Tag - spazi sociali

Le piccole scene della vita
C’È UN PICCOLO LUOGO, IN UNA CITTÀ CIRCONDATA DALLE ALPI, DOVE CHIUNQUE PUÒ RITORNARE A ESSERE QUALCUNO CHE RACCONTA E QUALCUNO CHE VIENE ASCOLTATO. UNA SALA PER NON PIÙ DI CINQUANTA PERSONE NELLA QUALE L’ARTE (TEATRO, DANZA, SPETTACOLI DI STRADA IN SALA PERCHÉ QUI LA STRADA LA CONOSCONO MOLTO BENE, ARTI CIRCENSI E MIMO, MARIONETTE, PERFINO OPERA E PICCOLA MUSICA DAL VIVO, MA ANCHE POESIA E RACCONTI) SERVE A RICUCIRE LE LACERAZIONI INVISIBILI. IN QUESTA SALA, I SENZATETTO, I VICINI, I VOLONTARI, GLI ASSISTENTI SOCIALI, GLI ARTISTI E I SOGNATORI SI SIEDONO FIANCO A FIANCO. NON SI SA PIÙ CHI È CHI -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nella cantina della sede centrale della Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, a Ginevra, sta avvenendo un piccolo miracolo sotterraneo. Un luogo giaceva lì in letargo, come un vecchio gatto che avesse deciso di fare un pisolino lungo diversi anni. E poi, senza preavviso, si è stirato, ha aperto un occhio, poi due, e ha deciso che il mondo meritava ancora un po’ di luce. Questo luogo è CodeBar – Les petites scènes, una sala da una cinquantina di posti, minuscola come un segreto, ma vasta come un cuore che ricomincia a battere. Un luogo dove si scende per rialzarsi meglio. Da quasi sessant’anni, la Fondazione accoglie chi è stato troppo battuto dalla vita, in particolare le persone senza dimora. Offre pasti, letti, spazi di riposo – ma anche, e forse è questo l’aspetto più rivoluzionario, spazi dove si può ritornare a essere qualcuno che racconta e qualcuno che viene ascoltato. La rinascita di CodeBar si inserisce in questa tradizione di gesti semplici e radicali. Un luogo per la cultura viva, non per lo spettacolo Qui non ci sono concerti fragorosi né spettacoli calibrati. CodeBar è uno strumento di equilibrio mentale, un piccolo laboratorio dove l’arte serve a ricucire le lacerazioni invisibili, a ridare un po’ di colore ai pensieri, a riscaldare le anime congelate. Vi si accolgono forme artistiche che hanno in comune l’essere vive, incarnate, un po’ fragili, un po’ folli, sempre umane: teatro (stand-up, burlesque con qualche risata che a volte scappa senza preavviso); danza (dal gesto minuscolo al vortice che scompiglia i capelli); spettacoli di strada in sala (perché la strada, qui, la conosciamo bene); arti circensi e mimo (l’arte di restare in piedi anche quando tutto vacilla); marionette (quei piccoli esseri che spesso dicono ciò che noi non osiamo più dire); opera in versione tascabile (fa vibrare le pareti); piccola musica dal vivo (non per fare rumore, ma per fare del bene); poesia (la vitamina C dello spirito); racconti e narrazioni (l’arte di raccontare se stessi, di raccontare gli altri, di tessere storie che ci tengono uniti). Qui, ogni disciplina diventa uno strumento di riparazione, un pretesto per l’incontro, un respiro condiviso. Perché una sala spettacoli in una fondazione sociale? Perché la cultura non è un supplemento. Perché l’equilibrio mentale non si cura solo con le pillole. Perché la dignità passa anche attraverso la bellezza, la sorpresa, la risata, il pensiero, la possibilità di dire: «Anch’io ho una storia». In questa piccola sala, i senzatetto, i vicini, i volontari, gli assistenti sociali, gli artisti e i sognatori si siedono fianco a fianco. Non si sa più chi è chi – ed è proprio così che deve essere. Si diventa un pubblico, un coro, una piccola comunità effimera. La rinascita di CodeBar è la rinascita di un noi. Un luogo modesto, un gesto audace Riaprire questa sala significa affermare che la cultura cura, la creazione ripara, l’arte unisce, la bellezza è un diritto… e che anche una cantina può diventare un faro (certamente un piccolo faro, ma pur sempre un faro). È anche offrire agli artisti uno spazio raro: un luogo dove si suona per persone che non sempre hanno accesso alla cultura, ma che spesso ne hanno più bisogno, e il miglior senso dell’umorismo. Un piccolo palcoscenico per grandi storie CodeBar – Les petites scènes non è solo un luogo di spettacolo. È un luogo dove si racconta, dove si ascolta, dove ci si riconosce. Un luogo dove le fragilità diventano punti di forza, dove i silenzi diventano respiri, dove le storie – piccole o grandi – diventano ponti. La sua rinascita è un atto di fiducia: fiducia nell’arte, negli artisti, nel pubblico, nella capacità di ciascuno di essere ancora più vivo. Un luogo minuscolo, sì. Ma un luogo dove si può, per una sera, sentirsi un po’ più vivi. -------------------------------------------------------------------------------- *Fin dai suoi primi passi, ben prima che il suo nome