Aiuto condizionato o aiuto radicale?
Articolo di Angela Condello
Dal primo settembre 2025 il Department of Education della Gran Bretagna ha
inaugurato un sistema di supporto gratuito alle famiglie con bambini di età
compresa tra i 9 mesi e i 4 anni, mettendo a disposizione 30 ore di childcare
completamente a spese dello Stato.
Un’iniziativa lodevole – verrebbe da pensare di primo acchito. Tentando di
accedere al servizio, tuttavia, si incontrano una serie di vincoli e strettoie:
per essere beneficiari del supporto serve soddisfare alcune condizioni
fondamentali, tra cui essere entrambi genitori lavoratori, avere un certo
stipendio (misurato a seconda della fascia d’età, come se il nuovo mercato del
lavoro riflettesse i sistemi di scatti e promozioni di vent’anni fa), lavorare
per un numero minimo di ore, essere cittadini britannici o avere i documenti
dell’immigrazione in regola (settled o pre-settled). In sostanza, è come se
l’aiuto statale fosse un privilegio per pochi: in una famiglia in cui lavora
soltanto uno dei due genitori mentre l’altro ha un lavoro a tempo parziale o è
freelence o lavora su progetti – cosa molto frequente nelle generazioni di
genitori più giovani – l’aiuto non spetta. Peccato che (non bisogna essere dei
fini economisti o sociologi per capirlo) sono proprio le persone in cerca di un
lavoro regolare e tutelato ad avere più bisogno di sostegno pubblico, perché
proprio a loro serve tempo per mettersi in gioco, e perché spesso hanno dei
crolli psicologici dovuti alle condizioni precarie (è il più classico dei
circoli viziosi).
È un po’ come se il governo dicesse che bisogna riuscire a superare alcune prove
per poi godersi alcune meritate comodità, come se il supporto al lavoro di cura
fosse una bella macchina o una casa più grande. Ancora una volta una fetta di
lavoro di riproduzione sociale, la cura dei figli, viene considerato come un
fardello di cui liberarsi attraverso sistemi che seguono la logica del
contagocce, per di più condizionato: non è molto diverso il principio con cui
sono distribuiti gli assegni per i figli a carico in Italia o le agevolazioni
fiscali per le madri (sempre che siano assunte a tempo indeterminato e abbiano
almeno due figli). Sembra di essere dentro a un grande paradosso sociale: si ha
un diritto solo se si è arrivati al punto di avere un diritto.
Possiamo parlare davvero di aiuto se questo deve soddisfare condizioni che
lasciano fuori chi ne ha più bisogno? In teoria, aiutare significherebbe
letteralmente «andare incontro» a qualcuno per portare «giovamento» (ad e
juvare); ma che modo è di andare incontro se si creano delle condizioni e quindi
il soggetto destinatario dell’aiuto potrebbe anche non meritarselo? Uno stato
sociale che punti ad andare incontro a ciascuna situazione, e non soltanto o
soprattutto a quelle già inquadrate in un sistema, dovrebbe anticipare il
proprio sostegno specialmente ai momenti più duri dell’esistenza, come quelli in
cui si cerca un lavoro o si è precari, e non viceversa: è proprio mentre si
lotta per arrivare a un lavoro che l’aiuto può rivelarsi necessario. Non
stupisce che un tale sistema di supporto alle famiglie arrivi proprio oggi, nel
tempo dell’ascesa del welfare aziendalistico fatto di assicurazioni private
stellari e auto aziendali (altro che colonie Olivetti) e dell’implosione dei
diritti sociali per tutti e tutte, anzitutto per i più vulnerabili e bisognosi.
Il programma inglese di supporto alle famiglie punta sulla monetizzazione
dell’aiuto e su alcune condizioni di base per accedervi: siamo agli antipodi
dello stato sociale. Proprio da uno sguardo critico nei confronti di questi
modelli welfaristici «da contagocce» nascono due tra gli ultimi lavori di Hilary
Cottam, imprenditrice sociale britannica e autrice di Radical Help (2019) e The
Work We Need (2025), pubblicati da Virago, storica casa editrice femminista. Nel
testo sull’aiuto radicale Cottam invita a ripensare interamente il sistema delle
relazioni sociali: se non reintroduciamo la cura come principio guida dei
rapporti con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri non potremo realizzare
il nostro potenziale, né individuale né collettivo. Se non ripartiamo dal
carattere radicalmente rivoluzionario dello stato sociale, non usciremo dalla
crisi permanente in cui versano i rapporti personali e lavorativi. In The Work
We Need le tesi sull’aiuto radicale e la cura incondizionata vengono incrociate
con una riflessione sull’attuale assetto economico e lavorativo: rivoluzione
tecnologica, soft skills e autoimprenditorialità sembrano ormai tendenze
inevitabili per cui non solo serve ripensare la cura ma vanno anche ripensati
gli spazi del lavoro (oggi troppo spesso ancora estremamente privati, come la
casa, o estremamente pubblici, come l’ufficio – luogo fuori tempo per la Gen Z),
i tempi del lavoro, le condizioni contrattuali e le tutele del lavoro.
La sua idea di fondo è che il lavoro sia una categoria dell’esistenza e il
supporto alla cura debba funzionare in armonia con l’assetto logistico e
contrattuale delle nuove generazioni, non (solo) in accordo con il modello di
lavoro subordinato 9-17. Cottam invita, insomma, a prendere sul serio il
significato dell’aiuto: andando verso l’altro, magari anticipandone i bisogni e
non centellinandone l’erogazione secondo condizioni, vincoli e limiti. La cura
del mondo può solo ripartire dalla capacità di rivolgerci agli altri non in
quanto problemi o richieste o zavorre, ma anzitutto in quanto possibilità altra
e altrettanto valida e meritevole di stare nel nostro stesso mondo, in un modo
diverso. Questo vale per i bambini tra i 9 mesi e i 4 anni, i migranti, le
lavoratrici precarie.
Qualche mese fa una scuola materna comunale torinese mi ha invitata a compiere
un esercizio Insieme ad altri genitori ho partecipato all’inserimento non in
maniera canonica, cioè monitorando dall’esterno che mia figlia riuscisse a
integrarsi serenamente, ma per conto suo; il metodo che ci hanno proposto si
chiama «svedese», e in Italia è considerato una piccola rivoluzione (e in
effetti, lo è). Ogni genitore trascorre l’intera giornata scolastica seguendo il
ritmo dei bambini, dal gioco alle pause di riflessione, dal pranzo con tutti i
rituali alle regole da seguire prima di fare un disegno: in questo modo
l’inserimento diventa partecipato fino in fondo e si entra in contatto reciproco
(bambini genitori e istituzione). Questo alimenta una relazione diversa con la
struttura scolastica,tradizionalmente destinata al disciplinamento.
In questo ribaltamento di prospettiva c’è il seme della radicalità di cui parla
Cottam: soltanto entrando nei panni altrui qualcosa potrà davvero modificarsi,
perché il nostro sguardo accoglierà la possibilità di forme di vita che non sono
la nostra. Senza condizioni.
*Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto
all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia
sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità.
L'articolo Aiuto condizionato o aiuto radicale? proviene da Jacobin Italia.