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Chioggia, a scuola si canta “Di là dall’acqua” tra educazione e revisionismo della destra
Le alunne e gli alunni di una secondaria di primo grado di Chioggia, in Veneto, cantano una canzone dalle note melanconiche, Di là dall’acqua, il 10 febbraio (clicca qui per la notizia). Nel 1947, in quei giorni, iniziava l’esodo delle popolazioni di lingua italiana dalla Dalmazia. Finita la guerra, si ridisegnavano i confini fra vinti e vincitori, tracce, linee sulle mappe che sempre hanno prodotto drammi umani e ferite mai chiuse. La storia delle zone a ridosso dell’ex Jugoslavia è assai più complessa di come la propone nuovamente la destra al Governo da qualche anno, con alcune complicità della sinistra che vuol essere equanime, politicamente corretta, fino alla scorrettezza storica. Sappiamo infatti, grazie a chi la storia la fa sulle fonti (come ad esempio lo storico Eric Gobetti) e non con la propaganda, cosa patirono le popolazioni di quelle terre durante il fascismo, grazie alla sua opera di rieducazione italiota e all’istruzione balilla impartita nelle scuole.   La Compagnia dell’Anello, di cui ho dovuto cercare notizie perché sinceramente l’avevo relegata fra le nebbie fasciste e leghiste dell’operoso Veneto, è un gruppo musicale di estrema destra che – nato alla fine dei Settanta – scrisse un pezzo anche su Ian Palach, lo studente che si diede fuoco nel 1969 a Praga, davanti ai tank sovietici. Altra storia, di cui i gruppi di destra si sono impossessati. Oggi il gruppo sembra aver ritrovato un nuovo lancio grazie alle manovre guerriere e patriottiche del Ministero dell’Istruzione e del Merito, dei ministeri della Difesa e degli Interni e alla stupidità degli/delle insegnanti che ripropongono in suoi brani. La Patria, la difesa dei confini nazionali, lo spirito guerriero fatto di obbedienza, di tenacia, di resilienza, e altre virtù soft, stanno avvelenando con tenace mitridatismo le scuole italiane. Così una suadente voce alla De Andrè racconta come l’acqua alla confluenza del Po con l’Adriatico portò in salvo i profughi istriani. Come da balletto abituale, la FLC CGIL chiede un’ispezione al Ministro Giuseppe Valditara che, sicuramente, manderà controllori tipo quelli inviati alle scuole che si sono attivate per la Palestina (clicca qui per leggere delle ispezioni). Chissà come se la caveranno, visto che si tratta di un bel caso di schizofrenia istituzionale, di doppio vincolo psichiatrico. Il sindaco Mauro Armelao, lista civica nata fra leghisti e forzaitalioti, difende la libertà di espressione, quella che nel periodo fascista si manteneva a litri di olio di ricino. Due note in conclusione. La scuola è intitolata a Galileo Galilei, che saggiò la protervia ottusa della chiesa del suo tempo, e dovette piegarsi alla sofisticata diplomazia di un cardinal Bellarmino, alla sua teoria del dubbio con cui trasse di impaccio il papato ma non lo scienziato dall’abiura e Giordano Bruno dal rogo. Ma oggi a scuola queste cosette di poco conto non si insegnano agli studenti, il MIM prescrive che si badi all’essenziale della storia patria, ai Romani, all’Impero e avanti con le otto competenze europee assai più utili nell’attuale momento economico-sociale. Altro, a latere, mi viene alla mente a proposito di acque, solcate per il gusto curioso di odisseo, per necessità, per commerci, per seppellire senza ricordo i nuovi profughi. Penso al film di Patricio Gúzman, El bóton de nácar (2015) distribuito in Italia con il titolo “La memoria dell’acqua“, docufilm sul Cile di Pinochet. In quegli anni l’Oceano riceveva i corpi degli avversari del regime, legati in stato di semicoscienza a pesanti pezzi di binario. E l’acqua, lambendo le coste, portava a riva bottoni di avorio delle giacche, scarpe, sciarpe. Forse, cosette così andrebbero fatte vedere ai nostri alunni e alle nostre alunne. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma, dispiegamento di mezzi militari in stazione: dissuasione e/o deterrenza?
Ieri, sabato 21 febbraio, in Piazza dei Cinquecento (Stazione Termini di Roma), già massacrata dai bandoni dei lavori di restauro (corrono i soldi del PNRR, si rinnovano gli appalti e si manovrano le “mazzette”) sostavano i Felini Militari fino all’incrocio con via Giolitti. I passanti spesso si arrestavano nel fiume ininterrotto della folla abituale, e fioccavano i commenti: “Ma che succede, che so’ ‘sti cosi?” “Papà sono carrarmati di guerra?” “Ah sordato, sei granne e grosso perché non vai a lavorà?” (azzarda una signora di corsa, il soldato sorride imbarazzato). Mi avvicino ad altri due militari, che dal viso sembrano adolescenti, e chiedo con finta ingenuità se è successo qualcosa che giustifica tale dispiegamento. “Signora, ma non lo sa? Siamo di Strade Sicure!” Ribatto che la loro presenza mi inquieta, molto più del tizio che osserva con interesse il mio zainetto. Si stringe nelle spalle. Sì, credo che ci sia solo da abituarsi all’obbedienza, al rispetto per la divisa, alla paura scambiata per protezione. Mentre siamo in attesa che scatti anche il bavaglio alla magistratura, purtroppo ultimo baluardo della democrazia, nell’assenza della politica.    