Linguaggio addio
Il cinema sostituisce il nostro sguardo con un mondo più in sintonia con i
nostri desideri. Il film è una storia di questo mondo.
Jean-Luc Godard
Pietro Bianchi, autore del bellissimo L’inquietudine dell’immaginario. Etiche
dello sguardo, attraversa il cinema e la psicanalisi provandone a smussare le
ambizioni assiomatiche e categorizzanti. Cinema e psicanalisi, campi in cui gli
attori giocano criticamente il ruolo loro assegnato, esplicitano infatti il
momento in cui spettatori e pazienti mettono in discussione la passività di
soggetti della visione e della cura e iniziano a guardare e a parlare. Come i
film non liberano la testa, ribaltando un celebre aforisma di Fassbinder, così
le sedute psicanalitiche non curano, semmai producono una nuova concezione del
sapere, il sapere dell’inconscio. Ciò che è poco considerato è appunto che il
cinema è solo superficialmente un dispositivo atto a rappresentare la realtà e
che la terapia psicanalitica non si occupa del sintomo “detto”, da interpretare
e curare, bensì del dire/fabbricare dell’inconscio.
Non è pertanto casuale che cinema e psicanalisi nascano nello stesso torno di
tempo. Il modello industriale cinematografico novecentesco funziona in modo
simile transfert psicanalitico – lo spettatore trasferisce il regime pulsionale
desiderante sullo schermo delle sue brame come nella seduta psicanalitica
l’analizzato lo trasferisce sull’analista. Per Bianchi, allora, non si tratta di
leggere i film come se fossero sintomi da interpretare.
> La psicanalisi applicata al cinema è qualcosa di intrinsecamente impossibile
> dal momento che è il cinema stesso ad essere una macchina psicanalitica. Ai
> suoi occhi il significante immaginario, con cui, per esempio, Christian Metz
> evidenzia la relazione pulsionale tra opera e spettatore, non riguarda
> l’inconscio come oggetto di sapere ma la crisi di questo sapere applicato
> universalmente.
Tuttavia, il modello industriale del cinema del Novecento, pur avendo istituito
uno spazio di libertà immaginaria che ha generato nello spettatore un sapere
inedito, è tracimato in un nuovo sistema mediale in grado di mettere in
discussione quello stesso sistema che rendeva visibile e manifesta l’emersione
del desiderio e la sua evanescente eccedenza erotica. L’uso dell’intelligenza
artificiale, per esempio, insieme ai nuovi supporti di visione e produzione di
immagini artificiali, pur depauperando ruolo e dominio dell’autore/regista, i
modelli produttivi del set e il carattere sociale della sala cinematografica, ha
anche eroso quella che a tutti gli effetti è stata una comunità spettatoriale
antagonista in grado di prefigurare i grandi sommovimenti storici che hanno
sconvolto il mondo, dall’ascesa del nazismo (il cinema espressionista tedesco
degli anni ’20) alle rivolte operaie e studentesche del maggio ’68 (la Nouvelle
Vague).
Il cinema, insomma, ha messo in crisi la visione come rapporto percettivo tra un
soggetto che guarda e un oggetto guardato, intromettendosi lì dove emerge il
rimosso della visione stessa, ciò che rimane nascosto agli occhi dello
spettatore ma che lo spettatore avverte come presente. Dentro al campo c’è
pertanto un fuori, un buco, una crepa, «attorno a cui un processo di
soggettivazione non immaginario può avere luogo. Lo sguardo […] va inteso come
qualcosa che viene prima del soggetto che guarda: a tutti gli effetti come una
modulazione dello spazio da cui il soggetto prende corpo» (p. 22).
È questo buco visivo che materializza un’etica dello sguardo, in quanto il
cinema produce nello spettatore la consapevolezza non di una conoscenza ma la
comprensione di guardare qualcosa di già guardato e immaginato da altri – dal
regista, dall’operatore, dalla macchina da presa, dallo sceneggiatore, dal
produttore… Per questo Bianchi esplicita chiaramente che non intende fare
critica cinematografica usando i film come testi da analizzare bensì come
grimaldelli per far emergere quel vuoto che rende lo spettatore il vero oggetto
della visione.
