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Guardando il cielo negli occhi
“MENTRE LA MAMMA GIULIA STRAPPA CON MAESTRIA LE LENZUOLA, I FIGLIOLI INIZIANO A SCRIVERE I NOMI… NUR, LA LUCE, TRE ANNI… ZAMZAM COME LE ACQUE PRIMORDIALI… SABR, DUE ANNI, LA PAZIENZA… MI FERMO OGNI TANTO PER PARLARE CON IL FIGLIOLO CHE MI CHIEDE SE L’ARABO SIA DIFFICILE, O CON LA MAMMA CHE RACCONTA DI COME HA SCOPERTO IL NOSTRO GIARDINO… O CON GLI INSEGNANTI E I BABBI CHE HANNO RESO POSSIBILE LA VITA DI QUESTO LUOGO – SCRIVE MIGUEL MARTINEZ – E CIASCUNO DI LORO È UNA STORIA, COME LO SONO LE BAMBINE E I BAMBINI CHE STIAMO COMMEMORANDO. E TRA I MORTI E I VIVI, MI VIEN QUASI DA PIANGERE…”. A FIRENZE C’È UN GIARDINO COMUNITARIO GESTITO DAGLI ABITANTI DEL RIONE CHE NON SMETTE DI ACCOGLIERE IL MONDO: QUALCHE GIORNO FA, ISPIRANDOSI A UNA POESIA MERAVIGLIOSA, CHE PARLA DEGLI AQUILONI DI GAZA, HANNO TROVATO IL MODO PER ABBRACCIARE LE BAMBINE E I BAMBINI UCCISI IN PALESTINA Nel 2011, ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto”, un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, Se io devo morire (إذا كان لا بدّ أن أموت). Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella, (che sia bianca con una lunga coda) così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire che porti speranza che sia una favola. Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni. Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba. Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno. Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228. Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome. Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere. Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad. Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano. E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”. Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte. Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza… Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato… mi sono sentito un mostro dopo… e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così. E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo. E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando. E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia. Qui, in arabo e in inglese, la poesia che ci ha ispirati. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Dodicimila cadaveri in un giardino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Se un bambino smette di disegnare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardando il cielo negli occhi proviene da Comune-info.
Napoli Felix: un film del GRIDAS mentre il GRIDAS rischia lo sgombero
La proiezione diventa un atto di memoria collettiva su oltre quarant’anni di cultura popolare a Scampia, mentre lo storico centro sociale è sotto sfratto. Domenica 18 gennaio 2026, alle ore 18:00, al Giardino Liberato di Materdei (Salita San Raffaele 3, Napoli) sarà proiettato “Napoli Felix”, film autoprodotto dal GRIDAS – Gruppo Risveglio dal Sonno, per la regia di Alessia Maturi e Maria Reitano. Dopo la proiezione, la serata continuerà in festa con le murge del Frente Murguero Campano. Non è solo un’anteprima cinematografica. È un appuntamento culturale che arriva in uno dei momenti più delicati nella storia del GRIDAS, lo storico presidio sociale e artistico di Scampia che oggi rischia di perdere la propria sede dopo una sentenza che ne conferma lo sgombero. “Napoli Felix” nasce da un lavoro di documentazione avviato nel 2023 durante i laboratori collettivi di costruzione dei carri dei Carnevali Sociali e proseguito nei due anni successivi. Il film prende le mosse dal Carnevale di Scampia, promosso dal GRIDAS a partire dal 1983, e segue il seme che da lì si è diffuso in altri quartieri della città, dando vita a una rete di carnevali sociali. Attraverso le esperienze di Scampia, Materdei, Montesanto e Soccavo, il film racconta cortei, laboratori, momenti di costruzione collettiva, intrecciando l’allegoria e l’ironia del carnevale con le lotte quotidiane per il riscatto sociale dei territori. Ne emerge un racconto corale fatto di corpi, maschere, musica, lavoro manuale, relazioni, in cui il carnevale non è evasione ma linguaggio politico, popolare, condiviso. Uscendo oggi, mentre il GRIDAS vive uno dei momenti più difficili della sua storia, “Napoli Felix” assume inevitabilmente anche un valore di memoria. Restituisce visibilità a un percorso lungo oltre quarant’anni e a ciò che ha generato in città, mostrando quanto è stato costruito nel tempo attorno a quell’esperienza. Lo fa mentre uno dei luoghi da cui tutto questo ha avuto origine è sotto minaccia, e mentre si riapre una discussione pubblica sul destino degli spazi sociali e culturali. Il GRIDAS nasce a Scampia nel 1981 dall’incontro tra Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone unite dall’idea di mettere capacità artistiche ed educative al servizio della comunità. Il nome richiama una frase di Goya, “il sonno della ragione genera mostri”, e indica fin dall’inizio una direzione: usare