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Welfare e Ai. In Cina, però…
Vedo Global Times, Xinhua e altri siti cinesi, da quando? Sarà 20 anni, forse? Ora, c’è l’Iran. Chiaro, ne parlano, ma, chissà perché, sono “concentrati all’interno”. Certo, si muovono in ambito Onu, come è loro prassi, certo, condannano l’attacco (vedremo le loro “decisioni” nelle prossime settimane), ma risuonano tre termini […] L'articolo Welfare e Ai. In Cina, però… su Contropiano.
March 3, 2026
Contropiano
Gli utili straordinari delle banche a scapito del welfare
“Le banche italiane consegnano agli archivi un’annata stellare, con profitti che hanno superato con slancio i 30 miliardi di euro. Brindano gli azionisti che si preparano a incassare 26,5 miliardi, grazie ai risultati centrati nell’intero 2025 dai soli istituti di credito quotati in Piazza Affari. I manager si aspettavano di poter gratificare i soci, tanto da staccare a novembre cospicui anticipi sulla cedola complessiva. Con i risultati pubblicati nella prima metà di febbraio, quelle sensazioni positive sono diventate certezze: gli assegni da spedire agli azionisti sono pronti, con la percentuale sugli utili distribuita ai soci che vola oltre l’84%. Le regine per risultati e cedole sono Unicredit e Intesa Sanpaolo.” Così con garrula gioia i giornali salutano l’annata dei profitti straordinari delle banche italiane ma queste performance sono state garantite dalla ritirata politica del welfare a favore della privatizzazione dei servizi (permettendogli di vendere polizze previdenziali e sanitarie), riduzione del deprezzamento dei titoli dello Stato che hanno in bilancio e selezione del credito a tutto vantaggio dei “clienti redditizi”. Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%,i fattori che hanno garantito dividendi e cedole fuori misura risiedono in primo luogo nella crisi del welfare a favore della privatizzazione dei servizi,infatti le banche si sono arricchite con le commissioni sulla vendita dei loro prodotti finanziari e assicurativi: in parole semplici, vendendo polizze previdenziali e sanitarie, rese sempre più indispensabili dalla mancata copertura previdenziale del sistema pensionistico pubblico. Inoltre le banche italiane hanno comprato i titoli del debito del nostro Paese con le risorse trasferite gratuitamente dalla Bce; ora, per effetto della politica di austerità contenuta nella Legge di bilancio e nelle altre misure del governo, il rating del debito è migliorato e quindi le banche hanno migliorato i loro bilanci potendo distribuire profitti ai super ricchi. Il terzo fattore è stato costituito da una maggiore selezione del credito a tutto vantaggio dei creditori solidi, i soliti noti clienti redditizi .Negli ultimi anni, anche per effetto di normative fatte per creare un credito per soli privilegiati, il flusso dei crediti bancari, spesso coperto da garanzie pubbliche, si è rivolto solo verso clienti estremamente solidi, in modo da ridurre le costose sofferenze. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista che scrive su Altreconomia
February 17, 2026
Radio Blackout - Info
Aiuto condizionato o aiuto radicale?