Come si evince dai siti dell’esercito e delle sue riviste, dal 2024 l’operazione Strade Sicure ci protegge dalla delinquenza, comune e politica (clicca qui per i riferimenti e anche qui). Il passo, secondo Carlo Nordio eMatteo Piantedosi, è brevissimo, siamo tutti potenziali rei, se transitiamo per strada senza fare shopping o se sostiamo in una piazza per manifestarci, come prevede la costituzione. Chi vive in un quartiere di Roma, classificato da ordinanza prefettizia come Zona Rossa, ad alto rischio di turbolenze di ogni tipo, deve convivere con le gazzelle agli angoli delle strade, osservare il fermo per controlli a ogni persona leggermente colorata. Ma da due anni, anche grazie alla continua approvazione di decreti securitari, l’attività di prevenzione (?) del crimine si è intensificata con la presenza massiccia dell’esercito. Del resto, qualche tempo fa, su Il Fatto Quotidiano, apparivano lettere inviate dalle organizzazioni sindacali dei poliziotti al Ministro (clicca qui), in cui si lamentava la mancanza di uomini e mezzi. Non era chiaro, almeno a me, se chiedevano una maggior efficienza per una maggiore efficacia contro i manifestanti (il caso di Askatasuna, a Torino), o se, come dovrebbe accadere in uno stato democratico, per consentire pacifiche manifestazioni e per garantire operazioni di polizia non in stato di guerra. Insomma, né il Cile di Pinochet, né l’Argentina di Videla. Comunque sia, se fino a un paio di anni fa si vedevano le bianche tendostrutture, le camionette, le transenne contenitive di fronte ai ministeri o alle abitazioni di persone esposte, oggi la “deterrenza” è affidata ai Puma 4×4 o 6×6, pensati per azioni a “bassa intensità”. Dunque, non si alzano le torrette per sparare sulla folla e non si schiacciano i ladruncoli sotto le ruote? No, più subdolamente ci aiutano ad abituarci alla presenza aggressiva di questi mezzi nel normale traffico urbano. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Napoli e Roma: “cultura della sicurezza” con le Forze Armate negli Istituti Comprensivi di periferia
Gli Istituti Comprensivi (IC), filiera di scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, nascono e si consolidano sul territorio nazionale dal 1994 al 1998. Sono gli anni della grande glaciazione per la scuola italiana. La sinistra e la destra si danno la mano. La riforma della Pubblica Amministrazione nella logica meritocratica, l’istituzione della Dirigenza Scolastica portano in grembo l’autonomia degli istituti scolastici e la valutazione standardizzata, molto ben agganciate fra loro. Insomma, per una breve nota in ricordo: primo governo Berlusconi, interregno di frenetico riformismo di Berlinguer, il colpo di mano del secondo premierato berlusconiano, via aperta alle signore ministre Moratti e Gelmini, del cui passaggio ancora abbiamo le ferite. Nel solito paradosso ipocrita dei governi succitati, gli IC nascono con lo scopo di venir incontro alle esigenze delle piccole comunità montane e valligiane che caratterizzano l’estesa provincia italiana, ancora fitta di paesini e contrade. Se anche wikipedia non mente (la storia veramente si può proficuamente ricavare dalla letteratura pubblicata sull’argomento, ma tant’è , andiamo veloci), leggiamo che gli IC passano attraverso tre fasi. La prima di accorpamento in sollievo delle scolaresche che vivono lontane dalle scuole, anche se quella elementare esiste dovunque, magari come pluriclasse, a mancare sono nidi, materne e medie, usando le vecchie denominazioni. La seconda di consolidamento sperimentale (sono migliaia le sperimentazioni messe su dal dopoguerra: non una con restituzione e rilancio delle ipotesi…), ovvero come costruire curricoli longitudinali 3/14 anni, cercando di far uscire dalla sua storica sofferenza di ancella la scuola media, presa fra l’incudine dei fondamenti elementari (leggere, scrivere e far di conto) e il martello del disciplinarismo delle superiori. La terza, e siamo all’oggi, è quella dei feroci dimensionamenti, degli accorpamenti che non tengono in conto nessuna distanza ma solo i numeri: bisogna fare 600 anime infantili per avere diritto a un IC. E se non è in prossimità dei luoghi di vita, pazienza, il dialogo con il territorio si farà un po’ di retorica (“l’autonomia lega la scuola alle esigenze dei territori di insediamento degli istituti” recita la vulgata). Santa Maria della Carità non è una chiesa, ma un paese (comune dal 1980) dell’enorme hinterland della città metropolitana di Napoli. Anche se la zona di raccolta di pomodori, con relativi insediamenti di immigrati, avviene più a nord, verso Caserta, la piana vesuviana non gode di ottima stampa. Ma per non ferire l’orgoglio dei sammaritani, possiamo ricordare la loro vicinanza a Pompei, gli antichi Oschi e i Sanniti di cui forse restano vestigia anche nel piccolo comune. L’IC Eduardo de Filippo propone, nell’autorevole dettato della dirigente scolastica, due giornate di incontro con la Benemerita Arma dei Carabinieri, come ormai consuetudine, in sacrificio di due mattinate di lezioni curricolari. Non sappiamo se approvato nel Piano dell’Offerta Formativa, e dunque dagli organi collegiali, ossequia il Protocollo d’Intesa firmato dal MIM con l’Arma: ubi maior minor cessat. I contenuti sono i soliti nel formato, ormai stabilizzato in tutto il territorio nazionale, di Educazione alla Legalità. A parlare con insegnanti e genitori di bullismo, versione semplice (il Franti del libro Cuore, bullo primigenio) e versione cyber, a dialogare della pericolante legalità in Italia, uomini e donne in divisa. E chissà se qualcuno nella piana si sta occupando della legalità costituzionale lesa dalla proposta di controriforma delle carriere della magistratura e del loro organo di vigilanza (temi ostici, meglio dedicarsi ai pericoli della rete). Eduardo sorride storto (clicca qui per la circolare). IC Giuseppe Bagnera di Roma, quartiere Portuense. La scuola si trova fra Monteverde e San Paolo, utenza a retroterra sociale misto, come in molti quartieri nati come popolari, edifici anni Cinquanta e Sessanta, oggetto negli ultimi decenni a fenomeni di gentrificazione turistica. Anche qui, con ripetitività inquietante, una circolare della dirigenza propone incontri con la Polizia di Stato per bambini, insegnanti, personale amministrativo, sulle tematiche della sicurezza, della riduzione del rischio. Mentre il D.lgs. 81/2008 e le sue svariate successive integrazioni hanno istituito nel mondo del lavoro e nelle scuole l’obbligo alla sorveglianza, alla vigilanza sanitaria, a quella strutturale (gli edifici e i suoli di ubicazione), la figura dei