Sarà una tecnica che vi seppellirà«La technique ou l’enjeu du siècle di Jacques Ellul ha avuto una storia
singolare. Rifiutato da due editori, fu infine pubblicato in una collana
universitaria a piccola tiratura (per Armand Colin, nel 1954 ndr) e andò
rapidamente esaurito. Mai ristampato (se non in edizioni pirata), ha continuato
a essere letto e saccheggiato, anche se chi lo ha utilizzato non sempre lo
citava. Negli Stati Uniti, viene costantemente ristampato in edizione tascabile
ed è nella lista di lettura obbligatoria della maggior parte delle università».
Questa scarna nota che l’Editore Economica di Parigi appose all’edizione del
1990 de La technique, la prima con le revisioni apportate dall’autore già nel
1960, che esce ora per Mondadori SBE come La società tecnologica (620 pagine,
€30) nella fresca traduzione di Massimo Parizzi, dice molto ma sicuramente non
tutto, privo com’è di apparati critici e di una struttura paratestuale, delle
scambievoli fortune di questo testo fondamentale nella lunga riflessione sulla
tecnologia che dal secondo dopoguerra arriva fino ai giorni nostri.
Basta del resto confrontare l’equivalente edizione inglese di quasi trent’anni
prima (The Technological Society, Random House, 1964), con l’introduzione del
sociologo Robert Merton e del traduttore, il filosofo John Wilkinson, per capire
la diversa accoglienza ricevuta dal saggio di Ellul, patrocinato da Sir Aldous
Huxley in persona, nel mondo accademico anglosassone. E la diversa entratura
intellettuale di un autore – ex partigiano, anarchico, sociologo credente con il
pallino per la teologia – riscoperto in questo secolo anche dalle nostre parti,
la cui originale visione, a partire dal lavoro pionieristico di Lewis Mumford
con Technics and Civilization (1934) e dalla recente teoria cibernetica di
Norbert Wiener, sembra risuonare con anni di anticipo nella media ecology di
McLuhan come nelle tecniche governamentali analizzate da Foucault.
Arruolato oggi come precursore della decrescita da Serge Latouche, e già
omaggiato come spirito guida da Ivan Illich, alla fine si è scoperto che nel
dipartimento di psicologia di Harvard dei primi anni ‘60, Ellul aveva un
sostenitore più che entusiasta nel giovane Theodore Kaczynski, al tempo allievo
e cavia da laboratorio di Henry A. Murray (grande amico di Mumford per chi crede
nel cerchio della vita…). Come ebbe a dichiarare Kaczynski nel 1998, dopo una
prima condanna al carcere a vita, “Avevo già sviluppato da solo almeno il 50%
delle idee di quel libro e… quando l’ho letto per la prima volta, sono stato
felicissimo, perché ho pensato: “Ecco qualcuno che dice quello che stavo già
pensando.“[1] La technique vede la luce nel clima di ripensamento critico che
investe, all’indomani di Hiroshima, la riflessione sulla tecnica nel secondo
dopoguerra. Ma se il tempo è il medesimo della heideggeriana Questione della
tecnica (1953), la visuale francese differisce dal pessimismo epocale che emerge
nel milieu tedesco segnalando il rovesciamento del rapporto uomo-macchina, di
volta in volta, attraverso il “fallimento tecnologico” (Friedrich Georg Jünger,
1946), la “sostituzione dell’organico” (Sigfried Giedion, 1948), la “vergogna
prometeica” (Günther Anders, 1956). Il trionfo della tecnica, con il corollario
della specializzazione e della meccanizzazione, nella Francia della
ricostruzione si riferisce infatti prevalentemente al dirigismo e all’intrapresa
dello stato piano, con il complesso pletorico delle sue figure
tecnico-scientifico, più che alla distruzione creativa del capitalismo
manageriale americano.
Questo dato connota sicuramente anche la visuale di Ellul, come più tardi quella
del primo Foucault. La tecnica non può che presentarsi al sociologo francese,
prima che come una macchina, come un’organizzazione e un rete di saperi. Gli
apparati meccanici per Ellul sono, insomma, solo un caso particolare della
tecnica, un concetto assai più vasto e trasversale il cui nucleo resta ancorato
all’efficienza in ogni campo. Il “rischio del secolo” – come recita il
sottotitolo dell’edizione italiana – secondo Ellul non è tanto la
“disumanizzazione” o “l’asservimento” degli esseri umani alla mercé delle
macchine ma, più sottilmente, l’adeguamento alla mentalità tecnica.
