Fondi ESG: le nuove regole UE contro il greenwashing lasciano fuori gran parte del mercato. Il caso Intesa Sanpaolo
Roma, 25 febbraio 2026 – Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle
linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei
fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un
primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più
ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil
Free pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha
analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus
specifico su Intesa Sanpaolo.
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Finalmente Fossil Free?
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Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini
come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti
nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037
fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà
investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in
vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro.
Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di
disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità,
evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi
che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di
investimenti fossili.
Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere
caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea
SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni
previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della
SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri
che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le
attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del
mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione
fossile.
La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del
mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di
euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non
avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi
potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di
euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando
le attività fossili.
Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo
risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno
espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa
esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma
SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle
nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola
parte dei fondi del gruppo.
Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a
circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni.
Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui
il 99,24% non coperto.
“Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile
italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei
combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza
regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si
presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività
fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon.