “nostre”, è ormai diventato consuetudine diffusa anche nei media meno schierati.  Il Nobel alla Machado, un nobel di guerra, è uno dei tanti campanelli d’allarme di questi tempi di guerra. Anche una commissione prestigiosa come quella del Nobel è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Ocasio Cortez che vota a favore di finanziamenti per armi a Israele nonostante il genocidio (perché sono difensive, a suo dire) è un altro campanello d’allarme. Anche la “sinistra-sinistra” negli USA è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Il Comitato Olimpico, la FIFA, la UEFA, che con sanzioni sportive come quelle applicate a Sudafrica e Zimbabwe ai tempi di quell’apartheid, potrebbero dare un duro colpo all’apartheid attuale. Ma non lo fanno. Perché sono un pezzo di quel mondo in declino, di quella narrazione del mondo. Gli esempi sono infiniti. Il “board of peace”, che anziché venir rigettato come sconcezza dalla comunità internazionale, come definitiva picconata all’ONU e alle sue istituzioni, viene portato avanti fino a coinvolgere personalità come Blair, responsabile di mezzo milione di morti in Irak insieme a Bush. I file Epstein, scandalo del secolo secondo Rula Jebral, che mostrano il marciume di un potere globale tenuto insieme da ricatti, crimini indicibili, non suscita mai un titolo in prima pagina. Stiamo assistendo a una rottura, non a una transizione, ha detto il premier canadese Carney a Davos. Ha detto che il mondo che abbiamo sostenuto fino ad ora era una bugia, ma una bugia conveniente. Adesso molti si accorgono che non conviene più. Ma fanno fatica a passare da queste consapevolezze verso un mondo nuovo, dove tutti sono alla pari, in cui ai crimini degli amici viene dato lo stesso peso che se fossero crimini dei nemici. Carney ha detto molte cose vere, ma non ha usato la parola genocidio. O apartheid. O citato ciò che ha scritto il 19 luglio 2024 la ICJ. Anche in un discorso coraggioso, tutto ciò è tabù. Le voci dissenzienti sono isolate, perseguitate, sanzionate. Persino se rappresentano l’ONU. O un tribunale internazionale. O se sono state voci autorevoli. Le sanzioni Usa a Francesca Albanese, il calvario di Assange, le sanzioni europee a Baud. Gli algoritmi di Meta che censurano Premi Pulitzer e docenti universitari come fake news e lasciano correre fake news e odio sociale. Grazie ad autoproclameti fact checker, una via di mezzo tra il ministero della verità orwelliano e il Minculpop fascista.  20 anni fa non era così, non ancora a questi livelli almeno. Manifestavamo contro la guerra in Irak, pur sapendo che Saddam era un criminale non speravamo in un regime change a suon di bombe a stelle e strisce. Piazze enormi nel 2003 assenti oggi.  Oggi, con una potenziale guerra ben più devastante con l’Iran, molti sembrano pensare che un regime change fatto strizzando l’occhio al suprematismo sionista, alla follia trumpista e al ritorno della monarchia, tutto sommato sia cosa accettabile. Pochi si spendono per una nuova iniziativa diplomatica, come quella che nel 2014, sotto la presidenza Obama, portò all’accordo sul nucleare iraniano e da cui Trump uscì unilateralmente nel 2018. Pochi cercano di mettere sul tavolo la fine delle sanzioni in cambio di diritti. Nel 2012, in questa città all’istituto Stensen, padre Dall’Oglio, gesuita sequestrato e poi ucciso in Siria, diceva queste parole: “se siamo disposti ad accettare che Israele abbia l’atomica, dobbiamo allora metterci anche a un tavolo a stabilire quante testate atomiche possa avere l’Iran”. Parole e pensieri scomodi,  quasi blasfemi. Dopo pochi mesi venne sequestrato. Nel mondo in guerra è difficile considerare che il nemico abbia gli stessi diritti ed esigenze dell’amico, dell’alleato. L’alleato può rifiutare ispettori dell’AIEA nel proprio territorio, anche se il nemico, lo stato canaglia per eccellenza, le accetta. Può avere testate atomiche, il nemico neanche elettricità fatta con l’atomo. Può bombardare impunemente sei sette paesi in modo “preventivo”. Può uccidere extra-territorialmente, sequestrare in acque internazionali, vessare attivisti e persino parlamentari e diplomatici catturati. Può uccidere 300 giornalisti, torturare medici, sparare a bambini in fila per il pane, e i video e le prove di tutto questo non provocare niente.  Abbiamo assistito alla bancarotta morale dell’Occidente. Il primo obiettivo, per un mondo pacifista, è non farsi trascinare in questo declino. Già questo è difficile, perché essere in un contesto di guerra non dichiarata ma fattuale, significa trovarsi ogni giorno dentro una bolla propagandistica di cui non sempre si scorge l’influenza.  