Il cortocircuito della politica di destra (fatta anche nel nome della “sinistra”)Da oltre un decennio la propaganda politica più viscerale è legata ai nodi
strutturali che bloccano la crescita economica del Paese.
Il racconto distorto dell’immigrazione come un costo passivo è una
mistificazione che ha sistematicamente scambiato cause ed effetti, trasformando
una risorsa demografica e previdenziale in una minaccia ai ceti più deboli.
Ad esempio, circola sui social network una bufala secondo cui un cittadino
straniero potrebbe licenziarsi volontariamente e ottenere centinaia di euro al
mese dallo Stato per frequentare corsi di formazione. No, la legge esclude
tassativamente dai sussidi (come il Supporto Formazione e Lavoro) chi si dimette
e, tra i requisiti, impone agli stranieri almeno cinque anni di residenza in
Italia.
La genesi del meccanismo di queste dolose mistificazioni risale più o meno al
2010, quando Matteo Salvini e Giorgia Meloni edificarono le proprie fortune
elettorali sul dogma dei “35 euro al giorno ai clandestini”. Quella cifra, in
realtà copriva i costi di gestione di vitto e alloggio dei centri di
accoglienza, rimaneva nelle mani dei migranti solo per pochi spiccioli di pocket
money (2,5 euro al giorno) fu artatamente presentata come denaro contante
erogato a chi “non faceva nulla”. Il sistematico ribaltamento della realtà ha
inoculato nell’opinione pubblica un vero e proprio virus che produce una
patologia politicamente pagante: la convinzione che lo Stato favorisca gli
stranieri a discapito degli italiani.
I dati ufficiali dell’INPS raccontano però che i lavoratori stranieri regolari
in Italia sono una colonna portante della tenuta sociale del Paese: producono
177 miliardi di euro di valore aggiunto (il 9% del PIL nazionale), versano ogni
anno tra gli 11 e i 15 miliardi di contributi previdenziali e circa 7 miliardi
di IRPEF. Inoltre, essendo una popolazione anagraficamente giovane, gravano
pochissimo su pensioni e sanità. Anzi, pagano le pensioni correnti degli
italiani e regalano alle casse dello Stato miliardi di euro, i cd “contributi
silenti”, ovvero versamenti pensionistici effettuati regolarmente da lavoratori
stranieri che, a causa del mancato rinnovo del permesso di soggiorno o della
scelta di rientrare nel Paese d’origine prima di aver raggiunto i requisiti
minimi di anzianità contributiva, non riscatteranno mai la propria pensione.
Questi contributi rimangono così nelle casse dell’INPS, traducendosi in un altro
beneficio, un indebito tuttavia, a favore dei pensionati italiani.
Il vero danno economico all’Italia non deriva quindi dalla generosità del
welfare, ma dalle scelte propagandistiche e dalle mistificazioni della politica
più becera.
Le strette burocratiche e legislative contro cui chi scrive si oppose invano, ma
in tutti i modi, iniziate con i decreti sicurezza del primo governo Conte
(volute da Salvini e dalla Lega) e proseguite dall’attuale esecutivo con le
restrizioni sulla protezione speciale, hanno prodotto un cortocircuito
macroeconomico. Negare o revocare il permesso di soggiorno a chi è già inserito
ed a chi potrebbe inserirsi nel tessuto produttivo non fa sparire le persone: le
spinge forzatamente allo sfruttamento e verso il lavoro nero.
Questo slittamento nell’irregolarità ha un costo enorme che alimenta
direttamente l’economia sommersa ed arricchisce gli sfruttatori/ evasori.
Secondo i monitoraggi più recenti dell’ISTAT, l’economia non osservata in Italia
vale oltre 192 miliardi di euro, incidendo per circa il 10,5% del PIL nominale.
Espandere questa sacca di illegalità significa privare lo Stato delle risorse
fiscali necessarie per gli investimenti e costringere i governi a manovre
restrittive per contenere il deficit. Inoltre, nel sommerso la produttività
crolla: senza contratti né formazione aziendale, i salari rimangono da fame e
gli investimenti si azzerano.
Le stime macroeconomiche per l’Italia fotografano una crescita del PIL reale
asfittica e contenuta sotto l’1%. La crescita subisce la zavorra del calo
demografico e della carenza di manodopera qualificata. La retorica del “prima
gli italiani”, trasformata in leggi che precludono la regolarizzazione, ci
impoverisce anche individualmente.
Alimentando lo spauracchio del migrante privilegiato, la politica ha nascosto la
realtà: per difendere il welfare e far crescere il PIL regolare, l’Italia ha
disperatamente bisogno di legalizzare quei lavoratori che le sue stesse leggi
rendono invisibili.
Gregorio De Falco