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Le ragioni del ricorso contro la nuova legge elettorale
Pubblichiamo il documento dell’avvocato Pietro Adami che spiega le ragioni dei ricorsi di legittimità costituzionale della legge elettorale del centrodestra presentati in 25 tribunali che chiedono di accertare la lesione dei diritti di elettorato attivo e passivo e di sottoporre alla Corte costituzionale le questioni di legittimità delle disposizioni della legge elettorale approvata dal centrodestra vigente dal 9 ottobre 2026. La presentazione dei ricorsi è stata coordinata da Pietro Adami che ha coordinato 110 avvocati che si sono messi a disposizione della Rete scrivendo materialmente i ricorsi su un “canovaccio” in otto punti stilato da Enrico Grosso. Adami ha sottolineato che “i ricorsi saranno di più, perché si aggiungeranno i ricorsi linguistici che interessano le minoranze linguistiche come la Valle d’Aosta e Roma per le circoscrizioni all’estero”. L’iniziativa è stata presentata il 26 ottobre nel corso di una conferenza stampa della Rete per un voto libero e uguale, a cui aderisce Carteinregola-ODV presso il Senato nella quale sono intervenuti Pietro Adami, Maria Agostina Cabiddu, Anna Falcone, Enrico Grosso e Roberto Zaccaria (> vai alla registrazione su radio radicale) Vai alla LEGGE n. 180 Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. (26G00201) (GU Serie Generale n.235 del 09-10-2026) note: Entrata in vigore del provvedimento: 24/10/2026 Vai a Riforma della legge elettorale cronologia e materiali Vedi anche Legge elettorale: presentati i ricorsi su collettiva.it LEGGE ELETTORALE N. 180 DEL 2026 LE RAGIONI DEL RICORSO CONTRO LA NUOVA LEGGE ELETTORALE. SCHEDA DI SINTESI [evidenziazioni di Carteinregola]         La nuova legge elettorale presenta numerosi profili di possibile contrasto con la Costituzione, che incidono sul diritto dei cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti, sull’eguaglianza del voto e sulla possibilità delle forze politiche di partecipare alle elezioni in condizioni di parità. L’azione giudiziaria chiede al Tribunale ordinario di accertare la lesione dei diritti di elettorato attivo e passivo e di sottoporre alla Corte costituzionale le questioni di legittimità delle disposizioni contestate. È un percorso già sperimentato con le sentenze della Corte costituzionale n. 1 del 2014, relativa al cosiddetto Porcellum, e n. 35 del 2017, relativa all’Italicum. Il controllo di costituzionalità della legge elettorale può intervenire anche prima che essa venga applicata, evitando che i cittadini siano chiamati a votare con regole incompatibili con i principi costituzionali. Il ricorso si articola in otto distinti motivi di illegittimità costituzionale. 1. IL PREMIO DI MAGGIORANZA E L’ALTERAZIONE DELLA RAPPRESENTANZA       Il primo motivo riguarda il cosiddetto premio di governabilità, attribuito alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti nelle condizioni previste dalla legge.Il premio consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, assegnati attraverso un meccanismo che riduce preventivamente il numero dei seggi da distribuire proporzionalmente tra le forze politiche. Sono previsti tetti massimi di 220 deputati e 113 senatori.      La contestazione non riguarda il principio astratto secondo cui una legge elettorale possa favorire la formazione di maggioranze parlamentari stabili. Il problema è stabilire fino a quale punto tale obiettivo possa giustificare un’alterazione del rapporto tra i voti espressi dagli elettori e i seggi assegnati. La nuova legge prevede un premio fisso, il cui effetto concreto varia in funzione della distribuzione dei voti tra le liste e della quantità di voti che non partecipano al riparto. Una coalizione che superi di poco la soglia può ottenere un vantaggio parlamentare significativo rispetto a una coalizione che rimanga immediatamente al di sotto.     Si determina così una discontinuità nella rappresentanza: differenze anche modeste nel consenso elettorale possono produrre conseguenze molto rilevanti nella composizione delle Camere. Il ricorso denuncia il rischio che la finalità di governabilità – che non è presente nella Costituzione- venga perseguita attraverso un sacrificio eccessivo dell’eguaglianza del voto e della rappresentatività delle assemblee parlamentari, in contrasto con i principi affermati dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017. 