responsabili in capo a tutti questi settori, qui i pericoli sono ancora i cattivi soggetti (clicca qui per la circolare). Il progetto, citato nella segnalazione inviata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è inserito nel curricolo di Educazione Civica, di cui, insieme al testo delle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo dell’Istruzione, rimandiamo: la radice del civismo e della democrazia sono da cercare in Occidente, fra Atene e Roma, magari passando per Gerusalemme (sic, nel testo delle nuove indicazioni). Sempre per allevare qualche speranza, forse ancora possibile in un tempo appiattito sul presente, la scuola organizza per gli alunni del terzo anno delle medie il concorso di eccellenza in matematica (con l’assegnazione di 5 borse di studio), in onore di Giuseppe Bagnera, scienziato e matematico degli inizi del Novecento, a cui è intitolata la scuola. Certo, sempre gare con vincitori e vinti, ma non vogliamo fare le pulci a tutto. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Repressione, caccia agli antagonisti e protezione delle Olimpiadi: le priorità dei media
Le segnalazioni che riceviamo quotidianamente all’Osservatorio contro la militarizzazione elle scuole e delle università riguardano la presenza, sotto varie forme, della cultura della guerra da introiettare nelle creature piccole e giovani. Si opera mediante forme invasive, violente (mostrare l’uso di mitragliette, far salire una bimba recalcitrante su un carrarmato, educare i corpi alla lotta nelle palestre, inscenare sparatorie per strada con bambini della scuola di infanzia), e soft, come le skills che educano alla cooperazione sotto le vesti dell’obbedienza, da apprendere mediante  conferenze e corsi informativi, ad esempio, intorno al bullismo, nelle versioni tradizionale e cyber, impartiti da poliziotti e carabinieri. Come abbiamo scritto più volte, queste pratiche sono tutt’uno con le politiche securitarie, con la repressione decretizia che le alimenta, le sostiene, le nutre. La repressione però cammina troppo lenta se non è largamente appoggiata, diffusa, dai media, dalla carta stampata, dai blog, dai programmi televisivi, dai servizi su youtube. Mario Giordano conduttore della trasmissione Fuori dal coro è un protagonista di questo gruppo di compiaciuti servitori del Ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi, che operano in un combinato congiunto di decreti, proposte di legge, ordinanze prefettizia. (https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/fuoridalcoro/attacco-alle-olimpiadi-chi-ferma-i-terroristi-dei-centri-sociali_F314086901020C01) Il servizio, andato in onda l’8 febbraio, dedicato alla violenza esercitata dai ragazzi dei centri sociali, a Roma, a Torino, a Milano, è emblematico. I violenti sono annidati in covi come l’Ex 51, Askatasuna, Ex Snia, SPINTime e da luoghi simili partono le incursioni contro le Olimpiadi, come è successo nella città meneghina. La giornalista che si infiltra fra i rivoltosi è sicuramente parte della servitù volontaria esercita da giovani freelance, cronisti precari e malpagati che farebbero l’impossibile per firmare un servizio, magari anche convinti della bontà di quel che dicono e scrivono. A Torino, come abbiamo scritto anche noi, lo stato di assedio, durato ore, in un intero quartiere, le scuole chiuse, le persone impedite a muoversi da casa, è servito per snidare alcuni occupanti di Askatasuna, che il Sindaco di Torino aveva dato in gestione con un contratto al centro, per poi – preso dal panico per la propria carriera – revocarlo. A Roma, nell’ Ex SNIA, da anni famiglie della zona  e gruppi ambientalisti si occupano di difendere un lago artificiale diventato, dopo anni di degrado, un insediamento naturalistico importante, in una città  soffocata dal  traffico, dallo smog, dal consumo del suolo.  Al palazzetto occupato da SPINTime si è svolto circa tre anni fa il nostro primo convegno come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, con centinaia di persone ad ascoltare accademici, giornalisti illustri, militanti. L’ex51 di Roma, situato nelle case già proprietà dell’Edilizia Residenziale Pubblica, è stato regolarmente dato in gestione da circa  30 anni a chi nel quartiere vuole riunirsi, discutere, organizzare corsi per cittadini non italiani, a cui fornire anche sostegno legale per le pratiche legate ai permessi di soggiorno. Dove sta il delitto? Semplice, accumunate le azioni  degli antagonisti dalla violazione dell’ordine costituitosi in forme sempre più anticostituzionali, il ragionamento cha anima il servizio di Giordano è che  non bisogna interferire con la macchina messa in modo dalle Olimpiadi, il giro di affari che le circonda, la giostra degli appalti che fanno gola alle organizzazioni mafiose che, lasciato il Sud, cercano, come ci indicavano amaramente Giovanni Falcone e Borsellino e Paolo Borsellino, il flusso dei soldi pubblici e privati. A vedere i servizi e le immagini pubblicate in blog e riviste di pericolosi sinistrorsi (noi, FanpageScanner, la rivista Altreconomia, ecc) è difficile dar ancora ragione a Pier Paolo Pasolini (personalmente non mi ha mai convinto) sui poliziotti figli di proletari e gli studenti delfini della classe media e di quella colta. In una cosa il ragionamento di Pasolini resta – ahimè – valido: oggi, mentre il lavoro manca o è di merda (Bullshit Jobs), è facile che a farsi orientare verso un lavoro in divisa – di qualsiasi arma- siano i giovani del nostro Sud.  