Articolo di Angela Condello Dal primo settembre 2025 il Department of Education della Gran Bretagna ha inaugurato un sistema di supporto gratuito alle famiglie con bambini di età compresa tra i 9 mesi e i 4 anni, mettendo a disposizione 30 ore di childcare completamente a spese dello Stato.  Un’iniziativa lodevole – verrebbe da pensare di primo acchito. Tentando di accedere al servizio, tuttavia, si incontrano una serie di vincoli e strettoie: per essere beneficiari del supporto serve soddisfare alcune condizioni fondamentali, tra cui essere entrambi genitori lavoratori, avere un certo stipendio (misurato a seconda della fascia d’età, come se il nuovo mercato del lavoro riflettesse i sistemi di scatti e promozioni di vent’anni fa), lavorare per un numero minimo di ore, essere cittadini britannici o avere i documenti dell’immigrazione in regola (settled o pre-settled). In sostanza, è come se l’aiuto statale fosse un privilegio per pochi: in una famiglia in cui lavora soltanto uno dei due genitori mentre l’altro ha un lavoro a tempo parziale o è freelence o lavora su progetti – cosa molto frequente nelle generazioni di genitori più giovani – l’aiuto non spetta. Peccato che (non bisogna essere dei fini economisti o sociologi per capirlo) sono proprio le persone in cerca di un lavoro regolare e tutelato ad avere più bisogno di sostegno pubblico, perché proprio a loro serve tempo per mettersi in gioco, e perché spesso hanno dei crolli psicologici dovuti alle condizioni precarie (è il più classico dei circoli viziosi).  È un po’ come se il governo dicesse che bisogna riuscire a superare alcune prove per poi godersi alcune meritate comodità, come se il supporto al lavoro di cura fosse una bella macchina o una casa più grande. Ancora una volta una fetta di lavoro di riproduzione sociale, la cura dei figli, viene considerato come un fardello di cui liberarsi attraverso sistemi che seguono la logica del contagocce, per di più condizionato: non è molto diverso il principio con cui sono distribuiti gli assegni per i figli a carico in Italia o le agevolazioni fiscali per le madri (sempre che siano assunte a tempo indeterminato e abbiano almeno due figli). Sembra di essere dentro a un grande paradosso sociale: si ha un diritto solo se si è arrivati al punto di avere un diritto. Possiamo parlare davvero di aiuto se questo deve soddisfare condizioni che lasciano fuori chi ne ha più bisogno? In teoria, aiutare significherebbe letteralmente «andare incontro» a qualcuno per portare «giovamento» (ad e juvare); ma che modo è di andare incontro se si creano delle condizioni e quindi il soggetto destinatario dell’aiuto potrebbe anche non meritarselo? Uno stato sociale che punti ad andare incontro a ciascuna situazione, e non soltanto o soprattutto a quelle già inquadrate in un sistema, dovrebbe anticipare il proprio sostegno specialmente ai momenti più duri dell’esistenza, come quelli in cui si cerca un lavoro o si è precari, e non viceversa: è proprio mentre si lotta per arrivare a un lavoro che l’aiuto può rivelarsi necessario. Non stupisce che un tale sistema di supporto alle famiglie arrivi proprio oggi, nel tempo dell’ascesa del welfare aziendalistico fatto di assicurazioni private stellari e auto aziendali (altro che colonie Olivetti) e dell’implosione dei diritti sociali per tutti e tutte, anzitutto per i più vulnerabili e bisognosi. Il programma inglese di supporto alle famiglie punta sulla monetizzazione dell’aiuto e su alcune condizioni di base per accedervi: siamo agli antipodi dello stato sociale. Proprio da uno sguardo critico nei confronti di questi modelli welfaristici «da contagocce» nascono due tra gli ultimi lavori di Hilary Cottam, imprenditrice sociale britannica e autrice di Radical Help (2019) e The Work We Need (2025), pubblicati da Virago, storica casa editrice femminista. Nel testo sull’aiuto radicale Cottam invita a ripensare interamente il sistema delle relazioni sociali: se non reintroduciamo la cura come principio guida dei rapporti con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri non potremo realizzare il nostro potenziale, né individuale né collettivo. Se non ripartiamo dal carattere radicalmente rivoluzionario dello stato sociale, non usciremo dalla crisi permanente in cui versano i rapporti personali e lavorativi. In The Work We Need le tesi sull’aiuto radicale e la cura incondizionata vengono incrociate con una riflessione sull’attuale assetto economico e lavorativo: rivoluzione tecnologica, soft skills e autoimprenditorialità sembrano ormai tendenze inevitabili per cui non solo serve ripensare la cura ma vanno anche ripensati gli spazi del lavoro (oggi troppo spesso ancora estremamente privati, come la casa, o estremamente pubblici, come l’ufficio – luogo fuori tempo per la Gen Z), i tempi del lavoro, le condizioni contrattuali e le tutele del lavoro.  La sua idea di fondo è che il lavoro sia una categoria dell’esistenza e il supporto alla cura debba funzionare in armonia con l’assetto logistico e contrattuale delle nuove generazioni, non (solo) in accordo con il modello di lavoro subordinato 9-17. Cottam invita, insomma, a prendere sul serio il significato dell’aiuto: andando verso l’altro, magari anticipandone i bisogni e non centellinandone l’erogazione secondo condizioni, vincoli e limiti. La cura del mondo può solo ripartire dalla capacità di rivolgerci agli altri non in quanto problemi o richieste o zavorre, ma anzitutto in quanto possibilità altra e altrettanto valida e meritevole di stare nel nostro stesso mondo, in un modo diverso. Questo vale per i bambini tra i 9 mesi e i 4 anni, i migranti, le lavoratrici precarie. Qualche mese fa una scuola materna comunale torinese mi ha invitata a compiere un esercizio Insieme ad altri genitori ho partecipato all’inserimento non in maniera canonica, cioè monitorando dall’esterno che mia figlia riuscisse a integrarsi serenamente, ma per conto suo; il metodo che ci hanno proposto si chiama «svedese», e in Italia è considerato una piccola rivoluzione (e in effetti, lo è). Ogni genitore trascorre l’intera giornata scolastica seguendo il ritmo dei bambini, dal gioco alle pause di riflessione, dal pranzo con tutti i rituali alle regole da seguire prima di fare un disegno: in questo modo l’inserimento diventa partecipato fino in fondo e si entra in contatto reciproco (bambini genitori e istituzione). Questo alimenta una relazione diversa con la struttura scolastica,tradizionalmente destinata al disciplinamento.  In questo ribaltamento di prospettiva c’è il seme della radicalità di cui parla Cottam: soltanto entrando nei panni altrui qualcosa potrà davvero modificarsi, perché il nostro sguardo accoglierà la possibilità di forme di vita che non sono la nostra. Senza condizioni. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. L'articolo Aiuto condizionato o aiuto radicale?  proviene da Jacobin Italia.
February 4, 2026
Jacobin Italia
Welfare ed equità nelle politiche abitative: il caso della polizia a Pisa
Un sindacato di Polizia, sulle pagine di cronaca del quotidiano Il Tirreno uscito in edicola il 27 gennaio 2026, ha fatto appello al Comune di Pisa per costruire delle politiche abitative a favore degli agenti che opereranno nella città e provincia di Pisa. Non si capisce la logica che spinge un sindacato a rivendicare una sorta di piano casa solo per alcune figure professionali, come se la carenza di alloggi riguardasse solo le forze dell’ordine. E non è umanamente comprensibile per quale ragione si rivendichi un trattamento privilegiato solo per le forze dell’ordine e non ai ricercatori, agli infermieri, ai docenti e a chiunque venga chiamato a lavorare da altre città. Tuttavia, a pensarci bene, la richiesta (corporativa e divisiva) ha una logica ossia la pretesa che il pubblico debba restituire parte dei benefici recati ai quartieri dalla maggior presenza delle forze dell’ordine. Ma i benefici per la salute derivanti da medici, personale sanitario operante nei nostri ospedali? Scambiare diritti sociali e collettivi per concessioni a pochi eletti lascia intendere la cultura corporativa, angusta