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Chi si prenderà cura dell’Italia? Immigrazione, lavoro regolare e il futuro del welfare
LUIGI CAPOANI 1, SILVIA FUSAR BASSINI 2 L’Italia sta vivendo una delle più profonde trasformazioni demografiche della propria storia. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la riduzione della popolazione in età lavorativa stanno mettendo sotto pressione un sistema di welfare progettato in un contesto sociale profondamente diverso da quello attuale. In questo scenario, il lavoro di cura rappresenta ormai una componente essenziale dell’assistenza alle persone anziane e fragili, ma continua a essere caratterizzato da forti criticità, tra cui l’elevata diffusione del lavoro irregolare, una programmazione insufficiente delle politiche pubbliche e, non da ultimo, il fatto che a sostenerlo sia quasi ovunque la stessa componente della popolazione – donne, e in larghissima parte donne migranti. Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank e Professore a contratto di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, insieme a Silvia Fusar Bassini, analista dell’European Youth Think Tank, riflettono sulle sfide che il sistema italiano dell’assistenza dovrà affrontare nei prossimi anni, evidenziando il ruolo dell’immigrazione regolare, della qualità del lavoro di cura e della necessità di ripensare il welfare in un’ottica intergenerazionale. Il lavoro di cura è diventato una necessità strutturale Negli ultimi decenni il lavoro di cura è passato dall’essere un supporto occasionale a rappresentare uno dei pilastri del welfare italiano. L’aumento della speranza di vita, la crescente incidenza delle patologie croniche e la trasformazione delle strutture familiari hanno determinato una domanda sempre più elevata di assistenza domiciliare, che è diventata una necessità più che un’opzione. Una parte significativa di questo fabbisogno viene oggi soddisfatta da lavoratrici e lavoratori stranieri, che svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza quotidiana agli anziani e alle persone non autosufficienti. I numeri raccontano con chiarezza chi sostiene oggi questo settore: nel 2025 la componente femminile tra i lavoratori domestici sfiora il 90%, e quasi 7 su 10 provengono da un altro Paese. La comunità più numerosa arriva dall’Est Europa – Romania, Ucraina, Moldavia in testa – seguita da Sud America e Filippine. Senza questo contributo, molte famiglie avrebbero enormi difficoltà a garantire una presa in carico continuativa dei propri familiari. UN LAVORO SOSTENUTO QUASI INTERAMENTE DA DONNE MIGRANTI Parlare genericamente di “lavoratori stranieri” rischia di appiattire una realtà che è, prima di tutto, una questione femminile. Chi lascia il proprio Paese per accudire un anziano italiano spesso lo fa affidando i propri figli o i propri genitori ad altre donne rimaste a casa, che possono essere sorelle, madri, vicine oppure altre lavoratrici pagate a loro volta. È quella che viene definita una catena globale della cura: il lavoro di accudimento si riverbera lungo una serie di donne che si sostituiscono l’una all’altra, spesso trascorrendo lunghissimi periodi di distanza dai propri affetti. A questo si aggiungono altri problemi sistemici. È frequente la presenza di lavoratrici straniere che hanno qualifiche professionali conseguite nel Paese d’origine ma non riconosciute in Italia, e si ritrovano a svolgere lavori di cura pur avendo una formazione più alta oppure semplicemente diversa da quella richiesta dal ruolo. Chi lavora in convivenza, poi, affronta un isolamento ulteriore: vive nella casa dell’assistito, spesso senza orari definiti, senza rete sociale nelle vicinanze e con margini ridotti per far valere i propri diritti. E poiché l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno restano legati al contratto di lavoro, chi ha meno alternative – spesso proprio le donne arrivate da sole, senza una rete di supporto già radicata – si trova nella posizione più debole per negoziare condizioni dignitose o denunciare eventuali abusi. IL PROBLEMA DELL’IRREGOLARITÀ Accanto a questa realtà permane un problema che il dibattito pubblico affronta troppo raramente: una quota ancora rilevante del lavoro di cura continua a svilupparsi nell’irregolarità. L’Inps registra poco più di 800mila rapporti di lavoro domestico regolari, mentre altre stime che includono anche il lavoro non regolare arrivano a censire oltre 3,3 milioni di persone coinvolte nel settore. Il divario tra questi due numeri è la misura reale del problema. Il lavoro sommerso non rappresenta un vantaggio né per i lavoratori né per le famiglie. Chi presta assistenza senza un regolare contratto rimane privo di adeguate tutele previdenziali e assicurative, come maternità, infortuni, disoccupazione o pensione, mentre gli assistiti rischiano di ricevere servizi privi di standard professionali verificabili e continuità assistenziale. Favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro significa rafforzare la dignità del lavoro, migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare le entrate contributive e costruire un sistema più trasparente e sostenibile. L’immigrazione può rappresentare una risorsa importante, ma soltanto se accompagnata da percorsi di integrazione, formazione linguistica e professionale e da strumenti che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro regolare. Nel 2025 il governo ha introdotto un canale di ingresso fuori quota dedicato all’assistenza familiare e sociosanitaria, superando in parte la logica dei decreti flussi che per anni ha reso l’incontro tra domanda e offerta quasi casuale. Restano però da sciogliere i nodi di fondo: procedure ancora macchinose, tempi di attesa lunghi e un legame tra permesso di