Ultima annotazione su Roma. La mia zona, dove è ubicato l’ex51, è stata decretata Zona Rossa dal Prefetto e, come sappiamo, il provvedimento prevede controlli continui dei documenti ai passanti, soprattutto se dai tratti somatici non proprio WASP, presenza di gazzelle agli ingressi della metropolitana. A molti noi, che ci abitiamo, è proprio la sicurezza che ci viene a mancare per lasciare il posto a un diffuso senso di paura. E c’è altro ancora: sabato prossimo, in uno dei padiglioni dell’Ex Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà – zona Primavalle/Monte Mario, il Comitato Per il NO al referendum sulle carriere della magistratura e sul disfacimento del suo organo di tutela e disciplina, aveva chiesto e ottenuto uno spazio per la campagna referendaria, con la presenza della Giudice Silvia Albano e del costituzionalista Gaetano Azzariti. Marcia indietro del Direttore della ASL Roma 1, a cui appartengono i locali (beh, diciamo, per conto dei cittadini, pubblici dunque!) che ha negato oggi l’autorizzazione. Tutto si sposta frettolosamente verso un Centro Anziani di zona. CERCHIAMO DI NON AMMUTOLIRE, LA TENUTA DELLA DEMOCRAZIA SI FA OGNI GIORNO PIÙ DEBOLE E CON ESSA DIVENTA DIFFICILE LA STESSA VITA ASSOCIATA. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Educazione e iniziative dal mare: soft skills, inclusione e militarizzazione
Venezia, Riva San Biasio, Sestiere Castello: il veliero – nave scuola – Amerigo Vespucci all’ancora, mostra tutta la sua bellezza, lucido di legni, brillante di metalli, nel candore delle vele ancora dispiegate. La folla ammira dalle Fondamenta, i bambini e le bambine aspettano Capitan Uncino. Ancora Venezia, l’Arsenale: i turisti che varcano il suo trionfale ingresso governato dalle due torri, vedono l’enorme invaso protetto dalla lunga corona di mura merlate, guardano con meraviglia le gigantesche gru, visitano il Museo. Difficilmente volgono lo sguardo verso l’altro versante della Laguna dove, i pinnacoli delle abbandonate industrie chimiche e metallurgiche diventano, al tramonto, fantastici castelli di fantasmi, rivolti verso San Marco. Oggi, su quella riva paludosa di Marghera, la Fincantieri ci costruisce le navi da crociera, le stesse che i veneziani odiano. Potrei continuare a dire di bellezza e di disarmonie disarmanti, ricordando il Museo del Mare di Gaeta, ristrutturato a cura dell’Università Sapienza di Roma che, dopo averne scempiato gli antichi spazi interni, ha abbandonato il sito al volontariato e ai pochi fondi del Comune. Eppure, è bello, va visto. Ma, come nelle segnalazioni che commentiamo, nelle favole, l’incanto, la meraviglia sono apotropaici, sono funzionali a creare il clima di sospensione del giudizio, lo stupore che blocca per un attimo il pensiero e lascia senza parola. Insomma, la miscela emotiva che mantiene vivo il consenso verso le iniziative formative e di orientamento (magia delle parole cangianti…) proposte alle scuole italiane dalla Marina Militare. Aderisce al progetto della Fondazione Nave Italia (https://www.naveitalia.org/) con il brigantino Ermes, biblica arca, anche l’Istituto di Istruzione Superiore (IIS) Antonio Stradivari di Cremona che, dalla terra ferma padana imbarca i suoi giovani e i suoi violini (clicca qui per la notizia). Le intenzioni sono al solito inclusive, pacifiste, soccorrevoli: come salvare dal baratro della dispersione scolastica le migliaia di studenti naufraghi, abbandonati senza giubbotti salvavita, nello sconforto che va dalla fragilità, alla esclusione sociale e via verso la devianza della cultura del coltello e dello spaccio. Lo spiega con orgoglio il dirigente dell’istituto padano. Sembrano felici le professoresse e i professori di vedersi ancora una volta scippato il lavoro educativo, di insegnamento, di costruzione di una scuola che provi a sfidare il degrado dei quartieri periferici, lo squallore delle vite famigliari, la violenza delle strade. Le competenze non cognitive, le soft skill dell’affettività e della manualità mutualistica si imparano a bordo. E qui faccio un inciso per segnalare l’articolo di Rossella Latempa su ROARS (https://www.roars.it/le-soft-skills-a-scuola-i-fragili-e-i-metal-detector/). I progetti che presentano le scuole aderenti alla sperimentazione sulle abilità soft, ex legge 19 febbraio 2026 n. 22, di cui scrive Latempa, sono simili a quelli qui segnalati. Passate attraverso le tre fasi previste anche da Nave Italia (momento introduttivo al PNRR per un po’ di educazione economico-finanziaria; team building creativo nell’ambiguità fra le skill dell’individualismo e della cooperazione; mostra finale, ovviamente multimediale e multiverso), le attività proposte verranno giudicate da una Commessione grazie alla restituzione operata dall’INVALSI (e si stenta a crederlo, ma è proprio così). Ormai si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo affetti da retropensiero, pensiamo che tutto questo navigare serva solo a coltivare i sogni di un lavoro dignitoso signorsì, siano ancorati a una scuola che non esiste più, fatta di aule, banchi, libri, voci che narrano, discutono, cercano. Una scuola dove si impara che – nel Seicento – il giusnaturalista olandese Grozio (Ugo de Groot), fondò il diritto del mare nell’ambito del più ampio diritto internazionale. Il mare infinito, libero da ogni contrattazione profittevole, bene di tutti, definito come inappropriabile, nel secolo in cui la proprietà privata e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo trovavano i loro pensatori. Una scuola dove si ricordi agli studenti che il mare nostrum, il Mediterraneo, è diventato un immenso cimitero, luogo di sepoltura anonima di migliaia di persone che nemmeno sono arrivate a popolare i nostri degradati quartieri, a gonfiare le cifre dell’abbandono scolastico. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Delazione e merito: l’etica di Azione studentesca nella scuola italiana