e divisiva al fondo del soggetto sociale che per antonomasia dovrebbe unire la forza lavoro. Tuttavia, questo scenario dispotico ha una sua logica, visto che dal Governo si parla insistentemente di corsie preferenziali per i militari, un welfare apposito e delle norme previdenziali valide solo per loro con tanto di anticipo dell’età pensionabile mentre, per tutti gli altri, si allungano i tempi di lavoro applicando l’aumento della aspettativa di vita. «L’innesto di famiglie di operatori della sicurezza rappresenterebbe infatti un fattore concreto di presidio sociale, di maggiore vivibilità e di aumento della percezione di sicurezza per i cittadini» – si afferma -, ma in un contesto di welfare e non di warfare le politiche abitative serie, dedicate e immediatamente attuabili vanno costruite siano a beneficio della totalità dei cittadini e della forza lavoro senza discriminazioni di sorta o corsie preferenziali rispondenti a logiche securitarie L’economia di guerra al traino della “cultura della sicurezza“, che è l’orizzonte storico che su cui si staglia l’attuale militarizzazione della società, ha bisogno di trattamenti diseguali tra lavoratori e lavoratrici e corsie preferenziali per uomini e donne in divisa, anzi una sorta di welfare potenziato a loro beneficio, mentre lo stato sociale valido erga omnes è sempre più vittima di logiche perdenti come i tagli di spesa. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Censis 2025. L’Italia “nell’età selvaggia” della crisi sistemica e dei guerrafondai
L’Italia “nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco“. È così che viene descritto il Belpaese nel 59esimo rapporto Censis. Ma quel ferro e quel fuoco deriva da un modello sociale in crisi irreversibile, economica e culturale. È l’Italia selvaggia delle multinazionali che rapinano un popolo, e di un popolo per […] L'articolo Censis 2025. L’Italia “nell’età selvaggia” della crisi sistemica e dei guerrafondai su Contropiano.
December 10, 2025
Contropiano
La Cina fa il Plenum di tecnologia
Da lunedì a giovedì di questaa settimana, a Pechino si svolge la IV sessione plenaria (plenum) del XX comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc). Se ti è venuta voglia di cambiare pagina dopo aver letto queste prime due righe, ripensaci: al di là della denominazione stantia, di sovietica memoria […] L'articolo La Cina fa il Plenum di tecnologia su Contropiano.
October 20, 2025
Contropiano
“Oggi si scrive una pagina di Storia”
UNA FOLLA OCEANICA A NAPOLI PER LA PALESTINA “Oggi si sta scrivendo la Storia a Napoli e nelle altre 80 città italiane che hanno invaso le strade per gridare: basta al genocidio, basta a ogni forma di complicità, basta a ogni relazione istituzionale ed economica con Israele, basta con le armi.” Una fortissima mobilitazione: quarantamila persone, dicono i numeri forniti dagli organizzatori. Uno tsunami umano che, stamattina a partire dalle 9, ha invaso piazza Garibaldi per partecipare allo sciopero generale in solidarietà con la popolazione palestinese. Sciopero indetto dai sindacati di base USB, CUB, SGB e altre sigle, e sostenuto dalla “flottiglia di terra” Movimento Globale a Gaza Campania, da associazioni, dall’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese), dalla Rete delle Comunità palestinesi, dal Centro Culturale Handala Ali e dai collettivi studenteschi. La imponente, che ha visto marciare tutti insieme lavoratori e lavoratrici, studenti, uomini, donne manifestazione, padri e madri – molti con bambini sulle spalle – scandendo un unico, ininterrotto coro che ha inondato la città, è stata civile e pacifica. “È una giornata epica, oggi siamo tantissimi. Dobbiamo fermare noi cittadini, studenti, lavoratori questa follia che sta attraversando il mondo e che ha oscurato la coscienza. Ma non è finita, perché questo Paese, questa città hanno ancora una coscienza da spendere. Palestina libera!”, lo grida dai megafoni un organizzatore. E tutti lo ripetono in un urlo collettivo che, come un’onda sismica, si allarga sulla folla a