Tag - social network

La baby gang non esistono
di Vincenzo Scalia* Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso L’accoltellamento …
September 22, 2026
Osservatorio Repressione
Kids Act: cosa prevede la legge UE che vuole vietare i social ai minori di 13 anni
Finora i limiti di età previsti dai social network sono rimasti quasi sempre sulla carta: per aggirarli bastava inserire una falsa data di nascita. Ora, l’Unione Europea vuole trasformare quel confine formale in un divieto effettivo. Il 17 settembre la Commissione ha presentato il Kids Act, la proposta di regolamento che vieta gli account social sotto i 13 anni, ammette tra i 13 e i 15 soltanto profili controllati dai genitori e fissa a 15 anni la soglia per iscriversi autonomamente. Il provvedimento interviene anche su piattaforme video, videogiochi, app store e chatbot, introducendo un principio destinato a pesare sulle Big Tech: saranno le aziende a dover dimostrare che i propri servizi sono sicuri fin dalla progettazione, non le famiglie e i minori a provarne la pericolosità. Il nome completo è EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy. Non è ancora una legge in vigore, ma una proposta della Commissione che dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Sotto i tre anni verrebbe escluso anche l’accesso alle piattaforme video, dai tre ai tredici niente profili social: sarebbero ammessi soltanto servizi video per bambini, tramite l’account del genitore, senza feed personalizzati e per non più di un’ora al giorno. A 13 e 14 anni arriverebbero i “mini account”, sorvegliati dai genitori, con contatti approvati e un limite quotidiano di un’ora. Dai 15 anni, si potrebbe creare un account indipendente, con tutele specifiche fino ai 18. Secondo un’indagine Eurobarometro, gli adolescenti europei dichiarano di trascorrere davanti agli schermi in media 4,5 ore nei giorni di scuola e 6,1 nel fine settimana. Il 38% riferisce difficoltà ad addormentarsi a causa dei social e il 33% dichiara di sentirsi spesso stressato o ansioso. Il tentativo è, dunque, quello di sostituire le diverse norme nazionali con un’unica soglia valida nei Ventisette. Il punto più incisivo non è però il divieto anagrafico, ma l’attacco ai meccanismi con cui le piattaforme trattengono i minori. Verrebbero proibiti lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica senza pause, le notifiche progettate per richiamare il minore senza essere collegate a una sua azione e quelle inviate durante le ore di sonno, le ricompense per la pubblicazione di contenuti o le dirette rivolte a un pubblico indeterminato e le “streak”, che penalizzano chi non ritorna ogni giorno. Gli algoritmi dovrebbero privilegiare le scelte esplicite del minore: la personalizzazione basata sul tracciamento sarebbe disattivata per impostazione predefinita, non potrebbero essere impiegati dati raccolti fuori dal servizio e dovrebbe essere sempre disponibile almeno un feed privo di profilazione, evitando percorsi capaci di condurlo verso contenuti sempre più dannosi. I profili sarebbero privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, microfono e fotocamera spenti. Gli sconosciuti non potrebbero contattare un minore senza approvazione preventiva; sarebbero bloccati il download e gli screenshot dei suoi contenuti, mentre la possibilità di trasmettere in diretta sarebbe disattivata per impostazione predefinita. Gli acquisti dovrebbero indicare il valore in denaro reale, mentre gli app store avrebbero l’obbligo di classificare le applicazioni per età e di impedire ai minori di scaricare o acquistare quelle non adatte. La proposta investe anche gli “AI companion” e i chatbot, che non potrebbero impiegare sistemi capaci di simulare relazioni umane in modo tale da favorire una dipendenza emotiva. La memoria delle conversazioni resterebbe disattivata per impostazione predefinita, salvo quando necessaria alla sicurezza del minore, e i sistemi dovrebbero essere testati prima del lancio e monitorati successivamente. Se integrati in un social o in un videogioco, non potrebbero attivarsi da soli né essere messi in evidenza nell’interfaccia e dovrebbero poter essere disabilitati facilmente. Rimane il nodo decisivo: come verificare l’età senza trasformare la tutela dei bambini in un sistema di identificazione generalizzata? La Commissione prevede strumenti certificati e indipendenti dalle piattaforme, tra cui un’app europea gratuita e, in futuro, il portafoglio europeo di identità digitale. Con la tecnologia zero-knowledge proof, i social riceverebbero soltanto un sì o un no sul superamento della soglia, senza poter identificare o tracciare l’utente. Entro sei mesi dall’applicazione