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Lagalla blinda i progetti di rigenerazione, la rigenerazione permanente è stata messa in salvo
Palermo– «Le opere di rigenerazione urbana di Palermo sono salve e le relative risorse non sono andate perdute». Il sindaco Roberto Lagalla respinge così le accuse di opposizioni e sindacati sul presunto naufragio dei fondi destinati alla foce del fiume Oreto, al parco di Villa Turrisi e all’approdo di Vergine Maria. Secondo il primo cittadino, non si tratta di tagli ma di una rimodulazione tecnica che ha agganciato il piano di rinascita dell’Oreto ai fondi del nuovo Piano Nazionale per le Politiche Urbane finanziato dal CIPESS. Un cambio di cassaforte, insomma, volto a rassicurare una città stanca di rincorrere i treni dell’Europa, ma che si inserisce in un quadro ben più ampio in cui l’urgenza finanziaria incrocia la mappa delle strutture commissariali straordinarie. Così mentre la riqualificazione della foce prova a mettersi in salvo sul piano politico, la gestione complessiva delle emergenze siciliane resta infatti ancorata a un modello straordinario che amministra oltre 2,5 miliardi di euro. Al vertice di questo sistema siede lo stesso presidente della Regione nel ruolo di Commissario contro il Dissesto Idrogeologico: una macchina da 1,5-2 milioni di euro l’anno di soli costi di funzionamento tecnico, incaricata di blindare versanti franosi e pareti rocciose (come quelle di Monte Pellegrino) grazie a un portafoglio miliardario. Subito accanto si muove la struttura per l’Emergenza Rifiuti e la Valorizzazione Energetica, che con circa 500.000 euro annui di budget per consulenze e nuclei di valutazione sta definendo il piano da 800 milioni per i nuovi termovalorizzatori dell’isola. La vera spina nel fianco per il capoluogo siciliano rimane però il sottosuolo. Lì la posta in gioco è alta, ma il rischio lo è anche di più. Il Commissario Straordinario Unico per la Depurazione delle Acque coordina in Sicilia interventi per oltre 600 milioni di euro con costi di struttura di circa 2-3 milioni l’anno. Risorse necessarie per tentare di sanare l’infrazione comunitaria C-251/17 sul mancato trattamento delle acque reflue: una colpa strutturale che costa all’Italia una sanzione miliardaria, con penalità semestrali che per l’intera Sicilia si aggirano sui 50 milioni di euro l’anno. Proprio a Palermo si gioca la partita decisiva per azzerare queste multe, con un piano da oltre 150 milioni di euro mirato al potenziamento del maxi-depuratore di Acqua dei Corsari (per portarlo a 880.000 abitanti equivalenti), al completamento della fognatura di via Roma e alla disconnessione definitiva degli scarichi abusivi che avvelenano i fiumi Kemonia e lo stesso Oreto. Insomma, tra le promesse di rinascita urbana della giunta e i cantieri lumaca del sottosuolo, Palermo ripete nevroticamente un apparente desiderio di normalità, che oggi sembra passare solo attraverso i poteri straordinari dei commissari. Il paziente dice di star bene, ma nessuna dimissione dal reparto in cui si trova ricoverato è all’orizzonte.   Michele Ambrogio
August 18, 2026
Pressenza
Il dissesto idrogeologico, condizione strutturale del nostro Paese
 I soldi ci sono, ma non si riesce a tradurli in interventi tempestivi ed efficaci Il dissesto idrogeologico è una condizione strutturale del territorio del nostro Paese, con oltre la metà dei Comuni  esposta sia al rischio idraulico che a quello da frana. E’ quanto certifica la Sezione delle autonomie della Corte dei conti con il recente Referto sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico, nel quale si ricostruisce, tramite l’integrazione delle principali banche dati pubbliche disponibili, il quadro degli interventi programmati sul territorio nazionale e il loro stato di avanzamento. L’elemento innovativo del Referto risiede nella metodologia adottata. Per la prima volta, infatti, sono state messe in relazione le informazioni provenienti dalla piattaforma ISPRA-IdroGEO, dal Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo (ReNDiS), dalla banca dati BDAP-MOP e dalla piattaforma ReGiS dedicata al monitoraggio del PNRR. È stato così possibile seguire gli interventi lungo l’intero ciclo della politica pubblica, dalla localizzazione del rischio all’avanzamento finanziario e procedurale. Le elaborazioni effettuate su oltre 28 mila interventi censiti in ReNDiS mostrano un significativo incremento delle opere finanziate negli ultimi anni, cui hanno contribuito anche il programma ProteggItalia e il PNRR. L’aumento delle risorse disponibili, rileva la magistratura contabile, non si è tradotto, però, almeno finora, in un corrispondente incremento delle opere concluse, mentre permangono criticità nella qualità e nella completezza delle informazioni disponibili. L’integrazione con la banca dati BDAP-MOP ha consentito di esaminare 5.463 interventi anche sotto il profilo finanziario, evidenziando che, a fronte di finanziamenti superiori a 3,17 miliardi di euro, i pagamenti raggiungono poco più del 41% delle risorse disponibili. L’analisi rileva, inoltre, che gli interventi destinati alla mitigazione degli effetti delle alluvioni e delle frane, che assorbono la quota maggiore delle risorse, presentano livelli di avanzamento inferiori a quelli attesi. Un approfondimento specifico concerne gli interventi PNRR, di cui, attraverso la piattaforma ReGiS, sono stati esaminati 1.350 progetti, in diminuzione rispetto al monitoraggio precedente, per un valore complessivo di circa 1,9 miliardi di euro. In tale contesto, pur a fronte di impegni pari al 79% delle risorse disponibili, i pagamenti si attestano al 44,4% dell’importo totale dei progetti. Le elaborazioni evidenziano come il dissesto idrogeologico costituisca una condizione ampiamente diffusa nel territorio nazionale e come il rischio idraulico e quello da frana non rappresentino fenomeni alternativi, ma tendano frequentemente a interessare gli stessi Comuni: oltre la metà di essi presenta infatti entrambe le tipologie di rischio, mentre soltanto una quota residuale risulta priva delle condizioni di pericolosità considerate. Permangono, tuttavia, significative differenze territoriali: il rischio idraulico si concentra prevalentemente nelle pianure e lungo i principali sistemi fluviali, mentre quello da frana caratterizza soprattutto le aree montane, alpine e appenniniche. Nelle Regioni del Centro e in larga parte del Mezzogiorno prevalgono configurazioni nelle quali i due fenomeni coesistono. I dati mostrano, inoltre, che la frequente compresenza delle due tipologie di rischio non si traduce in analoghi livelli di esposizione. Gli indicatori riferiti al medesimo fenomeno risultano fortemente correlati tra loro, mentre le correlazioni tra rischio idraulico e rischio da frana sono generalmente modeste. Pertanto, uno stesso Comune potrebbe essere interessato da entrambe le tipologie di dissesto, pur presentando livelli elevati di esposizione soltanto per una di esse, confermando che i due fenomeni rispondono a dinamiche territoriali differenti e richiedono conseguentemente strategie di intervento specifiche. Il rischio da frana tende a presentare, per superficie, popolazione e edifici, livelli di esposizione mediamente più elevati rispetto al rischio idraulico, mentre le differenze risultano più contenute per le imprese e pressoché assenti nel caso dei beni culturali. Nel complesso, il Referto evidenzia che la principale problematica non riguarda la disponibilità delle risorse finanziarie, significativamente aumentate negli ultimi anni, ma la capacità del sistema pubblico di trasformarle tempestivamente in opere concluse. Alla frammentazione delle competenze, sottolinea la magistratura contabile, si affiancano, infatti, criticità nella qualità delle informazioni e nella ricostruzione unitaria del ciclo di vita degli investimenti, aspetti che richiedono un’effettiva capacità amministrativa, programmatoria e tecnico-progettuale nei diversi livelli di governo competenti per materia. “La valutabilità delle politiche pubbliche, si