perdita d’occhio. Si avverte da subito che questa non è una manifestazione come le altre: c’è un’atmosfera che si carica sempre di più di un’emozione partecipata e fortemente sentita, ma si avverte anche tanta rabbia e fermezza nella condanna unanime, senza più contrattazioni. Dalla folla si alzano grida contro ogni forma di complicità, di silenzio o di parole timide e balbettanti. Ora è solo il tempo di azioni reali e concrete. Si chiede una presa di posizione chiara dell’Italia, ora, subito, senza più alcuna ipocrisia. La notevole adesione testimonia la forza del sentimento popolare, ma “siamo consapevoli che serve una strategia politica internazionale”. “Una manifestazione immensa, come non vedevo a Napoli dagli anni ’70. Ci sono tutti: lavoratori, studenti, attivisti e migliaia e migliaia di cittadini. Grazie, Napoli”, ha detto con voce commossa al megafono un anziano attivista del Centro Culturale Handala. Bandiere, striscioni, cori: un tripudio di colori e di voci di solidarietà. L’atmosfera è veramente carica di un’emozione intensa che stringe tutti in un unico senso di appartenenza. È appartenenza a una stessa umanità che qui oggi si vuole recuperare. Un cartellone scandiva: “E criature so’ tutt’ egual” – i bambini sono tutti uguali. Quella di oggi aveva una valenza enorme perché la mobilitazione per la Palestina e il sostegno alla missione umanitaria si sono incrociati con le rivendicazioni sociali, con lo sciopero per la difesa del lavoro e della sicurezza sul lavoro. Il grido dei portuali di Genova, “Bloccheremo tutto”, è diventato il grido di tutti: un fiume in piena che ha attraversato le strade della città. Un’ondata di indignazione che non può più essere contenuta: “Oggi, e la Storia ce lo ricorda, assistiamo alla consapevolezza della gente comune che prende le redini della lotta e chiede a voce alta azioni concrete da parte del governo.” Non è più il tempo delle dichiarazioni e dell’incertezza: è ora di agire. Quando i popoli scendono nelle piazze, cambiano la Storia. È questo uno dei tanti comunicati letti. Lo sciopero ha riguardato trasporti, scuole, università, fabbriche, logistica, settori del pubblico impiego, commercio, energia. C’erano gli studenti, tanti, tantissimi universitari e delle scuole superiori, e c’erano i loro professori. Hanno sfilato a testa alta dietro ai loro striscioni: “Rivogliamo la cultura, la conoscenza contro ogni tentativo da parte del ministro dell’Istruzione di impedire di parlare di Palestina nelle classi. Noi siamo la Palestina. Nessuno può rubarci il futuro.” Il portavoce del collettivo studentesco parla e, a tratti, la voce si incrina per l’emozione: “Non ruberete i nostri sogni, i sogni dei giovani palestinesi. Non ucciderete la conoscenza per comprare armi e finanziare lager in Albania.” Gli studenti lo sanno che questo è stare dalla parte giusta della Storia. “Oggi, contro le politiche del Governo, ci riprendiamo il diritto allo sciopero.” E qualcuno aggiunge un dato che è anche una speranza: qualche centinaio di studenti palestinesi ha conseguito la maturità nella sola scuola rimasta a Gaza. È un fiume umano che da Piazza Garibaldi comincia a scivolare verso la Stazione Centrale. Gli organizzatori hanno spiegato quale sarebbe stato l’itinerario. “Questa non è una passeggiata”, hanno avvertito, “ma un presidio itinerante, una risposta simbolica ma potente al ‘Bloccheremo tutto’, in coerenza con la griglia lanciata dai portuali di Genova e divenuto slogan di riferimento in tutte le manifestazioni successive.” Il corteo si è diretto verso la Stazione Centrale, invadendo ogni spazio e “occupando” i binari, generando il blocco temporaneo della circolazione ferroviaria. Ma la Stazione non è riuscita a contenere la marea umana, che continuava a costituire un lunghissimo corteo e occupava tutta la piazza. Qui, sui binari, sono stati letti comunicati da parte di rappresentanti dei sindacati. Il messaggio era chiaro e forte: “Se non si ferma il genocidio, noi bloccheremo ogni luogo, ogni fabbrica, ogni istituzione”. E ancora: messaggi con