figurasse in un registro, la Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, con sede in Rue Élisabeth-Baulacre 10, 1202 Ginevra/Svizzera, non è mai stata una semplice entità. È una forza viva, una resistenza all’inaccettabile, una mano che rifiuta di mollare. All’inizio non c’era un progetto, ma una certezza: «Nessuno dovrebbe dover giustificare il proprio diritto di esistere». Noël Constant, presidente e fondatore, non ha espresso questi principi a parole. Li ha tradotti in azione, nella realtà. Lì dove troppo spesso le voci si spengono sotto il silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo un’istituzione che osserva. Noi agiamo. Qui nessuno deve dimostrare di meritare aiuto. Nessuna casella da spuntare. Nessun modulo da compilare. Solo una mano tesa. Rifiutiamo le soluzioni affrettate, dettate dall’urgenza. Crediamo nella ricostruzione paziente, umana, rispettosa del ritmo di ciascuno. All’altezza di donne e uomini. I margini fanno parte del libro. Ma dobbiamo accettare che delle vite vacillino e scompaiano tra le righe? No. Costruiamo ponti, non barriere. Creiamo legami, mai confini. Perché aiutare non deve essere una posizione di potere, ma un atto di condivisione, un movimento del cuore. Si tratta di ricostruirsi ma anche di nutrirsi: di accedere alle cure, alle docce, al bucato, al parrucchiere, al podologo, alle cure dentistiche, alla medicina d’urgenza, ai contributi per occhiali e apparecchi acustici e persino alle protesi gratuite; di ritrovare l’autonomia attraverso attività adeguate; di ricostituire la propria autostima con vestiti, mobili, stoviglie; di sentire le risate dei bambini, che ricevono i loro giocattoli senza condizioni, senza contropartita. Il rifugio per senzatetto «La Coulou» accoglie senza fare domande. Ma qui l’urgenza non si limita all’immediato. Insieme alle persone disegniamo prospettive: monolocali mobili, rifugi dedicati a donne e bambini, case in attesa di permesso. Laddove si estendono le ombre, costruiamo vie di fuga. E poiché sopravvivere non basta, vogliamo offrire la possibilità di respirare, di sognare, di ritrovare il gusto della vita. Un villaggio di vacanza, un vecchio autobus londinese trasformato in centro di attività, uno spazio di condivisione dietro la stazione Cornavin, un luogo dove la porta non si chiude mai, una sala spettacoli, una galleria d’arte, un giornale di strada, una radio partecipativa, ecc. Camminiamo insieme, scriviamo insieme, ripariamo ciò che può essere riparato.Rifiutiamo che la fiducia sia un lusso. Perché, al di là dei numeri e delle azioni, Carrefour-Rue & Coulou è una protesta: «Dare il meglio a chi non ha più nulla» non è un’utopia. È una promessa. Una parola data, una parola mantenuta. (Noël Constant e il suo team) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le piccole scene della vita proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Era uno spazio aperto
-------------------------------------------------------------------------------- Quando lo spazio si restringe l’aria si fa rarefatta. È da qui che bisogna partire. Da una sensazione fisica, sottile ma sempre più evidente: quella di un quartiere che cambia pelle, e nel farlo rischia di perdere qualcosa di essenziale. Non si tratta solo di muri o destinazioni d’uso, ma di ciò che hanno significato i luoghi. Il 15 aprile 2011 una comunità ha detto con chiarezza che il CasiNo non si sarebbe fatto. Non fu solo un gesto, ma una rottura. Una presa di posizione contro la speculazione, contro le mafie, contro un modello che si nutre della fragilità e trasforma tutto in profitto, anche la cultura, anche le vite. Sotto un gazebo, raccogliendo firme, è iniziato qualcosa che non si è più fermato. Da quell’azione è emerso un bisogno collettivo rimasto troppo a lungo in silenzio: il bisogno di spazi vivi, accessibili, capaci di accogliere e far crescere relazioni. Quello stesso giorno, mentre qui nasceva un’esperienza, a Gaza veniva ucciso Vittorio Arrigoni. A lui fu dedicata una sala. “Restiamo umani” non è mai stato uno slogan: è stato un principio, una direzione che ha attraversato ogni gesto, ogni scelta, ogni incontro. Il Nuovo Cinema Palazzo era questo: una moltitudine. Un’assemblea viva, mutevole, imperfetta. Uno spazio aperto, gratuito, orizzontale, dove l’obiettivo non era il guadagno ma la possibilità di esistere insieme, fuori dalle logiche del mercato. La strada entrava nel palazzo e il palazzo usciva in strada. Le voci si mescolavano: passanti, artistə, abitanti. Per moltə era la prima volta in un luogo così. Per moltə era una casa che fino a quel momento era stata negata. Lì si costruiva cultura