legge nelle conclusioni del Referto, dipende sempre più dalla qualità delle informazioni che ne descrivono il ciclo di vita. La capacità di integrare dati base differenti non costituisce, pertanto, un mero adempimento tecnologico o normativo, ma il presupposto necessario affinché sia possibile ricostruire il percorso che collega la conoscenza del rischio, le decisioni programmatorie, l’impiego delle risorse pubbliche e i risultati conseguiti, rendendo così effettivamente valutabile l’azione amministrativa. Le evidenze raccolte inducono a ritenere che la principale criticità del sistema non risieda nella disponibilità delle risorse finanziarie, progressivamente incrementate dal legislatore nel corso degli ultimi anni, bensì nella capacità dell’assetto istituzionale e amministrativo di tradurre tali risorse in interventi tempestivi ed efficaci. In questa prospettiva, il rafforzamento della governance, della capacità progettuale delle amministrazioni e dell’integrazione dei sistemi informativi assume rilievo non solo sotto il profilo dell’efficienza amministrativa, ma costituisce una condizione essenziale affinché le risorse destinate alla mitigazione del rischio possano tradursi in opere realizzate, in tempi coerenti con gli obiettivi di prevenzione e di tutela del territorio”. Qui il Referto: https://www.corteconti.it/Download?id=bc9938fe-3cdd-4860-9bde-79884b501a1d. Giovanni Caprio
August 2, 2026
Pressenza
Collasso Climatico e Inerzia Criminale: Un Allarme Ignorato
Il dramma che si consuma dall’Abruzzo al Molise fino alla Puglia non è affatto una semplice conseguenza delle “forti piogge” o di eventi naturali imprevedibili. È, piuttosto, la manifestazione evidente di un collasso climatico in atto, aggravato da decenni di scelte politiche irresponsabili e da una totale assenza di prevenzione strutturale. Il dissesto idrogeologico, ormai normalizzato in regioni come il Molise, è il risultato diretto di un modello di gestione che ha anteposto interessi privati e speculativi alla sicurezza e alla vita delle persone. La privatizzazione delle risorse fondamentali, come l’acqua, e la gestione pubblico-privata di infrastrutture vitali, come la diga del Liscione, hanno dimostrato di essere un fallimento colossale, aggravato dall’inerzia e dalla complicità di chi governa. Il governo Meloni, con la sua gestione commissariale, non solo non ha invertito questa rotta disastrosa, ma ha contribuito a perpetuare un sistema che ignora deliberatamente la gravità del cambiamento climatico e le sue conseguenze devastanti. La mancata manutenzione delle infrastrutture, la carenza di politiche di prevenzione e la totale assenza di un piano serio di tutela ambientale sono atti di negligenza criminale che mettono a rischio la vita di intere comunità. Non si tratta di fatalità, ma di una scelta politica precisa: sacrificare la sicurezza e la dignità dei cittadini sull’altare del profitto e della speculazione. È una vergogna che, mentre il clima si surriscalda e le catastrofi si moltiplicano, il governo continui a voltare le spalle, lasciando interi territori isolati, senza acqua, energia e servizi essenziali, in balia di un disastro annunciato. Questa è la realtà di un collasso climatico accelerato dalla miopia e dall’avidità di chi dovrebbe invece proteggere il bene comune. È ora di smascherare questa inerzia criminale e di pretendere azioni concrete, immediate e radicali per mettere in sicurezza il territorio, gestire le risorse pubbliche con responsabilità e garantire la vita e la dignità di chi abita queste terre. La crisi climatica non aspetta, e nemmeno noi dobbiamo farlo. Non basta l’indignazione, bisogna attivarsi nella resistenza civile nonviolenta di Ultima generazione. Ray Man
April 3, 2026
Pressenza
Pratica mutualistica del soccorso all’epoca del dissesto idrogeologico permanente