In considerazione della nuova etica promossa dal Ministero dell’Istruzione, tocca sottolineare il secondo complemento nella denominazione, del merito, proprio per la meritevole prosa che anima, ormai da tempo, le note, le indicazioni, le circolari minacciose, i provvedimenti disciplinari, provenienti da Viale Trastevere. In questi giorni, a dar man forte, interviene l’iniziativa di Azione Studentesca, braccio studentesco di estrema destra, affiliato ad Fratelli d’Italia. Il comportamento onorevole dello studente prevede – nel questionario distribuito dal gruppuscolo – la delazione, la pratica della denuncia anonima, della segnalazione distruttiva del soggetto individuato, nel caso specifico un insegnante. Si chiede alle studentesse e agli studenti delle scuole superiori di denunciare i sinistri, gli/le insegnanti che si macchiano del reato di insegnare, semplicemente, la storia, la geografia, la filosofia, come strumenti per la formazione di coscienze critiche, curiose, dubbiose. Sinceramente, non mi pare derubricabile come una iniziativa isolata, un esempio di mondo alla rovescia, ma di una caratteristica di questo nostro mondo, asfissiato dal clima che lo stesso governo alimenta ogni giorno, con le sue campagne contro i giovani, i migranti, i dissidenti, e chiunque manifesti un pensiero non conforme. Gli esempi non mancano. Si vedano in proposito, la censura dei video in cui si argomenta sul NO, come scelta nel referendum sulla legge che tenta la distruzione della Magistratura come organo indipendente, la criminalizzazione di coloro che amano la cultura russa, la denuncia di antisemitismo contro coloro che condannano l’operato dello Stato di Israele. Scrive lo storico Angelo d’Orsi, per esperienza diretta: «[…] se non siamo in tempo di guerra, vuol dire che esiste già un regime di fatto, che ci impedisce  – di fatto – i più elementari diritti di libertà […] si pensi al famigerato Decreto Sicurezza, l’uso del DASPO come dispositivo di controllo  preventivo di individui singoli […] o ancora l’introduzione assolutamente incostituzionale  di zone rosse negli spazi urbani […] il divieto di dimora per ragioni di ordine pubblico […]»  e continua affermando che, se invece di stato di guerra si tratta, guerra dichiarata,  allora potremmo essere accusati di collusione con il nemico (quale? ancora la Russia?) e di tradimento (Contro la russofobia, bimestrale Su la testa n. 28 novembre 2025) Appena ieri abbiamo dovuto occuparci della lista di proscrizione degli alunni palestinesi, venduta all’opinione pubblica come iniziativa di inclusione da parte del prolifico Ministro (e dei suoi scagnozzi, i funzionari solerti, da anni al servizio di tutti i governi, come è giusto sottolineare). Oggi, un gruppo di destra, prosegue l’azione di proselitismo fariseo, inventa la figura dell’informatore meritevole, lo studente che vigila nella sua aula sull’operato degli insegnanti. Del resto, già qualche anno fa, gli studenti universitari vennero invitati dall’ANVUR, istituito di valutazione della ricerca universitaria, a valutare la qualità degli insegnamenti proposti nelle aule, nei dipartimenti. Non so che esito abbia avuto, ma la sola proposta è già foriera di un risultato esiziale per la qualità della relazione didattica. Un precedente analogo lo tentò anche l’INVALSI, nelle prime versioni sperimentali dei RAV, i rapporti di autovalutazione delle scuole.  Il delatore, se nel significato etimologico è un semplice portatore di informazioni, nel linguaggio comune, nella accezione riportata dai vocabolari, è un in-fame. Senza fama, senza onore, senza nome, per ovvie ragioni di segretezza delle sue fonti e del suo portato di notizie, è figura tipica in qualsiasi regime basato sul terrore, nelle dittature di tutto il mondo. Ne fa menzione anche Svetonio nella Vita dei Cesari, imperatori gloriosi per la memorialistica della guerra, individui sempre nefasti verso il nemico interno. Il delatore è anche l’informatore, spesso ex delinquente, o sotto minaccia di attribuzione di un reato, dei corpi di polizia, nei nostri commissariati. Non c’è romanzo poliziesco in cui il delatore non compaia, schedato come tale, ricattato e a sua volta ricattatore. Michel Foucault ne fece cenno nelle sue lezioni sugli anormali, coloro che, artefici e vittime a un tempo della loro devianza, dovevano essere restituiti a una qualche fama, almeno quella che al filosofo francese consentiva di puntare il dito contro ogni tipo di istituzione totale (Gli anormali. Corso al Collège de France 1974/1975). Di infamia, nel tono barocco tipico della sua scrittura, si occupò anche Jorge Luis Borges, delineandone i caratteri in quelle che definì glosse letterarie, più che profili psicologici (Historia universal de la infamia, 1935/1954). Vedremo se l’esposto alla Procura avrà qualche esito di indagine, e se l’interrogazione al Ministro Valditara, opportunamente presentata per la complicità implicita del MIM di cui dicevo più su, riceverà  una risposta che non sia il solito commento risentito e sminuente l’entità del fatto. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Restituire valore alle biblioteche: più libri, meno propaganda di guerra
Una biblioteca pubblica e/o privata, prima dell’attuale decadenza, soprattutto per il disinvestimento dei governi e delle amministrazioni locali in “cultura”, la concorrenza dei social e delle forme sostitutive di informazione realizzate dalla Intelligenza Artificiale, emanava un’aura particolare, di luogo protetto e affascinante. Un’atmosfera che veniva dai libri che, consultati, studiati, presi in prestito, costituivano il patrimonio a cui fare capo per capire il Mondo. La manipolazione del libro portava le tracce di coloro che già lo avevano letto, spesso sottolineando parole e frasi, annotando in margine, un segno della propria presenza di lettore anonimo, anche se era pratica non conforme alle regole d’uso. Nel film 84 Charing Cross Road (1987), la protagonista cerca e legge solo di libri usati, ne ama i segni impressi dalla mano altrui e, dunque, il pensiero incarnato nella lingua letta. Maria Moliner, autrice del primo vocabolario di lingua spagnola a uso popolare, promosse le biblioteche circolanti nella Spagna dell’ultima Repubblica, soprattutto in Andalucía dove l’analfabetismo soprattutto