Senza questo, la messa in discussione dell’atlantismo sarebbe naturale. Sarebbe non più qualcosa di caratterizzante la piccola nicchia della “sinistra radicale”, sarebbe un pensiero trasversale a tutto l’arco politico, a tutte le persone di buonsenso. Sappiamo ad esempio che giornalisti occidentali hanno ricevuto l’indicazione di non chiamare “sequestro” o “rapimento” ciò che è stato compiuto con Nicolas Maduro e Cilia Flores.  Non è in discussione il grado di corruzione del chavismo, il fatto plausibile che ci siano stati brogli alle ultime elezioni. Ma che con accuse senza alcun fondamento (quelle di narcotraffico su cui non ci sono elementi, e di terrorismo) si possano violare le regole, il diritto internazionale. Si possa minacciare interventi armati anche in Colombia, Messico, Cuba e altri paesi non allineati. Eppure nemmeno le minacce USA alla Groenlandia, cioè a territorio europeo, nemmeno la barbarie dell’ICE sembra portare a una messa in discussione della NATO. A una proposta di smantellamento della presenza militare USA da noi, 80 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Basi conseguenti a una guerra che ormai dista tre generazioni da quella presente. L’UE, che poteva essere un attore protagonista di un mondo multipolare, per storia, demografia, competenze, è diventata sostanzialmente un inutile appendice del mondo unipolare in guerra verso i paesi emergenti. In ogni scenario di conflitto, si mostra generalmente irrilevante, talvolta persino impegnata nell’acuire il conflitto e ostacolare la via diplomatica. Insomma: un pezzo dell’Occidente in declino. In questo contesto con così tante storture, ingiustizie, contraddizioni, è difficile individuare delle priorità. Eppure è necessario farlo. Perché se tutto è prioritario, niente è prioritario rispetto al resto. E’ illusorio pensare di fare una sommatoria di battaglie. Non si raggiunge così una massa critica. Non si ottiene l’aumento della partecipazione, ma talvolta persino una riduzione. Pensare che tutti quelli che sono contro il potere per i motivi più disparati, si troveranno insieme e rovesceranno lo stato delle cose, il potere, non funziona.  Molti di noi hanno vissuto le stagioni movimentiste, della rete di Lilliput, del Social Forum. Conoscono le difficoltà del fare rete, sanno che non bastano le buone intenzioni. Conoscono le difficoltà di istituire coordinamenti che coordinino davvero. Hanno maturato l’esigenza di una struttura funzionale, oltre a quella della partecipazione più larga possibile. Delle modalità più efficaci di confronto con il potere a tutti i livelli, dal locale al globale.  Questa iniziativa nasce per confrontarsi con le istituzioni, quindi con chi è al potere. Pur conoscendone i limiti. Anzi, proprio in vista dei limiti palesati dalle istituzioni in tempi recenti. Abbiamo visto altre città, altri comuni, fare meglio, fare prima, fare di più.  E guardando alla storia e alla tradizione della nostra città abbiamo pensato che invece Firenze debba tornare a essere capofila, esempio, ispirazione. La percezione che spesso si ha in questo confronto, è che nelle istituzioni, anche da parte di persone aventi ruoli “super partes”, la preoccupazione principale sia quella legata agli equilibri della propria area, coalizione, partito. E che quindi le scelte vengano dettate spesso dalla paura.  La paura del sassolino che può far crollare un gigante dai piedi di argilla, cioè un potere grande ma fragile.  In questo contesto si colloca l’impossibilità di dare un riconoscimento ad esempio a Francesca Albanese, (addirittura definita divisiva, pur rappresentando per ruolo 197 paesi) di firmare una lettera rivolta al Quirinale sulla visita di Herzog, di invitare voci ebraiche contro il genocidio come Amos Goldberg, di dar seguito alle richieste di 10mila cittadini che chiedevano che il console di un paese alla sbarra per genocidio non possa presiedere una fondazione che si occupa di bambini. Il pacifismo deve confrontarsi con le istituzioni ma mantenendo sempre chiarezza, capacità di pungolare, di stanare, di entrare in conflitto se necessario.  Perché nel mondo in guerra, nell’Occidente in declino, le istituzioni sono spesso invischiate in vari modi in questo declino, in questa gigantesca bolla di guerra.  Il pacifismo e la società civile deve confrontarsi con tutte le forze politiche, per mantenersi super partes, un po’ perché la pace è interesse di tutti, ma un po’ perché in tempi di guerra a volte si scoprono convergenze inattese da parti politiche distanti, e divergenze dalle più prossime. La guerra, e più in generale ogni forma di crisi, rimescola tante cose.  In questo caos, non ci sono risposte facili, preconfezionate. Noi non le abbiamo. Le dobbiamo cercare con fatica e apertura mentale. Come creare pace in tempi di guerra resta una domanda aperta.  Il tema pace viene visto talvolta come qualcosa di naturale, che mette automaticamente d’accordo tutti. Non è così, può essere un tema estremamente divisivo. Soprattutto in tempi di guerra. Redazione Toscana