delle nuove regole, gli account sotto i 15 anni o di età incerta andrebbero disattivati. Le piattaforme con almeno 45 milioni di utenti mensili nell’UE dovrebbero presentare un piano di conformità verificato, a proprie spese, da revisori indipendenti e rischierebbero sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale. Se approvato, il regolamento si applicherebbe sei mesi dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il Kids Act sposta così il bersaglio dai ragazzi agli algoritmi e al modello economico che monetizza la loro attenzione. Resta, però, da capire se saprà piegare davvero le Big Tech, senza trasformare la verifica dell’età nel cavallo di Troia per rendere identificabile ogni cittadino online. The post Kids Act: cosa prevede la legge UE che vuole vietare i social ai minori di 13 anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
Meta patteggia nella causa sui danni ai bambini, ma non ammette colpe
Meglio pagare miliardi che lasciare a un tribunale il compito di stabilire se Facebook e Instagram siano stati deliberatamente progettati per creare dipendenza nei minori. A poco più di una settimana dall’inizio del processo di Oakland, Meta ha raggiunto un patteggiamento con una coalizione bipartisan di procuratori generali americani: verserà fino a 16,68 miliardi di dollari e introdurrà nuove tutele per gli adolescenti. L’accordo pone fine al procedimento, evita a Mark Zuckerberg di testimoniare e, soprattutto, non contiene alcuna ammissione di responsabilità. Quella che il New York Times ha definito una “drammatica capitolazione” assume così anche i contorni di una costosissima operazione di contenimento del danno. Il patteggiamento coinvolge 47 Stati, il Distretto di Columbia e tre territori americani, per un totale di 51 amministrazioni, ed è stato approvato dal tribunale federale di Oakland. Le contestazioni erano pesantissime: secondo gli Stati, Meta avrebbe violato le norme federali sulla privacy dei minori e quelle statali a tutela dei consumatori, inducendo bambini e adolescenti a trascorrere sempre più tempo sulle proprie piattaforme attraverso notifiche, riproduzione automatica dei contenuti, scorrimento infinito e sistemi di ricompensa sociale. Secondo gli Stati, non si sarebbe trattato di conseguenze impreviste, ma del risultato di precise scelte industriali compiute mentre l’azienda disponeva già di studi interni sugli effetti di Instagram e Facebook sulla salute mentale dei più giovani. «L’obiettivo di questo caso era proteggere i nostri figli», ha dichiarato in un comunicato il procuratore generale del Colorado, Phil Weiser. Il processo, paragonato alle storiche cause contro le multinazionali del tabacco, avrebbe potuto aprire un varco nel modello economico dei social network e quattro Stati si preparavano a chiedere sanzioni per quasi 200 miliardi di dollari. In aula, erano attese le testimonianze dei vertici del gruppo, compresa quella di Zuckerberg. Meta ha preferito chiudere la partita prima che il dibattimento proseguisse, evitando di esporre ulteriormente in aula le scelte interne e i meccanismi di progettazione dell’azienda. «Meta non avrebbe patteggiato se non avesse visto chiaramente come si stavano mettendo le cose e non si fosse sentita davvero esposta», ha osservato Nora Freeman Engstrom, docente di diritto a Stanford. La cifra appare enorme soltanto se isolata dalle dimensioni del colosso di Menlo Park. La capitalizzazione di Meta si aggira intorno ai 1.470 miliardi di dollari: l’esborso massimo rappresenterebbe poco più dell’1% e sarà diluito nell’arco di dieci anni. Per ora, inoltre, il gruppo pagherà circa 11,66 miliardi garantiti. Altri cinque miliardi circa saranno versati soltanto se Snap, TikTok e YouTube adotteranno protezioni analoghe. Il conto definitivo dipende dunque anche dal comportamento dei concorrenti. Non stupisce che, dopo l’annuncio, il titolo Meta sia salito: per gli investitori il patteggiamento rimuove un’incognita che avrebbe potuto costare molto di più e produrre conseguenze difficilmente calcolabili per il modello di business. Restano inoltre escluse dall’accordo le cause promosse da privati cittadini e distretti scolastici, mentre Florida e New Mexico hanno scelto di proseguire separatamente. La somma concordata non è quindi irrilevante, ma per un’impresa di queste proporzioni rischia di trasformarsi nel prezzo necessario per limitare il contraccolpo reputazionale e rassicurare i mercati. La parte decisiva del patteggiamento riguarda le modifiche promesse. «Meta ha accettato di introdurre trasformazioni radicali che ridurranno il rischio di danni provocati dalle sue piattaforme, e lo farà nel giro di pochi mesi», ha