come capacità di vivere, non come prodotto da vendere. Il Nuovo Cinema Palazzo cresceva ribelle. Cresceva vulcano. L’8 febbraio del 2012 il Tribunale civile di Roma assolse gli e le imputatə per l’occupazione parlando di una «moltitudine di persone», e riconobbe che «l’interesse alla base dell’azione dimostrativa […] nell’occupazione dell’edificio è di natura politica, non patrimoniale o egoistica». Si difendeva una vocazione culturale, non un interesse privato. Era la dimostrazione concreta che un altro modo di abitare e autogovernare gli spazi era possibile. Eppure, nel 2020, tutto questo è stato sgomberato dalla polizia di Stato. Caschi, scudi, manganelli. In piena pandemia. Ancora una volta, la violenza dello Stato a ristabilire la violenza del mercato. Il diritto del capitale sopra quello delle persone. Quello spazio è stato svuotato. Ma quello che era successo lì dentro non si è mai fermato: resta l’“Olandese Volante” che approda nei cortei contro la guerra, nelle assemblee contro la speculazione edilizia, nelle lotte per l’accessibilità dei servizi culturali e dello sport. Per cinque anni quel luogo è rimasto vuoto. Oggi il Cinema Palazzo riapre come progetto imprenditoriale. Ci viene raccontato come una rinascita. Ma è una sostituzione. È la trasformazione di un bene comune in prodotto. Di una comunità in pubblico. Di una rivolta in evento. Di uno spazio condiviso a uno spazio selettivo. E fa ancora più male vedere chi quella storia l’ha vissuta prestarsi a questa narrazione, offrendo la propria arte come simbolo di qualcosa che ne è la negazione. E questa non è una questione che riguarda solo un edificio. È il segno di un processo più ampio, che attraversa tutta la città. Gli spazi pubblici si riducono, si trasformano: diventano altro, spesso per pochi. I quartieri cambiano e, nel farlo, selezionano. La socialità diventa un privilegio. L’accesso un filtro. Il diritto di vivere un luogo, qualcosa che si compra. Dire che non si riconosce questa nuova esperienza non significa essere contro la cultura. Significa rifiutare l’idea che la cultura possa esistere solo dentro logiche di mercato. Significa difendere spazi aperti, attraversabili, vivi, in cui la partecipazione non sia mediata dal consumo. Il Nuovo Cinema Palazzo non era solo cultura. Era relazione, solidarietà, conflitto, immaginazione. Era la prova concreta che non lasciare indietro nessuna e nessuno è possibile. Che si può costruire senza vendere tutto. Che si può esistere senza chiedere il permesso al mercato. Quella esperienza non è replicabile. Non è acquistabile. Non è imitabile. E non è cancellabile. Perché ogni spazio collettivo porta con sé qualcosa che non può essere ricreato altrove: memoria, legami, pratiche. E quando scompare, non viene sostituito. Viene perso. Per questo ricordare non è nostalgia. È un atto necessario. Per non dimenticare cosa è stato possibile. Per continuare a immaginare che possa esserlo ancora. Oggi più che mai, in un quartiere sempre più divorato dal privato, rivendichiamo spazi aperti, accessibili, autogestiti. Spazi dove incontrarsi senza dover consumare, dove creare senza dover produrre profitto, dove esistere senza essere trasformati in merce. Il nuovo cinema palazzo non è dentro quelle mura. È nella voglia di rivoluzione, nel pensiero critico, nell’altruismo, nella fantasia. E a chi oggi racconta una continuità che non esiste, rispondiamo con chiarezza: le storie non sono tutte uguali. Alcune si incontrano, altre si escludono. Il Nuovo Cinema Palazzo era tutta un’altra storia. E lo è ancora. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- UN PALAZZO COMUNE Sono tante le storie che dimostrano come il Nuovo Cinema Palazzo sia stato prima di tutto relazione e solidarietà. Quando ad esempio fu sgomberato Scup, dove come redazione di Comune avevamo una stanzetta per le riunioni, il Nuovo Cinema Palazzo non ci pensò due volte a metterci a disposizione un angolo del cinema dove incontrarci. Così, un paio di volte a settimane, per alcuni mesi, capitava che la mattina eravamo i primi ad entrare al Cinema Palazzo, tanto da costringere Sarah Gainsforth, oggi giornalista e ricercatrice apprezzatissima, oppure Marcello Fonte (che non aveva ancora recitato in film come Io sono tempesta o il pluripremiato Dogman di Garrone), venivano puntualissimi ad accoglierci. Una volta mettemmo su insieme anche un’iniziativa fantastica che riempì di farina il Cinema: più di cento persone di tutte le età parteciparono a un laboratorio di autoproduzione del pane con pasta madre. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Era uno spazio aperto proviene da Comune-info.
April 16, 2026
Comune-info
Sosteniamo InStabile, Culture in Movimento
Come laboratorio perUnaltracittà abbiamo firmato, sostenuto e rilanciato l’appello di InStabile, il teatro tenda sull’Arno che in 6 anni di attività artistica e sociale ha fatto vivere e letteralmente trasformato un’area abbandonata vicino al ponte di Varlungo. InStabile si … Leggi tutto L'articolo Sosteniamo InStabile, Culture in Movimento sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
“Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est
Alle 9 e 15 un gruppo di persone inizia a radunarsi in un parcheggio di fronte a un cancello solitamente aperto. Siamo in via Romolo Balzani 87, di fronte al Mercato Casilino 23, al confine tra Centocelle e Torpignattara, a Roma. Il cancello porta a un edificio colorato da vari murales, immerso in un parco verde con alcune panchine: è il Casale Garibaldi. È un lunedì di febbraio e quel cancello viene chiuso. Attiviste, attivisti, cittadine e cittadini non si sono riunite per le solite attività: il corso di pittura su ceramica, il laboratorio di teatro, quello di fotografia, lo studio musicale, la scuola popolare. > Sono qui per andare alla sede della Direzione tecnica del Municipio V, in via > Perlasca: lì si terrà una manifestazione per difendere la sorte > dell’Associazione culturale Casale Garibaldi, che da quarant’anni gestisce > questo spazio e ora rischia di perderlo. L’ingresso dell’edificio è piccolo e affollato: un tavolino con volantini colorati, alcune sedie, un compensato con appiccicati poster di tutte le dimensioni. Si passa poi per un corridoio stretto, con giocattoli sparsi da un lato e la segreteria dall’altro. In fondo, un bancone da bar con davanti un divano, pieno di cuscini e cappotti. Siamo nel cuore del Casale: di fronte al bar c’è un salone vuoto, in continua trasformazione: sala prove per attrici e attori, palco per le band, luogo di riunione e di creazione per i collettivi. Un ritrovo per tutti. «Dal 2017 c’è stato un grande ricambio, abbiamo cercato di mantenere la partecipazione di tutte le componenti storiche, ma allo stesso tempo di svecchiarci», racconta Valeria, attivista del Casale che insieme ad altre e altri ha preso le redini dell’associazione dal 2017, anno in cui è scaduta la prima concessione dello spazio, risalente al 2011. «Negli ultimi anni abbiamo collaborato molto anche con i collettivi studenteschi, perché anche il ricambio generazionale è un tema. Però è difficile tenere assieme tutto, soprattutto in questo clima», conclude Valeria, alludendo all’incertezza di questi mesi. «A metà gennaio, quando esce la graduatoria, scopriamo che non siamo assegnatari. Dagli unici atti disponibili sul sito del comune risultano vincitrici altre due associazioni in combinazione» spiega Emiliano Viccaro, anche lui attivista della prima ora che oggi gestisce l’associazione, oltre a far parte delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap). Casale Garibaldi ha partecipato a un bando relativo all’articolo 42 della delibera 104 del 2022, nata per regolare l’assegnazione di immobili comunali per finalità di interesse generale. La delibera nasce per riconoscere esperienze con una lunga storia di attività sociali, politiche e culturali, senza però procedere con un’assegnazione diretta, ma prevede una «premialità» per le realtà che hanno maturato «esperienza nell’immobile oggetto di concessione». Una sorta di “sanatoria”, dunque, che prevede una finestra pubblica di 30 giorni in cui altre realtà possono manifestare un interesse e partecipare all’avviso. Il bando per l’assegnazione dello spazio di via Romolo Balzani viene indetto a settembre 2025. > L’associazione Casale Garibaldi, già assegnataria, partecipa rispettando i > criteri: è in regola con i pagamenti, ha una concessione scaduta e presenta un > progetto con obiettivi di inclusione sociale. Nel pieno spirito della delibera > 104, che pure sembra essere contraddetto dal risultato. Nel piazzale dell’aula municipale di via Perlasca c’è una folta delegazione dell’associazione. In prima linea le signore del gruppo di pittura su ceramica e porcellana, come Maria, membro dal 1988, con in mano il cartello «la nostra città contro guerra e povertà». Alcune persone sono venute da fuori Roma, come Antonella: «ho frequentato Casale Garibaldi negli anni