Si tratta sicuramente di una delle differenze più significative rispetto al
criterio di Lewis Mumford, là dove l’americano descrive invece le moderne
società industriali nei termini di una “megamacchina”. Un altra dissomiglianza
tra i due è il divario tra la tecnica moderna e quella tradizionale, due
fenomeni neppure comparabili secondo il francese, e che la Grande Accelerazione
a partire dal XVII secolo, almeno in Occidente, ha definitivamente separato. Ciò
che una volta era un semplice strumento è diventato infatti per noi un ambiente,
volto all’efficientamento, che non possiamo esimerci dall’abitare. Per Mumford,
al contrario, il rapporto con la tecnica che ci ha definito come sapiens dal
Neolitico in poi è rimasto tale e quale.
Analizzando le società industriali di metà Novecento, Ellul rileva che la
tecnica ha appiattito le differenze politiche ed economiche, in particolare
quelle tra sistemi capitalisti e socialisti che, al tempo in cui il libro è
stato scritto, si contendono il primato nel corso della cosiddetta Guerra
Fredda. Dalla sua visale, anche Stalin, che teorizzava il primato della
politica, sarebbe soprattutto uomo della tecnica. Il sociologo ribalta così la
visione comune al pensiero liberale e al marxismo, secondo cui mercato, politica
o economia promuovono lo sviluppo tecnologico: al contrario sarebbe ora
l’economia a essere interamente guidata dalla tecnologia mentre ai consumi umani
non resta che adeguarsi di conseguenza, pareggiando domanda e offerta attraverso
il condizionamento pubblicitario. La politica diventa così mera illusione,
ridotta a scegliere la soluzione tecnicamente più efficiente, non in base ai
valori sbandierati ma alla proposta degli esperti, secondo il criterio di “one
best way”. Solo lo Stato (“tecnocratico” per definizione) possiede infatti i
mezzi per estendere il metodo e la mentalità della tecnica, attraverso la
pianificazione – che nel dopoguerra non è un’esclusiva sovietica – a tutti gli
ambiti della vita sociale e amministrativa, e quindi a Scuola, Università,
Giustizia, Sanità, Intrattenimento, ecc. compresa la Scienza, in cui,
contrariamente alla credenza del tempo, si ravvisa un ruolo derivativo, se non
ancillare, rispetto alla tecnica.
La visione di Ellul precorre diverse intuizioni rese in seguito popolari dalla
scuola di Toronto di Harold Innis e, soprattutto, di Marshall McLuhan, il cui
seminale Understanding Media esce nel 1964, lo stesso anno in cui The
technological Society, vede finalmente la luce in America. Per entrambi –
l’anarca francese di fede protestante e l’accademico canadese convertito al
cattolicesimo – la tecnica è ora un soggetto autonomo completamente emancipato,
dotato di agency propria e definitivamente sfuggito al controllo umano. In
quanto tale, non è né buona né cattiva né neutrale ma non è nemmeno
“negoziabile” in quanto progredisce esclusivamente in base agli automatismi
della propria logica interna. In una spirale, più volte sottolineata
dall’autore, di puro autoaccrescimento. In altre parole non possiamo prendere
soltanto i suoi lati “buoni” e rigettare quelli “cattivi”, a nostro piacimento,
come sentiamo spesso invocare dai politici del campo “progressista”.
Ellul non nega né intende minimizzare, ben inteso, i benefici che l’alleanza con
la tecnica ha sfruttato nel tempo al genere umano, in termini di longevità,
salute, riduzione dell’orario di lavoro, ecc. ma spiega che nella generale
inversione tra mezzi e fini, realizzata dalla tecnica, si tratta soltanto di un
effetto collaterale, seppure benigno: in realtà la tecnica non è al servizio
della nostra felicità o di qualche altro grandioso ideale umano ma solo del
proprio perfezionamento. Questo processo resta inoltre per lo più imprevedibile:
la tecnica offre infatti, indubbiamente, soluzioni per qualsiasi problema, o
quasi, salvo creare in seguito un nuovo problema, che sarà risolto con un’altra
tecnica, e così via, all’infinito, in una catena che nessuno può veramente
pianificare.