2. IL PREMIO VIENE ATTRIBUITO A CANDIDATI INSERITI IN LISTE BLOCCATE       Il secondo motivo riguarda le modalità attraverso le quali vengono assegnati i seggi del premio. I candidati destinati a beneficiare del premio di governabilità sono inseriti in apposite liste circoscrizionali bloccate, sulle quali gli elettori non possono esprimere preferenze. Il risultato è particolarmente significativo perché la legge, da un lato, riconosce agli elettori la possibilità di esprimere preferenze per i candidati dei collegi plurinominali e, dall’altro, riserva una parte rilevante dei seggi parlamentari a candidati selezionati preventivamente dalle forze politiche.      Quando il premio viene attribuito, i seggi riservati ai candidati bloccati riducono quelli disponibili per gli eletti attraverso il sistema ordinario delle preferenze. Sono circa trenta (alla Camera) i candidati eletti nei collegi che vengono scalzati da quelli inseriti nella lista bloccata nazionale, se scatta il premio di maggioranza. Il ricorso contesta questa compressione della capacità dell’elettore di incidere sulla scelta dei propri rappresentanti. La questione assume particolare rilievo alla luce della giurisprudenza costituzionale che ha già censurato sistemi nei quali la selezione degli eletti risulta sostanzialmente sottratta alla volontà degli elettori e affidata alle decisioni degli apparati di partito. 3. IL RIPARTO NAZIONALE DEI SEGGI E IL RAPPORTO TRA ELETTORI E TERRITORIO       Il terzo motivo riguarda il sistema di distribuzione dei seggi, che muove da un calcolo nazionale e procede successivamente alla loro attribuzione nei collegi plurinominali. Il ricorso contesta gli effetti che tale meccanismo può produrre sulla corrispondenza tra i voti espressi in un determinato territorio e i rappresentanti che risultano eletti in quel territorio.       Il numero dei seggi attribuiti a una lista in un collegio può infatti dipendere anche dai risultati ottenuti in altre parti del Paese e dalle operazioni necessarie a rendere coerente il riparto territoriale con quello nazionale. Ne può derivare che il risultato locale venga modificato da operazioni di compensazione estranee alla volontà immediatamente espressa dagli elettori del collegio. Il problema costituzionale riguarda la trasparenza e la comprensibilità degli effetti del voto, nonché il rapporto tra rappresentanza politica e articolazione territoriale dell’elezione.      Secondo il ricorso, il sistema deve essere valutato alla luce dei principi di voto diretto ed eguale, verificando se il complesso delle operazioni di attribuzione dei seggi conservi un collegamento sufficientemente riconoscibile tra la scelta dell’elettore e l’elezione dei rappresentanti. 4. IL PREMIO NAZIONALE AL SENATO E IL COLLEGAMENTO OBBLIGATORIO TRA LE DUE CAMERE     Il quarto motivo affronta due questioni distinte, entrambe particolarmente rilevanti sul piano costituzionale. La prima riguarda l’articolo 57 della Costituzione, secondo cui il Senato è eletto «a base regionale». La legge introduce invece un premio di governabilità determinato su base nazionale anche per il Senato. Il ricorso sostiene che tale soluzione debba essere verificata alla luce della particolare struttura costituzionale dell’elezione senatoriale, che conserva un riferimento espresso alle Regioni.    La seconda questione riguarda il collegamento tra i risultati delle elezioni delle due Camere. La legge subordina l’attribuzione del premio al verificarsi delle condizioni richieste in entrambe le assemblee, collegando così gli effetti del voto espresso per la Camera dei deputati a quelli del voto espresso per il Senato. Eppure, le due Camere sono organi costituzionali distinti, ciascuno titolare di una propria legittimazione elettorale. I cittadini sono liberi di esprimere scelte politiche differenti nelle due votazioni.    Il ricorso contesta che la legge ordinaria possa subordinare gli effetti rappresentativi di un’elezione ai risultati di un’altra, introducendo una dipendenza reciproca tra le Camere che non trova un’espressa previsione nella Costituzione. 5. CAPILISTA BLOCCATI E CANDIDATURE MULTIPLE: LA SCELTA DEGLI ELETTI SI ALLONTANA DAGLI ELETTORI    Il quinto motivo riguarda la combinazione tra capilista bloccati e candidature multiple.    Il sistema prevede che il capolista sia eletto prioritariamente rispetto ai candidati che competono attraverso le preferenze. Consente inoltre a uno stesso candidato di presentarsi in più collegi, secondo i limiti stabiliti dalla legge, e di concorrere anche attraverso le liste collegate al premio.     