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Pride Month: dalle piazze e dalle strumentalizzazioni emerge la necessità di trasformare la società
Giugno è il mese del Pride, o meglio, dei Pride, in ricordo degli storici moti di Stonewall che videro la rivolta delle persone queer e, in particolare, delle persone trans contro la ghettizzazione, l’oppressione e la repressione esercitata dalla polizia nei confronti della comunità. Si è concluso un mese che […] L'articolo Pride Month: dalle piazze e dalle strumentalizzazioni emerge la necessità di trasformare la società su Contropiano.
July 1, 2026
Contropiano
VERONA: IN 4MILA PER IL TUMULTO PRIDE. DENUNCIATE MOLTEPLICI AGGRESSIONI AI MARGINI DELLA MANIFESTAZIONE
Nella prima serata di sabato 27 giugno 2026 a Verona, alla fine di un corteo “tumultuoso”, colorato e partecipato da 4mila persone, 4 persone hanno denunciato di essere state aggredite tra il centro storico e il quartiere di Borgo Trento, dove si era concluso il Pride. A renderlo noto la stessa Rete Tumulto Pride che in un comunicato parla di “intimidazioni e offese” a carattere fascista e omolesbobitransfobico. Due attivisti della Rete Verona per la Palestina e dell’organizzazione del Pride, hanno denunciato ai nostri microfoni di aver subito le aggressioni semplicemente perché portavano con loro la bandiera della Palestina. Gigi, 60 anni, attivista veronese di lunga data ma il cui volto non è particolarmente noto, è stato avvicinato da un trentenne in piazzetta Municipio, in pieno centro storico. L’uomo ha sottratto una bandiera della Palestina di 4 metri per 3, che Gigi stava riportando a casa dopo il corteo. Erano circa le ore 20. L’aggressore si è prontamente infilato in un piccolo vicolo poco frequentato ed ha aspettato Gigi “in posizione da boxer, coi pugni alzati”. Nel frattempo è stato raggiunto da tre sodali e a quel punto Gigi ha deciso di andarsene. Dopo un confronto con compagne e compagni, ha sporto denuncia. Anche Antonella, della Rete Tumulto Pride, è stata aggredita dopo il corteo per ben tre volte in una decina di minuti. Era di ritorno dal corteo nei pressi del ponte della Vittoria, altra zona centrale e molto frequentata. In compagnia di figlio e figlia adolescenti, ha chiesto a quest’ultima di fotografarla con la bandiera della Palestina. Immediatamente è stata insultata pesantemente da un uomo, anch’esso accompagnato da due figli, uno dei quali ha cercato di farlo desistere. Accusato il colpo, dopo pochissimi minuti è stata fermata da una moto “che viaggiava a velocità ridotta e sembrava circumnavigasse la zona. L’uomo a bordo ha iniziato a inveire” ordinando di chiudere la bandiera della Palestina, per poi tagliare la corda. Terza aggressione è avvenuta immediatamente dopo da parte di una dozzina di adulti che hanno iniziato “ad additarci ed insultarci”, racconta Antonella. Uno di loro ha fatto cenno di “attraversare la strada, salvo poi essere trattenuto da un altro del gruppo”, che ha poi proseguito. “Ho pensato che non fosse casuale” ha detto Antonella e “ho avuto conferma, dopo un confronto con Gigi, che le aggressioni fossero frutto di un clima di caccia all’uomo” da parte di simpatizzanti dell’estrema destra che evidentemente erano presenti numerosi nelle zone adiacenti alla piazza finale della manifestazione. Il bilancio della giornata di festa e di lotta con Giovanni Zardini della Rete Tumulto Pride. Ascolta o scarica La testimonianza di Gigi, della Rete di Verona per la Palestina. Ascolta o scarica La testimonianza di Antonella, della Rete Tumulto Pride. Ascolta o scarica Il Comunicato di lunedì 29 giugno inviato in redazione dalla Rete Tumulto Pride in merito alle aggressioni.  INTIMIDAZIONI, OFFESE E INSULTI AL TUMULTO PRIDE 2026. Se analizziamo questo Tumulto Pride 2026 dal punto di vista della continuità di un progetto politico nato lo scorso anno, possiamo affermare che il percorso compiuto dalle associazioni e dalle soggettività che lo hanno portato per le vie di Verona sabato 27 giugno è stato importante oltre che entusiasmante. Chi era in piazza con noi sabato ha percepito l’importanza del progetto. L’energia che si respirava era potente e i contenuti, portati in piazza anche da altre città, erano quelli alla base del manifesto politico del Tumulto Pride e perciò profondamente sentiti e convincenti. Ma dobbiamo anche segnalare alcuni episodi allarmanti che si sono verificati durante e dopo il corteo terminato in Piazza Vittorio Veneto, che hanno coinvolto partecipanti e volontariɜ della Rete Tumulto Pride, presɜ di mira da insulti e intimidazioni fasciste ed omolesbobitransfobiche. Un compagno