femminile toccava quasi il 100%100. Il fatto che la biblioteca in questione (nella segnalazione inviataci da Cremona) sia comunale starebbe a ricordarne gli aspetti di partecipazione attiva della cittadinanza, di luogo culturale a cui i fruitori concorrono, formandosi allo spirito critico, dubbioso, tipico del buon lettore. Il cittadino cremonese, il cives, deve invece essere grato del servizio rivolto alla collettività grazie alla partecipazione dell’esercito. In forma apparentemente bonaria, è stata ospitata la presentazione – il 21 gennaio – del Calendario dell’Esercito 2026. Il Generale Carmine Sepe, ricordando il motto “Lo giuro”, a cui lo scorrere dei giorni si ispira, parla di lealtà, di dovere, di obbedienza alle “regole di ingaggio” che diventano norme etiche, di comportamento per tutti noi, a cui allevare infanzia e gioventù nelle scuole. Certo, sempre per bonomia, i ricavi saranno devoluti all’Opera Nazionale di Assistenza ai figli dei morti per la Patria (e i mercenari, i contractor inviati in missioni di esportazione della pace?). Anche il calendario ha dismesso la sua aura popolare, sostituito dai dispositivi elettronici che ci ricordano ogni giorno dove e cosa siamo. I nostri nonni, che avevano vissuto lotte e guerre di inizio Novecento, amavano il Calendario di Frate Indovino, con i suoi disegni ingenui in stile Domenica del Corriere, le ricette, gli aforismi dei santi nato nel 1946 ad opera dei Francescani, rappresentava l’augurio di un nuovo inizio, della speranza post-bellica (ancora oggi si pubblica in un formato non dissimile dall’originale). Non sappiamo quando ci verrà presentato in un luogo pubblico, scuola o biblioteca, il Calendario dei Carabinieri, editato nel 1928, oggetto di collezionismo. Complimenti a chi dirige la Biblioteca Comunale di Cremona, al coordinatore cittadino della rete bibliotecaria: ingenuità o malafede, nella difficile navigazione a vista in questi tempi amari. Magari in controtendenza, qualcuno potrebbe organizzare la presentazione del calendario a cura di Alessandro Portelli con le sue 22 date, fatidiche per la memoria collettiva, dalla Breccia di Porta Pia ai fatti del G8 di Genova (a cura di A. Portelli, Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, Donzelli, 2017). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Conversazioni con Vincenzo Scalia su repressione, scuola e deriva autoritaria a cura dell’Osservatorio
PUBBLICHIAMO IL TESTO DELL’INTERVISTA FATTA DA RENATA PULEO AL PROF. VINCENZO SCALIA, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEL DIRITTO E DELLA DEVIANZA DIP. SCIENZE POLITICHE E SOCIALI UNIVERSITÀ DI FIRENZE SU ALCUNE QUESTIONI E PUNTI DI VISTA PROPOSTI PER CONTO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. IN FONDO C’È ANCHE IL LINK A UN’INTERVISTA FATTA FEDERICO GIUSTI ALLO STESSO VICENZO SCALIA PER RADIODGRAD. R.P.: Il nostro Governo sembra oggi trarre ispirazione, per la sua agenda sicuritaria e repressiva, non tanto dal modello Orban, quanto dal trumpismo. Dall’omicidio di Stato a Minneapolis, ultimo atto, in ordine di tempo, della volontà di reprimere ogni dissenso attraverso una guerra federale condotta contro una parte di cittadini americani, fino al discorso del Presidente USA a Davos. Le politiche migratorie e i respingimenti con sequestri operati nelle strade e nelle case di cittadini stranieri, considerati legittimi come difesa della America grande e WASP, il negazionismo climatico, la politica estera fuori da ogni regola internazionale. La repressione appare come un micidiale ingranaggio culturale, razziale e di classe, fatto di dispositivi che hanno i corpi come bersaglio: donne, neri, latinos, proletariato urbano e sottoproletariato senza accesso al diritto, nemmeno come habeas corpus. Da noi, i fatti di La Spezia hanno rinforzato questa simbologia culturale e antropologica che, del resto, era già stata anticipata nei decreti e nel disegno di legge presentato dagli Interni. Un clima di guerra interna come preparazione a quella condotta dagli eserciti, nella diffusione dell’obbedienza come valore. V.S.: Ormai le politiche “legge e ordine” sono rimaste l’ultimo collante sociale che un governo può utilizzare per legittimarsi. Le risorse da redistribuire sono sempre più ristrette, le scelte in politica economica ed estera sono ridotte, la caduta del Muro di Berlino ha significato la fine di orizzonti progettuali diversi. Di conseguenza, una società debole, sfrangiata, priva di prospettive, avanza una domanda di protezione che i governi di destra offrono secondo maniere brutali ma esplicite. Individuare un nemico da combattere, combatterlo, sortisce un effetto pacificatore e risolutore. Per questo i linguaggi di guerra e di polizia si sovrappongono. L’ideologia e le narrazioni complottiste alimentano le paure e il senso di insicurezza. Siamo in preda a forze oscure, ci vuole una politica muscolare. Questo è il senso del discorso. R.P: La rappresentazione del pericolo come la cultura del coltello attribuita sprezzantemente alla cosiddetta maranza, gli sgomberi dei centri di aggregazione sociale (vedi il caso Askatasuna, inscenato come in un set di film americano), la mappatura delle città attraverso la definizione di zone rosse, sembra volta alla criminalizzazione dei giovani. Tutto ciò appare funzionale all’elaborazione del consenso basato sulla paura. V.S.: Siamo sempre all’interno della logica del nemico. Prima erano i migranti, poi i consumatori di sostanze, poi i no global, quindi gli LGBTQIA+, che hanno rimpiazzato i comunisti. Adesso tocca ai maranza, ai giovani delle periferie, che, se ci facciamo caso, cumulano gli stigmi delle altre categorie: migranti, marginali, sovversivi, magari anche perversi in quanto spacciatori e consumatori di sostanze. R.P.: Nella simbologia della destra anche la religione sembra giocare un ruolo negli USA, come rinforzo alle credenze, ai miti di fondazione