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ROMA: “MA QUALE FESTA?! VOGLIAMO IL CONGEDO PARITARIO”. INIZIATIVA DAVANTI AL COLOSSEO SUL TEMA DELLA GENITORIALITÀ
Questa mattina, giovedì 19 marzo, CGIL, Rete degli Studenti Medi e Unione degli Universitari (UDU) hanno srotolato uno striscione davanti al Colosseo a Roma per chiedere l’introduzione di un congedo di paternità paritario e pienamente retribuito e denunciare la recente bocciatura della proposta che avrebbe introdotto una riforma strutturale dei congedi parentali. L’iniziativa si inserisce nel quadro di una campagna di sensibilizzazione più ampia, creata ad hoc in occasione della Festa del Papà non solo per rilanciare la richiesta di un congedo di paternità paritario e pienamente retribuito, ma anche per riportare al centro del dibattito pubblico il tema della condivisione della cura e della genitorialità. “La battaglia per un sistema di congedi più equo riguarda non solo i lavoratori di oggi, ma il modello di società del futuro – sottolineano nel comunicato Rete degli Studenti Medi e UDU – “Rivendicare il diritto dei padri al congedo significa mettere in discussione una divisione dei ruoli ormai superata e riconoscere che la cura è una responsabilità condivisa. Parlare di congedi paritari significa anche riconoscere tutte le forme di famiglia e costruire un welfare più giusto e inclusivo, che le istituzioni continuano a ignorare”. Siamo entrati nei dettagli dell’iniziativa con Sabrina dell’Unione degli Universitari Ascolta o scarica
March 19, 2026
Radio Onda d`Urto
Liberare il lavoro, serve pure l’IA
Credo che una delle poche persone, su queste pagine, che si sia posta la questione della riduzione dell’orario di lavoro, del “lavoro liberato”, dell'”illusione keynesiana”, della fine dello Stato Sociale sia stato Leo Essen. Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, […] L'articolo Liberare il lavoro, serve pure l’IA su Contropiano.
March 17, 2026
Contropiano
9 Marzo: sciopero generale riprendiamoci tutto!
Mentre il Governo vara decreti “scatola vuota” sulla parità salariale, la realtà per le donne in Italia resta un percorso a ostacoli fatto di precarietà e rinunce. Non è un caso, è una scelta politica. La realtà che il Governo ignora: Dimissioni forzate: Oltre 60.000 madri l’anno lasciano il lavoro […] L'articolo 9 Marzo: sciopero generale riprendiamoci tutto! su Contropiano.
March 8, 2026
Contropiano
Welfare e Ai. In Cina, però…
Vedo Global Times, Xinhua e altri siti cinesi, da quando? Sarà 20 anni, forse? Ora, c’è l’Iran. Chiaro, ne parlano, ma, chissà perché, sono “concentrati all’interno”. Certo, si muovono in ambito Onu, come è loro prassi, certo, condannano l’attacco (vedremo le loro “decisioni” nelle prossime settimane), ma risuonano tre termini […] L'articolo Welfare e Ai. In Cina, però… su Contropiano.