che portava simboli della lotta del popolo palestinese, mentre tornava a casa è stato oggetto di una aggressione verbale che per poco non è diventata fisica. In un vicolo isolato in pieno centro città gli è stata strappata di mano la bandiera della Palestina ed è stato insultato per il suo impegno. L’episodio, che lo ha visto da solo di fronte a quattro aggressori, sarebbe potuto finire molto peggio se non avesse avuto la prontezza di andarsene. Una donna appartenente alla Rete Tumulto, mentre attraversava il ponte della Vittoria per tornare a casa, è stata aggredita verbalmente da alcuni passanti alla presenza dellɜ figliɜ. Unə fotografə ufficiale volontariə è statə oggetto di insulti omolesbobitransfobici da parte di suoi connazionali che evidentemente non accettavano che anche una persona  migrante possa partecipare orgogliosamente a un Pride. Anche un’altra persona ci ha segnalato via messaggio di essere stata oggetto di insulti tipo “frocio di merda” mentre stava tornando a casa dopo il corteo. Abbiamo raccontato naturalmente solo i fatti di cui abbiamo avuto testimonianza diretta. Un’altra considerazione è relativa all’aver visto un enorme spiegamento di forze dell’ordine, crediamo di poter dire mai cosi tante per un Pride a Verona. Sappiamo bene come siamo stati accoltɜ da una parte della città, tuttɜ eravamo consapevoli che in Piazza Vittorio Veneto un nutrito gruppi di fascisti si era radunato in un bar noto per le frequentazioni di estrema destra. La Rete Tumulto si è prodigata per liberare la piazza ben prima delle ore 21.00 concordate con la Questura, e uno dei motivi era proprio la salvaguardia della nostra sicurezza, l’impegno a non lasciare nessunə solə in balia di possibili aggressioni. Lo svuotamento veloce della piazza ha funzionato bene anche grazie al servizio di navette che avevamo organizzato. In questi due giorni successivi al Pride gli attacchi sono proseguiti su stampa e social, con pubblicazione di foto dove lɜ attivistɜ del Tumulto Pride che vengono presɜ di mira individualmente nel testo sono ben riconoscibili, a rischio quindi di diventare a loro volta vittime di aggressioni fasciste e omolesbobitransfobiche. Tutto ciò ci dice una sola cosa, che di Pride come il Tumulto c’è un grande bisogno a Verona. Ci impegniamo per questo a proseguire il progetto anche nel 2027. Esprimiamo vicinanza e solidarietà  a tutte le persone che hanno subito violenza durante e dopo il corteo, e vogliamo dire loro NON  MOLLATE, NON SIETE SOL* RETE TUMULTO PRIDE
June 29, 2026
Radio Onda d`Urto
PRIDE: OGGI MANIFESTAZIONI IN SETTE CITTA’ ITALIANE E DECINE NEL MONDO
Nei fine settimana di fine di giugno in tutto il mondo si concentrano la maggior parte delle manifestazioni Pride, promosse dal Movimento LGBTI+. La data simbolo infatti è quella dell’anniversario della notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, quando la polizia fece irruzione nel locale Stonewall, frequentato dalla comunità gay newyorkese, e scatenò una rivolta. In Italia l’Onda Pride, nata nel 2013 dopo le esperienze dei Pride Nazionali, vede organizzati oggi i cortei e le feste di Milano, Verona, Cagliari, Catania, Napoli, Giulianova Abruzzo, Taranto. Cortei che in alcuni casi, come a Milano, sono stati rinviati di alcune ore per via delle alte temperature. “Dopo anni di piccoli miglioramenti, i dati dell’ILGA mostrano per il secondo anno consecutivo un peggioramento a livello mondiale”, ha dichiarato a Radio Onda d’Urto Luca Paladini, fondatore dei Sentinelli e consigliere regionale della Lombardia. “Aumentano i paesi in cui l’omosessualità è punita con il carcere o con la pena di morte, delineando un clima preoccupante di “caccia alle streghe” che attraversa contesti diversi come la Russia, l’Africa (con l’inasprimento delle pene in Senegal) e gli Stati Uniti di Trump, visibilmente transfobici”.  Ascolta l’intervista a Luca Paladini, fondatore dei Sentinelli e consigliere regionale in Lombardia, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
June 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Tumulto Pride Verona 2026
Sabato 27 giugno Verona ospiterà Tumulto Pride, il Pride cittadino che nasce dal basso e restituisce spazio e voce a chi spesso viene esclus* dalle narrazioni dominanti. Privo di sponsor, Tumulto Pride è un'iniziativa intersezionale, antifascista e radicata nella comunità. Quest’anno, in un contesto politico sempre più segnato da forze regressive che impongono politiche di chiusura, riarmo e riscrittura del presente e del passato, Tumulto Pride mette al centro la lotta contro i fascismi imperanti. Ne parliamo con un compagno.