arte e cultura come strumenti di coscienza, partecipazione, emancipazione. Felice Pignataro, muralista originario di Mola di Bari, era arrivato a Napoli alla fine degli anni Cinquanta per studiare Architettura e poi Teologia. Qui incontra Mirella La Magna, insegnante, con cui condivide vita e visione. Negli anni in cui Scampia accoglieva migliaia di famiglie provenienti da quartieri popolari e dall’emergenza abitativa del post-terremoto, scelgono di essere presenti in un territorio quasi privo di servizi e presìdi sociali. Da quella scelta nasce il GRIDAS. Se Felice è stato il volto più noto per i suoi murales, Mirella è da sempre una figura centrale sul piano educativo e organizzativo: lavoro quotidiano con bambini e scuole, costruzione di percorsi pedagogici, cura delle relazioni, continuità del progetto. Dopo la morte di Felice nel 2004, è lei a portare avanti il GRIDAS, custodendone la visione e la coerenza. Fin dall’inizio, il GRIDAS utilizza il muro come mezzo di comunicazione popolare. I murales, ispirati all’arte pubblica sudamericana e realizzati collettivamente, diventano strumento per restituire colore e dignità a spazi segnati dall’abbandono. Accanto all’arte visiva si sviluppano pratiche quotidiane di educazione, mutualismo, confronto. Nel 1983 nasce il Carnevale di Scampia. Non una festa decorativa, ma un percorso collettivo fatto di laboratori, costruzione dei carri, riflessioni politiche, allegorie sull’attualità. Un carnevale interclassista e intergenerazionale che negli anni si è intrecciato con altre esperienze, fino a costruire una vera e propria rete di carnevali sociali. Dal 2003 il GRIDAS promuove anche un cineforum gratuito settimanale, pensato come spazio di visione condivisa, discussione e crescita culturale. La sede storica del GRIDAS, in via Monte Rosa, era stata costruita tra gli anni Sessanta e Settanta per attività sociali. Sottratta all’abbandono, è stata mantenuta nella sua destinazione d’uso grazie al lavoro volontario: porte aperte al quartiere, utenze pagate, tentativi ripetuti di regolarizzazione. Una lunga vicenda giudiziaria ha però riportato tutto a una definizione amministrativa: “occupazione senza titolo”, con il riconoscimento della proprietà dell’immobile all’ACER (ex IACP). Nel novembre 2025 la Corte d’Appello ha respinto il ricorso del GRIDAS, rendendo concreto il rischio di sgombero. Qui si apre un nodo che è prima di tutto politico. Chi restituisce vita a un luogo abbandonato viene trattato come un problema. È la stessa contraddizione che Felice Pignataro denunciava già negli anni Novanta, quando scriveva che abusivo non è chi restituisce spazi ai cittadini, ma chi li sottrae per incuria. Dopo la sentenza, il GRIDAS ha rilanciato una mobilitazione pubblica: assemblee, appelli, una petizione che ha raccolto migliaia di firme e l’adesione di numerose personalità della cultura. Non per rivendicare privilegi, ma per affermare che qui non è in discussione solo un edificio, bensì un’idea di città fondata su partecipazione, autorganizzazione, cultura come diritto. In questo contesto, la proiezione di “Napoli Felix” diventa anche un’occasione per interrogare il presente e il futuro. Se davvero si vuole parlare di legalità, rigenerazione urbana, coesione sociale, allora occorre trovare soluzioni che garantiscano spazio, tutela e continuità a esperienze come il GRIDAS. Perché questa cultura non può essere archiviata. E soprattutto non può essere espulsa proprio dai luoghi in cui nasce come risposta a un bisogno. “Napoli Felix” si proietta per una sera. Ma la storia che racconta riguarda il futuro. Link di riferimento Trailer ufficiale: https://vimeo.com/1153769715 Pagina del film (approfondimenti e crediti): https://www.felicepignataro.org/napolifelix Evento Facebook: https://facebook.com/events/s/napoli-felix/1570948240913879/ Lucia Montanaro
Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia
È dal 1988 che quel vecchio casale rurale al centro del quartiere Casilino 23 è un presidio dove molte le realtà di diverse generazioni hanno dato vita ai primi tentativi di welfare dal basso: cinema ,teatro, sala musica e concerti, scuola di italiano per persone migranti, insomma un laboratorio ricco di iniziative, progetti e campagne sociali. La sua storia non si è mai fermata, si sono susseguite una serie di concessioni e convenzioni, fino al bando pubblico del 2011 vinto dall’Associazione Casale Garibaldi, che univa le varie realtà che lì portavano avanti tanti progetti. > Inizia la seconda vita di Casale Garibaldi, con l’avvio della collaborazione > con il mercato contadino Terra/Terra, con la promozione di attività per i più > piccoli, con una stagione di politicizzazione, l’apertura degli sportelli di > CLAP, le relazioni di mutuo scambio con le scuole del quartiere. La scadenza dell’affidamento del 2011 arriva a maggio 2017 e coincide con l’aggressione neoliberale della Delibera 140 del Commissario Tronca. Arriva una lettera dove si legge «Si invita quindi l’associazione in indirizzo a lasciare liberi gli spazi siti in via Romolo Balzani 