soggiorno e contratto che continua a esporre le lavoratrici a un potere contrattuale sbilanciato. INVESTIRE NELLA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA La questione non riguarda soltanto il numero di operatori disponibili, ma anche la qualità dell’assistenza offerta. Prendersi cura di una persona anziana richiede competenze sempre più articolate, che spaziano dagli aspetti sanitari di base alla gestione delle fragilità cognitive, fino alla capacità di instaurare relazioni umane di fiducia. Per questo motivo diventa essenziale investire nella formazione continua degli assistenti familiari, nella certificazione delle competenze e nello sviluppo di servizi territoriali capaci di accompagnare sia le famiglie sia i lavoratori. In questa direzione va, ad esempio, la proposta, rilanciata di recente anche dai vertici dell’Inps, di istituire un Albo nazionale per colf e badanti, capace di certificare le qualifiche del settore e di dare finalmente visibilità pubblica a un lavoro che oggi resta in gran parte invisibile. Migliori condizioni di lavoro e di formazione non sono solo un costo: possono ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sul sistema sanitario e migliorare concretamente la vita di chi viene assistito. RIPENSARE IL WELFARE IN UNA PROSPETTIVA INTERGENERAZIONALE L’invecchiamento della popolazione impone anche una riflessione più ampia sull’equilibrio del welfare italiano. Storicamente, una parte molto consistente della spesa sociale è stata destinata alla protezione previdenziale, mentre risultano relativamente più contenuti gli investimenti rivolti alle nuove generazioni, alle politiche familiari, alla natalità, alla formazione e all’inserimento lavorativo dei giovani. Non si tratta di mettere in discussione le tutele degli anziani, che rappresentano una conquista fondamentale del nostro sistema sociale. Piuttosto, la sfida consiste nel costruire un welfare capace di rispondere contemporaneamente ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e alle aspettative delle giovani generazioni, evitando che il peso dell’invecchiamento ricada esclusivamente su chi oggi entra nel mercato del lavoro. Un sistema equilibrato deve essere in grado di proteggere chi ha bisogno di assistenza senza compromettere le opportunità di sviluppo delle generazioni future. UNA SFIDA CHE RIGUARDA L’INTERO PAESE L’assistenza agli anziani non può essere considerata esclusivamente una questione privata demandata alle famiglie. Essa rappresenta una sfida strutturale che richiede una strategia nazionale capace di integrare politiche migratorie, mercato del lavoro, formazione professionale e welfare territoriale. L’immigrazione regolare può contribuire ad affrontare il progressivo calo della popolazione attiva e a sostenere un settore destinato a crescere nei prossimi decenni. Tuttavia, questa opportunità potrà tradursi in un reale beneficio soltanto attraverso regole chiare, percorsi di integrazione efficaci e una decisa lotta al lavoro irregolare e solo se si riconoscerà, accanto al bisogno di chi riceve le cure, anche i diritti e la dignità di chi le presta ogni giorno. Investire nel lavoro di cura significa investire nella qualità della vita delle persone anziane, nella serenità delle famiglie e nella sostenibilità futura del welfare italiano. In un Paese che continua a invecchiare, la vera domanda non è se avremo bisogno di più assistenza, ma se saremo capaci di costruire un sistema in grado di garantire qualità, legalità e dignità a chi riceve cure e a chi le presta ogni giorno. 1. Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona e docente di Economia Monetaria presso l’Università di Trieste. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi. ↩︎ 2. Silvia Fusar Bassini è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sulle relazioni internazionali e i diritti umani. I suoi interessi di ricerca comprendono il diritto internazionale, le dinamiche socioeconomiche specialmente nei paesi in via di sviluppo con particolare attenzione ai fenomeni migratori e alle sfide di governance internazionale in materia di sviluppo e giustizia sociale. ↩︎
Decreto flussi: il reddito del datore va valutato in prospettiva; per l’idoneità alloggiativa basta la richiesta di certificazione
Il T.A.R. per il Lazio (Sezione Prima Ter) si pronuncia in merito ad una procedura flussi per lavoro subordinato. La Prefettura di Roma aveva revocato il nulla osta e rigettato la domanda di autorizzazione all’ingresso contestando due requisiti: la capacità economica del datore di lavoro e la mancanza del certificato di idoneità alloggiativa. Sul requisito economico, il TAR chiarisce che l’utile di impresa non può costituire l’unico parametro di valutazione. Richiamando la circolare INL n. 3/2022 e l’art. 9 D.M. 27.5.2020, il Tribunale precisa che l’amministrazione deve valutare, anche in chiave prospettica, tutti gli elementi rilevanti: fatturato, numero di dipendenti, tipo di attività, stagionalità, regolarità contributiva. Nel caso di specie il fatturato era superiore a 247.000 euro e in crescita nel triennio, circostanza del tutto ignorata dalla Prefettura. “L’Amministrazione resistente deve valutare, anche in chiave prospettica, tutti i diversi elementi suindicati“.  Sull‘idoneità alloggiativa, il TAR ricorda che ai sensi dell’art. 35 D.P.R. 394/1999 è sufficiente essere in possesso della sola richiesta di certificazione, e che il certificato può essere prodotto anche in sede di sottoscrizione del contratto di soggiorno. Il provvedimento di revoca viene quindi annullato per carenza di istruttoria e di motivazione. T.A.R. per il Lazio, sentenza n. 7264 del 22 aprile 2026 Si ringraziano l’Avv. Salvatore Fachile e l’Avv. Federica Remiddi per la segnalazione e il commento.
I nuovi schiavi della Repubblica
Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti …
La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Governare le migrazioni producendo irregolarità
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio – dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani – non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene regolato l’ingresso dei lavoratori migranti. Le misure cautelari sono state eseguite tra le province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco, a conferma di una filiera dello sfruttamento che attraversa territori, settori produttivi e reti criminali ben oltre il solo contesto agricolo locale. Secondo quanto ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza, decine di lavoratori avrebbero pagato tra gli 8.500 e i 13mila euro per ottenere un ingresso in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Una volta arrivati, si sarebbero ritrovati intrappolati in condizioni definite dagli inquirenti di “moderna schiavitù”: turni estenuanti oltre le dodici ore, salari irrisori, alloggi degradati, privazione della libertà personale, minacce legate al rilascio del permesso di soggiorno e una condizione permanente di soggezione economica e psicologica dovuta ai debiti contratti per poter partire. La questione centrale, però, è che queste vicende non possono essere lette semplicemente come deviazioni criminali o patologie marginali del sistema. Al contrario, sono profondamente intrecciate con il funzionamento ordinario delle politiche migratorie italiane ed europee. Le forme che assume il grave sfruttamento lavorativo e il cosiddetto caporalato sono in larga parte, come da decenni mostrano gli studi sul tema, il prodotto delle contraddizioni e delle disfunzioni dell’apparato normativo dedicato alla governance delle migrazioni. I dati relativi al biennio 2023–2024 analizzati e diffusi dalla campagna “Ero straniero” mostrano con particolare evidenza l’inefficacia strutturale del sistema dei decreti flussi rispetto agli obiettivi dichiarati di regolazione e programmazione degli ingressi per lavoro. A fronte di 278.700 quote previste e di 247.597 quote assegnate, sono state presentate circa 1,3 milioni di domande di assunzione. Ma il dato più inquietante emerge osservando il passaggio finale della filiera amministrativa. Solo 158mila domande hanno portato al rilascio del nulla osta e, di questi nulla osta, solo 61.941 sono divenuti visti di ingresso rilasciati, dunque persone entrate regolarmente in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Eppure, di queste circa 62mila persone entrate regolarmente in Italia, solo 25.499 hanno poi avuto accesso effettivo a un permesso di soggiorno per lavoro. Detto in altri termini, questo significa che oltre 36mila persone, pur essendo entrate legalmente nel territorio italiano, scompaiono dal radar della regolarità amministrativa. Non spariscono però dal mercato del lavoro italiano. Spariscono soltanto dalla protezione giuridica. È qui che il discorso cambia radicalmente. Perché la domanda da porsi non è soltanto perché il sistema non funzioni, ma che fine facciano concretamente queste persone. In quali settori lavorano oggi? In quali condizioni? Dentro quali reti di dipendenza, informalità e sfruttamento vengono assorbite? Pensare che decine di migliaia di lavoratori entrati regolarmente evaporino semplicemente nel nulla sarebbe ovviamente assurdo. Più realisticamente, una parte consistente di queste persone finisce dentro quell’enorme area grigia del lavoro irregolare che attraversa agricoltura, logistica, edilizia, ristorazione, cura domestica e servizi. È difficile immaginare una rappresentazione più chiara dell’inefficacia di questo meccanismo. Eppure, nonostante ciò, il dibattito pubblico continua a descrivere i decreti flussi come uno strumento di “governo ordinato” delle migrazioni per lavoro. In realtà, il loro funzionamento concreto produce spesso l’effetto opposto: alimenta mercati paralleli della mobilità e dell’intermediazione, rafforza il potere di reti informali (e in non pochi casi criminali) e costringe migliaia di lavoratori a entrare in rapporti di dipendenza estrema. La radice di questa distorsione è nota da oltre vent’anni. Con la Bossi-Fini del 2002, il sistema d’ingresso per lavoro è stato costruito attorno a un presupposto sostanzialmente irrealistico: l’idea che domanda e offerta di lavoro possano incontrarsi a distanza, prima della mobilità, attraverso procedure amministrative centralizzate. Come se esistesse una sorta di ufficio di collocamento planetario capace di selezionare lavoratori all’estero sulla base dei bisogni immediati del mercato italiano. Ma il mercato del lavoro reale non funziona così. Da decenni la sociologia economica e delle migrazioni mostra che l’incontro tra domanda e offerta passa attraverso reti sociali, presenza territoriale, conoscenze informali, relazioni fiduciarie e percorsi di mobilità già avviati. Pretendere di governare questi processi ignorandone il funzionamento concreto significa produrre inevitabilmente disfunzioni, irregolarità e spazi di intermediazione opaca. Non prevedere canali realistici di ingresso per ricerca di lavoro significa infatti lasciare i lavoratori nelle mani di chi controlla concretamente l’accesso alla mobilità: intermediari, caporali, agenzie informali, reti criminali e datori di lavoro disposti a monetizzare il bisogno di documenti e regolarità. È esattamente ciò che emerge anche dall’inchiesta di Potenza, dove le pratiche legate ai decreti flussi diventavano parte integrante di una filiera transnazionale dello sfruttamento. Per anni la politica italiana ha dichiarato di voler combattere la “clandestinità”, senza però interrogarsi sul fatto che è proprio la struttura normativa vigente a produrre sistematicamente condizioni di irregolarità. I decreti flussi hanno finito così per funzionare non come uno strumento di programmazione degli ingressi, ma come una sorta di sanatoria “mascherata”, incapace persino di regolarizzare in modo stabile lavoratori già inseriti nel sistema economico italiano. Continuare a riproporre questo modello significa ignorare ciò che la realtà mostra ormai con evidenza: quando si restringono i canali legali e realistici di ingresso, non si fermano le migrazioni né il fabbisogno di lavoro. Si rafforzano, piuttosto, i circuiti illegali che organizzano la mobilità, si ampliano le aree di ricattabilità sociale e si consolidano le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento estremo. Le alternative esistono, ma richiedono un cambio radicale di paradigma. Tra queste vi sarebbe almeno l’introduzione di un titolo di soggiorno per ricerca di lavoro, che consenta alle persone di entrare legalmente sul territorio senza dipendere immediatamente da un singolo datore di lavoro e senza essere costrette a indebitarsi con reti informali o criminali. Continuare invece a immaginare frontiere rigidamente chiuse e ingressi selezionati attraverso meccanismi amministrativi astratti significa, nei fatti, continuare ad alimentare proprio quel sistema di sfruttamento che periodicamente si dichiara di voler combattere. Finché il bisogno di mobilità continuerà a essere governato attraverso dispositivi irrealistici e repressivi, il risultato non sarà la fine delle migrazioni, ma l’espansione dei mercati dello sfruttamento che vivono proprio di quella vulnerabilità prodotta istituzionalmente. Antonio Ciniero, antonio.ciniero@unisalento.it   Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
Decreto Flussi: un sistema al collasso
AICHA BLASIOLI E ELENA MORELLI La campagna “Ero Straniero” ha pubblicato un nuovo report territoriale sugli esiti del Decreto Flussi nelle province italiane, con dati aggiornati a fine 2025 dove viene offerta una lettura per provincia del fenomeno: il quadro che emerge – per Roma in particolare – è allarmante. A livello nazionale il sistema mostra già crepe profonde: su circa 120.000 quote assegnate nel 2024, solo una domanda su dieci ha ottenuto un nulla osta e, alla fine, i permessi di soggiorno effettivamente richiesti si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. Una filiera che si spezza ben prima della conclusione della procedura e che, come già documentato nel dossier annuale di Ero Straniero, alimenta paradossalmente quel bacino di incertezza e invisibilità che la norma dovrebbe invece contrastare. Roma però è un caso a parte, anche in questo contesto già critico. Nel 2024 la Prefettura della Capitale ha gestito oltre 33.000 domande, tuttavia il numero di permessi di soggiorno effettivamente rilasciati dalla Questura – sulla base dell’attività prodromica svolta dalla Prefettura –  è di appena 85 permessi: meno del 2% delle quote assegnate. Basta un solo confronto per capire la portata del problema romano: Milano, con un numero di domande simile, nello stesso anno ha prodotto 940 permessi. Stessa procedura, stesso sistema normativo, undici volte il risultato.  Nel 2025 la situazione non è migliorata – anzi, il tasso di efficacia è sceso ulteriormente, attestandosi intorno allo 0,8%. Roma, purtroppo, non rappresenta un’eccezione ma un caso emblematico di una disfunzionalità più ampia, che conferma come la procedura prevista dai decreti flussi generi un forte disallineamento tra ingressi programmati e contratti di lavoro effettivi, producendo irregolarità e insoddisfazione sia per le imprese sia per i lavoratori stranieri.  Nel 2024 le cinque prefetture laziali – Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo – hanno ricevuto complessivamente quasi 70.000 domande, un volume enorme che il sistema non è stato in grado di reggere. A Frosinone – dove il report colloca l’Ufficio tra i peggiori d’Italia per efficienza – su oltre 8.000 domande i permessi di soggiorno completati sono stati 86. A Latina, che invece figura tra le prefetture relativamente più efficienti della regione, il percorso si è chiuso con successo per meno di un richiedente su dieci. Nel 2025 le istanze rigettate nel Lazio sono quasi quadruplicate rispetto all’anno precedente: un segnale che non indica un miglioramento della selezione, ma un sistema sempre più congestionato che scarica il proprio malfunzionamento sui lavoratori richiedenti, anche quando le carenze sono esclusivamente della Pubblica Amministrazione e anche quando il radicamento del lavoratore è ormai consolidato da una stabile e lunga permanenza sul territorio.  In questo contesto, le vulnerabilità strutturali già evidenziate nel dossier nazionale – a partire dalla natura dei controlli sul datore di lavoro, che avvengono solo ex post, a distanza di anni dall’effettivo ‘ingresso del lavoratore in Italia – trovano terreno ancora più fertile. Casi come quello del Sig. M., in cui la promessa di un impiego inesistente è diventata merce di scambio per migliaia di euro, non sono episodi isolati ma il prodotto prevedibile di un sistema che non verifica in anticipo. In questo contesto, il funzionamento concreto della procedura finisce per produrre un effetto distorsivo: eventuali carenze imputabili al datore di lavoro – quali, ad esempio, la mancanza di asseverazione – così come i ritardi riconducibili esclusivamente alla Pubblica Amministrazione – dalla convocazione per la sottoscrizione del contratto di soggiorno, fino al rilascio stesso del permesso – ricadono interamente sul lavoratore. Ne deriva che anche soggetti presenti in Italia da anni, e che hanno sempre osservato le prescrizioni normative, svolgendo regolare attività lavorativa, si trovano improvvisamente esposti a una condizione di precarietà e vulnerabilità rispetto alla regolarità del soggiorno, senza che tale situazione sia riconducibile a una loro condotta. NON È SOLO UN PROBLEMA DI CARICO DI LAVORO Su questo punto il report è esplicito: la disomogeneità dei risultati non è riconducibile soltanto alla quantità di domande gestite. Analizzando gli uffici con carichi di lavoro comparabili, emergono divari che non trovano giustificazione nel volume delle pratiche. Prefetture come Lecce, Milano e Brescia dimostrano che è possibile gestire grandi numeri con esiti quantomeno più soddisfacenti. Roma e Frosinone, invece, restano agli ultimi posti indipendentemente da questa variabile. Siamo davanti a una forte disomogeneità amministrativa tra uffici della stessa pubblica amministrazione dove la riuscita di una procedura di ingresso dipende, in misura determinante, dalla provincia in cui viene presentata la domanda. Una vera e propria “lotteria amministrativa” che penalizza sistematicamente i lavoratori e i datori di lavoro romani e laziali. UNA CONFERMA GIUDIZIARIA GIÀ AGLI ATTI Non si tratta più solo di lamentele, ma di una verità giudiziaria: la gestione della Prefettura di Roma è ufficialmente fallimentare. Già con la sentenza n. 1596 del 24 febbraio 2025, il Consiglio di Stato ha accertato in via definitiva l’inerzia della Pubblica Amministrazione in merito alla gestione della regolarizzazione dei lavoratori stranieri 2020, trascinata per oltre quattro anni tra ritardi inaccettabili e inefficienze strutturali. Il paradosso emerge con forza analizzando le memorie difensive dell’amministrazione stessa in tutte le procedure dove si lamenta il silenzio-inadempimento dell’Amministrazione. La maggioranza dei casi infatti, incontra un, ormai ordinario, stallo procedimentale tra l’ingresso del lavoratore e la convocazione presso i locali della Prefettura per la sottoscrizione del contratto di soggiorno: attività assolutamente imprescindibile ai fini del rilascio del permesso di soggiorno finale da parte della Questura. In questi casi – in cui la Prefettura non procede alla convocazione né emette un provvedimento negativo –  la stessa Amministrazione ha tentato di giustificare tali abnormi ritardi citando numeri che, anziché scagionarla, confermano una paralisi operativa cronica.  