Novanta, poi mi sono trasferita, ma sono tornata perché ho un ricordo sentimentale legato al Casale». Insieme ai membri storici sono presenti anche alcune bambine e alcuni bambini che hanno decorato cartelli e striscioni coi loro disegni: fanno parte del gruppo di lettura organizzato dai genitori del quartiere. Tra i più giovani ci sono anche le ragazze e i ragazzi del collettivo Francesco d’Assisi, dal nome di un liceo della zona. «Vado al Casale almeno due volte a settimana, per andare a ripetizioni o alle riunioni del collettivo», racconta Rimes, che frequenta il liceo scientifico ed è una presenza fissa del collettivo, oltre che della scuola popolare del Casale. «All’inizio facevamo le riunioni sui tetti dei centri commerciali, nei parchi o dove capitava» spiega Simone, che invece è in quinta e frequenta il collettivo da più tempo. «Il salto di qualità è avvenuto quando abbiamo iniziato a farli al Casale, il che ci consentiva di stare in uno spazio che offre una certa idea di mondo: prima non avevo idea di cosa fosse o cosa facesse un centro sociale». Secondo Flavia, che va in terza ed è tra chi si prepara a prendere le redini del collettivo l’anno prossimo, Casale Garibaldi è un luogo sicuro: «al Casale ci aiutano se c’è una difficoltà politica a scuola, o anche solo con un confronto con persone più grandi che hanno fatto lotte simili. E poi ci riconoscono come parte del quartiere e dell’associazione». > È evidente l’impegno politico e sociale del Casale, caratterizzato da una > partecipazione trasversale. «Rispetto agli altri, l’associazione aveva un > vantaggio accumulato storicamente come radicamento nel quartiere» afferma > Fabio Grimaldi, avvocato militante che con il suo studio difende la causa del > Casale. «Il provvedimento assegna però la gestione a due associazioni senza > questo radicamento sociale: quali criteri di valutazione sono stati > adottati?». Per rispondere, è stata fatta richiesta di accesso agli atti, in modo da poter impugnare la sentenza e fare ricorso al Tar. Sono sospetti anche i tempi con cui la commissione giudicatrice ha analizzato i progetti: il verbale redatto certifica in sette ore, dalle 10 alle 17, il tempo dedicato all’apertura delle buste, l’analisi e la proposta di aggiudicazione della “gara”. Un tempo davvero ridotto per svolgere una valutazione accurata. I dubbi sono legittimi visti i requisiti del bando, gli obiettivi della delibera 104 e il clima che i membri del Casale hanno constatato negli ultimi anni. C’è infatti da considerare il quadro politico. «Quello che è avvenuto in queste settimane è l’apice di un assedio che subiamo dal 2017: da quel momento in poi abbiamo vissuto un vero e proprio calvario politico, burocratico e tecnico», afferma Emiliano. Un assedio che ha condotto a tre processi: il primo per la restituzione dell’immobile in attesa di un nuovo bando, il secondo per le accuse di abuso edilizio e il terzo per il ricalcolo del canone agevolato previsto per le attività del terzo settore. Tre processi, due vittorie del Casale, 20.000 euro spesi per difendersi. I mezzi sono stati di natura tecnica e burocratica, ma le responsabilità sono politiche, insistono le attiviste e gli attivisti. «Nemmeno con l’insediamento della giunta di centro sinistra, nel 2021, è avvenuto un cambio di passo: la nuova amministrazione non è riuscita a portare avanti gli ideali della delibera 104, che ha contribuito a scrivere», conclude Emiliano. Sono le stesse istanze presentate in assemblea il 9 febbraio scorso: «stiamo giocando una partita che parte da uno spazio ma che ambisce a un modello sociale che riguarda tutta la metropoli» – conclude Emiliano come portavoce. In aula, dopo il suo intervento si sentono applausi, fischi, piedi che battono a terra e un tamburo che suona. La riunione si interrompe e i consiglieri del Municipio parlano con alcune attiviste e alcuni attivisti del Casale: i primi si prendono la responsabilità di indagare gli aspetti denunciati, i secondi promettono di portare avanti il ricorso e intensificare la mobilitazione sociale contro il provvedimento. «È importante che ci sia l’impugnazione a livello formale, oltre alla protesta», fa notare l’avvocato Fabio Grimaldi. «Proporremo l’istanza per la sospensione del provvedimento in autotutela e addirittura l’annullamento: speriamo che questo dia la possibilità di ripensare la decisione». > La richiesta è che lo spazio rimanga all’associazione mentre si attende la > pronuncia del Tar. Il processo formale serve anche ad affermare il valore dei > centri sociali, luoghi di elaborazione culturale e politica, avamposti e > strumenti di democrazia partecipata. «Casale Garibaldi si iscrive dentro questa dimensione culturale e politica, che però è anche legale, perché è fatta di conquiste di diritti molto importanti», conclude Grimaldi. Ed è per il riconoscimento di questo patrimonio che oggi attiviste, attivisti, cittadine e cittadini stanno protestando: non è solo per Casale Garibaldi, è per il diritto a esistere degli spazi sociali. La copertina è di Casale Garibaldi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
ROMA: ENNESIMO ATTACCO AGLI SPAZI SOCIALI. “LOA ACROBAX” SOTTO MINACCIA DI SGOMBERO
Non si fermano gli attacchi agli spazi sociali autogestiti, portando avanti il piano del governo Meloni di criminalizzare e eliminare le esperienze di autorganizzazione, in un ottica repressiva e securitaria. Dopo lo sgombero di spazi storici in tutta Italia, come il Leoncavallo di Milano e l’Askatasuna di Torino, l’ennesima minaccia arriva dritta al quartiere Marconi di Roma, dove dal 2002, l’ex cinodromo abbandonato è tornato libero come LOA Acrobax. Lì hanno preso attività culturali, sport popolare, iniziative antifasciste, di lotta al precariato e musica indipendente. “È necessario parlare di “noi”. Un noi collettivo e cittadino che tra piazze e strade, relazioni decennali e nuove generazioni, tra quartieri distanti km e milioni di persone, costituisce una comunità vitale e un’intelligenza collettiva potentissima” scrivono compagne e compagni invitando all’assemblea cittadina che si terrà mercoledì 25 marzo, alle ore 18.30 presso Acrobax. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Valerio, compagno di Acrobax. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato diffuso: “Ci dicono che abbiamo molto da perdere Noi rispondiamo che abbiamo ancora tanto da realizzare! E’ necessario parlare di “𝙣𝙤𝙞”. Un noi collettivo e cittadino che tra piazze e strade, relazioni decennali e nuove generazioni, tra quartieri distanti km e milioni di persone, costituisce una comunità vitale e un’intelligenza collettiva potentissima. Per questo vi invitiamo 𝙢𝙚𝙧𝙘𝙤𝙡𝙚𝙙ì 25 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙤𝙧𝙚 18.30 𝙖𝙙 𝘼𝙘𝙧𝙤𝙗𝙖𝙭 𝙥𝙚𝙧 𝙪𝙣’𝙖𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖 𝙘𝙞𝙩𝙩𝙖𝙙𝙞𝙣𝙖 su sgomberi e minacce repressive ma, sopratutto, su possibilità, alternative e lotta. 🗣️ LINK GANCIO Per questo 𝙨𝙖𝙗𝙖𝙩𝙤 28 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙨𝙖𝙧𝙚𝙢𝙤 𝙞𝙣 𝙥𝙞𝙖𝙯𝙯𝙖 𝙘𝙤𝙣 𝙜𝙡𝙞 𝙀𝙦𝙪𝙞𝙥𝙖𝙜𝙜𝙞 𝙙𝙞 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙡𝙖 𝙜𝙪𝙚𝙧𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝙧𝙚 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙧𝙚𝙜𝙞𝙣𝙚! 👑 Per questo vi aspettiamo 𝙙𝙤𝙢𝙚𝙣𝙞𝙘𝙖 29 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙥𝙚𝙧 “𝘼𝙘𝙧𝙤𝙗𝙖𝙭 𝙘𝙞𝙩𝙩à 𝙖𝙥𝙚𝙧𝙩𝙖” – una (stra)ordinaria giornata dentro e fuori dall’ex cinodromo della Capitale. 🌞 Mentre nel mondo, sopra le nostre teste, si giocano battaglie di potere e venti di guerra spirano in tutte le latitudini, il piano del governo italiano, che evidentemente ha bisogno di nemici interni per avere carte in più da giocare nella sfida elettorale, va avanti. Come se fosse un gioco di ruolo si stabiliscono gli obiettivi di quella che è una rivincita personale, ma anche una necessità: eliminare le “sacche di resistenza”, togliere di mezzo chi si permette ancora di esprimere il proprio dissenso, chi costruisce quotidianamente una alternativa e la rende possibile. QualcunƏ in questi anni l’ha definita anomalia romana, quel complesso ecosistema di spazi sociali e case occupate, associazionismo dal basso, comitati di quartiere che come piccoli(grandi)neurotrasmettitori costruiscono connessioni, generano impulsi, attivano percorsi, costruiscono possibilità per tuttɜ, in una metropoli complessa e indebitata, laddove ci sarebbe solo cemento, degrado o abbandono. In questi primi mesi dell’anno questa anomalia romana comincia ad essere messa sotto pressione, e dopo aver puntato il faro su Spin Time ed L38 e aver sgomberato ZK, ora lo spazio LOA Acrobax viene identificato come il prossimo tassello di quella