Si può dire che per Ellul, quindi, la tecnica ha smesso da tempo di essere un
mezzo per diventare l’orizzonte ultimo della civilizzazione. L’Uomo Nuovo, cioè
il tecnico, lungi da essere un creatore è infatti un semplice operatore di
sistema che non la controlla e la comprende sempre meno. A noi umani non resta
quindi che adattarsi. In questo senso qualsiasi “tecnica di umanizzazione”,
disciplina psicologica o delle relazioni umane, dovrebbe essere intesa
esclusivamente come una strategia di adattamento, per imparare ad abitare un
mondo artificiale e complesso per il quale non eravamo né biologicamente ne
mentalmente attrezzati. Scopo della moderna pubblicità non è infatti mentire per
“convincere” ma integrare l’individuo nella civiltà della tecnica. Il jazz delle
cave o Henry Miller, André Breton o gli attacchi scapigliati alla morale
borghese – siamo, dopotutto a Parigi – aiutano sì a svagarci ma, in ultima
analisi, si rivelano passatempi inoffensivi perché «questi movimenti si
iscrivono tutti in una civiltà tecnica». E, parafrasando Goebbels chiosa:
«Potete creare liberamente la vostra salvezza, come la intendete, purché
nell’ordine sociale non cambi nulla».
Un ordine post simbolico, ora governato esclusivamente da segnali in codice, che
secondo Ellul ritrova obliquamente anche il senso della sacralità, sposando
sull’altare della tecnologia la tendenza magica e quella mistica, insite
entrambe nelle società tradizionali ma normalmente divergenti: «Non è necessario
cercare di usare poteri spirituali, quando l’impiego della macchina dà risultati
molto migliori. Ma la tecnica favorisce e sviluppa anche i fenomeni mistici, per
esempio la proiezione dell’individuo in un’ideologia, la sua indispensabile
alienazione, nel capo o in un’astrazione» (pp. 552).
Analogamente a quello che sarà il metodo del primo Foucault “archeologico” anche
Ellul assume, senza falsi moralismi, l’umano come oggetto della tecnica e di un
potere impersonale. Rispetto al filosofo di Poitiers, il sociologo non conoscerà
mai, tuttavia, un pensiero equivalente alla fase della soggettivazione e della
tecnologia del sé. Benché irridente degli umanisti di professione, sempre pronti
a correre al seguito dei tecnici in soccorso del vincitore, Ellul resta infatti
a sua volta un “umanista” che, nella sua opera smisuratamente prolifica, si
proietterà con toni anche apertamente trascendenti sempre più avanti del suo
tempo. Per lui, come per McLuhan, il mondo non va mai guardato infatti dallo
specchietto retrovisore. E, tanto meno, il Regno di Dio.
Anche il fantasma di un Ellul apocalittico e rigidamente tecno pessimista,
evocato in apertura dal giovane Kaczynski, viene meno, poi, di fronte ad esempio
a una sua lucidissima presa di posizione del 1983[2], soltanto due anni prima
che la Francia ufficializzasse, con una mostra epocale al Centre Pompidou (Les
Immatériaux) curata da François Lyotard, l’inizio dell’Era Digitale. Il vecchio
sociologo combattente amico degli anarchici in Spagna anche in quell’occasione
parlò – ingenuamente, certo, ma quelli erano, dopotutto, i tempi di Stranger
Things – come un profeta nel deserto: nel decentramento consentito dai
microprocessori e dalla telematica, disse, aveva visto per la prima volta dopo
decenni la flebile possibilità di invertire il corso della storia. Ellul non
nasconde che di una semplice chance si trattasse ma che diversamente «se non ci
sarà un orientamento nella direzione del socialismo libero con completa
decentralizzazione, la “società” sarà una società di tecnici ancora più
sviluppata».
1. Alston Chase, Harvard and the Making of the Unabomber, The Atlantic, June
2000 ↑
2. Berta Sichel, New hope for the Technological Society: An Interview With
Jacques Ellul. Et Cetera, Summer 1983 ↑
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