Terraliquida si presenta; amabili chiacchiere su emergenze permanenti e possibili risposte dal basso. Terraliquida è un collettivo di volontar* e attivist*, che mettono a disposizione tempo e competenze per fronteggiare emergenze postalluvione, partecipando a reti di solidarietà attiva. Terraliquida raggiunge anche le piccole realtà abbandonate dalle amministrazioni locali e porta soccorso dove le organizzazioni più grandi non riescono o non hanno interesse ad arrivare. In questo senso si oppone attivamente alla strategia di spopolamento forzato delle zone marginali, cercando invece di elaborare e realizzare nuovi modelli ecologici di vita e di convivenza sul territorio. Contro il dissesto idrogeologico permanente. Alcune cifre sul dissesto idrogeologico in Italia: Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. “Negli ultimi decenni – scrive l’ISPRA – i fattori antropici, quali tagli stradali, scavi, sovraccarichi dovuti a edifici o rilevati, hanno assunto un ruolo sempre più determinante tra le cause predisponenti delle frane. L’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio e dei manufatti antropici”.  Le alluvioni sono diventate un’emergenza tristemente ricorrente in molte zone d’Italia, con esiti terribili come le inondazioni avvenute in Emilia-Romagna nel maggio 2023 che hanno causato 17 decessi e ingenti danni. Con 6,8 milioni di persone che vivono in aree a rischio di inondazione con pericolosità idraulica media, è evidente come sia necessario intervenire nella gestione del rischio. RACCOLTA FONDI PER FURGONE ATTREZZATO PER TERRA LIQUIDA A TERRA LIQUIDA SERVE UN MEZZO POLIVALENTE, AUTOSUFFICIENTE, RAPIDO DA SPOSTARE E COMPLETAMENTE ATTREZZATO, PER: * trasportare attrezzature di sgombero e pulizie, officina meccanica mobile, apparati radio e antenne; * distribuire beni e acqua, preparare pasti caldi, prestare primo soccorso sanitario in attesa di aiuti specializzati; * pianificare sul luogo gli interventi e coordinare i volontari, allestire alloggi temporanei con tende da campo. PERCHÉ CI SERVE Abbiamo bisogno di un punto di riferimento stabile e sicuro, un campo base rapidamente disponibile ovunque sia necessario. Le emergenze sono imprevedibili, caotiche, spesso isolate: con le attrezzature giuste ogni intervento diventa più rapido, sicuro ed efficace. COME ATTREZZEREMO IL NUOVO FURGONE Ecco i dettagli sul mezzo e gli allestimenti di cui lo doteremo, grazie anche alla tua donazione: * furgone guidabile con patente B (Ducato o simile) con pianale idraulico * pompe idrovore, idropulitrici, attrezzature per sgombero e pulizia * materiali per le squadre di intervento e dotazioni individuali di sicurezza * radio e antenne per comunicazioni indipendenti dalla rete internet * officina meccanica mobile (utensili, ricambi, riparazioni d’emergenza) * dotazioni base di primo soccorso sanitario in attesa di aiuti specializzati * tende da campo per alloggiamento emergenziale * generatori e antenne-faro per illuminazione cantieri * carrello trainato con cucina da campo QUANTI SOLDI SERVIRANNO? Dovremo acquistare un furgone usato, ma in buono stato per garantire la massima efficienza. Lo attrezzeremo con le dotazioni necessarie, assicurandoci che le prestazioni siano garantite in qualsiasi momento. CI SERVIRANNO 20.000 EURO! COME PUOI CONTRIBUIRE? * Con la raccolta fondi su “Rete del Dono” https://furgoneofficina.vado.li/ che prevede ricompense varie: magliette, riviste, abbonamenti a Rivista Contadina, … * Con bonifico ad ASSOCIAZIONE TERRALIQUIDA ODV – IBAN: IT37L0501812800000020000134 * Partecipando e organizzando eventi benefit, contattandoci: terraliquida@autoproduzioni.net * Acquistando gadget promozionali https://terraliquida.noblogs.org/shop/ Per approfondire: Rapporto Ispra edizione 2025 – Approfondimento all’info di Black out Sito di Terra liquida
March 13, 2026
Radio Blackout - Info
Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
La frana di Niscemi è lo specchio del Paese