del Paese, riprese dal discorso MAGA. In Italia un certo cattolicesimo (dalla Sentinelle in Piedi a Reggio Emilia, all’allarme per l’educazione al genere nelle scuole, all’isteria antiabortiste e contro l’eutanasia) può farsi complice delle politiche repressive. Per contro esiste anche un cristianesimo soccorrevole e antimilitarista, soprattutto in aree valdesi e in alcuni quartieri periferici delle grandi città, ma riceve scarsa risonanza sia sui media che presso le gerarchie vaticane. V.S.: Non è il problema del cattolicesimo. Oggi la chiesa è più a sinistra del PD. Vedo piuttosto affiorare un certo neopaganesimo, afferente ai miti nazifascisti. Oppure, il cristianesimo, se filtrato dall’ideologia della terra e del sangue, come quella del fascista romeno Cornelius Codreanu, a cui la premier e i suoi accoliti, in passato, hanno più volte dichiarato di ispirarsi. È una combinazione sinistra tra mito dell’origine e fondamentalismo cristiano che fa paura. R.P:: Il digitale, la comunicazione attraverso internet sta certamente favorendo la possibilità di diffondere informazioni utili a chi lotta nelle strade e nelle piazze, a chi resiste nella difesa dei territori, in Iran, in USA, a Gaza, In Rojava. Ma, l’uso dei social come moltiplicatori di bias e di esposizione violenta della parola e dei corpi, rappresenta una parte importante nel panorama della violenza di stato e dell’abbrutimento culturale del Paese.  V.S.: Certamente, viviamo in una società capitalistica, caratterizzata strutturalmente dalla disuguaglianza del possesso e del controllo di risorse materiali e simboliche. Noi magari abbiamo il cugino, la vicina o i compagni che ne capiscono, Trump ha al suo fianco Musk e tutto il suo apparato. Chi vince, secondo voi? La proporzione è presto fatta. Non a caso, Julian Assange, che aveva mostrato un uso alternativo dei media, è stato annichilito. Ma è quella la dimensione da coltivare. R.P.: La sottocultura della valutazione a test (e della tracciatura dei fragili venduta come misura di inclusione), il conformismo culturale basato sulle competenze, la marginalizzazione della conoscenza come ricerca e dubbio, la burocratizzazione del lavoro docente, possono contribuire secondo noi al rinforzo di una mentalità obbediente. V.S.: Certo, ma anche la logica binaria, quella legata alla performatività, l’ansia da prestazione, il successo a tutti i costi. Tutti aspetti deleteri, da combattere. Ma non come si fa oggi. Oggi ti offrono counselling, DSA…sacrosanto, ma a volte funzionale al neoliberismo. Che ci manda un messaggio esplicito: oggi si aiuta solo chi presenta disagi psicofisici. Non a caso, adesso, fioccano le dislessie e gli ADHD, per esempio. Ripeto, attenzione alta, ma, a volte, anche strategie sotterranee, però poco costruttive. Non è bello farsi prendere per uno che presenta un problema. O valorizziamo il problema come ricchezza, oppure alimentiamo la macchina dell’esclusione o del compatimento. R.P.: L’installazione dei metal detector nelle scuole è diventato un fattore di responsabilità diretta dei Dirigenti, qualora decidessero di sottrarsi alla progressiva trasformazione delle scuole in caserme e in check point. L’autonomia è sempre più fittizia, la catena di comando sempre più verticalizzata: piovono provvedimenti disciplinari, ispezioni sul controllo della didattica, intimidazione prodotta attraverso il profluvio quotidiano di note ministeriali e di indicazioni di comportamento. V.S.: Un neofascismo postmoderno, basato sul controllo sinottico e sulla riaffermazione dei ruoli apicali, a discapito della comunicazione orizzontale, della partecipazione, delle decisioni condivise. Bisogna resistere, opporsi, boicottare questo tipo di irregimentazione travestito da tecnicismi. R.P.: La scuola, l’educazione e l’istruzione nelle istituzioni scolastiche possono ancora svolgere un’azione di contrasto alla cultura  amico-nemico e alla guerra in tutte le sua forme? V.S.: Anche la mobilitazione sui luoghi di lavoro e la ripresa di slancio da parte della società civile e dei militanti, su questioni come i diritti dei detenuti e le libertà civili, possono e devono contribuire a invertire la tendenza. La scuola può dare molto. Purché sia mossa dal principio dell’uguaglianza ed operi in un contesto pubblico. E non accetti di farsi irregimentare nel reticolo di valutazioni, autovalutazioni, ispezioni, performatività orientata al mercato. Clicca qui per l’intervista a Vincenzo Scalia su Radiograd. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Impatto della guerra sull’infanzia: didattica per la scuola primaria
Gianluca Gabrielli è figura nota a chi frequenta il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. È autore di numerosi testi e articoli di pedagogia e didattica, sulla valutazione standardizzata e le mosse contrastive per riuscire a “farne a meno”, sul militarismo che sta di nuovo asfissiando le aule scolastiche. Gabrielli anima, inoltre, un blog che ospita contributi sui suddetti temi, «Per chi suona la campanella». Il titolo ripropone quello di una raccolta di racconti pubblicata anni fa: memorie personali autentiche, passate alla lente della favola che spesso riveste di un’aura nostalgica, ma anche angosciante, i nostri ricordi (AAVV, Quando suona la campanella. Racconti di scuola Manifestolibri, Roma, 2006). Maestro e Storico: metto in questo ordine le attività di Gianluca Gabrielli perché entrambe sono annodate e costituiscono quella che è la sua personalità di uomo e di professionista. L’esercizio dell’arte e della professione docente conferisce accenti importanti e, potremmo dire, riorganizza i suoi studi storici. La storia dell’Infanzia nel Novecento, nello specifico durante il periodo fascista, accende nella sua didattica quotidiana una particolare attenzione verso quei bambini e bambine che, in una classe multietnica, gli effetti delle guerre li hanno sulla pelle. Effetti