La combinazione di questi meccanismi rende più difficile per l’elettore conoscere l’effetto concreto del proprio voto. Un candidato presentato in un collegio può infatti risultare eletto in un altro, mentre la sua elezione e l’applicazione dei criteri di assegnazione possono incidere sull’individuazione degli altri candidati eletti.     La questione non riguarda soltanto la libertà dei partiti di selezionare i candidati. Riguarda soprattutto la possibilità dei cittadini di concorrere effettivamente alla scelta delle persone che li rappresenteranno.      Il ricorso denuncia una concentrazione eccessiva del potere di selezione degli eletti nelle mani delle forze politiche, a scapito dell’effettività del voto di preferenza. 6. L’EQUILIBRIO DI GENERE E L’EFFETTIVITÀ DELLA RAPPRESENTANZA     Il sesto motivo riguarda le modifiche alle garanzie dirette a promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza parlamentare. La nuova legge elimina il limite del 60% per ciascun sesso nelle posizioni di capolista, ossia proprio nelle posizioni che godono della maggiore probabilità di elezione.     La modifica assume particolare rilievo perché il sistema conserva capilista bloccati e introduce ulteriori liste bloccate per l’assegnazione del premio. Il ricorso sostiene che la tutela dell’equilibrio di genere debba essere valutata con riferimento alle possibilità effettive di elezione, e non soltanto alla presenza numerica di candidati dei due sessi nelle liste.    La legge introduce inoltre un sistema di tre preferenze sottoposto a vincoli di genere. Il ricorso ne contesta la proporzionalità, sostenendo che l’obiettivo di promuovere la parità debba essere perseguito senza imporre limitazioni alla libertà di scelta dell’elettore più estese di quanto necessario. La questione richiama gli articoli 3 e 51 della Costituzione. 7. L’OBBLIGO DI INDICARE UN CANDIDATO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: UNA TRASFORMAZIONE INDIRETTA DELLA FORMA DI GOVERNO      Il settimo motivo riguarda una delle innovazioni politicamente e costituzionalmente più significative della legge.     Per partecipare alle elezioni, le forze politiche devono indicare preventivamente la persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio. Le liste coalizzate devono indicare il medesimo nominativo. L’inosservanza dell’obbligo comporta l’esclusione dalla competizione elettorale.     Il ricorso contesta anzitutto la proporzionalità di questa condizione. Una formazione politica può legittimamente partecipare alle elezioni per rappresentare determinati interessi, sostenere specifiche proposte legislative o svolgere una funzione di opposizione, senza necessariamente aspirare a esprimere il Presidente del Consiglio.     Imporre comunque l’indicazione di un candidato alla guida del Governo, a pena di esclusione, significa subordinare l’esercizio del diritto di partecipazione politica a una scelta che non appartiene necessariamente alle finalità della formazione stessa. Ma il motivo presenta anche un profilo più profondo, relativo alla forma di governo parlamentare.     Secondo l’articolo 92 della Costituzione, la nomina del Presidente del Consiglio spetta al Presidente della Repubblica. Secondo l’articolo 94, il Governo deve ottenere la fiducia delle Camere. Nella forma di governo disegnata dalla Costituzione, la formazione del Governo dipende quindi dal rapporto tra Presidente della Repubblica, Parlamento e maggioranze parlamentari effettivamente esistenti.    La nuova legge anticipa invece l’indicazione della persona destinata a guidare il Governo al momento della presentazione delle liste elettorali, quando ancora non si conoscono né la composizione delle Camere né i gruppi parlamentari che vi saranno costituiti. L’indicazione, pur non essendo formalmente vincolante per il Presidente della Repubblica, può generare negli elettori l’aspettativa che il voto determini anche la scelta del Presidente del Consiglio.     Si introduce così, attraverso una legge elettorale ordinaria, un elemento di personalizzazione dell’investitura del Governo che rischia di alterare il significato delle successive consultazioni presidenziali e del rapporto fiduciario con il Parlamento.     Il ricorso denuncia pertanto il pericolo di una modificazione indiretta degli equilibri costituzionali, senza ricorrere alle procedure previste per la revisione della Costituzione. 8. L’AUMENTO DELLE FIRME: UNA BARRIERA ALLA PARTECIPAZIONE DELLE NUOVE FORZE POLITICHE    L’ottavo motivo riguarda le condizioni richieste per la presentazione delle liste elettorali. La legge innalza da 1.500–2.000 a 6.000–7.000 il numero delle sottoscrizioni richieste per collegio plurinominale alle formazioni politiche prive dei requisiti per beneficiare delle agevolazioni o degli esoneri.     Si tratta di un aumento particolarmente rilevante, che può comportare la necessità di raccogliere centinaia di migliaia di firme per presentare candidature sull’intero territorio nazionale. Il problema non riguarda la legittimità astratta di richiedere sottoscrizioni a sostegno delle liste. Tale requisito può rispondere alla ragionevole esigenza di evitare candidature prive di un minimo radicamento elettorale. Il ricorso contesta invece la proporzionalità dell’onere imposto e la differenza di trattamento tra le forze politiche già presenti nelle istituzioni e quelle che intendono accedere per la prima volta alla competizione parlamentare. Le prime possono beneficiare di esoneri o di condizioni più favorevoli, mentre le seconde devono affrontare un impegno organizzativo ed economico molto maggiore. Ne deriva il rischio che le regole per l’accesso alle elezioni finiscano per proteggere le forze politiche già rappresentate, rendendo eccessivamente difficile l’ingresso di nuove formazioni. La questione investe direttamente il pluralismo politico, l’eguaglianza nell’accesso alla competizione elettorale e il diritto dei cittadini di associarsi in partiti per concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale, garantito dall’articolo 49 della Costituzione. Significato complessivo del ricorso. Gli otto motivi affrontano disposizioni differenti, ma sono collegati da una preoccupazione costituzionale comune. La nuova legge tende a rafforzare il potere delle coalizioni maggiori e delle organizzazioni di partito, riducendo in più punti la possibilità degli elettori di incidere direttamente sulla scelta dei propri rappresentanti. Il premio di governabilità modifica il rapporto tra voti e seggi. Le liste bloccate e le candidature multiple riducono la capacità di selezione personale degli elettori. Il sistema di riparto rende più complessa la relazione tra voto e rappresentanza territoriale. Il collegamento tra le Camere e l’indicazione obbligatoria del candidato Presidente del Consiglio incidono sugli equilibri della forma di governo parlamentare. L’aumento delle sottoscrizioni rende più difficile l’accesso alla competizione delle forze politiche nuove. Il problema costituzionale fondamentale è stabilire se la ricerca della governabilità possa giustificare, nel loro insieme, limitazioni così significative della rappresentanza, della libertà di scelta degli elettori e del pluralismo politico.Il ricorso chiede che questi interrogativi siano sottoposti alla Corte costituzionale, affinché sia verificata la compatibilità della nuova disciplina con i principi fondamentali della democrazia rappresentativa. Per osservazioni e precisazioni sul testo redatto dall’avv. Piero Adami scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 26 ottobre 2026
October 26, 2026
carteinregola
Oggi nei tribunali decine di ricorsi contro il golpe elettorale. No al Melonellum
Oggi in quasi tutti i tribunali capoluogo di distretto di Corte d’Appello verranno presentati ricorsi per la grave violazione del diritto elettorale conseguente all’approvazione della legge elettorale ‘Melonellum’. E tra i ricorrenti ci siamo ovviamente anche noi di Rifondazione Comunista.   Abbiamo da subito sottolineato il profilo eversivo di una legge che configura un golpe istituzionale, a cominciare dal maldestro tentativo di manipolare la forma parlamentare della Repubblica italiana, dal premio di maggioranza che distorce la rappresentanza, dallo scandalo della quadruplicazione liberticida delle firme, dal venir meno di qualsiasi norma per la parità di genere nella rappresentanza. Siamo, dunque, tra i ricorrenti e ringraziamo tutte le avvocate e tutti gli avvocati che hanno prestato pro bono la loro professionalità per la causa democratica. Dobbiamo infine congratularci con i Giuristi Democratici e la Rete per il voto libero e uguale, protagonisti della vittoria del referendum costituzionale ieri e ora dell’organizzazione dei ricorsi anche con il coinvolgimento della società civile. Siamo fiduciosi che la Consulta possa esprimersi presto e dichiarare l’incostituzionalità di molte norme del Melonellum. Maurizio Acerbo, segretario nazionale Gianluca Schiavon, responsabile democrazia e istituzioni del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
October 26, 2026
Pressenza
Buon compleanno Sicurezza!