In particolare rileva che: * nell’anno 2021 rispetto alle 1.704 domande scrutinate, sono stati confermati solo 709 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 39% delle 1.793 quote assegnate; * nell’anno 2022 rispetto alle 5.118 domande scrutinate, sono stati confermati solo 392 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 7,7 % delle 5.086 quote assegnate; * nell’anno 2023 rispetto alle 6.141 domande scrutinate, sono stati confermati solo 409 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 8.9 % delle 4.563 quote assegnate; Tutto questo non fa che confermare una situazione disastrosa, un’inefficienza sistematica ed un’assoluta inadeguatezza dell’ufficio che ricade interamente sui lavoratori. Le ricadute di questo fallimento non sono astratte. Chi, nonostante l’inaccessibilità intrinseca della procedura tramite “click day”, riesce a presentare domanda di ingresso per lavoro da Roma o da Frosinone, si trova statisticamente in una condizione di quasi-impossibilità di completare la procedura, a parità di requisiti rispetto a chi presenta la medesima domanda da Verona o Milano. Questa asimmetria produce irregolarità non per scelta dei lavoratori, ma per incapacità strutturale delle istituzioni. I dati impongono una risposta che sia all’altezza della gravità della situazione. Da un lato, una procedura di ingresso già segnata, sin dalla fase iniziale del “click day”, da evidenti profili di aleatorietà, richiede di per sé un intervento di riforma.  Ma a maggior ragione, a fronte di una conclamata inefficienza della procedura non può essere normalizzato un tempo di attesa  di tre anni, all’esito del quale, per altro, spesso interviene una revoca del nullaosta in luogo dell’auspicato – e prospettato – permesso di soggiorno. Appare evidente allora che non basti  aumentare le quote: occorre intervenire con urgenza sulle strutture che non riescono ad elaborarle. Questo significa dotare le Prefetture del Lazio – e in primo luogo Roma – di risorse umane e strumenti adeguati, introdurre sistemi di monitoraggio territoriale degli esiti, e semplificare un’architettura procedurale che oggi genera dispersione a ogni passaggio. VERSO UN SUPERAMENTO DELLE “ZONE GRIGIE” Per superare l’empasse determinato dagli anni di accumulato ritardo amministrativo, appare necessario un intervento straordinario, sul modello della Circolare del Ministero dell’Interno adottata nel 2007, che intervenga al fine di sbloccare le pratiche arretrate e fornire indicazioni operative più flessibili alle Prefetture. Guardando al futuro, però, emerge con chiarezza l’improcrastinabile esigenza di superare definitivamente la lunga e travagliata stagione dei decreti flussi. Di particolare interesse sono le soluzioni proposte nel dossier per riformare il sistema con l’obiettivo di renderlo più flessibile e capace di rispondere realmente alle esigenze del mercato e dei lavoratori stranieri, tutelando così tutte le parti coinvolte. In questa prospettiva, si immaginano nuovi canali che superino i limiti del decreto flussi: da un lato, la possibilità per i datori di lavoro di assumere direttamente dall’estero senza vincoli di quote o finestre temporali; dall’altro, l’introduzione di permessi per la ricerca di lavoro, sia con il supporto di uno sponsor sia su iniziativa diretta del lavoratore, con garanzie economiche e possibilità di conversione in permesso per lavoro. Nello specifico, l’introduzione dell’assunzione diretta “a chiamata” extra-quota e di un canale di regolarizzazione permanente tramite contratto di lavoro potrebbero rappresentare la svolta necessaria per illuminare il “territorio grigio” dei flussi: * L’assunzione a chiamata eliminerebbe alla radice le criticità legate alle quote e alle zone d’ombra procedurali, riducendo lo spazio di manovra per le manipolazioni al sistema. * Il canale di regolarizzazione fornirebbe uno strumento di emersione a posteriori in caso di anomalie, garantendo una via d’uscita legale e funzionale. In alternativa un ulteriore strumento utile, se potenziato, potrebbe essere quello contenuto nell’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98), che ad oggi consente l’ingresso di lavoratori in qualsiasi momento dell’anno e senza vincoli di quote. Accanto a questi strumenti, viene sottolineata l’importanza di regolarizzare le persone già presenti in Italia ma senza documenti, attraverso meccanismi stabili come si sta facendo, e con successo, in Spagna, riconoscendo il radicamento sociale di chi vive e partecipa da tempo alla vita del Paese. Nel complesso, l’obiettivo è costruire un sistema più accessibile e realistico, capace di ridurre precarietà, irregolarità e sfruttamento, a vantaggio dei lavoratori e delle aziende. L’IMPATTO SUL SISTEMA DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE Infine, va considerato un effetto collaterale critico e di non poco conto sul piano complessivo: attualmente, in assenza di percorsi alternativi, chi vede fallire la propria procedura di ingresso per lavoro è spesso indotto a presentare domanda di Protezione Internazionale – la c.d. domanda di asilo – come unico strumento per evitare l’espulsione dal territorio italiano. Nonostante le restrizioni introdotte dal D. L. 20/2023 (c.d. Decreto “Piantedosi”) in materia di protezione speciale, la domanda di protezione internazionale rimane spesso l’unica via per tentare di riabilitare il proprio status giuridico. Ciò si traduce in uno svuotamento di senso dell’istituto della Protezione Internazionale e un carico di lavoro insostenibile per le Pubbliche Amministrazioni che si occupano della valutazione delle domande, anch’esse già sull’orlo del collasso. Proprio in assenza di strumenti alternativi adeguati, la domanda di asilo finisce per assumere, in modo improprio, la funzione di unico ammortizzatore sociale e giuridico per diverse categorie di persone. Tra queste rientrano anche i lavoratori entrati regolarmente tramite la procedura dei “flussi”, ma successivamente precipitati – per cause, come si è visto, a loro non imputabili – in una condizione di sostanziale irregolarità. Si tratta, dunque, nella maggior parte dei casi, di istanze fortemente connotate da esigenze di natura economica, che vengono a collocarsi all’interno di un sistema concepito, invece, per dare risposta a situazioni di bisogno di protezione internazionale. È necessario un radicale cambio di paradigma che sposti l’accento sulla trasparenza delle verifiche preventive e sulla flessibilità dei canali di accesso. Una riforma efficace non può prescindere dalla previsione di ulteriori e più agili strumenti di ingresso, nonché da meccanismi alternativi di regolarizzazione dei richiedenti.  Solo attraverso il potenziamento di questi canali legali e di stabilizzazione sarà possibile sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto dell’illegalità, garantendo al contempo efficienza a una Pubblica Amministrazione oggi congestionata. La gestione dei flussi deve smettere di essere un terreno di emergenza per diventare una politica economica e sociale di lungo respiro.