guerra alle occupazioni che ha preso il via la scorsa estate con il Leoncavallo, è continuata con Askatasuna, il presidio del Pilastro di Bologna, minaccia Officina99 a Napoli e adesso punta su Roma. Articoli di giornale con illazioni su presunte indagini giudiziarie, la lista degli immobili da sgomberare (redatta dall’allora prefetto Piantedosi ora ministro dell’interno) che ricompare su giornaletti e giornalacci; influencer prezzolati che ci dedicano i loro sproloqui; giornaliste d’assalto alla ricerca di scoop che si insinuano di nascosto; pattuglie in borghese fuori dallo spazio; pressioni relative alla gestione dell’ordine pubblico in vista delle prossime mobilitazioni nazionali e della ripartenza della Global Sumud Flotilla. In questo quadro, una realtà come Acrobax, diventa di slancio una priorità da colpire. Una realtà che ha spinto e continuerà a spingere sempre in direzione ostinata e contraria al Governo neo fascista di Fratelli d’Italia. E lo facciamo con determinazione insieme a tutto quel tessuto sociale che ha riconosciuto e combatte un indirizzo nazionale e internazionale che vuole fascistizzare la società. Da Israele all’Ungheria, dall’Italia all’Argentina, fino ad arrivare agli Stati Uniti. Perché? Perché siamo contro l’economia di guerra che ci stanno imponendo. Perché? Perché siamo consapevoli della precarietà che permea il mercato del lavoro e le nostre vite; consapevoli della pressione fiscale che aumenta, erodendo sempre di più un welfare già impoverito che non permette alle nuove generazioni neanche di immaginarlo, un futuro stabile. Perché? Perché abbiamo ben presente l’idea di città che vogliamo, contro speculazioni, studentati di lusso e consumo di suolo. Perché? Perché laddove chiudono spazi noi li apriamo, spalancando orizzonti e tracciando percorsi di liberazione. Ci vogliono precariɜ perché sanno che laddove manchi un baricentro stabile la reazione è inibita, il timore di non avere il tempo cresce e la forza di immaginare altro si affievolisce, fino a spegnersi. Ma noi acrobatɜ da anni abbiamo imparato a camminare sul filo, da anni abbiamo chiaro il nostro di obiettivo che è costruire e non distruggere: costruire una comunità larga, solidale e accessibile, fatta di relazioni, di sport popolare, di musica, di cultura, di elaborazione e riflessione politica, di condivisione. Capace di trasformare, persino migliorare e supportare la vita di chi lo attraversa. Capace di mettersi in rete con altre realtà per dare corpo e sentimenti alla possibilità, oltre l’utopia, di un mondo dove il fascismo non abbia più ragion d’essere. Conosciamo il nostro valore politico e sociale. Conosciamo quello che si articola e mobilita nei differenti territori di Roma. Siamo, insieme a tante, tantissime realtà vive e attive, spazio del possibile, antidoto all’avanzata di un capitalismo mortifero, fatto di guerre e genocidio e portato avanti incondizionatamente dagli uomini bianchi eterocis che quel potere lo incarnano nel più viscido dei modi. Siamo antidoto all’azzeramento dei diritti, antidoto alla povertà educativa e sociale la cui forbice si allarga sempre di più a discapito di quelle soggettività che occupano le fasce più basse della piramide dei diritti e dei privilegi. E in questo momento, invece di immaginare una chiusura difensiva, vogliamo rilanciare e chiamare a raccolta tutte le intelligenze, le lotte e la fantasia collettiva di questa città, non soltanto per noi ma per tuttɜ. Perché sotto attacco non ci sono solo quattro mura, bensì un’idea di città e di vita che non si può sgomberare, né qui né altrove. Perché la campagna elettorale non si giocherà sulla pelle dell’idea di città e di vita che quotidianamente rendiamo possibile. Perché vogliamo essere argine alla deriva in cui ci vogliono trascinare. Vogliamo essere un’esplosione infestante di forza, determinazione e bellezza. “Non si sgombera un’idea” dicevamo qualche anno fa. E, a distanza di più di 5 anni, lo confermiamo convintamente perché avevamo e abbiamo chiara l’indicazione degli zapatisti: Niente per noi, tutto per tutti! Pensiamo che non si possa accettare di cadere unə alla volta, sarebbe ferita troppo profonda per noi stessɜ e per la nostra città. Sappiamo invece quello che ci hanno insegnato le maree: possiamo trasformare Roma, e non solo, avanzando tuttɜ insieme.”