February 15, 2026
Pressenza
BAMBINI – SOLDATO: OLTRE 7MILA NEL 2024. ARCHIVIO DISARMO: “NON BASTANO LE PAROLE, SERVONO SCELTE POLITICHE COERENTI”
Il 12 febbraio è la Giornata internazionale contro l’impiego dei bambini soldato. Questo per ricordare il 12 febbraio 2002, entrò in vigore il “Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti del fanciullo relativo alla partecipazione di fanciulli a conflitti armati”, con cui le Nazioni Unite e gli Stati “vietano il reclutamento e l’uso di persone sotto i 18 anni nelle ostilità, sia da parte di forze armate statali che di gruppi armati non statali, imponendo misure per prevenire tali pratiche”. Secondo la stessa Onu, nel 2024 – ultimo anno di cui è possibile avere i dati –  oltre 7mila minori, dai 6 anni di età, sono stati arruolati ed utilizzati nelle guerre. Numeri sostanzialmente analoghi a quelli del 2023. Tra i principali Paesi teatro di questi crimini di guerra ci sono Afghanistan, Burkina Faso, Colombia, Repubblica Centrafricana, Sudan del Sud, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, Niger, Repubblica Democratica del Congo(RDC), Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Nigeria, Sudan. Sempre nel 2024, le Nazioni Unite hanno assistito oltre 16.000 ex minori combattenti nei programmi di reintegrazione.  Come ricorda Iriad – Archivio Disarmo, “Non bastano le parole, servono scelte politiche coerenti.  L’uso dei bambini nei conflitti è una violazione gravissima del diritto internazionale e dei diritti fondamentali dell’infanzia. I Paesi democratici devono sostenere con decisione i programmi di recupero, ma anche interrompere ogni forma di sostegno a governi o attori armati che violano questi principi. Serve coerenza tra dichiarazioni e politiche concrete, a partire dal rispetto del Trattato sul Commercio degli Armamenti” dice il vicepresidente di Archivio Disamo, Maurizio Simoncelli, che poi ribadisce: “la tutela dei minori nei conflitti armati non può essere subordinata alle logiche geopolitiche o alle politiche di riarmo. La Giornata del 12 febbraio deve rappresentare un impegno concreto per prevenire il reclutamento dei bambini e investire in pace, istruzione e protezione sociale come fattore di prevenzione dei conflitti interni ed esterni fra Stati”. L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Luciano Bertozzi, ricercatore di Iriad, collaboratore di Focusonafrica.info e autore del libro “I bambini soldato” (Emi, 2003).  Ascolta o scarica    
February 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Dal Carnevale di Viareggio un messaggio di pace
Pioveva forte oggi a Viareggio, ma il corteo mascherato non si è fermato e alla sua apertura il Forum per la Pace Versilia ha lanciato il suo appello rileggendo le parole che un anno fa ha pronunciato un sacerdote molto speciale, l’ultimo prete operaio di Viareggio, don Luigi Sonnenfeld. Amatissimo in città, ci ha lasciato a fine dicembre e noi abbiamo voluto ricordarlo così. La situazione mondiale non è cambiata, purtroppo, quindi il testo è attualissimo. Si ricordano i numerosi conflitti armati, circa 56, accompagnati da distruzione e sofferenze indicibili delle popolazioni civili. Si fa memoria dell’intuizione di Papa Francesco circa la terza guerra mondiale a pezzi. Cessate il fuoco ovunque! è il grido di allora e di oggi. Ci si indigna oggi come ieri di fronte agli ignobili progetti immaginati sul martoriato suolo palestinese. Si cita l’articolo 11 della Costituzione. Si sottolinea la pericolosità dell’arma nucleare e se ne chiede la messa al bando. Si conclude citando Pertini, per il ripudio di ogni guerra e la volontà di disarmo. Al termine viene letta la famosa poesia di Rodari sulla guerra da non fare mai. Anche i bellissimi carri allegorici richiamano il tema, a cominciare dalla denuncia del riarmo europeo e dell’economia di guerra (con la povera Pace ridotta a uno scheletro in gabbia). Poi il rischio nucleare,  il patriarcato, la riscossa dei popoli indigeni, la sfida ambientale.  Che tutto ciò sia di buon auspicio!   Redazione Toscana
February 7, 2026
Pressenza