Gli ingressi fuori quota
IRENE PAVLIDI E GENNARO SANTORO In Italia, le aziende hanno un’alta necessità di manodopera da impiegare prevalentemente nei settori in cui è più difficile trovare lavoratori italiani, pertanto sono disponibili ad assumere personale di origine straniera anche avvalendosi di una forma di reclutamento basta su reti informali di conoscenze, magari rivolgendosi proprio al fidato lavoratore bengalese o marocchino che da anni lavora alle sue dipendenze. A sua volta, quel lavoratore o quella lavoratrice sarebbe entusiasta di poter dare un’opportunità ad un fratello o al cugino rimasto in Patria.  Tale fenomeno si chiama catena micro-migratoria ed è un metodo che ad oggi risulta efficace per le aziende in difficoltà. Come è ormai noto, e come più volte dimostrato dalla Campagna Ero Straniero per i lavoratori stranieri non esiste una semplice equazione lineare tra domanda e offerta di lavoro, bensì un sistema complesso segnato da discrepanze strutturali e barriere burocratiche che coinvolgono Ministeri, Amministrazione Pubblica, Agenzie, Professionisti, a volte Intermediari riconosciuti e no. Il mercato del lavoro per i cittadini extra-UE è fortemente influenzato, dunque, da decreti, necessità di permessi di soggiorno e altre difficoltà legate al solo fatto che il/la lavoratore/lavoratrice sono stranieri e non vivono già regolarmente in Italia. La gestione di una situazione lavorativa tanto complessa per i cittadini stranieri si rivela, nella maggior parte dei casi, estremamente ardua anche per avvocati esperti e operatori legali. Spesso, infatti, si trovano nell’impossibilità di garantire gli esiti auspicati, costretti ad ammettere che tutto può dipendere, di fatto, da un semplice “click”, da cui finisce per dipendere non solo una pratica, ma il destino stesso del lavoratore o della lavoratrice.  Ciò premesso, vogliamo rappresentare come, nel corso degli ultimi 3 anni, attraverso tentativi più o meno efficaci, il Governo e tutti gli Attori (pubblici e privati) coinvolti in questo complesso percorso, stiano tentando di superare il fallimentare sistema degli ingressi tramite il sistema delle quote e del click-day.  Con l’introduzione della Legge 50/2023 l’Italia ha dato nuovo slancio a uno strumento innovativo, previsto dall’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98). Sono i c.d. i “corridoi lavorativi” e rappresentano una concreta svolta nelle politiche migratorie, poiché consentono l’ingresso regolare di lavoratori e lavoratrici stranieri “fuori quota” all’esito di un breve periodo di formazione nel paese di residenza. Questi ingressi al di fuori dei limiti numerici imposti annualmente dal tradizionale Decreto Flussi, possono essere attivati in qualsiasi momento dell’anno, consentendo al datore di lavoro di poter programmare l’assunzione e l’inserimento lavorativo delle risorse necessarie (per di più formate) e senza vincoli temporali e numerici. MA COME FUNZIONA IL MODELLO “FORMA E ASSUMI”?  Il cuore di questo sistema è il modello train-to-hire: attraverso percorsi strutturati di selezione e formazione che avvengono direttamente nei Paesi di origine (prima della partenza), i candidati acquisiscono le competenze necessarie per inserirsi immediatamente nel mercato del lavoro italiano. L’idoneità viene valutata attentamente in base alle qualifiche e all’esperienza professionale di ciascun individuo. Questo approccio offre una soluzione concreta a un duplice problema: da un lato le aziende italiane possono ridurre il divario tra domanda e offerta di lavoro, fornendo manodopera qualificata in quei settori produttivi chiave che oggi soffrono di una grave carenza di personale; dall’altro per i lavoratori e le lavoratrici stranieri è possibile garantire un arrivo in Italia sicuro e basato su un’offerta di lavoro reale e verificata. UN’ALTERNATIVA SICURA ALLE MIGRAZIONI IRREGOLARI A differenza delle rotte migratorie irregolari, i corridoi lavorativi creano percorsi legali e trasparenti. Questo sistema non solo azzera i rischi legati ai viaggi illegali, ma previene alla radice il fenomeno dello sfruttamento lavorativo, tutelando i diritti e la dignità delle persone. I corridoi lavorativi non si limitano alla sola migrazione economica standard.  Infatti questi programmi di mobilità possono essere adattati per facilitare l’ingresso di categorie vulnerabili, come i rifugiati politici che risiedono in un Paese terzo ospitante oppure persone sfollate che vogliono emigrare nel nostro Paese. In questo modo, il sistema risponde non solo alle esigenze economiche nazionali, ma anche a fondamentali necessità di protezione internazionale, permettendo ai rifugiati di ricostruirsi una vita grazie alle proprie competenze professionali. IL QUADRO NORMATIVO In linea generale l’ingresso di cittadini extra UE formati all’estero è disciplinato dall’art. 23 del D.Lgs 286/1998 (Testo Unico Immigrazione) che regola “Corsi di istruzione e formazione professionale nei Paesi di origine”. È stato modificato dal Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (“Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare”, poi convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50. Secondo questa norma, gli stranieri che hanno completato appositi programmi di istruzione e formazione professionale nei Paesi di origine possono fare ingresso in Italia, per motivi di lavoro subordinato, al di fuori delle quote stabilite dall’art.3, comma 4, del TUI. Questi ingressi così specificamente regolamentati, si possono attuare nell’ambito di programmi approvati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dal Ministero dell’istruzione e del Merito o dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso la realizzazione di attività di istruzione e formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi di origine o residenza, anche in collaborazione con Regioni, Province Autonome e altri Enti Locali, Organizzazioni nazionali degli imprenditori e datori di lavoro e dei lavoratori, nonché organismi internazionali finalizzati al trasferimento dei lavoratori stranieri in Italia ed al loro inserimento nei settori produttivi del Paese, enti ed associazioni operanti nel settore dell’immigrazione da almeno tre anni. Le modalità di predisposizione e i criteri di valutazione di tali programmi sono state definite tramite l’adozione di apposite Linee guida da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 1. Le Linee Guida definiscono la platea di soggetti che possono promuovere i programmi di formazione, da soli o in partenariato, prevedendo premialità per il coinvolgimento delle Parti Sociali e dei Centri Provinciali di Istruzione degli Adulti. Indicano, inoltre, i contenuti essenziali della formazione, che non sarà solo settoriale, ma dovrà prevedere necessariamente anche l’insegnamento della lingua italiana, elementi di educazione civica, nozioni in materia di lavoro e diritti dei lavoratori ed elementi di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. I programmi vengono valutati in base ai requisiti dei proponenti, alla rilevanza dei percorsi rispetto alla domanda di lavoro e all’organizzazione delle attività, non ultimo in linea con le politiche di cooperazione e sviluppo del Paese (vedi Piano Mattei per l’Africa in primis). Le attività sono realizzate in raccordo con le autorità locali, il che è fondamentale per non “calare” dall’alto progetti formativi efficaci, prestando attenzione alla vocazione produttiva dei territori coinvolti. Questo aspetto è davvero rilevante anche in un’ottica circolare dell’utilizzo delle risorse. Infatti se quei candidati che hanno preso parte ai programmi di formazione, dopo un periodo di lavoro in Italia o all’esito del percorso formativo, decidono di restare nel paese di residenza, queste risorse saranno in ogni caso utili a creare sviluppo e nuove opportunità. COME SI ATTIVANO I CORRIDOI LAVORATIVI?  I soggetti proponenti 2 devono inviare al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (programmi.art23@pec.lavoro.gov.it) il programma di formazione professionale e civico-linguistica, che sarà esaminato da una Commissione interministeriale di valutazione convocata periodicamente dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione.  I programmi devono necessariamente prevedere: * la formazione linguistica per il raggiungimento almeno del livello A1  * la formazione professionale, che dovrà includere nozioni in materia di lavoro e diritti dei lavoratori, elementi di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, lessico di settore e sessioni di orientamento al lavoro per il potenziamento delle competenze trasversali e il supporto alla ricerca attiva del lavoro. La formazione può essere in parte erogata con l’utilizzo combinato di metodologie didattiche differenti, tra le quali la formazione a distanza – FAD, sebbene la modalità predominante debba essere quella in presenza. PROGRAMMAZIONE DEGLI INGRESSI I partecipanti che hanno completato con successo il percorso formativo (professionale e civico linguistico) possono finalmente entrare e lavorare in Italia.  L’azienda interessata all’assunzione del personale formato invia attraverso l’apposito Portale ministeriale 3 la richiesta di rilascio del nulla osta all’ingresso del candidato o candidata ai fini dell’assunzione.  I cittadini e le cittadine stranieri – residenti all’estero – ma anche apolidi o rifugiati riconosciuti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati o dalle Autorità competenti nei Paesi di primo asilo o di transito – potranno dunque fare ingresso e soggiornare in Italia per lavoro subordinato in maniera regolare e programmata, grazie alla richiesta nominativa presentata dall’impresa.  Come già evidenziato, per assumere un lavoratore o una lavoratrice che ha frequentato all’estero un programma di formazione professionale e civico-linguistica autorizzato dal MLPS, il datore di lavoro può inviare in qualunque momento dell’anno una richiesta nominativa allo Sportello Unico per l’Immigrazione, competente per il luogo in cui il candidato/a verrà a svolgere attività lavorativa.  Gli ingressi dei formati all’estero, pur avvenendo al di fuori delle quote, seguono in ogni caso le procedure previste dall’art. 22 del D.lg. n. 286/98 (T.U.I.), ma non è necessario procedere alla preventiva verifica di indisponibilità presso i Centri per l’Impiego di lavoratori presenti sul territorio nazionale. SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE Inoltre, trascorsi 30 giorni dall’invio delle domande di nulla osta al lavoro senza che siano emerse le ragioni ostative, il nulla osta viene rilasciato automaticamente ed inviato – in via telematica – alle Rappresentanze diplomatiche italiane dei Paesi di residenza del lavoratore, che – a loro volta – dovranno rilasciare il visto di ingresso entro trenta giorni dalla relativa domanda presentata dal cittadino straniero. Per i lavoratori formati all’estero è necessario che la domanda di visto venga presentata entro 6 mesi dal termine del corso. Il decreto-legge n. 146/2025, convertito con la legge n. 179/2025, ha prolungato in via sperimentale fino al 31 dicembre 2027, a 12 mesi il tempo utile, dopo la fine del corso, per chiedere il visto d’ingresso. È stato, inoltre, escluso, per questi lavoratori, l’applicazione della procedura che richiede la conferma da parte del datore di lavoro della volontà di procedere all’assunzione prima che il visto venga rilasciato 4. Una volta ottenuto il visto, il lavoratore potrà