87 entro i 90 giorni dallo scadere della predetta convenzione». Insomma, entro l’11 agosto, lo spazio andava liberato. Si decide allora di rilanciare una scommessa e di difendere questo patrimonio della città dalle mire speculative. Si da vita a un nuovo progetto politico di autogestione, che sappia tenere insieme forme di vita e di impegno politico, produzione culturale e servizi autorganizzati. “Common at work” è la definizione del nuovo spazio, per riscoprire la natura cooperativa e produttiva dello stare insieme. > L’attacco da parte dell’amministrazione municipale non si ferma, vengono > richiesti ingenti somme per il pagamento dell’indenntità di occupazione. Il > ricorso presentato dà ragione alle e agli occupanti. Anche l’accusa di abusi > edilizi che si sarebbero commessi viene respinta dal tribunale. In quel periodo a livello comunale si stava costruendo la delibera 104 che avrebbe regolato le concessioni future degli spazi pubblici. Un tentativo di dare riconoscimento agli spazi sociali attivi nella città e dall’altra attraverso i bandi di evidenza pubblica garantirsi una procedura legale. Ci racconta Emiliano: «La delibera 104 prevede due canali per assegnare gli spazi. Uno regolato dall’articolo 11 riguarda il patrimonio abbandonato e vuoto, l’altro regolato dall’articolo 42 è riferito a concessioni scadute o a occupazioni senza titolo. Noi aderiamo all’articolo 42 che prevede un’istanza da parte dell’ex-concessionario che in pratica diventa il progetto pilota che darà seguito a un bando di evidenza pubblica aperto per 30 giorni. È quello che noi abbiamo fatto e il progetto che abbiamo presentato è stato la base su cui si è costruito il bando. Per stabilire la graduatoria delle domande presentate sono previsti quattro criteri. Uno di questi prevede una premialità per chi è un ex-concessionario e ha svolto attività culturali e sociali per anni in quello spazio». > Casale Garibaldi per quanto stabilito dalla commissione tecnica è stato > assegnato a due realtà del tutto estranee al territorio e non agli > ex-concessionari. Continua Emiliano: «Per noi è un fatto gravissimo che mette in discussione il senso della delibera. Di tutto questo discuteremo nell’assemblea pubblica che abbiamo convocato per sabato 17 alle 16. Contemporaneamente stiamo valutando il ricorso al Tar per annullare quanto è stato deciso e che per noi rappresenta una ferita. Pensiamo però che ci sia ancora spazio per la politica, visto che l’assegnazione vera e propria scatterà dopo che gli atti della commissione con la graduatoria saranno stati ratificati con delibera dalla giunta municipale. Le forze politiche devono assumersi la loro responsabilità». Di seguito il comunicato che convoca l’assemblea 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗠𝗔𝗡𝗢 𝗦𝗨 𝗖𝗔𝗦𝗔𝗟𝗘 𝗚𝗔𝗥𝗜𝗕𝗔𝗟𝗗𝗜: 𝗗𝗜𝗙𝗘𝗡𝗗𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔̀ 𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔! Sabato 17 gennaio, ore 16, ASSEMBLEA PUBBLICA (firma l’appello in fondo al comunicato) 𝗔𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲: 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗠𝘂𝗻𝗶𝗰𝗶𝗽𝗶𝗼 𝗩 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗢𝗡 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝗮 𝗥𝗼𝗺𝗼𝗹𝗼 𝗕𝗮𝗹𝘇𝗮𝗻𝗶 𝟴𝟳 𝗮𝗹𝗹’𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗖u𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗖𝗮𝘀𝗮𝗹𝗲 𝗚𝗮𝗿𝗶𝗯𝗮𝗹𝗱𝗶. Qualcuno vorrebbe cancellare 40 anni di mutualismo, autogestione, sindacalismo sociale, produzione culturale, welfare dal basso, cura di un bene comune urbano, che hanno segnato la storia del territorio di Roma est e della città tutta. 𝗨𝗻 𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶̀𝗼𝗹𝗮 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝟭𝟬𝟰 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼, frutto di un lungo percorso di confronto, conflitto e compromesso tra amministrazione e reti sociali, che fa emergere con chiarezza uno scontro di potere tra indirizzo politico-normativo e “burocrazia neoliberale”. Non a caso ci giungono voci di una giunta municipale in fibrillazione, a partire dal ruolo dell’assessore al Patrimonio. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗱𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗶𝗹𝗹𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗮𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗻𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟭𝟳: aggressioni legali e fiscali, rispedite sempre al mittente anche attraverso il pronunciamento dei tribunali, in una lunga lotta di resistenza che c’è costata fatica e un esborso economico pesantissimo. 𝗖𝗼𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶 𝗮𝘃𝗮𝗹𝗹𝗮 (𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲) 𝘂𝗻𝗮 “𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗶” 𝘁𝗿𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶 𝗲 𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, che devono trovare soluzioni diverse, previste proprio dal regolamento della Delibera 104. In questo modo si rischia di azzerare una esperienza di partecipazione inventata dalle lotte, un insediamento pluridecennale che ha dato vita a una rete infinita di progetti, percorsi, attività, segnate da una composizione sociale e generazionale vasta e plurale. 