June 27, 2026
Radio Onda Rossa
VERONA: SABATO TUMULTO PRIDE. “POLITICO, INDIPENDENTE” E NUOVAMENTE MINACCIATO DALL’ESTREMA DESTRA
Sabato 27 giugno torna “Tumulto”, il Pride “politico, indipendente, completamente autofinanziato e senza sponsor” della città di Verona. Concentramento ore 16 in piazza Bra. Il corteo che sfilerà per 3 chilometri si concluderà in piazza Vittorio Veneto, nel quartiere di borgo Trento, roccaforte della “Verona bene”. La “Verona bene” che torna a mobilitarsi contro il Pride. Infatti l’estrema destra organizza nel primo pomeriggio un “Corteo in difesa della famiglia” che partirà dal centro storico, vicino a dove passerà anche il Tumulto. L’organizzazione del Tumulto Pride è anche stata “diffidata” dall’associazione cattolica integralista Cristus Rex, che da qualche anno aveva smesso di interessarsi al Pride cittadino. In aggiunta, nei giorni scorsi sono state numerose le polemiche e gli scambi di accuse tra la Rete Tumulto Pride e altre organizzazioni della galassia LGBTQIA+ cittadina: Arcigay, UDU e Yanez Verona si sono aggiunte al corteo all’ultimo minuto e senza aver partecipato al percorso organizzativo che dura da mesi. Hanno anche annunciato una festa finale “alternativa” a quella ufficiale. Tumulto Pride si concluderà con il “Queer party” presso il Festival Paratod@s a Quinzano, in via Villa 25. La serata sarà animata da Yung Paninaru, artista queer neuro divergente che mescola sonorità elettroniche e linguaggi dissacranti, seguita dal DJ set di The Drop DJ. La festa continuerà fino a tarda notte. Giovanni Zardini e Andrea Viceré della Rete Tumulto Pride presentano la giornata sulle nostre frequenze. Ascolta o scarica Leggi il comunicato stampa del Tumulto Pride 2026
June 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori
IN PIAZZA GARIBALDI UN PRIDE RADICALE, AUTOFINANZIATO E POLITICO, CHE INTRECCIA RIVENDICAZIONI QUEER, SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA E RIFIUTO DELLE LOGICHE COMMERCIALI E ISTITUZIONALI. Napoli, 20 giugno 2026 Piazza Garibaldi, metà pomeriggio. Il sole batte ancora sui sampietrini quando arrivo, e la piazza è già più piena di quanto mi aspettassi. Il monumento al centro diventa il punto di raccolta naturale, la quinta scenica intorno alla quale la gente si dispone senza che nessuno lo abbia deciso. Sopra le teste, uno striscione dipinto a mano: “NO PRIDE IN GENOCIDE”, lettere rosa e nere. Poco più in là, un’anguria di cartone con “FREE PALESTINE” in bianco su rosso oscilla sopra la folla. La piazza non aspettava. Era già. Arrevutamm Pride non si presenta come un evento. La Manifesta 2026 lo dice in apertura: è un progetto politico vivo, fluido, in divenire. Un laboratorio permanente che si anima del fuoco di chi lo attraversa. Il nome viene dal napoletano, “rivoltiamo”, e il capovolgimento riguarda prima di tutto il metodo. Niente sponsor, niente sponsorizzazioni commerciali, niente logiche verticistiche. L’autofinanziamento non è una scelta obbligata dalla mancanza di risorse, è una posizione politica: rifiutare che le rivendicazioni di chi viene sistematicamente espulso dal discorso pubblico vengano monetizzate, addomesticate, rese presentabili al mercato. Durante la dichiarazione di apertura, dal megafono: “La nostra autonomia politica non è in vendita in questa piazza”. La Manifesta chiama per nome ciò da cui Arrevutamm si distanzia: “la politicità completamente annientata dalle logiche di consumo, da quelle di consenso, da quelle neoliberali”. Un Pride scomodo, dicono di sé, che nasce come spazio per persone queer marginalizzate, cancellate, rese feticcio, tokenizzate, silenziose. Nasce, soprattutto, come risposta alla stanchezza dei compromessi. La Manifesta 2026 porta una delle affermazioni politiche più nette che si possano leggere in un documento di movimento in questo momento: “NO PRIDE IN GENOCIDE finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Non una postilla, non una nota a margine, ma una delle colonne portanti dell’intero impianto politico del collettivo. Arrevutamm ha costruito il corteo di oggi in solidarietà con quei corpi, ha spostato una delle proprie assemblee preparatorie dentro il presidio permanente pro-Palestina dell’Università Federico II, a Porta di Massa. Il pinkwashing, nella lettura di Arrevutamm, non è solo la pratica delle aziende che appendono