Non a caso il cuore pulsante di questo libro è l’appassionante incontro con
alcuni film in grado di tradurre l’impersonalità dello sguardo in campi della
visione e in controcampi dell’inconscio. Come sostiene Deleuze, il cinema è
dovunque e la relazione che i film instaurano con lo spettatore è una forma di
preesistenza sviluppata da quel campo della visione che Benjamin chiamava
inconscio ottico. «I film in questo senso sono dei “pezzi staccati” di godimento
che non sono davanti ai nostri occhi, ma dietro. E che possono rendere possibile
quell’evento di corpo tutt’ora inspiegabile che chiamiamo visione» (p. 24).
Bianchi utilizza le intuizioni di Benjamin sull’intersezione tra l’inconscio
ottico formalizzato dall’invenzione della fotografia e successivamente
attualizzato dal dispositivo cinematografico e l’inconscio pulsionale della
psicanalisi. Il modo con cui affabula la sua materia elettiva descrivendo film e
letteratura riflette in qualche modo il gesto teorico dello stesso Benjamin, il
quale amava giocare con le macchine. E la macchina da presa (quella macchina che
Rossellini chiamava amorevolmente ammazzacattivi) fa emergere non solo il fatto
che è possibile vedere in modo più dettagliato la realtà, ma soprattutto la
circostanza di scavare un buco nel visibile, di evocare qualcosa che appartiene
all’ordine dell’assenza.
La dialettica giocata da Bianchi tra il concetto di sguardo elaborato da Lacan
nei suoi seminari degli anni Sessanta, i film come sintomi di una crisi
epistemologica nell’organizzazione della catena significante sociale e la
filosofia come cassetta degli attrezzi concettuale utile a fornire nuove
prospettive e possibilità di “vita”, è interamente improntata a materializzare
il fantasma del reale, le sue potenzialità nascoste. È per questo che
l’inconscio ottico profetizzato da Benjamin assume i connotati di un’etica dello
sguardo e incontra la lotta di classe. Il diavolo – il fantasma della libertà
cinematografica e psicanalitica – veste insomma la politica, irrompendo sulla
scena dell’antagonismo di classe.
> Il proletariato, secondo la prassi teorica materialista, da Lenin
> all’operaismo italiano di Tronti e Negri, rappresenta, per la sua
> impossibilità a essere definito in modo storicamente definitivo, l’elemento
> fondamentale per rimuovere il principio che lo associa al compito di fungere
> da avanguardia rivoluzionaria, mentre la sua prerogativa sarebbe invece quella
> di creare situazioni di indistinzione tra soggetto rivoluzionario e oggetto
> della passione rivoluzionaria.
L’intreccio tra immaginario, visione e rappresentazione costituisce in tal modo
una possibilità di incontro con la politica, poiché è proprio lo sguardo, nel
suo non appartenere al soggetto che guarda ma a un’entità autonoma che ci guarda
dal mondo, a far deragliare «l’ordine simbolico della rappresentazione e [a far]
affiorare il reale dell’indistinzione tra desiderio e distruzione, tra erotismo
e violenza, tra soggetto e oggetto» (p. 39).
LO SCHERMO E IL REALE
Il reale non è il prodotto di una corrispondenza tra la volontà conoscitiva del
soggetto e il mondo esterno; è una sospensione della facoltà interpretativa che
si manifesta attraverso la mediazione del linguaggio. Bianchi cita giustamente i
due volumi dedicati da Deleuze alla macchina-cinema per elaborare una questione
delle immagini che non sia, ancora una volta, subordinata alla prospettiva della
veridicità filmica come specchio della realtà fenomenica. L’immagine filmica non
è una semplice rappresentazione ma un addio al linguaggio, in quanto, come
detto, è il mondo ad essere cinematografico e proprio per questo il cinema
rappresenta la forma più naturale per trattare un problema squisitamente
filosofico.
> Se per Lacan il reale è ciò che sfugge e tracima dalla trama del simbolico,
> per Deleuze, in maniera per certi versi equivalente, è l’immagine come doppio
> della realtà a strutturare l’essenza del mondo che esperiamo quotidianamente
> ed è il cinema a nominare le cose stesse, le cose viste. La convergenza tra
> psicanalista e filosofo è tutta insita in questo paradossale ribaltamento
> prospettico in cui il reale diventa lo sguardo e il cinema diventa uno
> strumento, anzi lo strumento per eccellenza per ricostruire una storia
> naturale del mondo.