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗶 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗯𝗲𝗻 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼: 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝘀𝗲𝗰𝘂𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗼𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼 che, dopo gli scalpi del Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino, mettono nel mirino, a Roma, alcune tra le più importanti esperienze sociali, culturali, abitative, per spianare definitivamente la strada alla rendita immobiliare e finanziaria; una strategia di costruzione del “nemico esemplare”, utile per mascherare mediaticamente le misure economiche antipopolari e di guerra del governo, che colpiscono i salari, la sanità, il welfare, i servizi pubblici. 𝗗𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗹t𝗿𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀, 𝗰’𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲, 𝗮𝗹 𝗹𝗶𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮, 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗠𝗶𝗹𝗮𝗻𝗼” 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲; tra gli interessi immobiliari della “rigenerazione” degli ex-mercati generali di Ostiense e il diritto alla città; tra i manganelli di Piantedosi e Meloni e le lotte dei movimenti e degli spazi sociali che costruiscono mutualismo nella crisi economica e nella povertà dilagante. 𝗡𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝗣𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗮𝘀𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗗𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝟭𝟬𝟰 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝘀𝗮, 𝗽𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗶𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼, oppure se servono soltanto a mitigare ma non a cambiare radicalmente le politiche della destra. Una cosa è certa, questa storia collettiva, che compone un mondo fatto di tante storie, non si può cancellare. 𝗖𝗶 𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝗿𝗲𝗺𝗼 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘀𝗰𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗺𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼: 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲, 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲. COSTRUIAMO LA MOBILITAZIONE PERMANENTE IN DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI, DEL DIRITTO ALLA CASA, DELLA CITTÀ PUBBLICA. La copertina è tratta dalla pagina Facebook Casale Garibaldi – common at work SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia proviene da DINAMOpress.
SPAZI SOCIALI SOTTO ATTACCO DEL GOVERNO. LE COMUNITÀ REAGISCONO: PARTECIPATE ASSEMBLEE A ROMA E NAPOLI, SABATO QUELLA NAZIONALE A TORINO
Il Governo Meloni ha una linea chiara: eliminare con qualsiasi mezzo il dissenso e, contiguamente, spazzare via ogni storico spazio sociale in Italia. Dopo lo sgombero del Leoncavallo di Milano in pieno agosto e dello storico spazio sociale Askatasuna di Torino durante le vacanze natalizie, il Governo e il ministro dell’Interno Piantedosi pensano alle prossime mosse per il 2026: al centro dell’agenda degli sgomberi ci sono, tra gli altri, lo Spin Time di Roma e l’Officina 99 di Napoli. Proprio a Roma e Napoli si sono svolte, sabato 10 gennaio, partecipate assemblee cittadine per porre un argine alla scure che tenta di cancellare la storia dei centri sociali, degli spazi di aggregazione autogestiti, che offrono da decenni attività culturali e sociali per interi quartieri e comunità. Sia per il caso del Leoncavallo che per Askatasuna, gli interventi di sgombero sono stati imposti dal Governo prevaricando le interlocuzioni che erano state avviate in precedenza dalle rispettive amministrazioni comunali. Per il caso torinese, lo sgombero dello storico spazio sociale con sede in Corso Regina è arrivato a pochi giorni dallo stop da parte della Corte d’Appello alla deportazione dell’imam di Torino per la sua partecipazione alle mobilitazioni per la Palestina, voluta da Piantedosi. Sabato 17 gennaio l’assemblea nazionale a Palazzo Nuovo che anticipa di una settimana il corteo nazionale per Askatasuna con appuntamento il 31 gennaio a Torino. Azioni muscolari e propagandistiche, dunque, quelle che il Governo Meloni porta avanti per fare campagna elettorale, distrarre l’opinione pubblica e dirottare l’attenzione dagli oceanici cortei per la Palestina che hanno riempito le strade italiane in autunno. Radio Onda d’Urto ha approfondito, in una trasmissione, questi temi: ospiti Andrea Alzetta, dello Spin Time e Ubaldo di Officina 99 di Napoli. Contro gli attacchi alle realtà di movimento il commento di Luca Casarini, storico attivista e di Mediterranea Saving Human. Ascolta o scarica.
Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio
DICONO CHE PRESTO METTERANNO IN STRADA LE 150 FAMIGLIE CHE VIVONO OGNI GIORNO A SPIN TIME. E ALLORA LORO PROMUOVONO UN’ASSEMBLEA IN STRADA: CENTINAIA DI PERSONE, SABATO 10 GENNAIO, SONO ARRIVATE DA OGNI QUARTIERE E HANNO FELICEMENTE OCCUPATO VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME, ALL’ESQUILINO. SPIN TIME, DICONO, VA PROTETTO PERCHÉ PROTEGGE IL DIRITTO ALL’ABITARE, PERCHÉ È UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI CONTRASTO ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA, PERCHÉ OFFRE UN TETTO A ESPERIENZE SOCIALI FONDAMENTALI PER LA CITTÀ E PER IL MONDO, COME MEDITERRANEA. NEL TEMPO DELLA NECROPOLITICA, SPIN TIME È VITA Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Roma, sabato 10 gennaio 2026. La città ha detto No allo sgombero di Spin Time e alle lugubri politiche di sicurezza e repressione del governo Meloni. Migliaia di persone hanno felicemente occupato via Santa Croce in Gerusalemme, all’Esquilino, a Roma, riunendosi in assemblea di fronte all’ingresso dello storico edificio, dal 2013 spazio sociale e abitativo per 150 famiglie. Da ogni quartiere, da ogni realtà sociale, da ogni zona sono oggi affluite migliaia di istanze di cura, di solidarietà, di impegno e di resistenza contro le miserabili trame orchestrate per far scomparire le esperienze più ricche di riqualificazione urbana in città divenute invivibili: “Leoncavallo” a Milano, “Askatasuna” a Torino. Spin Time svolge una essenziale funzione di servizio pubblico, sottraendo famiglie e singole persone all’emergenza abitativa in una città sempre più corrosa dalla speculazione immobiliare, con povertà, razzismo ed esclusione sociale in aumento. Spin Time è presidio contro la dispersione scolastica avendo istituito un doposcuola per bambini e ragazzi, ed è un cantiere di rigenerazione urbana e uno spazio polifunzionale con una miriade di attività culturali, un auditorium, sede di spettacoli teatrali e concerti di musica classica, la vecchia mensa trasformata in osteria popolare e a queste attività se ne aggiungono molte altre: la residenza artistica la falegnameria, gli sportelli sociali. Nelle centinaia di interventi che si sono succeduti nel pomeriggio è stato ribadito il carattere repressivo dei provvedimenti di sgombero di quegli spazi sociali che contrastano il degrado in un perverso disegno di distruzione di luoghi e comunità che costituiscono spazi di vita, di socialità, di differenza e di libertà. Spin Time è davvero tutta Roma come dice lo striscione “Roma è tutta qui”. Perché Spin Time è, insieme con tutti gli spazi sociali della città, un’esperienza storica di amicizia e di sperimentazione di relazioni protette dalla micidiale presa razzista e di crescente discriminazione sociale. Questa esperienza proviene dalla trentennale pratica di autogestione e di produzione di mondi possibili che le amministrazioni hanno la responsabilità di proteggere, dovrebbe essere oggetto di salvaguardia da parte di amministrazioni che non possono rimanere silenti, o peggio, inattive, di fronte alle interferenze del governo nelle politiche cittadine. L’amministrazione e i partiti che la sostengono devono scegliere se stare dalla parte del “modello Milano”, del disastro immobiliare, della guerra ai poveri e della corruzione o dalla parte della città solidale. A Roma c’è una storia amara, quella della “delibera 104” sulla regolarizzazione di spazi e realtà culturali e di sindacalismo sociale, frutto di mediazione tra comune e realtà sociali, che però si rivela fallimentare, avendo introdotto lo schema della “gara” che privilegia la competizione e l’assegnazione a enti e associazioni anodine che aumentano la desertificazione dei territori. Spin Time invece è lo spazio che dà da mangiare durante le accampate davanti all’Università la “Sapienza” per lottare contro il caro-affitti; è lo spazio di solidarietà non solo a parole di don Mattia e di Mediterranea che salvano vite, non le uccidono respingendole o detenendole altrove. È l’osteria a prezzi popolari, è il luogo luminoso di attività multiculturali ed editoriali. A Spin Time nasce tre anni fa il Social Forum dell’Abitare che proviene dalle giornate del G8 di Genova 2001 e gira l’Italia per far fronte all’emergenza della casa che manca, della città che espelle e delle persone che diventano invisibili. Spin Time è “la città che da qualsiasi parte tu venga, in qualsiasi Dio tu credi, se hai bisogno di un tetto sulla testa dice ‘vieni, ti accolgo’”, e ha insegnato che non si è qui o là per lottare “per” te ma “con” te. Vogliono cancellare questo spazio di dignità e di umanità per un hotel di lusso di cui Roma non ha bisogno. Non vogliono eliminare un’occupazione, ma un modello che funziona. Deridono, umiliano, colpiscono le persone fragili. Giustamente si ricorda che “tempo fa qualcuno diceva che al centro di un progetto rivoluzionario c’è l’amore e che senza amore tutto il resto sarebbe stato un ammasso informe, senza vita”. Spin Time “è l’amore, la vita che si contrappone allo sterminio che non è soltanto più un’opzione politica, ma la possibilità di business, di arricchirsi, di distruggere”. Contro tutto questo inizia un percorso di assemblea permanente, un’agorà aperta, in cui si incontreranno le mille realtà, associazioni, reti e municipi, gli stessi che hanno alzato la marea delle mobilitazioni contro guerra, genocidio e distruzione della terra. Difendere Spin Time è difendere questo processo, è difendere Roma antifascista, cioè democratica, perché non ci sono altre democrazie: quelle sono maschere strappate che rivelano autoritarismo, violenza e propaganda. Per ricominciare a respirare insieme, a creare immaginario, mutualismo, aria pulita. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Riccardo Troisi: -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Spin time: -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Una luce nell’oscurità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio proviene da Comune-info.