March 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Torino. Il Comune mette fine all’esperienza del Comala
Dopo 15 anni di aggregazione giovanile, socialità e iniziative politiche il Comala finirà la sua esperienza negli spazi dell’Ex Caserma Lamarmora. Il bando per la gestione di questi spazi, infatti, è stato vinto da una cordata di aziende che dovrebbero favorire, secondo le parole di Paolo Landoni, docente del Politecnico […] L'articolo Torino. Il Comune mette fine all’esperienza del Comala su Contropiano.
February 22, 2026
Contropiano
Napoli. Un “Amore che resiste”, la città in corteo contro repressione e sgomberi
Nel tardo pomeriggio di oggi, Napoli si è trasformata in un fiume in movimento: un corteo lungo, denso, colorato, che ha attraversato le strade intorno a Piazza Garibaldi per difendere gli spazi sociali autogestiti e denunciare la stretta repressiva imposta dal governo. Migliaia di persone hanno risposto alla chiamata degli […] L'articolo Napoli. Un “Amore che resiste”, la città in corteo contro repressione e sgomberi su Contropiano.
February 14, 2026
Contropiano
Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco PD – di Turi Palidda
Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come [...]
February 10, 2026
Effimera
[2026-02-14] Campagna di primavera per difendere la città pubblica, per difendere Casale Garibaldi. @ Casale Garibaldi autogestito
CAMPAGNA DI PRIMAVERA PER DIFENDERE LA CITTÀ PUBBLICA, PER DIFENDERE CASALE GARIBALDI. Casale Garibaldi autogestito - Via Romolo Balzani, 87, Roma (sabato, 14 febbraio 21:00) SABATO 14 FEBBRAIO, ospiteremo il primo di un ciclo di eventi artistici e musicali a sostegno delle spese legali relative al ricorso al TAR (a breve attiveremo anche un progetto dedicato di crowdfunding). La serata sosterrà anche la campagna 100X100 GAZA Dalle 21, CHIX e BURNOUT in concerto (punk-rock, post punk, r'n'r heart). /// qui per continuare a sottoscrivere l'appello: https://form.jotform.com/260131835068050
February 5, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-09] Campagna di primavera per difendere la città pubblica, per difendere Casale Garibaldi. @ Municipio V
CAMPAGNA DI PRIMAVERA PER DIFENDERE LA CITTÀ PUBBLICA, PER DIFENDERE CASALE GARIBALDI. Municipio V - via Giorgio Perlasca 35 (lunedì, 9 febbraio 10:00) LUNEDI 9 FEBBRAIO, ALLE 1O busseremo alle porte del CONSIGLIO MUNICIPALE (via Giorgio Perlasca 35, zona Collatino/Palmiro Togliatti), per segnalare le responsabilità politiche e amministrative del colpo di mano che vorrebbe cancellare 40 anni di storia, violando il senso, lo spirito, la lettera della Delibera 104, che regolamenta l'utilizzo del patrimonio pubblico. Saremo presenti con una delegazione rappresentativa delle attività sociali, politiche, culturali, mutualistiche che animano il Casale e le sue reti. Invitiamo gli spazi autogestiti e le reti territoriali a sostenere questa battaglia per il diritto alla città.
February 5, 2026
Gancio de Roma