una bandiera arcobaleno a giugno. È anche la pratica degli Stati che usano i diritti delle persone queer come argomento di legittimazione della propria violenza militare. Dal megafono: “Non è possibile accettare che ai Pride partecipino le stesse aziende che inquinano il pianeta, che lucrano sui nostri dati, che distruggono con progetti imperialisti interi territori e popoli, che quando la Casa Bianca chiama non pensano due volte a rimuovere tutti i programmi di diversity and inclusion pur di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione”. Arrevutamm rifiuta di essere la faccia presentabile di un Occidente che bombarda. “Finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, il nostro grido sarà solo uno”. Quello che accade a Napoli oggi non è un caso isolato. Negli stessi giorni, il Rivolta Pride di Bologna porta lo stesso “NO PRIDE IN GENOCIDE” come asse politico centrale, non come postilla. A Roma il Pride ufficiale ha escluso il carro di un’associazione filo-sionista sotto la pressione del movimento. La formula è la stessa, la direzione è la stessa: nei Pride radicali italiani il sostegno alla causa palestinese non è un tema aggiunto, ma un criterio di appartenenza. Il conflitto non è tra chi fa Pride e chi non lo fa: è dentro la parola stessa, su cosa debba contenere e a quali esistenze debba rispondere. Quando parte il corteo, lo striscione principale occupa tutta la larghezza della strada: “ARREVUTAMM PRIDE 2026”, fiamme rosa alla base, e sul lato sinistro “CORPI E TERRITORI”. Guardando chi sfila, viene da pensare che quella scritta non sia solo una dichiarazione programmatica. I corpi in questo corteo non corrispondono all’immaginario che certi Pride hanno costruito e replicato negli anni: corpi performativi, omologati, esibiti come prova di accettabilità. Qui c’è altro, e non è semplice da nominare senza scivolare nella retorica. Sono corpi che non hanno contrattato la propria presenza, che non si sono resi presentabili per ottenere il diritto di sfilare. Corpi che non chiedono di essere trovati accettabili perché rifiutano la logica stessa dell’accettazione: quella per cui esisti nella misura in cui qualcuno con più potere di te decide che puoi farlo. Non è una postura, non è un’estetica alternativa. È il rifiuto di diventare merce di scambio: ti mostro quanto sono normale, tu mi concedi i diritti. Quei corpi rivendicano sé stessi senza attendere che qualcuno conceda loro il diritto di farlo. L’energia in piazza non era quella dei cortei che celebrano. Era qualcosa di più intenzionale: la voglia concreta di non essere soggetti passivi, ma responsabili della propria vita. Dalla dichiarazione di apertura: “Noi non chiediamo che ci vengano concessi i diritti, pretendiamo che ci vengano garantiti tutti quelli che attivamente la società ci toglie e ci strappa dalle mani. Non chiediamo il favore di essere tollerate e incluse”. E ancora, rivolto alle istituzioni presenti in piazza: “Fate un passo indietro. Mettetevi nella folla, parlate con le comunità, sentite che hanno da dire, e semmai partite da qui per compiere il vostro lavoro”. Una settimana dopo, il Napoli Pride ufficiale celebrerà i trent’anni dal primo corteo del 1996. Due manifestazioni nella stessa città, nello stesso giugno. La questione che Arrevutamm solleva non è di concorrenza tra cortei, né di purezza politica contrapposta alla contaminazione istituzionale. È più scomoda: riguarda cosa si intende per orgoglio quando il termine viene usato da soggetti politicamente inconciliabili. Se orgoglio può significare contemporaneamente autofinanziamento e sponsorizzazione bancaria, antisionismo e viaggio a Tel Aviv, presidio universitario pro-Palestina e Pride Park al Palazzo Fuga, allora la parola non descrive più niente di preciso. Il rischio non è la divisione del movimento, che è sempre esistita ed è spesso stata fertile. Il rischio è che la proliferazione di usi dello stesso termine finisca per svuotarlo, per renderlo un contenitore disponibile a qualsiasi riempimento, compreso quello di chi lo usa per non fare niente. Arrevutamm prova a tenere il termine ancorato a una pratica concreta: niente sponsor, niente istituzioni sul palco, niente silenzio su Gaza. La Manifesta 2026 chiude così: “Saremo tumulto, come il bradisismo dei Campi Flegrei, da cui far emergere nuovi orizzonti nella frattura dell’esistente”. Il bradisismo è il movimento lento del suolo che si gonfia dal basso. Oggi, in questa piazza, non sembrava una metafora. Piazza Garibaldi durante Arrevutamm Pride 2026, con cartello “Free Palestine”. Francesco Russo