Il versante argilloso della collina su cui è costruita Niscemi scivola lentamente a valle. È il 12 ottobre del 1997. Intere famiglie sono costrette a lasciare le loro case, perdendo tutto. Da allora tutti i programmi di prevenzione e consolidamento della zona, che pure furono programmati, sono rimasti sulla carta. Il primo progetto avviato dalla Regione e dal Dipartimento della Protezione civile stanziava un investimento di 14,5 milioni di euro, ma furono eseguiti solo alcuni terrazzamenti, poi «per gravi ritardi dell’azienda appaltatrice» tutto fu abbandonato. Nel 2014, dopo che da quasi un decennio l’area era stata dichiarata a «rischio idrogeologico molto elevato», un’altra frana spinse la Regione a stanziare altri 9 milioni di euro Anche qui, dopo una serie di contenziosi, il progetto fu ritirato. Tra il 2020 e il 2024 altri 8 milioni di euro vennero messi a disposizione per interventi di drenaggio. Denaro che rimase sempre un’ipotesi, così come lo rimase l’ultimo atto ufficiale della regione Sicilia dell’agosto 2025 su Niscemi: un progetto di consolidamento della frana avvenuta trent’anni prima! > E poi sono arrivati i fondi del PNRR, che prevedevano circa 1,64 miliardi di > euro per il contrasto al dissesto idrogeologico. Il 40% delle risorse veniva > destinato al Mezzogiorno. Si è deciso però che si potevano dirottare altrove e > parte di questi fondi sono stati stralciati per una rimodulazione del Piano. Alla regione Sicilia erano destinati circa 99 milioni di euro per 46 progetti contro il dissesto, ma sono molti i casi di mancato utilizzo di tali fondi su zone ad alto rischio, come Niscemi, nonostante le esigenze territoriali. Esiste una stima di quanto serve per risolvere il problema del dissesto idrogeologico nel nostro Paese? Finora gli Enti locali hanno registrato sulla piattaforma RENDIS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) gestita dall’ISPRA la richiesta di 7.811 interventi per un totale di 26,58 miliardi di euro. Cifra enorme, ma non deve stupirci sapendo che il 15% della popolazione italiana vive in zone a medio e alto rischio idrogeologico. > Così come non deve stupirci che il 25 gennaio 2026 più di quattro chilometri > della collina su cui giace Niscemi sia franata creando uno strapiombo che ha > inghiottito edifici, strade e auto, costringendo oltre 1.500 persone ad > abbandonare le proprie case. Intanto la conta dei danni nella regione è impressionante. Case, strade, ponti, attività commerciali, è crollato tutto. È crollata anche la ferrovia nell’hinterland messinese, con questo binario sospeso nel vuoto che bloccherà per chissà quanto tempo i servizi per i pendolari. Su un territorio così fragile e compromesso il 20 gennaio si è abbattuto il ciclone Harry, una tempesta che ha colpito non solo la Sicilia, ma anche la Sardegna e la Calabria, provocando danni ovunque. Il cambiamento climatico (un ciclone alle nostre latitudini è indicativo!) aggrava criticità esistenti, rendendo maggiormente distruttivi eventi sempre più frequenti. Proprio di fronte a queste trasformazioni bisognava agire in fretta per realizzare una rete di convogliamento delle acque e il consolidamento della frana. Nulla è stato fatto! «Quello che è successo è il risultato di decenni di assenza di prevenzione sul territorio, in un contesto in cui i cambiamenti climatici amplificano l’energia dei fenomeni meteomarini, rendendoli sempre più distruttivi» – scrive nel comunicato l’Assemblea No Ponte e continua: «In questo quadro drammatico, la prima cosa che il governo dovrebbe fare è dirottare le risorse che dovrebbero essere sperperate per l’inutile e dannoso ponte di Salvini alla realizzazione di tutte le opere necessarie a far rialzare la Sicilia e [le sue e, ndr] i suoi abitanti». > Sono più di 13 miliardi di euro le risorse per la costruzione del ponte e chi > in questi giorni è stato colpito dalla furia di quello che si ostinano a > chiamare “maltempo” è naturale che chieda l’utilizzo immediato di quei fondi. > Per ricostruire, ma ripensando al modo per farlo. La situazione di Niscemi è da anni oggetto delle lotte del Comitato No Muos, che ha evidenziato la militarizzazione del territorio, con la costruzione di una delle più grandi basi militari statunitensi in Italia, all’interno della quale è stato installato