di avv. Giuseppe Romano* A un anno dalla sua approvazione, il principale strumento repressivo del governo Meloni è già sotto assedio nei tribunali. Giudici, procure e avvocati ne contestano la …
DL SICUREZZA: LA CASSAZIONE SOLLEVA DUBBI SULLA COSTITUZIONALITÀ “NEL MERITO E NEL METODO”
L’ufficio del Massimario della Cassazione ha rilevato criticità sul decreto legge Sicurezza del governo Meloni. I giudici hanno prodotto un documento di 129 pagine nel quale esprimono e raccolgono una lunga serie di perplessità “sul merito e sul metodo”. I giudici, infatti, per quanto riguarda i contenuti del pacchetto di norme liberticide e repressive volute dalla destra al governo per colpire le lotte sociali, sollevano alcuni dubbi sulla proporzionalità dei nuovi reati o delle nuove pene previste in relazione alla gravità dei reati contestati. Per quanto riguarda il metodo, il Massimario della Corte di Cassazione mette in dubbio anche la legittimità del “golpe burocratico” con cui il governo ha trasformato il disegno di legge, che stava affrontando la discussione in aula secondo l’iter parlamentare, in decreto legge. Il documento dei giudici afferma che “non c’era nessuna necessità di procedere con una legiferazione d’urgenza”. Il commento dell’avvocato Eugenio Losco ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.  
June 28, 2025
Radio Onda d`Urto
La Corte di Cassazione boccia il Decreto Sicurezza: viola la legalità con aggravanti ingiustificate
La Cassazione boccia il Decreto Sicurezza: manca urgenza, norme eterogenee, viola legalità e proporzionalità. Rischio carcere per marginalità e dissenso. E’ un duro colpo per il governo e la maggioranza: la Legge 9 giugno 2025, n. 80, che ha convertito il controverso Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48, il cosiddetto Decreto Sicurezza, è a rischio di incostituzionalità in più punti. La Corte di Cassazione, nella sua relazione 33/2025 sulle novità normative (documento non vincolante ma di altissima autorevolezza giuridica), ha espresso una bocciatura senza appello, raccogliendo e facendo proprie le criticità evidenziate da tutta la comunità giuridica: dall’accademia alla magistratura, fino all’avvocatura. Il risultato, secondo la Suprema Corte, sarà un aumento dei processi e del numero di persone in carcere. Le critiche della Cassazione si concentrano su due aspetti principali: il metodo di adozione del provvedimento e i suoi contenuti. La relazione sottolinea la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza che, per Costituzione, sono imprescindibili per l’adozione di un decreto legge. Il provvedimento ha infatti inglobato un disegno di legge che era già da mesi all’esame del Parlamento e aveva già ottenuto l’approvazione della Camera. L’uso del decreto d’urgenza, motivato con l’esigenza di “evitare ulteriori dilazioni al Senato”, si scontra con la giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito che il ricorso al decreto-legge non può fondarsi su una “apodittica enunciazione dell’esistenza delle ragioni di necessità e di urgenza” . Il decreto inoltre è eterogeneo. Si occupa, infatti, di una pluralità di materie vastissime e disparate che non sono tra loro connesse e omogenee: terrorismo, mafia, beni confiscati, sicurezza urbana, tutela delle forze dell’ordine, vittime dell’usura, ordinamento penitenziario, strutture per migranti e coltivazione della canapa. Questa eterogeneità è considerata un ulteriore vizio di legittimità costituzionale per i decreti legge. La relazione della Cassazione individua “profili problematici” anche nei contenuti di alcune norme: * aggravanti “di luogo”: vengono citate le aggravanti introdotte per i reati compiuti “dentro e fuori le stazioni ferroviarie e della metro”. La Cassazione sottolinea come non sia chiaro per tutte le condotte punibili il nesso con il principio di offensività(secondo cui un reato deve ledere o mettere in pericolo un bene giuridico). Inoltre, il riferimento alle “immediate adiacenze” delle stazioni può generare incertezze interpretative e disparità di trattamento, come già evidenziato dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura); * aggravanti “di luogo e di contesto” per il dissenso: dubbi vengono espressi anche sulle aggravanti che rischiano di colpire “l’area della manifestazione del dissenso”, come quelle applicabili nei cortei. Questo potrebbe portare a una criminalizzazione eccessiva di condotte legate alla protestae alla libera espressione; * carceri e Cpr: preoccupazioni analoghe riguardano le norme sui penitenziari e i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), dove si rischia di criminalizzare la disobbedienza e la resistenza passiva, aggravando ulteriormente situazioni già critiche; * “diritto penale d’autore” e detenute madri: la relazione riporta le preoccupazioni della dottrina sul cosiddetto “diritto penale d’autore” applicato alle ipotesi di carcere per le detenute madri. Questo concetto, che “guarda non a ciò che l’uomo fa, bensì a quel che l’uomo è” (ad esempio, il riferimento alle borseggiatrici Rom), rischia di colpire le persone non per la condotta illecita specifica, ma per il loro status sociale o l’appartenenza a determinate categorie, violando i principi di uguaglianza e non discriminazione; * materiale propedeutico al terrorismo: sulla detenzione di materiale propedeutico al terrorismo, la norma rischia di anticipare eccessivamente la soglia di punibilità, criminalizzando condotte preparatorie che potrebbero essere ancora troppo distanti dalla realizzazione di un effettivo reato; * non punibilità degli agenti segreti: la Cassazione chiede un’“approfondita riflessione” sulla controversa norma che estende la non punibilità degli agenti segreti alla direzione di organizzazioni terroristiche. Questa disposizione permette agli 007 di “creare gruppi eversivi da zero” a fini preventivi, sollevando forti preoccupazioni sulla mancanza di controllo democratico e sul rischio di devianze.   Articolo 21
June 27, 2025
Pressenza
Decreto sicurezza: “gravissimi profili di incostituzionalità”. L’appello promosso dai giuristi supera le 5.000 firme
Il Decreto Sicurezza “presenta una serie di gravissimi profili di incostituzionalità“. In primo luogo, la decretazione d’urgenza, “senza che vi fosse alcuna straordinarietà, né alcun reale presupposto di necessità e di urgenza” costituisce una “violazione è del tutto ingiustificata e senza precedenti” delle prerogative del Parlamento. Nel merito, poi, è un decreto che punta a reprimere il dissenso e comprime alcuni diritti fondamentali, tassello fondamentale in qualunque democrazia. Non usa mezzi termini l’appello pubblico promosso da 237 i giuristi italiani, tra cui tre presidenti emeriti della Corte Costituzionale. Le firme sono raccolte sul sito di Articolo21. -------------------------------------------------------------------------------- Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo dell’appello: È compito dei giuspubblicisti nei periodi normali della vita del paese interpretare ed insegnare la nostra Costituzione. È anche compito dei singoli giuspubblicisti assumere delle posizioni individuali all’esterno dell’Università. Ci sono momenti però nei quali accadono forzature istituzionali di particolare gravità, di fronte alle quali non è più possibile tacere ed è anzi doveroso assumere insieme delle pubbliche posizioni. È questo il caso che si è verificato nei giorni scorsi quando il disegno di legge sulla sicurezza, che stava concludendo il suo iter dopo lunghi mesi di acceso dibattito parlamentare dati i discutibilissimi contenuti, è stato trasformato dal Governo in un ennesimo decreto-legge, senza che vi fosse alcuna straordinarietà, né alcun reale presupposto di necessità e di urgenza, come la Costituzione impone. Tale decreto – ultimo anello di un’ormai lunga catena di attacchi volti a comprimere i diritti e accentrare il potere – presenta una serie di gravissimi profili di incostituzionalità, il primo dei quali consiste nel vero e proprio vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere. È accaduto spesso in passato ed anche in tempi recenti che la dottrina si trovasse a denunciare l’uso abnorme dello strumento della decretazione d’urgenza. Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Presidenti delle Camere hanno più volte preso posizione in difesa del Parlamento e delle sue prerogative gravemente calpestate nell’esercizio della potestà legislativa, rimanendo inascoltati. In quest’occasione la violazione è del tutto ingiustificata e senza precedenti, dato che l’iter legislativo, ai sensi dell’art. 72 della Costituzione era ormai prossimo alla conclusione, quando è intervenuto il plateale colpo di mano con cui il Governo si è appropriato del testo e di un compito, che, secondo l’art. 77 Costituzione può svolgere solo in casi straordinari di necessità e di urgenza, al solo scopo, sembra, di umiliare il Parlamento e i cittadini da esso rappresentati. Quanto al merito, si tratta di un disegno estremamente pericoloso di repressione di quelle forme di dissenso che è fondamentale riconoscere in una società democratica. Ed è motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che questo disegno si realizzi attraverso un irragionevole aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni penali che – in quanto tali – sconsiglierebbero il ricorso alla decretazione d’urgenza, dal momento che il principio di colpevolezza richiede che chi compie un atto debba poter sapere in anticipo se esso è punibile come reato mentre, al contrario, l’immediata entrata in vigore di un decreto-legge ne impedisce la preventiva conoscibilità. Numerosi sono i principi costituzionali che appaiono compromessi. Solo a scopo esemplificativo vogliamo ricordarne alcuni: il principio di uguaglianza non consente in alcun modo di equiparare i centri di trattenimento per stranieri extracomunitari al carcere o la resistenza passiva a condotte attive di rivolta; in contrasto con l’art. 13 Cost. e la tutela della libertà personale è il c.d. daspo urbano disposto dal questore che equipara condannati e denunciati; non meno preoccupante è la previsione con cui si autorizza la polizia a portare armi, anche diverse da quelle di ordinanza e fuori dal servizio. Una serie di disposizioni del decreto-legge aggravano gli elementi di repressione penale degli illeciti addebitati alla responsabilità di singoli o di gruppi solo per il fatto che l’illecito avvenga “in occasione” di pubbliche manifestazioni, disposizione che per la sua vaghezza contrasta con il principio di tipicità delle condotte penalmente rilevanti, violando per giunta la specifica protezione costituzionale accordata alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico (art. 17 Cost.) mentre altre disposizioni violano palesemente il principio di determinatezza e di tassatività tutelato dall’art. 25 Cost.: si punisce con la reclusione chi occupa o detiene senza titolo “un immobile destinato a domicilio altrui o sue pertinenze”; si rischiano pene fino a sette anni per l’occupazione di luoghi che presentano un’estensione del tutto imprecisata e rimessa a valutazioni e preferenze del tutto soggettive dell’interprete. Torsione securitaria, ordine pubblico, limitazione del dissenso, accento posto prevalentemente sull’autorità e sulla repressione piuttosto che sulla libertà e sui diritti rappresentano le costanti di questi interventi Insegniamo che la missione di chi governa dovrebbe essere quella di cercare un equilibrio nel rapporto tra individuo e autorità. Invece, il filo che lega il metodo e il merito di questo nuovo intervento normativo rende esplicito un disegno complessivo, che tradisce un’impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema, a governare con la paura invece di governare la paura. Confidiamo che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano alta l’attenzione e censurino questo allontanamento dallo spirito della nostra Costituzione, che fonda la convivenza della comunità nazionale su democrazia, pluralismo, diritti di libertà ed uguaglianza di fronte alla legge, affinché nessuno debba temere lo Stato e tutti possano riconoscerne, con fiducia, il ruolo di garante della legalità e dei diritti.
May 5, 2025
ROARS