June 22, 2026
Pressenza
[Da Roma a Bangkok] I pride in Asia
Nel mese del pride di presentiamo una carrellata di come si manifesta per il pride in Asia, o meglio nella parte del continente che dall'India va verso est. Piccole manifestazioni molto represse in paesi dove il movimento lgbtiq è ancora molto nascosto, manifestazioni oceaniche ed estremamente commerciali ovvero invase, come e più che in occidente dalle grandi multinazionali, feste tradizionali che si trasformano in pride, giornate di lotta o di festa, insomma una grande varietà... lontana dalle attese esotizzanti dell'occidente.
June 18, 2026
Radio Onda Rossa
Il mese del Pride al tempo del regime di guerra
I PRIDE E IL CONFLITTO INTERNO Siamo nel pieno del mese del Pride, ogni weekend è ricco di appuntamenti e manifestazioni in molte città del paese, tant’è che ormai da anni “il mese” si prolunga anche a luglio e settembre, per evitare troppe sovrapposizioni di date. A Roma, la parata sarà sabato 20 giugno, ma le iniziative a tema sono già ora numerose in città. Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la scelta degli organizzatori di Roma Pride di non far partecipare alla parata il carro dell’associazione Keshet. L’associazione – che portava sempre le bandiere con la stella di David bianca su sfondo arcobaleno – non ha mai nascosto le sue posizioni apertamente filo sioniste. Per questa presenza nel corso degli anni – sopratutto dall’inizio del genocidio in Palestina – ci sono state infinite critiche nei confronti del Roma Pride e contestazioni nei confronti del carro di Keshet che, ricordiamo, nel 2025 fu l’unico a non voler spegnere la musica nel minuto di silenzio per le persone morte a Gaza. La scelta del Roma Pride è ovviamente una vittoria del movimento e un segnale di quanto il sostegno alla causa palestinese sia diventato egemonico nei gruppi lgbtqia+ del nostro paese. Questo fatto sarebbe stato impensabile solo 4 anni fa, quando ancora il meccanismo del pinkwashing funzionava perfettamente e ad ogni pride circolavano numerosi volantini di promozione di Tel Aviv, definita nel 2012 miglior meta al mondo per il turismo gay. Tuttavia va sottolineato che mantenere vincoli con le forme più brutali di pinkwashing – quale è la partecipazione di Keshet al Pride – era solo una delle critiche che le realtà di movimento queer hanno posto per anni ai soggetti ufficiali organizzatori dei Pride. Le altre critiche, rivolte per lo più alle parate più grandi quali Roma, Milano, Napoli, Firenze e Torino, sono anzitutto la presenza pervasiva di sponsor di ogni tipo, espressione di pessime corporation markettare pronte a rifarsi una facciata colorandosi di arcobaleno a giugno ma poi responsabili di pessime politiche sindacali, ambientali e sociali. Ricordiamo, a titolo di esempio, a Roma la presenza di carri di Acea e American Express, a Milano addirittura Amazon.  Inoltre si rileva l’assenza di un reale approccio politico intersezionale, volto a intendere la rivendicazione di diritti civili intrecciata a quella di diritti sociali e ambientali nonché volto a criticare in modo sistemico le forme con cui capitalismo e patriarcato agiscono nella nostra società. In quest’approccio la discriminazione delle persone lgbtqia+ è solo una delle molteplici espressioni di violenza e in quanto tale si deve vedere la propria lotta e le proprie alleanze in forma sinergica e convergente. Viene poi giudicato negativamente il posizionamento estremamente benevolo quando non spudoratamente clientelare nei confronti delle amministrazioni comunali che patrocinano l’iniziativa, a cui spesso vengono generosamente offerti palchi e visibilità. A volte sono le stesse amministrazioni e partiti di centro sinistra che sgomberano spazi sociali, cementificano aree verdi, vendono la città alle piattaforme di turismo desertificatore.  