un sistema di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti. Contro questa installazione, collocata nella Sughereta di Niscemi, area naturale protetta, si sono battute le realtà territoriali denunciando l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di quelle dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica. Che si fosse a conoscenza della fragilità del territorio lo dimostra anche l’annuncio fatto tempo fa dalla Marina militare statunitense dell’esecuzione di lavori di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti. Intanto continua a piovere a Niscemi. Un immobile di tre piani rimasto in bilico sul ciglio della frana è crollato. La città si sgretola e il ministro Musumeci ha firmato il decreto di costituzione di una Commissione di studio con il compito di approfondire le cause e l’evoluzione del movimento franoso, la velocità del relativo movimento e le condizioni di rischio. Ricomincia l’iter dal quale siamo partiti. Vedremo ancora studi, progetti, programmi di prevenzione e consolidamento della zona che resteranno sulla carta, mentre il territorio ferito provocherà altre tragedie. Si pensa davvero a prevenire queste catastrofi oppure si resta in attesa pensando ai soccorsi? Come dice il ministro Salvini difendendo la sua opera: «col ponte probabilmente in caso di eventi disastrosi anche i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». La copertina è di Gianfrancodp (Wikicommon) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La frana di Niscemi è lo specchio del Paese proviene da DINAMOpress.
February 3, 2026
DINAMOpress
Frana di Niscemi: serve un cambio di paradigma immediato
Frana di Niscemi: un evento prevedibile in un territorio fragile, aggravato dal cambiamento climatico e da una governance ambientale inadeguata. L’evento franoso verificatosi a Niscemi non può essere interpretato come un fenomeno isolato né come una mera calamità naturale. Si tratta della manifestazione sistemica di una fragilità territoriale strutturale, tipica di ampie porzioni della Sicilia, caratterizzate da substrati argillosi a bassa coesione, elevata plasticità e marcata suscettibilità ai movimenti gravitativi in condizioni di saturazione idrica. Le cartografie ISPRA sul dissesto idrogeologico e i dati del geoportale regionale classificavano già l’area come a elevata pericolosità geomorfologica. L’innesco immediato è stato rappresentato dalle precipitazioni estreme associate al ciclone Harris, che hanno superato le soglie critiche di stabilità dei versanti. Tuttavia, questo episodio si inserisce pienamente nel quadro del cambiamento climatico in atto nel bacino mediterraneo: i modelli climatici regionali (RCM) indicano un aumento statisticamente significativo della frequenza e dell’intensità degli eventi piovosi concentrati, alternati a periodi prolungati di siccità che riducono la coesione dei suoli e ne amplificano la vulnerabilità. In termini scientifici, dunque, l’evento era prevedibile. Ancora più grave è il fatto che Niscemi era già stata colpita da una frana nel 1997, con danni rilevanti. Da allora si sono succeduti studi preliminari, dichiarazioni di intenti e promesse di intervento, senza che si arrivasse a un programma strutturale di mitigazione del rischio. Questo rappresenta un classico caso di fallimento della prevenzione: l’assenza di decisioni operative si è tradotta in un accumulo di rischio. Nel frattempo, la Sicilia affronta simultaneamente: * incendi boschivi ricorrenti e perdita di biodiversità * crisi idrica cronica, con perdite di rete superiori al 50% in molte aree * inquinamento industriale e degrado della qualità dell’aria * gestione inadeguata del ciclo dei rifiuti * erosione costiera attiva su circa il 77% del litorale regionale * urbanizzazione disordinata e consumo di suolo * crisi dell’agricoltura legata a stress idrico e impoverimento dei suoli Secondo la classificazione UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione, ndR), oltre il 70% del territorio siciliano presenta indicatori