spiegato il procuratore generale della California Rob Bonta, firmatario dell’accordo. Per gli account degli adolescenti sarà attivato automaticamente un limite giornaliero di due ore, riducibile a un’ora qualora anche le altre piattaforme aderissero all’intesa. Sono previsti il blocco notturno tra mezzanotte e le sei, la sospensione delle notifiche durante l’orario scolastico, controlli più rigorosi sull’età, maggiori strumenti di supervisione per i genitori e il divieto dei filtri che simulano interventi estetici, la disattivazione del conteggio visibile dei “like” e ulteriori restrizioni sulle funzionalità ritenute dannose. I limiti di utilizzo e il blocco notturno potranno essere modificati soltanto con il consenso dei genitori. Sulla carta è una svolta; nella pratica, bisognerà verificare quanto le nuove misure riusciranno a incidere sul modello economico delle piattaforme, fondato sulla cattura dell’attenzione, sulla raccolta dei dati e sui ricavi pubblicitari. L’attuazione sarà sottoposta al controllo di un revisore indipendente e degli Stati firmatari, ma il patteggiamento evita comunque una sentenza di merito sulle responsabilità di Meta. Più che una resa, è una ritirata strategica: pagare una frazione della propria capitalizzazione e accettare correzioni vincolanti per sottrarre al giudizio del tribunale l’architettura stessa del profitto digitale. The post Meta patteggia nella causa sui danni ai bambini, ma non ammette colpe appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 27, 2026
L'INDIPENDENTE
X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità
Il social X punta a una maggiore trasparenza e, più nello specifico, fa sfoggio della decisione di esplicitare ogni forma di censura governativa direttamente nel codice sorgente dei suoi algoritmi di raccomandazione, un codice che viene progressivamente messo a disposizione del pubblico attraverso una strategia di divulgazione open source. Si tratta di un passo importante per quanto riguarda la responsabilizzazione in ambito social, ma anche di una soluzione che rischia di rivelarsi più una distrazione di massa che uno strumento concretamente utile. La decisione é stata veicolata in maniera estremamente esplicita dal proprietario della piattaforma, il multimiliardario Elon Musk, il quale ha voluto mandare un messaggio netto e definitivo: “qualsiasi censura richiesta dai governi è ora visibile chiaramente”. Il riferimento è, nello specifico, alle elezioni brasiliane del 2026, evenienza per cui é stata indicata una voce specifica per rimarcare le richieste imposte dalla Corte Elettorale Superiore (TSE), pretese che sono state immediatamente rappresentate dalla politica statunitense con la forma dell’atto censorio. La giustizia brasiliana ha infatti imposto ai fornitori di applicazioni del web di disattivare, in periodo elettorale, gli algoritmi di raccomandazione relativi agli account ufficiali di tutti i candidati: in pratica, l’equivalente social del silenzio elettorale italiano. Una misura che non oscura del tutto i profili – chi già segue un candidato continua a vederne i post – e che non tocca le inserzioni a pagamento, ma che sembra comunque aver spinto Musk ad assumere una posizione coraggiosa: accettare gli atti di moderazione e censura stabiliti per legge dalle diverse legislazioni nazionali, ma, allo stesso tempo, renderne esplicita la natura, così che i singoli poteri si assumano la responsabilità delle proprie azioni oscurantiste. Una soluzione entusiasmante, radicale e rivoluzionaria, di cui però vale la pena mettere in dubbio la genuinità. Musk e le autorità brasiliane hanno alle spalle un passato tutt’altro che sereno: X si è più volte rifiutata di rimuovere post etichettati come propaganda/disinformazione di estrema destra, nonché di nominare un rappresentante legale in Brasile, mancanze che le sono costate l’oscuramento locale tra il 30 agosto e l’8 ottobre 2024, fino a quando l’azienda non si è adeguata alle norme di legge e non ha pagato una sostanziosa sanzione. Al di là delle diatribe brasiliane, gli algoritmi di raccomandazione di X sono inoltre motivo di attrito anche con Bruxelles. La Commissione Europea ha già multato X per 120 milioni di euro per il mancato rispetto del Digital Services Act (DSA) e ha parallelamente aperto un’indagine il cui scopo é proprio quello di comprendere il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione del social, da tempo accusati di alimentare censure informali – i cosiddetti “shadowban” – e raccomandazioni mirate a orientare il flusso dell’attenzione pubblica verso determinati soggetti. In particolare verso lo stesso Musk. Che la situazione europea abbia influenzato o meno le decisioni dell’azienda, resta il fatto che X si sta muovendo verso un codice di programmazione dei propri algoritmi parzialmente leggibile da tutti grazie al modello “aperto”, così da rendere più immediata la comprensione dei meccanismi che governano le alchimie digitali della piattaforma. Il sistema, tuttavia, non è del tutto trasparente, si limita piuttosto a mostrare ciò che vuole mostrare. Alcuni elementi vengono infatti tenuti lontani dallo sguardo degli utenti per il timore che possano essere sfruttati per inondare il social di post calcolati per cavalcare gli algoritmi in maniera manipolatoria, inoltre il codice non riporta tutta una serie di privilegi nascosti. Non si può sapere con certezza, ad esempio, se Musk goda di comandi dedicati, se riceva incentivi inseriti manualmente dai programmatori o se il suo profilo aggiri in qualche maniera i normali filtri. Non è chiaro, inoltre, come l’azienda intenda comportarsi in contesti come quello indiano, dove i governi non solo possono richiedere interventi di moderazione dei contenuti, ma pretendono anche che tali richieste restino riservate. Se non seguita da azioni coerenti, la direzione intrapresa da X rischia dunque di ridursi a un’operazione di marketing pensata per accontentare certe istituzioni e compiacere l’utente medio, senza però garantire una trasparenza reale. Una prospettiva disarmante, ma tutt’altro che impossibile, perlomeno se consideriamo che da quando Musk ha assunto il controllo della piattaforma il social ha pressoché eliminato i report di trasparenza in cui, tra le altre cose, venivano riportati i tassi di intervento sulle richieste avanzate dai vari governi nei confronti dell’ex Twitter. The post X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Macerie su Macerie – PODCAST 06/07/26 – Sulla comunicazione oggi
Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza […] e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia. Il romanziere si è tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano più da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri. (Walter Benjamin, Il Narratore) Che la comunicazione non sia un semplice trasferimento di informazioni tra un emittente e un destinatario attraverso un canale neutro è un’idea banale di oltre un secolo. Oggi, però, il problema va molto oltre il modo in cui le informazioni o la “conoscenza” vengono capitalisticamente prodotte e diffuse, perché in gioco c’è la possibilità stessa di fare esperienza duratura del mondo e di noi stessi. A Macerie su Macerie proviamo a fare qualche riflessione a proposito.
Il lato oscuro delle comunità misogine online in Italia
di Al. Cas. – da Comune-info.net, 27 Aprile 2026   Il caso del gruppo “Mia Moglie”, chiuso nel 2025 dopo aver raccolto decine di migliaia di iscritti, ha portato all’attenzione pubblica una realtà che esiste da tempo ed è molto più vicina di ciò che immaginiamo. In quello spazio venivano condivise immagini intime di donne senza il loro consenso, spesso
Comunicazione: la tv resta regina, mentre i quotidiani cartacei crollano al minimo storico
Scende la tv tradizionale, ma sale la tv via internet. Nel 21° Rapporto sulla comunicazione nel 2025 del CENSIS l’uso di tutti i media appare cristallizzato. La televisione nel suo complesso è stabile con una quota complessiva pari al 93,2% dell’utenza. Tuttavia, si registra un calo della televisione tradizionale, diminuita in un anno di 3,6 punti percentuali (79,5%). Questa flessione è compensata dall’ascesa della televisione via internet: la web tv nell’ultimo anno ha raggiunto il 62,0% (+3,6 punti), mentre la mobile tv si è attestata al 38,6% (+3,7 punti). Resta stabile la tv satellitare con il 47,8% degli utenti. La radio resta invece intramontabile: l’autoradio, con un’utenza complessiva pari al 70,0% (+1,2 punti percentuali nell’ultimo anno) rimane lo strumento prediletto; d’altra parte, la radio tradizionale resta salda al 46,8%. Sul fronte dell’ascolto digitale, la radio tramite smartphone registra l’aumento più interessante (+2,8%), e raggiunge il 28,2%; la radio da internet si attesta al 18,0%. Nel 2025 si conferma ormai consolidato l’impiego di internet da parte degli italiani ma in via di saturazione: sono il 90,4% gli utenti (solo lo 0,3% in più rispetto al 2024). Si evidenzia una sovrapposizione con gli utilizzatori degli smartphone che sono il 90,3% e con i social network che si attestano all’86,2%. In entrambi i casi l’incremento è nel segno della stabilità (circa un punto percentuale in più). Quanto ai giornali, la carta stampata è in crisi e l’online in affanno: i quotidiani cartacei a pagamento nel 2025 hanno toccato il picco minimo con il 21,0% (-46 punti percentuali dal 2007). Si registra ancora una limatura dei lettori dei mensili (-1,1% rispetto al 2024) che arrivano a 15,8%, mentre i settimanali restano stabili al 18,0%. Stabilità anche per gli utenti dei quotidiani online (sono il 29,9%) con un decremento solo dello 0,5%, mentre scendono in maniera significativa i siti web d’informazione, calati del 4,3% (56,7%). Torna invece positiva la curva dei libri: nel 2025, riprende il trend di crescita dei lettori di libri, con il 42,4% degli italiani ha letto almeno un libro cartaceo, con un aumento del 2,3%. La ripresa non riguarda i lettori di e-book che non si sbloccano rimanendo stabili al 13,8% (+0,4%). Tra i giovani (14-29 anni) si conferma la maggiore tendenza a frequentare i social network. Tuttavia, si assiste a una lieve contrazione: il 74,8% dei giovani dichiara di utilizzare Instagram (-3,3% nel 2024); il 76,9% dei giovani è utente di YouTube (contro il 77,6% dell’anno precedente); regge meglio TikTok con il 64,5% (erano il 64,2%). Molto presenti i giovani sulle piattaforme di messaggistica (quasi totalmente rappresentati su WhatsApp con l’88,6%) e sulle multipurpose come Amazon (50,8%), dove però sono presenti in maniera ancor più significativa le altre fasce d’età. Per i giovani è attraente Spotify (la utilizza il 49,8%), e in espansione il mondo delle piattaforme di videogiochi (seguito dal 39,7%). Oggi le prime tre fonti di informazione più utilizzate dagli italiani sono stabili o in flessione: i telegiornali che, con il 43,9%, continuano a rappresentare un punto di riferimento per una parte rilevante della popolazione, registrano una diminuzione di 3,8 punti percentuali; Facebook (33,1%), cala di 3,3 punti; sostanziale stabilità per i motori di ricerca che sono seguiti dal 23,2% della popolazione. Scendono sia i siti di informazione (-2,5%) che le televisioni all news (-2,3%) (che si attestano rispettivamente al 14,7% e al 16,6%). Tengono relativamente meglio i social network: TikTok con un calo solamente dell’1,9% e Instagram dell’1,2% rispettivamente registrano il 12,5% e il 15,5% dell’utenza. Gli aumenti sono sporadici e raramente significativi, nella parte alta della graduatoria si rileva solo quello del Gr Radio (+1,7%). Sono 7 italiani su 10 tra quanti usano i social a includere i reel nell’universo dell’informazione; il 23,6% li considera intrinsecamente superficiali e per il 21,3% sono distrazioni che solo raramente producono conoscenza autentica, ma per il 18,6% sono più immediati, per il 13,1% più coinvolgenti, per il 9,8% più accessibili, per l’8,2% complementari alle fonti tradizionali.  Gli utenti provano ad orientarsi nelle paludi mediatiche alla ricerca di punti fermi in maniera attiva: il 66,4% della popolazione verifica sempre, spesso o a volte la veridicità delle notizie diffuse dai media principali; il 59,5% della popolazione cerca di evitare di informarsi attraverso i media più diffusi; il 58,0% (di cui il 23,1% sempre o spesso e il 34,9% a volte) legge come vengono riportate le notizie dai media più diffusi per scovare le interpretazioni ideologiche. Emerge anche una tendenza a informarsi non in maniera acritica o ingenua: il 60,6% si informa sempre, spesso o a volte su temi di cui i media più diffusi parlano poco o niente; il 64,6% ha l’abitudine di verificare le notizie riportate dai media indipendenti o dalle fonti alternative. Per quanto riguarda i comportamenti attraverso cui gli italiani acquisiscono informazioni affidabili, il 49,1% della popolazione ha l’abitudine di seguire autori su temi specifici perché condividono la loro visione del mondo, il 52,2% usa sempre, spesso o a volte i social per trovare interpretazioni indipendenti, mentre la fetta di persone che paga per avere informazione indipendente è il 25,5% (tra chi lo fa sempre, spesso o a volte). La maggioranza degli italiani (il 61,6%) dichiara che non si sentirebbe a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’IA; tuttavia, vi è anche una schiera non indifferente di persone che sono favorevoli (38,4%). Di queste, il 30,1% si dichiara disposto a farlo a patto che i contenuti siano supervisionati da esseri umani, mentre un più fiducioso 8,3% accetterebbe anche nel caso in cui fossero completamente gestiti dall’IA. Tra coloro che si sono dimostrati contrari, le ragioni sono attribuite sia al rischio di disinformazione o fake news (34,8%), sia perché si tende ancora a dare maggiore valore ad un prodotto creato dagli uomini (26,8%). Qui per scaricare il 21° Rapporto CENSIS sulla comunicazione: https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/04/Sintesi-Rap-Com-2026.pdf.  Giovanni Caprio
April 29, 2026
Pressenza