una portata sociale che hanno accomunato tutte le categorie di lavoratori presenti. “I soldi frutto del nostro lavoro devono essere spesi per i lavoratori, per le famiglie, le aziende, la salute, l’istruzione e la ricerca, la sicurezza sul lavoro. E a questo proposito vogliamo denunciare che ancora oggi è morto un lavoratore, senza che nessuno risponde di questi omicidi, perché in Italia non è previsto il reato di omicidio sul lavoro.” E concludevano: “La nostra Costituzione è il faro che ci guida. No alle armi, no alla guerra: non saremo mai complici del futuro di morte che ci state preparando”. Una dottoressa, a nome del foltissimo gruppo di sanitari ospedalieri presenti, ha preso la parola per esprimere quanto sia aberrante non poter salvare vite umane, vedere morire bambini di fame e di stenti oltre che per le bombe. Ha ricordato tutti i colleghi sanitari che sono morti, che hanno speso la loro vita per salvare vite umane: 1167 sanitari palestinesi uccisi. “Abbiamo chiesto al Presidente della Regione De Luca che blocchi le forniture sanitarie con marchio israeliano e di escludere Israele dal prossimo PharmExpo della Salute e del Benessere, che si svolgerà dal 24 al 26 ottobre alla Mostra d’Oltremare di Napoli.” Seconda tappa: l’Università, dove già c’era un presidio di studenti che si sono uniti al corteo, che ha continuato a sfilare lungo tutto il Rettifilo fino a Piazza Municipio, per portarsi poi verso il secondo luogo di “occupazione simbolica”: il Porto di Napoli, per manifestare contro le grandi società – comprese le navi da crociera – che con Israele mantengono rapporti e traggono grandi profitti. Ma anche qui solo una parte dei manifestanti è riuscita ad entrare nell’area interna del Porto. Migliaia di persone sono rimaste rimaste in presidio fuori, nella grande area con vista sui resti archeologici. Gli slogan non si sono fermati mai. Lo slogan più gridato: “Genocidio, miseria e lutto: bloccheremo tutto”. Il corteo ha poi ripreso a sfilare per portarsi davanti alla Prefettura, simbolo del Governo, in Piazza del Plebiscito, occupando ogni punto dell’immensa piazza. Qui i manifestanti hanno espresso tutta la portata sociale della mobilitazione con slogan che chiedevano al Governo interventi a tutela della gente comune, del lavoro e del welfare, e interventi concreti e immediati per salvare ciò che resta di Gaza. “A cosa serve l’eventuale riconoscimento dello Stato della Palestina, come stanno facendo ormai molti Stati, se non resterà più niente della Palestina e dei palestinesi?”, ha gridato con una nota di disperazione nella voce Jamal della comunità palestinese di Napoli. Napoli oggi ha mostrato il suo volto più autentico: città di pace, di accoglienza, di Resistenza e di grandi mobilitazioni. L’ultimo grido che ha scosso la bellissima Cattedrale neoclassica: “Gaza resiste, la Palestina esiste”. E resiste Napoli, che continuerà nel pomeriggio la mobilitazione alla ex Nato di Bagnoli, dove è atteso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’apertura dell’anno scolastico. Redazione Napoli
September 22, 2025
Pressenza
Macron alla guerra, anche contro i lavoratori
E’ vero, ci capita di ricorrere spesso alla frase: “dio confonde coloro che vuol perdere”. Ma ci siamo obbligati da quel che quasi ogni giorno vediamo fare  ai principali “leader” europei. E dire che per fortuna siamo atei… La Francia, due giorni fa, ha ospitato il vertice dei “volenterosi” ed […] L'articolo Macron alla guerra, anche contro i lavoratori su Contropiano.
September 6, 2025
Contropiano
Dossier Milano # 7 | Il futuro di Piazzale Loreto e la necessità di una svolta pubblica a partire dai municipi – di Angelo Junior Avelli
Il progetto di riqualificazione di Piazzale Loreto, al momento, sulla carta, è congelato, e non soltanto per la bufera che ha investito Milano con lo scandalo dell’urbanistica e le indagini della Procura, sul sistema di potere che girava intorno alla Commissione Paesaggio e ad un network - altamente selezionato - di manager e superconsulenti [...]
August 11, 2025
Effimera