compatibili con processi di desertificazione. Le proiezioni climatiche suggeriscono che entro il 2030 circa un terzo dell’isola potrebbe assumere caratteristiche assimilabili a ecosistemi aridi, con degradazione del suolo, perdita di sostanza organica, salinizzazione e stress idrico cronico. A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: negli ultimi anni consistenti risorse destinate alla messa in sicurezza del territorio non sono state spese o sono rimaste bloccate nei meccanismi burocratici regionali, mentre contemporaneamente 2,1 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione sono stati dirottati verso il Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi) e impianti di incenerimento (circa 800 milioni). Questa scelta appare scientificamente incoerente in un contesto ad alta vulnerabilità climatica e geomorfologica. Dal punto di vista dell’analisi costi–benefici ambientali, l’allocazione delle risorse pubbliche risulta in contrasto con le raccomandazioni della letteratura internazionale sulla gestione adattativa dei territori mediterranei, che privilegia: * mitigazione del rischio idrogeologico (consolidamento dei versanti, drenaggi profondi, opere di regimazione idraulica) * infrastrutture verdi e Nature-Based Solutions (riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino della copertura vegetale) * modelli di economia circolare in alternativa all’incenerimento * pianificazione territoriale integrata con vincoli geomorfologici e scenari climatici futuri. Un ulteriore fattore critico è rappresentato dalla sistematica sottovalutazione degli impatti cumulativi nelle procedure autorizzative. Valutazioni Ambientali (VIA e VAS) vengono spesso condotte in modo frammentario, senza una reale integrazione dei dati su dissesto idrogeologico, consumo di suolo e cambiamento climatico. Autorizzazioni edilizie e infrastrutturali continuano a essere rilasciate in aree fragili senza un’analisi profonda delle conseguenze a medio e lungo termine, alimentando un modello di sviluppo che incrementa l’esposizione al rischio. L’approccio dominante, fondato su grandi opere e difese rigide, produce un feedback maladattativo: aumenta la spesa pubblica senza rimuovere le cause strutturali del degrado territoriale. Nel frattempo, mentre la Sicilia affoga nel fango, il dibattito politico resta concentrato su un Ponte che non risolve le criticità infrastrutturali interne dell’Isola e su impianti di incenerimento che cristallizzano un modello arretrato di gestione dei rifiuti. La frana di Niscemi non è solo un disastro ambientale: è l’esito diretto di scelte politiche miopi, di fondi non spesi per la prevenzione, di autorizzazioni concesse senza un approccio sistemico e di un grave ritardo nell’adattamento climatico. Serve un cambio di paradigma immediato. Il governo regionale e il Parlamento siciliano devono pretendere, insieme al governo nazionale, la riallocazione dei 5,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione verso la messa in sicurezza del territorio, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la prevenzione del dissesto idrogeologico e l’adattamento al cambiamento climatico. Continuare a finanziare grandi opere simboliche mentre i comuni franano significa accettare consapevolmente nuovi disastri annunciati. La vera infrastruttura strategica della Sicilia oggi non è un ponte sullo Stretto: è la cura del territorio. Ed è una responsabilità politica precisa, che ha nomi, ruoli e decisioni ben riconoscibili.   Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza
Due Italie: stesso fango
di Mario Sommella (*). A seguire link utili. CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo Harry (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è
January 29, 2026
La Bottega del Barbieri
Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!
In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno. Il […] L'articolo Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla! su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano