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Il falso dilemma iraniano
Ora che il pericolo di un attacco statunitense contro l’Iran sembra momentaneamente scongiurato, dovremmo raccogliere le idee e riesaminare i termini della questione. Guardiamo come l’opinione pubblica occidentale si rivolge all’Iran, o come si è rivolta a qualsiasi altro dei Paesi attaccati militarmente dall’Occidente negli ultimi 35 anni: Iraq, Serbia, […] L'articolo Il falso dilemma iraniano su Contropiano.
IRAN: “IL REGIME HA PERSO LEGITTIMITÀ” MA C’È ANCORA CHI LO SOSTIENE. L’ANALISI DELLA PROFESSORESSA FARIAN SABAHI
“Il regime ha perso legittimità perché non è in grado di garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, perché nega le libertà fondamentali, perché non è stato in grado di garantire la sicurezza dei suoi confini con la guerra dei dodici giorni”, lo scorso giugno, con Israele.  Tuttavia pare gli Ayatollah godano ancora del sostegno di una fetta compresa “tra il 10 e il 25 percento della popolazione”. Sono questi alcuni dei passaggi contenuti nell’intervista di Radio Onda d’Urto alla professoressa Farian Sabahi. Intanto le forze di difesa di Teheran hanno sequestrato le antenne di Starlink nella capitale per evitare il collegamento satellitare a internet, dopo giorni di blocco totale delle comunicazioni per cercare di affievolire le proteste contro l’Ayatollah Ali Khamenei e il carovita che ha investito in questi mesi il Paese. Da una parte l’amministrazione statunitense promette di aiutare il popolo iraniano, dall’altra restano aperte le trattative con il regime mediate dall’Oman. “Patrioti iraniani continuate a manifestare, gli aiuti sono in arrivo”, queste le parole nel pomeriggio di oggi del presidente statunitense Trump, che per aiuti lascia alla libera interpretazione, dopo giorni di minacce di bombardamenti e incursioni militari in Iran. Insorgono, a parole, Cina e Russia, che difendono i rapporti economici dopo la “guerra tariffaria” portata avanti dagli Usa contro l’Iran. In mezzo alle speculazioni internazionali, la popolazione civile, di cui ad ora è impossibile stimare le vittime: funzionari iraniani, in forma anonima, alla Reuters parlano di duemila morti tra manifestanti e poliziotti, mentre i media degli oppositori all’estero – come Iran International, basato a Londra e finanziati da investitori sauditi – riferisce di dodicimila morti, in gran parte nel fine settimana, proprio in occasione dello stop di massa alla rete internet in tutto l’Iran. L’analisi di Farian Sabahi, professoressa associata in storia contemporanea all’Università di Varese. Ascolta o scarica
IRAN: CONTINUANO LE RIVOLTE DI MASSA CONTRO CARO-VITA E REGIME. CONTATTI TEHERAN – WASHINGTON
In Iran, internet è bloccato da oltre 100 ore. Oggi, martedì 13 gennaio 2026, sono state riattivate le telefonate internazionali dopo due settimane di proteste di massa e rivolte contro caro-vita, crisi economica e contro il regime degli Ayatollah, che sta rispondendo con una repressione feroce. Funzionari iraniani, anonimi, riferiscono all’agenzia Reuters di 2mila morti tra manifestanti e poliziotti, mentre alcuni media media delle opposizioni all’estero – come Iran International, basato a Londra e finanziati da investitori sauditi – riferiscono di 12mila morti, in gran parte nel fine settimana, proprio in occasione dello stop di massa alla rete internet in tutto l’Iran. A livello internazionale il presidente statunitense Trump ha detto che “qualsiasi paese che intrattenga rapporti commerciali con l’Iran dovrà pagare una tariffa del 25% su tutte le transazioni effettuate con gli Usa”. Cina e Russia replicano: “difenderemo i nostri interessi commerciali con Teheran”, dove ieri, 12 gennaio, gli Ayatollah hanno chiamato migliaia di persone a una contromanifestazione a sostegno della Repubblica islamica, che oggi – per bocca del governo centrale – annuncia “un nuovo piano economico per aumentare il potere d’acquisto di molti cittadini”. Come, per ora, non si sa. Il ministro degli esteri iraniano, Araghachi, intanto, tratta con Witkoff, inviato speciale Usa, per tentare di evitare lo scontro armato, da più parti – a partire da Israele – ritenuta un’opzione auspicabile per rovesciare gli Ayatollah. In mezzo c’è la popolazione civile iraniana, contraria a interventi esterni e a governi paracadutati – come quello dell’erede dello Scià – ma ormai in rotta di collisione diretta e radicale con un regime al potere da mezzo secolo. Su Radio Onda d’Urto abbiamo parlato delle cause della rivolta di massa, della composizione delle piazze, degli obiettivi delle mobilitazioni e di quelli dei tentativi di ingerenza dall’estero con Giuseppe Acconcia, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Statale di Milano. Ascolta o scarica.
[2025-12-18] Rivolte in Asia e GENZ @ Zazie nel metrò
RIVOLTE IN ASIA E GENZ Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 18 dicembre 19:00) RIVOLTE IN @SIA E GENZ Ore 19.00 Zazie nel Metrò Via E. Giovenale 16, Pigneto - RomaEst Incontro con: EMANUELE GIORDANA (giornalista Lettera22 e direttore atlanteguerre.it) MATTEO MIAVALDI (giornalista e podcast producer) Il Sud globale asiatico — dal Nepal all’Indonesia, dalle regioni himalayane all’arcipelago e non solo— è attraversato da un’ondata di mobilitazioni che coinvolge non solo la Generazione Z, ma lavorator@, comunità indigene, movimenti femministi e studenti. Le proteste più recenti, spesso guidate da giovani, sono solo uno degli aspetti attraverso cui leggere una regione complessa, segnata da trasformazioni rapide e tensioni profonde. La nostra iniziativa parte da queste voci plurali per tracciare un panorama che rifiuti facili etichette e un’unica narrazione delle lotte in corso. Esploreremo disuguaglianze crescenti, crisi ambientali, modelli di sviluppo in discussione e le molteplici forme di resistenza che emergono nei diversi contesti. Un invito ad ascoltare, mettere in relazione e comprendere queste mobilitazioni senza generalizzazioni e semplificazioni. Per avvicinarci alla ricchezza e alla complessità di un’area in continua trasformazione, dove recentemente hanno ricominciato a soffiare venti di guerra (Myanmar, Cambogia e Thailandia). Negli ultimi mesi queste aree sono state attraversate da nuove mobilitazioni: studenti, giovani lavoratori, comunità locali, movimenti femministi, attivisti climatici. La Generazione Z ha un ruolo importante, certo, ma non è l’unica protagonista. Queste proteste nascono da storie diverse, si muovono su terreni differenti e rispondono a urgenze specifiche: crisi economiche, disoccupazione, modelli di sviluppo contestati, corruzione, crisi ambientali sempre più dure. Nel raccontarle, però, rischiamo spesso di cadere in due trappole: trasformarle in un’unica “onda asiatica”, o ridurle alla sola energia dei giovani. Il nostro incontro vuole andare altrove: ascoltare la pluralità delle voci coinvolte e allo stesso tempo metterle in relazione, senza cancellare le differenze che le rendono uniche. Partiremo da alcune domande: perché oggi queste proteste emergono in più luoghi? Quali genealogie hanno? Che cosa ci dicono sul futuro politico e sociale della regione? E, soprattutto, quali immaginari — generazionali, ecologici, comunitari — stanno generando? L’obiettivo non è semplificare, ma aprire un campo di comprensione. Perché le tensioni dell’Asia del Sud e del Sud-est non sono un fenomeno lontano da noi: parlano di lavoro, democrazia, clima, diritti e forme di resistenza che risuonano anche qui.
Londra XVIII secolo
La capitale del più grande impero coloniale del XVIII secolo fu lo specchio del capitalismo che si andava affermando come unico sistema possibile. Dall’inurbamento al controllo “decoroso” del centro urbano fino al dibattito sulla tolleranza religiosa, passando per le rivolte e l’ubriachezza generalizzata dei primi riot metropolitani eliminate a colpi di fucile e cultura vittoriana. […]
MAROCCO: “MENO STADI, PIÙ OSPEDALI” LA GEN Z SCENDE IN PIAZZA, CETINAIA DI ARRESTI
4 giorni di proteste guidate dalla Generazione Z hanno attraversato più di dieci città marocchine. In piazza, i manifestanti hanno denunciato la corruzione del governo e accusato le istituzioni di avere priorità sbagliate; infatti mentre lo Stato destina ingenti risorse ai preparativi per la Coppa del Mondo FIFA 2030, il sistema sanitario ed educativo del Paese sono al collasso. La scintilla che ha acceso le proteste è stata la morte, nel giro di una settimana, di diverse donne sottoposte a parto cesareo all’ospedale pubblico Hassan II di Agadir. Questi casi hanno portato a proteste locali già il 10 e 15 settembre davanti all’ospedale, dove si è denunciato una grave carenza di personale, sovraffollamento e apparecchiature mediche daneggiate. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Marocco conta meno di otto medici ogni 10.000 persone, contro i 25 raccomandati. Uno slogan ricorrente che sintetizza la rabbia recita: “Gli stadi sono qui, ma dove sono gli ospedali?”. Accanto a questo, le richieste di libertà, dignità e giustizia sociale: il tasso di disoccupazione del 12,8%, che sale al 35,8% tra i giovani e al 19% tra i laureati. Le università pubbliche sono a corto di fondi, le infrastrutture crollano e i quartieri popolari vengono abbandonati. A mobilitare le piazze è soprattutto la Generazione Z marocchina, la fascia più numerosa della popolazione. Attraverso i social, in particolare su Tik Tok e Discord, gli organizzatori hanno coordinato le azioni, chiamando a raccolta giovani, insegnanti e operatori sanitari. Le proteste sono state promosse da due collettivi online, GenZ212 (con riferimento al prefisso telefonico internazionale del Marocco +212) e Morocco Youth Voices. La risposta delle autorità è stata la repressione: in diverse città la polizia ha cercato di disperdere i cortei con la forza e arrestato decine di persone; a Oujda un furgone della polizia ha investito un manifestante senza fermarsi, passandogli sopra. Il punto della situazione con Siham della redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
Dieci giorni di fuoco. Una cronaca della rivolta in Nepal
In Nepal, gli ultimi dieci giorni hanno scompaginato lo scenario politico. A quasi vent’anni dalla rivoluzione che aveva deposto la monarchia, il sistema politico nepalese consolidato è entrato in una forte crisi di legittimità. A partire da una sospensione e limitazione all’uso dei social network, è esplosa una rabbia popolare, particolarmente espressa dalle fasce di […]
Riflessioni sulle rivolte negli Stati Uniti di giugno 2025
A Roma, alla Casa di Quartiere di Quarticciolo, martedì 1\07 si terrà un dibattito con un professore dall'università di San Francisco e con compagni da Chicago per confrontarsi sulle rivolte di inizio giugno negli USA contro le deportazioni e il razzismo sistemico. In studio abbiamo avuto un ospite con cui abbiamo ripercorso quei momenti di rivolta e riflettuto sugli spazi di lotta che essi hanno aperto.  Di seguito il link delle "lezioni seguite alle battaglie di Los Angeles" lette ai microfoni: https://illwill.com/fire-and-ice  Di seguito il comunicato dell'iniziativa:  Nell’ultimo mese, diverse città statunitensi sono state attraversate da manifestazioni e rivolte contro i violenti blitz dell’l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale responsabile delle deportazioni. Di fronte alle remigazioni forzate la risposta spontanea delle comunità è stata quella di ostacolare le retate, bloccare le deportazioni nei luoghi di lavoro e nei quartieri. Sotto lo slogan “Fuck ICE” le manifestazioni si sono diffuse in tutte le metropoli statunitensi, scendendo in strada con coraggio e determinazione, attaccando i centri di detenzione dei migranti e le stazioni di polizia. Nelle proteste, la questione migratoria si è intrecciata con la solidarietà alla Palestina e a un generale rifiuto di Trump e della retorica MAGA, restituendo la realtà di un paese tutt’altro che pacificato. Di tutta risposta l’amministrazione Trump ha continuato a mostrare il pugno duro, schierando la Guardia Nazionale per reprimere le proteste. In questo ciclo di rivolte, come già accaduto in quelle successive all’omicidio di George Floyd e alla mobilitazione di Black Lives Matter, a emergere non è solo la rabbia verso il dominio del fascismo tardo capitalista, incarnato oggi da Trump, ma la spinta verso una trasformazione radicale del presente, che passa dall’abolizione della polizia all’autogestione delle comunità. Per comprendere le rivendicazioni e le specificità di queste rivolte parleremo con James Martell (San Francisco State University) e *. Ci vediamo Martedì 1 luglio alle ore 18 alla Casa di Quartiere di Quarticciolo (Via Trani 1)
La battaglia di Los Angeles e le manifestazioni “No Kings” negli Usa
L’INIZIO DELLE MANIFESTAZIONI A LOS ANGELES Dal 6 giugno la popolazione della città californiana è insorta contro le deportazioni operate dalla Immigration and Customs Enforcement (ICE), il distaccamento della polizia statunitense incaricato di catturare, spesso illegalmente e senza mandato, le persone considerate come irregolari, per poi imprigionarle e cacciarle dal Paese senza la garanzia del rispetto dei loro diritti fondamentali. L’ICE è ribattezzata la “migra”, abbreviazione di migración, un termine in lingua spagnola per riferirsi all’ente statale deputato al controllo dei movimenti degli esseri umani attraverso le frontiere. “Chinga la migra”, dove chinga significa “fotti”, è la parola d’ordine delle proteste. Le prime proteste sono cresciute, e nei giorni che sono seguiti la mobilitazione ha preso forme moltitudinarie, con decine di migliaia di manifestanti che hanno sfilato nella città e in tutto il Paese. In risposta, l’esecutivo ha mobilitato la Guardia nazionale, accentuando la tensione e i conflitti nella città. Il video-racconto di Luca Celada per DINAMOpress. LA RIVOLTA SI ESTENDE IN TUTTO IL PAESE Sabato 14 giugno in decine di migliaia hanno sfilato nelle città statunitensi per manifestare contro la repressione e il governo autoritario di Donald Trump. Le mobilitazioni hanno toccato decine di città, tra cui Los Angeles, l’epicentro della rivolta. Le e i manifestanti hanno intonato cori contro il presidente e hanno ribadito che non c’è pace senza giustizia e che nessuna persona può essere considerata illegale su una terra rubata, sottolineando la matrice colonialista dello Stato. Il video-racconto di Luca Celada per DINAMOpress Immagine di copertina di Luca Celada SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La battaglia di Los Angeles e le manifestazioni “No Kings” negli Usa proviene da DINAMOpress.
USA: SI ALLARGANO LE PROTESTE “CONTRO L’IDENTITARISMO ESTREMO DEI MOVIMENTI DI DESTRA” CHE VOGLIONO DEPORTARE I MIGRANTI. INTERVISTA A LUCA CELADA
Braccio di ferro tra Donald Trump e il governatore della California Gavin Newsom, che ha annunciato una seconda causa contro la decisione dell’amministrazione Trump di dispiegare altri 2mila uomini della Guardia nazionale e 700 marines per le rivolte di Los Angeles. Da tre giorni la città californiana è teatro di rivolte e scontri per le politiche anti-migratorie trumpiane e che stavano portando a raid ed espulsioni a tappeto. Nelle ultime settimane le operazioni della polizia hanno portato all’arresto di centinaia di persone: all’origine delle retate di migranti, che hanno fatto esplodere le proteste, c’è un netto cambio di strategia imposto dalla Casa Bianca, scontenta dei numeri ritenuti ancora troppo bassi di migranti arrestati e deportati ad gennaio ad oggi. Nel frattempo, le proteste contro l’ICE – l’agenzia governativa incaricata di dare la caccia, casa per casa, ai migranti per deportarli – si allargano. Manifestazioni e scontri si sono verificati a San Francisco, con 150 arresti. Cortei a in Texas (a Austin, dove sono state arrestate almeno 10 persone), Boston, New York, Atlanta, Seattle, Dallas, Louisville e tante altre città degli Stati Uniti. Il collegamento da Los Angeles con Luca Celada, giornalista del quotidiano Il Manifesto. Ascolta o scarica