È lo schermo che fornisce a Lacan e a Deleuze la possibilità di un’interruzione
della rappresentazione come comunicazione transitiva tra un soggetto che guarda
e un oggetto guardato. Lo schermo in questo senso assume per Deleuze il valore
di un’interruzione del linguaggio, un intervallo in grado di produrre
un’“infinita” molteplicità di immagini, classificate a seconda della loro
“natura”: immagine-percezione, immagine-azione e immagine-affezione. La visione
per Deleuze e, per certi versi, per Lacan non è altro che un processo
auto-affettivo della materia che guarda sé stessa.
Su questo intervallo si fonda anche Histoire(s) du cinema di Godard, il quale,
riprendendo in modo suggestivo le teorie di Benjamin sulle macchine
ripro-visive, sostiene che il cinema non è un mero strumento di riproduzione
della realtà quanto un dispositivo meccanico in grado di farci vedere e rivelare
un di più nascosto ai nostri occhi. Il cinema, al pari di un microscopio o di un
telescopio, è uno strumento scientifico e non fotografico. L’infinitamente
piccolo e l’infinitamente grande per Godard evidenziano che le immagini
riprodotte sono il risultato di un processo in cui l’assenza del fuori campo e
la dimensione desiderante hanno il predominio sulla presenza e sulla tangibilità
a cui i film sembrano superficialmente rimandare. «Il visibile è piuttosto
questione di abitare la dimensione del “non-tutto”. E la macchina da presa, in
questo senso, è forse uno degli strumenti per mantenere viva e possibile tale
utopia» (p. 73).
A questo proposito, ci pare emblematico Il suono di una caduta di Mascha
Schilinski, in cui il modo di filmare diventa il contenuto del film. La storia
di una casa contadina in una regione della Sassonia dagli anni ’10 del secolo
scorso fino ai giorni nostri è il luogo per riportare l’attenzione sulla sfida
che l’irruzione della morte provoca nella società dello spettacolo. Il film,
attraverso le quattro protagoniste femminili che si scambiano il testimone
narrativo lungo il corso della storia, non è altro che una vicenda che si snoda
attorno a un fantasma che guarda quello che avviene all’interno
dell’inquadratura assieme a noi spettatori. Questo fantasma è la morte che
oppone la sua insostenibile vitalità alla burocrazia della fine, alla sua
astrazione che il capitalismo traduce in scambio economico, politico e sessuale,
come afferma Baudrillard.
Le immagini ci guardano perché ci ri/guardano. Sono tracce fantasmatiche,
ritratti di famiglia con cadavere che diventano la condizione necessaria
dell’erotica della visione, poiché impossibili da esperire come oggetti della
visione.
I FILM
Il cinema ha disarticolato il nostro rapporto visivo con il mondo. Il guardare e
l’essere visti esprimono un rapporto di forza in cui l’antagonismo consiste in
una politicizzazione della differenza che può assumere le caratteristiche di una
vera e propria lotta di classe, quella che Lacan traduceva nei termini di
sguardo.
Quando guardiamo un film ci riteniamo spettatori privilegiati, perché pensiamo
di guardare senza essere guardati. In breve, il cinema come macchina sociale
annullerebbe l’antagonismo che rimette in gioco la nostra soggettività nei
confronti di un’alterità che costantemente ci interpella.
Eppure esistono i film. Alcuni film, e soprattutto alcuni generi
cinematografici, quali l’horror, genere politico per eccellenza, in quanto in
grado di materializzare le paure ataviche della condizione umana, sono in grado
di stupire i nostri occhi coinvolgendo quel corpo che vorremmo dimenticare,
assecondando la rassicurante e uniforme imperturbabilità del nostro immaginario
strutturato e vouyeristico.
> «C’è infatti qualcosa che rende i nostri occhi così poco oggettivi e così poco
> affidabili, e sono tutte quelle cose che riguardano quella sorta di erotica
> della visione di cui facciamo esperienza al cinema» (p. 102).
Bianchi dialoga allora con una serie di film in cui è il nostro corpo e le
nostre pratiche di godimento a sedimentare l’idea che la visione appartenga alla
dimensione del desiderio più che a una presunta oggettività dell’immagine.
Abdellatif Kechiche, per esempio, è autore che presta il fianco all’erotica
dello sguardo capace com’è di mettere in risalto la forma desiderante
dell’immagine stessa. Mettere in gioco il nostro corpo sfidando il conformismo
vouyeristico a cui la macchina cinematografica ci ha abituati significa
ripolicitizzare il nostro occhio assuefatto ai condizionamenti sociali
dell’immaginario collettivo. Anche nel regista di origini tunisine la forma è il
contenuto del suo racconto per immagini. E la forma esibisce l’investimento
libidico della visione nella forma di un’esperienza erotica in cui si
disintegrano i due poli del regime scopico, il soggetto e l’oggetto, a favore
dell’indistinzione prospettica e del conflitto con ciò che si guarda essendo
guardati.
L’autore prosegue questa sua esplorazione chiamando in scena altri due cineasti,
Lars von Trier e Bertrand Bonello. Anche in loro l’erotica della visione come
manifesto di radicalità politica emerge nei dialoghi più che nelle immagini. «È
in questo scarto tra desiderio e immagine, tra godimento e discorso, che il
cinema di von Trier mostra la verità della sessualità: non la sua compiutezza,
ma la sua natura costitutivamente antagonista, esposta all’impossibilità del
rapporto (visivo e sessuale a un tempo)» (p. 113).
L’INTELLIGENZA (È) ARTIFICIALE?
Il saggio di Bianchi si conclude con un paradosso. L’intelligenza artificiale
sembra aver riportato il cinema alle sue origini, a una forma di riproduzione
della realtà che seppur perfettamente visibile, anzi omni-visibile, cede il
passo a ciò che il campo visibile non restituisce. La dimensione inconscia delle
immagini cinematografiche riemerge oggi, in un momento in cui l’immagine torna a
riferirsi solo a sé stessa, a dispetto del regista e dello spettatore. Sta
insomma morendo il cinema come diretto discendente della prospettiva
rinascimentale in cui pittore e spettatore costituiscono i due poli
antropocentrici della visione del mondo. Il futuro delle immagini in movimento
riguarda allora la loro posizione all’interno del nuovo campo visivo ordito
dalla società del controllo. Perdendo ogni referenza con la realtà, le immagini
digitali appaiono sempre più come operazioni in grado non di rappresentare la
realtà ma semmai di modificarla, come accade con i droni sempre più usati al
cinema al posto di carrelli e gru, e dalle telecamere militari e poliziesche.
«Dalle camere plenottiche alla realtà aumentata, dai dispositivi di visione
notturna impiegati in ambito militare alle termocamere, fino agli smartphone che
portiamo in tasca, le immagini che ci circondano non rappresentano più qualcosa
per qualcuno, ma mettono in atto processi di visualizzazione di ciò che non si
trova di fronte a un obiettivo» (p. 128).
Pur abitando un mondo pervaso totalmente da immagini, non siamo più in grado di
vederle né di comprenderle. L’erotica dello sguardo che il cinema instillava
negli spettatori si è liquefatta nei molteplici dispositivi individuali(stici) a
nostra disposizione, riaffermando la logica narcisistica del cinema delle
origini e l’intensificazione di un processo di ricombinazione antropocentrica
sullo statuto delle immagini.
> In conclusione, Bianchi ci invita a fare nostra la lezione di Alexander Kluge:
> ri/prendere in considerazione l’artificio digitale come sguardo del nuovo
> secolo per poter esplorare l’inquietudine dell’immaginario prodotto da un
> inconscio che da ottico si è trasformato in iconografico, capace com’è di
> elaborare tutte le immagini del mondo. Una lezione che rilancia la volontà del
> cinema classico e moderno di costruire un contro-storia cinematografica
> opposta a quella ereditata dal romanzo ottocentesco e che la psicanalisi ha
> definito con l’espressione ritorno del rimosso.
Ford, Hitchcock, Lang, Bresson, Dreyer, Ozu e Godard, come scrive giustamente
Bianchi, sono gli autori più vicini a questa svolta semiotica dettata dai nuovi
mezzi di produzione della realtà, quelli che più si sono avvicinati agli
“oggetti-sguardo” che Lacan indicava come punti di fuga dalla dittatura della
rappresentazione verosimile. E, come la copertina del libro rimanda al film
testamento di Godard, Adieu au langage, così anche noi spettatori potremmo
finalmente esperire una nuova forma di militanza cinematografica.
Immagine di copertina di Andreas Schnabl via Pexels
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