Si ritiene grave poi la carenza di spazi di visibilità e protagonismo per la comunità transgender e – al contrario – la promozione di un immaginario che ipervisibilizza corpi maschili abili, altamente performanti, omologati e normati e invece trascura la diversità, i corpi non normati nonché le molteplici forme di disabilità. Sempre legata alla costruzione dell’immaginario si contesta una narrazione del Pride che anziché parlare di diritti e autodeterminazione ripiega se stessa su slogan nazional-popolari come “Love is love”. Infine, nelle città più grandi è oggetto di numerose critiche la gestione dell’organizzazione della parata. Questa avviene spesso in modalità gravemente proprietarie, con tanto di registrazione del marchio e di espulsione da pseudo-assemblee ristrette di ogni soggetto critico nei confronti dei soggetti organizzatori principali – nel caso romano il circolo Mario Mieli. Da ultimo si rifiuta lo spazio dato alla associazione lgbt delle forze di polizia, Polis aperta, che si presenta frequentemente alle parate, permettendo così anche alle forze dell’ordine di ripulirsi da abusi e violenze commesse quotidianamente nei confronti delle soggettività marginalizzate di questo paese incluse quelle lgbtqia+. di Muriel Brodolo IPOTESI DI LOTTA QUEER Davanti a queste problematiche, evidenti e serie già alla fine degli anni ‘00, le realtà di movimento queer in ogni città hanno ciclicamente optato per diverse opzioni genericamente riconducibili a due macro ipotesi. La prima è quella di costruire parate alternative, spesso in giorni differenti per non porsi in competizione diretta. La seconda è quella di lavorare all’interno dello spazio – a volte angusto – offerto dagli organizzatori ufficiali per ripoliticizzare la parata, per imporre parole d’ordine, paletti minimi e ordini del giorno che possano, anno dopo anno, imporre un immaginario all’altezza delle sfide poste dall’epoca storica in cui viviamo. A volte questo tentativo di ripoliticizzazione non è possibile negli spazi preparatori ma viene agito direttamente durante i cortei, partecipando con carri di contenuto e non solo di performance. In alcuni casi si è optato per entrambe le ipotesi, ossia si sono organizzate parate alternative e poi si è cercato di influenzare il Pride ufficiale partecipando con un carro proprio. Ovviamente entrambe le ipotesi hanno rischi. Organizzando solo cortei alternativi si rischia di trincerarsi nella difesa della rappresentazione identitaria di se stessx senza ambizione trasformativa nei confronti della società. Nel partecipare da dentro si rischia di venire invisibilizzatx in parate molto annacquate nella forma e nei contenuti oltre che spesso faticose da attraversare a causa di metodi di gestione del potere in piazza tutt’altro che transfemministi. Optare per una ipotesi o per l’altra dipende ovviamente dal contesto locale, da scelte e posizionamenti del soggetto organizzatore e pure dalle scelte legittime di chi in quel momento sta impegnandosi nei collettivi e nelle assemblee di realtà di movimento queer. Un esempio significativo è stato quello bolognese in cui per anni si organizzò una parata alternativa che diede vita nel 2019, con B-side Pride, a una contaminazione importante tra collettive e associazioni. Nel 2021 le posizioni delle realtà di movimento divennero talmente egemoniche in città da rendere possibile la nascita di Rivolta Pride come unico pride della città, in cui collettivi e associazioni costruiscono la piattaforma attraverso assemblee aperte e orizzontali. Il Rivolta Pride divenne famoso per essere riuscito – nel 2022 – a impedire la partecipazione “visibile” di Polis aperta alla propria parata. Ancora oggi al Pride bolognese non ci sono carri di aziende, ogni spesa è frutto di raccolta fondi di base e all’amministrazione comunale non viene offerto alcun palco, anzi, la loro partecipazione non li risparmia, durante il corso dell’anno, da critiche per le loro scelte neoliberali da parte degli organizzatori stessi del Pride. Altri Pride hanno assunto posizionamenti simili. A Genova il Liguria Pride ha costruito un manifesto politico del Pride 2026 ricco di contenuti e posizionamenti fortemente radicali.  Pure a Palermo si costruisce un Pride con contenuti e posizioni nette, come dimostrato quest’anno davanti ad alcune scelte di rainbow washing dell’amministrazione comunale. A Roma il collettivo Priot nel 2023 organizzò una parata alternativa e poi prese parte con un proprio carro al Roma Pride. Lo stesso collettivo nel 2024 e 2025 scelse invece di organizzare solo parate alternative. Sempre a Roma, il gruppo Infinity Pride, nato giusto quest’anno, rilancia le critiche strutturali all’organizzazione ufficiale con l’obiettivo esplicito di riuscire a cambiare la parata. Il gruppo ha inoltre espresso chiaramente quanto la scelta di escludere Keshet sia solo una parte delle richieste di cambiamento, dichiarando però di voler partecipare comunque alla parata del 20 giugno. A Napoli invece il conflitto è apertissimo, e l’incompatibilità tra movimento e organizzazione ufficiale è netta – come racconta la rete queer alternativa Arevuttam Pride – visto che il presidente di Arcigay Napoli ha posizioni gravemente omonazionaliste. Verrà organizzata una parata in un giorno alternativo. A seguito della mancata approvazione del DDL Zan si era costituita una rete nazionale nel 2021, Stati Genderali LGBTQIA+ che tra i molti scopi aveva pure come obiettivo sotteso quello di far avanzare la politicizzazione di tutti i Pride e quindi – in qualche modo – promuovere una transizione simile a quella che si era ottenuta a Bologna, in ogni città. Questo processo si interruppe per vari motivi inclusa la disomogeneità su scala nazionale di un soggetto come Arcigay ma pure per la forte eterogeneità dei gruppi queer che partecipavano alla rete, nonché per la nota difficoltà della sinistra di movimento a consolidare nel tempo larghe coalizioni nazionali. Dal 2017 in poi un ruolo importante lo ha svolto anche la rete Non Una di Meno, che è riuscita a promuovere un posizionamento radicalmente transfemminista e inclusivo in tante città e che quindi ha aperto dello spazio e permesso di “spostare a sinistra” molte realtà lgbtqia+, anche se ovviamente pure NUDM vive di stagioni e di partecipazioni variegate nel tempo e nei contesti cittadini. di Muriel Brodolo I PRIDE, LA STORIA, IL FUTURO La storia del movimento queer italiano è sempre stata attraversata da due tendenze, una presente all’interno dei movimenti dal basso di critica sistemica, l’altra pronta alla mediazione – a volte consociativa – con gli apparati istituzionali. Quest’ultima dimostrò però tutta la sua debolezza nel 2016 quando – anche con una forte maggioranza politica di centro-sinistra in Parlamento – si ottenne una legge monca e fortemente deludente come la legge Cirinnà per le unioni civili. Oggi viviamo già in un’altra epoca, l’attacco da parte della destra è sempre più violento e pervasivo basti pensare la ferocia della violenza nei confronti delle persone trans. Diventa pertanto urgente evitare minoritarismi identitari autorappresentativi ma al tempo stesso è fondamentale non fare neppure un passo indietro rispetto alla radicalità dei contenuti e dei posizionamenti. A corollario dell’avanzata della destra fascista nel mondo, il cambio di regime a Washington ha fatto indietreggiare molte corporation che hanno smesso di investire nelle policy di diversità e inclusione e di conseguenza hanno smesso di sponsorizzare i Pride. Questo cambiamento ha iniziato a farsi sentire anche in Italia, a conferma di quanto le loro bandiere arcobaleno siano state sempre bieco opportunismo di marketing.  Meno corporations vuol dire – potenzialmente – avere più spazio per un discorso radicalmente politico. Non è chiaro quale evoluzione potrà esserci nel futuro prossimo. Senza dubbio c’è bisogno di un movimento queer radicale e di piazza. La reazione tutto sommato debole all’approvazione della legge sul consenso informato a scuola – che sancisce la fine di ogni possibilità di educazione sessuo-affettiva – non è un bel segnale. I Pride hanno però un grande merito, quello di riuscire a coinvolgere e motivare una notevole varietà di persone non militanti ma che sono spesso disposte a prendere posizioni notevolmente radicali, a volte molto più dei soggetti organizzatori. Questi ultimi vengono così “trascinati” ad fare scelte nette e a schierarsi – come è stato per il sostegno alla questione palestinese negli ultimi due anni. Nelle scene finali del film Pride del 2014, viene rappresentato il dissidio tra le due anime del mondo lgbtqia+ che abbiamo fino a qui descritto, proprio all’inizio del Pride di Londra del 1985. Il conflitto nel film viene risolto a favore dell’ala più radicale proprio grazie all’alleanza che aveva costruito negli anni precedenti con le lotte dei minatori.  Forse la chiave per essere marea che sa mantenere posizioni radicali sta proprio lì, nelle alleanze costruite con altri movimenti che parimenti richiedano una trasformazione sistemica del mondo in cui viviamo. Allora forse proprio la marea intersezionale che si è manifestata nel movimento a sostegno della Palestina – anche grazie all’azione della Global SUMUD Flotilla – può essere uno stimolo che indica una strada possibile, aperta ma tutta ancora da costruire. Foto Muriel Brodolo La copertina è di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 16, 2026
DINAMOpress
[2025-10-18] ENBY PRIDE - EUFORIA NON BINARIA @ Piazzale ostiense
ENBY PRIDE - EUFORIA NON BINARIA Piazzale ostiense - Piazzale ostiense, roma (sabato, 18 ottobre 16:00) La manifestazione è accessibile in lingua dei segni grazie alla presenza di interprete LIS h 16: concentramento in p.le Ostiense DJ e base fonica con Peppa Porca Onirica, distopica e un po’ maiala  e Lilith Xeno, entità xenomorfa proveniente dagli abissi dell’iperspazio, atterrata sulla Terra per trascinarvi in un trip psichedelico fatto di motomiao (sì, gattini motociclisti) e piogge di glitter cosmico.  h 16:30 lettura manifesti e microfono aperto h 17:00 partenza del Pride verso parco Shuster h 17:30 arrivo a Parco Shuster e performance di * Porcah Ontas (spettacolo drag) Porcah Ontas, attivista non binaria, drag queer, parte attiva del movimento queer transfemminista italiano. Nasce con conigli bianchi ed esprime l’importanza di unire l’arte drag alla lotta e alla politica * Nuvola (spettacolo drag), un'idea vaporosa. Un pensiero astratto che prende forma solo quando ha qualcosa da dirti. non si definisce, si percepisce e           * Sadia, Persona non binaria disabile, canta le sue canzoni con la voce dell'AI per superare i limiti e ribellarsi alla società che lə guarda con sdegno e paura. * Vòland: la conoscete come Kiara Vaggio, ma più probabilmente non la conoscete affatto, si presenta al pride con la sua edizione King  per avere la rivincita sulla maschilità fallita di chiunque si nasconde sotto le sue spoglie * Peppina L'ametista: per patriarcato e f3sc1sm1 non c'è scampo! * Queer poetry con Questa Cosa Queer, collettivo per la costruzione di spazi safe di espressione attraverso la poesia performativa queer                 * Lilith  Xeno Siamo tuttx non conformi. Siamo tuttx in marcia. Siamo tuttx in lotta. Il 18 ottobre 2025 a Roma vogliamo vivere insieme una giornata di euforia, visibilità e lotta per tutte le soggettività non binarie e per chiunque rifiuti l'imposizione del binarismo di genere. Il Non-Binary Pride - Euforia non binaria nasce da libere soggettività e vive dal basso, senza sponsor, patrocini, bandiere o "cappelli" associativi. Per il nostro primo Pride vogliamo affermare l'euforia di abitare la diversità fuori dai binari che ci impongono ancora prima della nascita e che segnano le nostre esistenze dal momento in cui veniamo al mondo, disegnando ruoli e destini che non ci appartengono. Affermiamo il nostro desiderio di veder rispettata la nostra autodeterminazione a livello giuridico, sociale, culturale e politico, affinché venga superata ogni forma di patologizzazione, psichiatriazzazione, invisibilizzazione e marginalizzazione delle nostre esistenze. Non abbiamo bisogno di psichiatri e tribunali per affermare chi siamo, per questo vogliamo una nuova legge che sostituisca la 164/82, ormai lontana dai tempi che attraversiamo, che ripari i danni di decenni di discriminazioni e si basi sull'autodeterminazione e sul consenso informato. Incarniamo nei nostri corpi l'impossibilità di controllo su generi, espressioni, vite, relazioni. Incoraggiamo la partecipazione di tutte quelle realtà e soggettività queer, trans e alleate della comunità LGBTQIPAK+ e non solo, che condividano la visione del superamento del binarismo di genere e della patologizzazione e psichiatrizzazione delle nostre identitá Nella nostra piazza non c'è spazio per comportamenti abusanti e violenti e la nostra autodifesa è collettiva. Se sai di aver avuto comportamenti che sono stati vissuti come abusanti da altre persone STANNE FUORI. Siamo dalla parte dei corpi resistenti in ogni parte del mondo e per questo non smetteremo di dire #stopalgenocidio in Palestina che continua anche oltre il cessate il fuoco. Vogliamo gridare che esistiamo, resistiamo e ci prendiamo tutto lo spazio che ci spetta!
October 10, 2025
Gancio de Roma