entrare in Italia. Il datore di lavoro verrà avvisato dell’avvenuto rilascio del nulla osta mediante apposita comunicazione che riceverà all’indirizzo di posta elettronica indicato e potrà scaricare direttamente il nulla osta accedendo al Portale Servizi. L’eventuale accertamento successivo di elementi ostativi riscontrati dalla Questura e/o nell’ambito delle verifiche a campione condotte dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro comporterà la revoca del nulla osta e del visto, la risoluzione di diritto del contratto di soggiorno, nonché la revoca del permesso di soggiorno. Nelle more della sottoscrizione del contratto di soggiorno, il nulla osta consente lo svolgimento dell’attività lavorativa. In ogni caso per la regolare assunzione del lavoratore è sempre richiesto il rispetto degli obblighi di comunicazione obbligatoria di assunzione agli enti competenti (Mod. UNILAV) da parte del datore di lavoro. Al lavoratore sarà così rilasciato un permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato. CONCLUSIONI C’è grande fermento sul tema dei c.d. “corridoi lavorativi” e sono oltre 90 i progetti approvati dalla Commissione interministeriale per un totale di 3.567 persone che hanno aderito ai programmi di formazione nel paese di residenza e 2.578 persone che hanno fatto concluso il percorso formativo e che sono pronte ad essere impiegate in Italia. Nell’attesa di una riforma organica della materia, i “corridoi lavorativi” rappresentano una grande occasione per superare e sostituire il fallimentare sistema dei decreti flussi e la lotteria dei click-day. Perché ciò avvenga è necessario un coinvolgimento maggiore degli attori sociali: non solo delle associazioni datoriali, ma anche di quelle dei lavoratori e delle lavoratrici e del terzo settore; non solo delle istituzioni nazionali ma anche e soprattutto di quelle locali.  L’esperienza di Torino, dove è stato istituito un protocollo territoriale per l’attuazione dei Corridoi Lavorativi per i Rifugiati, rappresenta un modello che già ora si sta replicando a Milano. Attiva Diritti e questa rubrica intendono favorire questo processo perché convinti che il lavoro sia uno strumento di integrazione e di coesione sociale. Crediamo che il lavoro, come riconosciuto dalla Costituzione italiana, sia uno strumento fondamentale di integrazione e dignità. E crediamo che un sistema che produce irregolarità invece di prevenirla non sia solo ingiusto, ma anche inefficiente per l’economia e per le istituzioni. In questa prospettiva, il lavoro viene considerato non soltanto quale fattore economico, ma quale elemento centrale nei processi di integrazione sociale e giuridica, in coerenza con i principi costituzionali. Con misure strutturali che ampliano i canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno, il governo spagnolo sta dimostrando che è possibile – e conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come una risorsa. Nel nostro piccolo, come Attiva Diritti, non vogliamo soltanto contribuire – con questa rubrica – ad un dibattito non propagandistico sulle migrazioni, ma intervenire in concreto per lo sviluppo e la diffusione di strumenti più coerenti, efficaci e rispettosi dei diritti fondamentali, superando la logica degli interventi emergenziali e favorendo l’emersione di soluzioni strutturali. Ci mettiamo quindi a disposizione delle associazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, delle associazioni datoriali, del terzo settore, degli enti locali e di tutti gli attori e le attrici che vogliono contribuire allo sviluppo di progetti ex art 23 TUI per dimostrare che il superamento dei fallimentari click-day è già possibile da subito.  * Per informazioni: attivadiritti@gmail.com  1. Linee guida sui programmi per i corridoi formativi. ↩︎ 2. Sotto il profilo istituzionale e territoriale, l’iniziativa può essere promossa da Regioni, Province autonome, enti locali (comprese le loro unioni, consorzi e articolazioni dotate di autonomia organizzativa e finanziaria), nonché da organizzazioni internazionali e intergovernative. Un ruolo centrale è altresì riconosciuto alle parti sociali, essendo ammesse le organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Per quanto concerne il comparto educativo e delle politiche attive del lavoro, la legittimazione si estende al mondo accademico e scolastico (Università, istituti di ricerca, ITS Academy e Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti – CPIA), agli operatori pubblici e privati accreditati per i servizi al lavoro (ex D.lgs. 276/2003 e 150/2015), e agli organismi accreditati a livello regionale per la formazione professionale. Infine, il legislatore ha inteso valorizzare il contributo del privato sociale: possono infatti farsi promotori dei progetti anche gli Enti del Terzo Settore regolarmente iscritti al RUNTS, le organizzazioni della società civile registrate presso l’Agenzia per la Cooperazione Italiana, e gli enti o associazioni specificamente iscritti al registro per le attività a favore degli immigrati. ↩︎ 3. Questo è il collegamento al Portale ministeriale attraverso cui vanno caricate le richieste dell’impresa: https://portaleservizi.dlci.interno.it/AliSportello/ali/home.htm. La richiesta di nulla osta va compilata utilizzando il modello  LFE  “Conversioni fuori quota e progetti speciali” (Qui una guida illustrata). All’invio del modulo, il Portale Servizi, collegandosi con il sistema SILEN del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, verifica se il nominativo del lavoratore è presente negli elenchi dei programmi di formazione approvati. ↩︎ 4. Questo ulteriore step è stato inserito per le ordinarie procedure del rilascio del Nulla osta nell’ambito del decreto flussi con D.L. 145/2024. ↩︎