March 3, 2026
Contropiano
Gli utili straordinari delle banche a scapito del welfare
“Le banche italiane consegnano agli archivi un’annata stellare, con profitti che hanno superato con slancio i 30 miliardi di euro. Brindano gli azionisti che si preparano a incassare 26,5 miliardi, grazie ai risultati centrati nell’intero 2025 dai soli istituti di credito quotati in Piazza Affari. I manager si aspettavano di poter gratificare i soci, tanto da staccare a novembre cospicui anticipi sulla cedola complessiva. Con i risultati pubblicati nella prima metà di febbraio, quelle sensazioni positive sono diventate certezze: gli assegni da spedire agli azionisti sono pronti, con la percentuale sugli utili distribuita ai soci che vola oltre l’84%. Le regine per risultati e cedole sono Unicredit e Intesa Sanpaolo.” Così con garrula gioia i giornali salutano l’annata dei profitti straordinari delle banche italiane ma queste performance sono state garantite dalla ritirata politica del welfare a favore della privatizzazione dei servizi (permettendogli di vendere polizze previdenziali e sanitarie), riduzione del deprezzamento dei titoli dello Stato che hanno in bilancio e selezione del credito a tutto vantaggio dei “clienti redditizi”. Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%,i fattori che hanno garantito dividendi e cedole fuori misura risiedono in primo luogo nella crisi del welfare a favore della privatizzazione dei servizi,infatti le banche si sono arricchite con le commissioni sulla vendita dei loro prodotti finanziari e assicurativi: in parole semplici, vendendo polizze previdenziali e sanitarie, rese sempre più indispensabili dalla mancata copertura previdenziale del sistema pensionistico pubblico. Inoltre le banche italiane hanno comprato i titoli del debito del nostro Paese con le risorse trasferite gratuitamente dalla Bce; ora, per effetto della politica di austerità contenuta nella Legge di bilancio e nelle altre misure del governo, il rating del debito è migliorato e quindi le banche hanno migliorato i loro bilanci potendo distribuire profitti ai super ricchi. Il terzo fattore è stato costituito da una maggiore selezione del credito a tutto vantaggio dei creditori solidi, i soliti noti clienti redditizi .Negli ultimi anni, anche per effetto di normative fatte per creare un credito per soli privilegiati, il flusso dei crediti bancari, spesso coperto da garanzie pubbliche, si è rivolto solo verso clienti estremamente solidi, in modo da ridurre le costose sofferenze. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista che scrive su Altreconomia
February 17, 2026
Radio Blackout - Info
Aiuto condizionato o aiuto radicale?
Articolo di Angela Condello Dal primo settembre 2025 il Department of Education della Gran Bretagna ha inaugurato un sistema di supporto gratuito alle famiglie con bambini di età compresa tra i 9 mesi e i 4 anni, mettendo a disposizione 30 ore di childcare completamente a spese dello Stato.  Un’iniziativa lodevole – verrebbe da pensare di primo acchito. Tentando di accedere al servizio, tuttavia, si incontrano una serie di vincoli e strettoie: per essere beneficiari del supporto serve soddisfare alcune condizioni fondamentali, tra cui essere entrambi genitori lavoratori, avere un certo stipendio (misurato a seconda della fascia d’età, come se il nuovo mercato del lavoro riflettesse i sistemi di scatti e promozioni di vent’anni fa), lavorare per un numero minimo di ore, essere cittadini britannici o avere i documenti dell’immigrazione in regola (settled o pre-settled). In sostanza, è come se l’aiuto statale fosse un privilegio per pochi: in una famiglia in cui lavora soltanto uno dei due genitori mentre l’altro ha un lavoro a tempo parziale o è freelence o lavora su progetti – cosa molto frequente nelle generazioni di genitori più giovani – l’aiuto non spetta. Peccato che (non bisogna essere dei fini economisti o sociologi per capirlo) sono proprio le persone in cerca di un lavoro regolare e tutelato ad avere più bisogno di sostegno pubblico, perché proprio a loro serve tempo per mettersi in gioco, e perché spesso hanno dei crolli psicologici dovuti alle condizioni precarie (è il più classico dei circoli viziosi).  