“Roma è tutta qui”, non si può cancellare la ricchezza degli spazi sociali
Fra il 2012 e il 2013, 50 occupazioni di immobili inutilizzati riescono a dare una casa a migliaia di persone, nuclei di famiglie immigrate e italiane. È lo Tsunami Tour, una mobilitazione enorme promossa dai movimenti di lotta per la casa uniti contro la mancanza di soluzioni al problema abitativo, che a Roma condanna decine di migliaia di persone a vivere in precarietà. Spin Time è una di queste occupazioni. Il palazzo di dieci piani nel quartiere Esquilino era stata la sede dell’Inpdap (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica) l’ente che gestiva la previdenza e l’assistenza per le e i dipendenti pubblici fino alla sua soppressione nel 2011, quando le sue funzioni sono state trasferite all’INPS. L’immobile viene allora acquisito da un fondo di investimenti immobiliare Investire SGR per essere “valorizzato”. > In realtà la sua valorizzazione sociale inizia da subito dopo l’occupazione. > Con il “cantiere di rigenerazione urbana” si mette in moto un processo che > porta il palazzo ad aprirsi verso l’esterno, facendo coesistere la dimensione > abitativa con quella dei servizi alla cittadinanza, tanto di carattere sociale > quanto culturale. Sfruttando le potenzialità dell’ex-sede Inpdap, infatti, gli spazi cambiano rapidamente forma e scopo. La sala conferenze diventa un auditorium, sede di spettacoli teatrali e concerti di musica classica, la vecchia mensa si trasforma in un’osteria popolare e a queste attività se ne aggiungono molte altre: dalle residenze artistiche al doposcuola per il quartiere, dalla falegnameria agli sportelli sociali. A Spin Time arrivano in tanti e tante: la comunità proveniente dal Teatro Valle, le associazioni cattoliche, quelle lgbtqia+, i comitati di quartiere e l’associazione della vicina scuola elementare Di Donato. In breve tempo si sperimenta un modello di convivenza che riguarda non solo le oltre 300 persone di 25 nazionalità diverse che abitano nel palazzo, ma decine e decine di realtà che qui cominciano a incontrarsi e a contaminarsi. Si aggiungono poi negli anni seguenti i ragazzi e le ragazze della rivista “Scomodo”, che utilizzano una parte dello spazio per dar vita a una redazione e a un centro di aggregazione giovanile. > Come le occupazioni hanno insegnato, la città è disseminata di edifici > lasciati inutilizzati per anni, che possono essere riconvertiti a uso > abitativo. Queste esperienze sono state capaci di rigenerare pezzi di città e > trasformare ruderi urbani in comunità solidali per l’abitare di tanti e tante. Il valore di queste esperienze è stato riconosciuto dall’amministrazione Capitolina, tanto da inserire nel Piano Strategico per il Diritto all’Abitare 2023-2026, Spin Time, insieme a Metropoliz-MAAM, fra gli immobili da acquisire e riproporre quello che è già avvenuto per l’occupazione di Porto Fluviale per la quale, dopo l’acquisto, è stata avviata la ristrutturazione utilizzando i fondi del bando europeo Pinqua. Acquistare e regolarizzare Spin Time significherebbe restituire a tutta la cittadinanza ciò che gli spetta di diritto. Riconoscere formalmente la funzione pubblica che svolge da anni. Dare finalmente a centinaia di famiglie e individui in emergenza abitativa una soluzione sicura, senza sradicarli da quello che ormai da dieci anni è il loro luogo di vita. Ma ecco che nell’ottobre 2023 si manifesta l’intenzione del Ministro degli Interni Matteo Piantedosi di voler sgomberare il palazzo, nonché della volontà della proprietà Investire SGR di trasformarlo in un albergo. Parte allora una resistenza che vede la solidarietà di molte associazioni, movimenti e sindacati per non cancellare un’esperienza importante per tutta la città. > Dopo quanto accaduto a Milano con lo sgombero del Leoncavallo e a Torino con > quello di Askatasuna, la minaccia per Spin Time diventa reale. Si manifesta da > parte del governo un piano di attacco agli spazi sociali in quanto luoghi di > aggregazione e di partecipazione. Spazi in cui si dimostra che immaginare > un’altra città è possibile, mettendo insieme esperienze diverse che sappiano > convivere e progettare il loro futuro. È quello che la comunità di Spin Time intende fare, e per discutere con tutta la città ha convocato un’assemblea pubblica per sabato 10 gennaio alle 14 in via di Santa Croce in Gerusalemme 55. Nel comunicato di convocazione scrivono: «Abbiamo visto crescere l’onda di solidarietà in seguito ai numerosi articoli che minacciavano lo sgombero del nostro palazzo. Associazioni, cittadin3, partiti, sindacati, giornalist3 e attor3 hanno risposto al nostro appello. Ora dobbiamo rimetterci all’opera e dare una risposta organizzata a questa minaccia. Perché se vogliono chiudere gli spazi sociali e abitativi, bisogna rispondere come comunità. Incontriamoci perché abbiamo bisogno di una città a misura di tutt3, in cui l’educazione è garantita a tutte le fasce d’età, in cui il diritto all’abitare non è ostacolato dalla speculazione privata. Una città che non esclude, ma che accoglie». E concludono: «Questa battaglia dobbiamo vincerla, non solo per Spin Time, ma per tutte le esperienze che dal basso organizzano i mondi possibili che questa destra di governo disprezza». La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Roma è tutta qui”, non si può cancellare la ricchezza degli spazi sociali proviene da DINAMOpress.
Una città diversa
C’È LO SGOMBERO AVVENUTO IN UNA SITUAZIONE TUTT’ALTRO CHE LIMPIDA. C’È POI LA MANIFESTAZIONE DI SABATO, CON I LACRIMOGENI DELLE FORZE DELL’ORDINE SPARATI AD ALTEZZA UOMO. MA PRIMA DI TUTTO QUANTO ACCADE A TORINO È UN ATTACCO ALLA POSSIBILITÀ DI IMMAGINARE UNA CITTÀ DIVERSA: PERCHÉ SI PUÒ ESSERE D’ACCORDO O MENO CON ALCUNE SCELTE E PRATICHE POLITICHE, MA ASKATASUNA, COME MOLTI ALTRI SPAZI DI TANTE CITTÀ, RESTA UNO DEI POCHI LUOGHI DI TORINO CAPACI DI COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, TRA DOPOSCUOLA, INIZIATIVE CULTURALI, SPORT POPOLARE, MUTUALISMO. IL CUORE DELLA QUESTIONE È CHIARO: A QUELLI CHE SONO IN ALTO NON PIACE CHI METTE IN DISCUSSIONE L’IDEA DI CITTÀ COME SPAZIO REGOLATO DAL MERCATO (GRAZIE AL QUALE, AD ESEMPIO, TORINO HA OLTRE 6.000 SFRATTI IN CORSO E 75MILA ABITAZIONI INUTILIZZATE), E DALL’AMMINISTRAZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì mattina a Torino è stato sgomberato Askatasuna, uno dei più noti centri sociali in Italia. Il nome, in basco, significa “libertà” e non è una scelta casuale. Lo sgombero, come ormai noto, è avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida, al termine di perquisizioni disposte nell’ambito di indagini su disordini e atti vandalici che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di diverse persone legate ai centri sociali torinesi. Askatasuna, però, non è solo un luogo politico: è stato per anni uno spazio vivo, attraversato da attività sociali, culturali e solidali, un punto di riferimento per il quartiere e per molte persone che lì hanno trovato supporto, relazioni, iniziative aperte alla città. Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico significa cancellare questa storia e non interrogarsi sul vuoto che uno sgombero così produce. Ma uno sgombero non è mai un atto neutro. È un gesto politico, anche quando viene presentato come semplice applicazione della legge o ripristino dell’ordine. Chiudere uno spazio come Askatasuna significa affermare una certa idea di città: una città in cui il conflitto viene espulso invece che attraversato, in cui le forme di aggregazione non istituzionali sono tollerate solo finché restano invisibili, innocue, silenziose. Nel quartiere, Askatasuna non era percepito solo come un “centro sociale”, etichetta spesso usata per semplificare e delegittimare. Era uno spazio attraversato da studenti, famiglie, migranti, associazioni informali. Un luogo dove si facevano doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Dove si costruivano legami. Lo sgombero non cancella solo dei muri occupati: cancella relazioni, interrompe pratiche, lascia un vuoto che difficilmente verrà colmato da politiche pubbliche. Centri come Askatasuna hanno svolto una funzione che le istituzioni faticano a riconoscere: hanno trasformato spazi inutilizzati in luoghi di relazione, offrendo attività culturali accessibili, supporto informale, pratiche di mutualismo, sport popolare, momenti di confronto politico. Non sostituiscono i servizi pubblici, ma ne mostrano le mancanze. E lo fanno dal basso, senza finanziamenti strutturali, basandosi sul lavoro volontario e su una partecipazione che non è consumo, ma presenza. Per questo risultano spesso scomodi. Perché non chiedono solo di essere “tollerati”, ma mettono in discussione l’idea stessa di città come spazio regolato esclusivamente dal mercato e dall’amministrazione. Nei centri sociali la cittadinanza non è un titolo astratto, ma una pratica quotidiana: si costruisce nel fare insieme, nel prendersi cura, nel conflitto aperto quando necessario. Certo, non sono luoghi innocui o pacificati. La conflittualità fa parte della loro natura, così come l’opposizione a un ordine sociale che produce esclusione. Ma ridurli a problemi di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che rappresentano: una forma di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali, e che proprio per questo viene spesso delegittimata o repressa. Lo sgombero rappresenta una guerra silenziosa contro forme di vita che non rientrano nei modelli dominanti. Non fa rumore, non occupa le prime pagine a lungo, ma erode pezzo dopo pezzo il tessuto democratico delle città. Qualcosa viene tolto a tutti: la possibilità di immaginare una città diversa, più porosa, più giusta, più viva. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia De Rienzo, insegnante, formatrice, vive a Torino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHIARA SASSO: > Smontato il processo di Torino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una città diversa proviene da Comune-info.
Via alla striscionata
NEL 1981, GRAZIE ALL’IDEA, ALLA CREATIVITÀ E ALLA DETERMINAZIONE DI UN PICCOLO GRUPPO DI PERSONE, TRA CUI FELICE PIGNATARO, CHE SI SONO PRESI CURA DI UNO DEI TANTI SPAZI ABBANDONATI DELLE PALAZZINE DELL’ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI DI SCAMPIA, A NAPOLI, ACCANTO ALLE “VELE” CHE HANNO RESO NOTO QUEL PEZZO DI CITTÀ POPOLARE, È APPARSO IL GRIDAS. DA ALLORA, È DIVENTATO UN VULCANO DI RELAZIONI E INIZIATIVE CHE HANNO COINVOLTO, E CONTINUANO A FARLO, MIGLIAIA DI PERSONE. SOLIDARIETÀ, RIGENERAZIONE URBANA, CARNEVALI SOCIALI, ARTE E CULTURA AL SERVIZIO DEL TERRITORIO: IL GRIDAS È UN’UNIVERSITÀ DELLA STRADA, UN LUOGO DI PENSIERO CRITICO, UN DIPINTO CHE COLORA LA PERIFERIA, DOVE AMMINISTRATORI LOCALI, DOCENTI UNIVERSITARI, DIRIGENTI DI IMPRESE SOCIALI, AVREBBERO MOLTO DA IMPARARE. UNA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO DI NAPOLI HA RESPINTO NEI GIORNI SCORSI IL RICORSO PRESENTATO DAL GRIDAS CONTRO LA CONDANNA PER “OCCUPAZIONE SENZA TITOLO”. PER PROTEGGERE IL GRIDAS PARTE LA “STRISCIONATA”: COME E PERCHÉ ADERIRE… La foto dello striscione del Gridas da scaricare e condividere sui social, taggando il Gridas. -------------------------------------------------------------------------------- Via alla striscionata! “Abusivo non è chi restituisce all’uso dei cittadini una struttura abbandonata da anni e ritenuta pericolosa per l’incolumità degli stessi, ma piuttosto il potere che per incuria espropria i cittadini delle strutture che potrebbero migliorarne la vita”. Felice Pignataro, 1994, lettera allo IACP rimasta senza risposta. Con l’assemblea di venerdì 12 dicembre, in cui abbiamo ricevuto sostegno e solidarietà, rilanciamo la mobilitazione in difesa del centro sociale sede del GRIDAS a rischio di sgombero. Non si cancellano quarantacinque anni di attivismo, di solidarietà, di rigenerazione urbana, di carnevali sociali, di arte e cultura al servizio della collettività. Giù le mani dagli spazi sociali Il GRIDAS non si tocca! Diamo ufficialmente il via alla striscionata a sostegno del GRIDAS. Pubblica la foto dello striscione sui social e tagga il Gridas. #IlGridasNonSiTocca [GRIDAS] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Via alla striscionata proviene da Comune-info.
RHO (MI): ENI MINACCIA DI SGOMBERO SOS FORNACE. MARTEDÌ 23 SETTEMBRE ASSEMBLEA PUBBLICA
Un mese dopo lo sfratto – sgombero del Leoncavallo, un altro spazio sociale milanese è sotto attacco. Si tratta di SOS Fornace, a Rho. Eni, proprietaria dell’area di via Risorgimento 18 attuale sede del centro sociale, ha chiesto infatti lo sgombero di SOS Fornace presentando istanza di sequestro preventivo dell’immobile. La richiesta è stata avanzata proprio nei giorni successivi allo sgombero del Leoncavallo. Si tratta della seconda istanza presentata nell’ultimo anno – la prima non è stata accolta – durante il quale la “multinazionale di stato” ha intensificando gli sforzi per rientrare in possesso dell’ex deposito occupato dal 2018, sulla scorta della prima, storica occupazione del 2005 in via San Martino. Attiviste e attivisti di SOS Fornace hanno lanciato un’assemblea pubblica che si svolgerà martedì 23 settembre alle ore 21 all’interno dello spazio sociale. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Andrea Papoff, di SOS Fornace. Ascolta o scarica.
La risposta giusta – di Effimera
La giornata di manifestazioni che ha attraversato Milano il 6 settembre 2025, in risposta allo sgombero del centro sociale Leoncavallo, è stata un avvenimento di grande valore che ha spezzato, almeno per un attimo, la narrazione negativa che ci circonda da ogni lato con i suoi corollari di impotenza e di paura. A nostro [...]