È un po’ come se il governo dicesse che bisogna riuscire a superare alcune prove per poi godersi alcune meritate comodità, come se il supporto al lavoro di cura fosse una bella macchina o una casa più grande. Ancora una volta una fetta di lavoro di riproduzione sociale, la cura dei figli, viene considerato come un fardello di cui liberarsi attraverso sistemi che seguono la logica del contagocce, per di più condizionato: non è molto diverso il principio con cui sono distribuiti gli assegni per i figli a carico in Italia o le agevolazioni fiscali per le madri (sempre che siano assunte a tempo indeterminato e abbiano almeno due figli). Sembra di essere dentro a un grande paradosso sociale: si ha un diritto solo se si è arrivati al punto di avere un diritto. Possiamo parlare davvero di aiuto se questo deve soddisfare condizioni che lasciano fuori chi ne ha più bisogno? In teoria, aiutare significherebbe letteralmente «andare incontro» a qualcuno per portare «giovamento» (ad e juvare); ma che modo è di andare incontro se si creano delle condizioni e quindi il soggetto destinatario dell’aiuto potrebbe anche non meritarselo? Uno stato sociale che punti ad andare incontro a ciascuna situazione, e non soltanto o soprattutto a quelle già inquadrate in un sistema, dovrebbe anticipare il proprio sostegno specialmente ai momenti più duri dell’esistenza, come quelli in cui si cerca un lavoro o si è precari, e non viceversa: è proprio mentre si lotta per arrivare a un lavoro che l’aiuto può rivelarsi necessario. Non stupisce che un tale sistema di supporto alle famiglie arrivi proprio oggi, nel tempo dell’ascesa del welfare aziendalistico fatto di assicurazioni private stellari e auto aziendali (altro che colonie Olivetti) e dell’implosione dei diritti sociali per tutti e tutte, anzitutto per i più vulnerabili e bisognosi. Il programma inglese di supporto alle famiglie punta sulla monetizzazione dell’aiuto e su alcune condizioni di base per accedervi: siamo agli antipodi dello stato sociale. Proprio da uno sguardo critico nei confronti di questi modelli welfaristici «da contagocce» nascono due tra gli ultimi lavori di Hilary Cottam, imprenditrice sociale britannica e autrice di Radical Help (2019) e The Work We Need (2025), pubblicati da Virago, storica casa editrice femminista. Nel testo sull’aiuto radicale Cottam invita a ripensare interamente il sistema delle relazioni sociali: se non reintroduciamo la cura come principio guida dei rapporti con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri non potremo realizzare il nostro potenziale, né individuale né collettivo. Se non ripartiamo dal carattere radicalmente rivoluzionario dello stato sociale, non usciremo dalla crisi permanente in cui versano i rapporti personali e lavorativi. In The Work We Need le tesi sull’aiuto radicale e la cura incondizionata vengono incrociate con una riflessione sull’attuale assetto economico e lavorativo: rivoluzione tecnologica, soft skills e autoimprenditorialità sembrano ormai tendenze inevitabili per cui non solo serve ripensare la cura ma vanno anche ripensati gli spazi del lavoro (oggi troppo spesso ancora estremamente privati, come la casa, o estremamente pubblici, come l’ufficio – luogo fuori tempo per la Gen Z), i tempi del lavoro, le condizioni contrattuali e le tutele del lavoro.  La sua idea di fondo è che il lavoro sia una categoria dell’esistenza e il supporto alla cura debba funzionare in armonia con l’assetto logistico e contrattuale delle nuove generazioni, non (solo) in accordo con il modello di lavoro subordinato 9-17. Cottam invita, insomma, a prendere sul serio il significato dell’aiuto: andando verso l’altro, magari anticipandone i bisogni e non centellinandone l’erogazione secondo condizioni, vincoli e limiti. La cura del mondo può solo ripartire dalla capacità di rivolgerci agli altri non in quanto problemi o richieste o zavorre, ma anzitutto in quanto possibilità altra e altrettanto valida e meritevole di stare nel nostro stesso mondo, in un modo diverso. Questo vale per i bambini tra i 9 mesi e i 4 anni, i migranti, le lavoratrici precarie. Qualche mese fa una scuola materna comunale torinese mi ha invitata a compiere un esercizio Insieme ad altri genitori ho partecipato all’inserimento non in maniera canonica, cioè monitorando dall’esterno che mia figlia riuscisse a integrarsi serenamente, ma per conto suo; il metodo che ci hanno proposto si chiama «svedese», e in Italia è considerato una piccola rivoluzione (e in effetti, lo è). Ogni genitore trascorre l’intera giornata scolastica seguendo il ritmo dei bambini, dal gioco alle pause di riflessione, dal pranzo con tutti i rituali alle regole da seguire prima di fare un disegno: in questo modo l’inserimento diventa partecipato fino in fondo e si entra in contatto reciproco (bambini genitori e istituzione). Questo alimenta una relazione diversa con la struttura scolastica,tradizionalmente destinata al disciplinamento.  In questo ribaltamento di prospettiva c’è il seme della radicalità di cui parla Cottam: soltanto entrando nei panni altrui qualcosa potrà davvero modificarsi, perché il nostro sguardo accoglierà la possibilità di forme di vita che non sono la nostra. Senza condizioni. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. L'articolo Aiuto condizionato o aiuto radicale?  proviene da Jacobin Italia.
February 4, 2026
Jacobin Italia