del vecchio e nuovo colonialismo, espresso di recente in toni elogiativi nelle pagine del testo Nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo del Primo Ciclo dell’Istruzione (MIM, 2025), sul quale invito a leggere il parere del Consiglio di Stato, assai negativo rispetto,  non solo ai contenuti, ma alla maldestra forma (09/09/2025 n. 829). Se sulla genericità del concetto di bambino e bambina, fuori da contesti storici, di etnia, di classe, su queste pagine si è già detto, proponiamo una piccola riflessione sulla locuzione-triade “bambini, donne, anziani”. Utilizzata nelle operazioni di salvataggio, sottolineata come aggravante nelle operazioni di violenza bellica condotte contro la popolazione civile, la locuzione, oltre l’uso quasi banalizzato, rinvia al nodo della cura della vita, al suo esordio, al nascere e alla sua fine. Di questo nodo il cardine è la donna che tale funzione di cura continua a esercitare, spesso in forma esclusiva, malgrado la presunta fine delle forme più escludenti del Patriarcato. Dare la vita e vederla perdersi in una trincea, in un bombardamento e, come ha scritto un narratore spagnolo rispetto alla Guerra Civile, en las casas vacias, le case svuotate, denudate dalla guerra. Casa che è anche la Terra Madre, come sa Gianluca che di educazione ecologica si occupa, nell’atto unico dell’educare. L’articolo che proponiamo è complesso, la bibliografia rende ragione degli approfondimenti. Si tratta, a un tempo, di  un contributo per tutti e di una messe di suggerimenti didattici per insegnanti, non solo di primaria, come si può vedere dall’indice dei capitoli: https://www.novecento.org/storia-e-didattica/didattica-in-classe/prima-dellarticolo-11-dalleducazione- -del-fascismo-al-ripudio-della-guerra-della-nostra-costituzione-7094/#proposta. Attendiamo la pubblicazione dell’ultima fatica di Gianluca Gabrielli, Storia attiva per la scuola primaria. Percorsi esperienziali per scoprire il passato in modo attivo e coinvolgente per i tipi della Erickson. Per l’autore ogni traccia è degna di esser esplorata, discussa, di ogni reperto si può raccontare la memoria e inserirlo nel percorso della Storia ufficiale. Sul tema relativo a infanzia e guerra preme rimandare alla lettura del numero doppio nn 56/57 12/2025 Guerra all’Infanzia, pubblicato dal Dipartimento di Studi Storici e Linguistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sottolineo soprattutto l’importanza dei primi quattro interventi e il contributo della nostra Cristiana Ronchieri disponibili a questo link sul nostro sito. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Proposte didattiche per insegnare la Pace nella scuola primaria
Le due proposte educative (prima che semplicemente didattiche) che presentiamo come esempio di percorsi sulla pace, contro tutte le guerre e contro le mobilitazioni per farne accettare la logica, ci vengono da due insegnanti di scuola primaria, Gianluca Gabrielli e Barbara Bertani. Rispettivamente di Bologna e di Reggio Emilia. E, anche se l’invio all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha loro due come mittenti, il lavoro si è svolto con la collaborazione dei/delle colleghi/e delle due sezioni a tempo pieno, di genitori e grazie al lavoro partecipe, attivo delle bambine e dei bambini. Non si tratta di unità didattiche nel senso tecnico del termine, né tantomeno di un progetto specifico, a sé stante, incistato nel flusso degli insegnamenti curricolari, per questo ho escluso fossero semplicemente strategie didattiche finalizzate a particolari obiettivi, da verificare e valutare. Sono lavori che esprimono la convinzione che educare alla pace, al conflitto che si risolve quando trova soluzione anche se provvisoria, è frutto di una postura etica, sempre presente nelle aule, appresa per modello dagli adulti, fatta di amicizia, accettazione delle differenze ed empatia nel gruppo dei pari. È importante ricordare che – in entrambi i casi – si tratta di classi inserite in istituti comprensivi che registrano un alto flusso migratorio, in cui sono presenti nazionalità di nascita e famigliari di tutto il mondo. E anche questo costume a incontrare coloro che hanno frequentazione di altre lingue materne, di altre abitudini domestiche, siano esse il cibo, l’abbigliamento, le relazioni fra i parenti, la religione, è un’immersione in un modo pacificato, curioso, reciprocamente accettante. Quindi, i lavori qui citati, sono solo un esempio concreto di una prassi (attività pratica e riflessione/ricerca) che caratterizza lo stile-docente, che fa dell’insegnare una delle più altre funzioni con cui si esprime la responsabilità adulta verso le cerature piccole che ci sono affidate. Perché, come potremmo dire parafrasando Gert Biesta ogni relazione fra un genitore, un maestro, un adulto e il bambino/la bambina è sempre un’adozione: non si plasma un modello predefinito, non si coltiva una terra emotiva e cognitiva sterile, a tabula rasa, ma si accoglie quel che ogni piccolo ha da donare, nel gioco asimmetrico delle parti (G. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, Milano 2022). Osservare, ascoltare, esprimersi nel gruppo-classe attraverso la discussione intorno a temi etici, e a quanto il curriculo elementare propone come conoscenza da conseguire e da migliorare nella pratica del dubbio e dell’errore, è la strategia che fa sfondo a queste proposte. La discussione sulla cui conduzione dirò più sotto, obbliga un adulto, un insegnante a ragionare sullo schema amico-nemico, sull’aggressività, entrambe posture che appaiono, all’osservatore superficiale o in male fede, una caratteristica istintuale, infissa nell’animo infantile. Oggi, fra i dispositivi di cui ci si serve a scuola, ci sono anche un moschetto, una divisa, un inno: passaporti per entrare presto nel mondo adulto, pragmatico, perché la violenza, ci viene detto da chi costantemente la pratica come mestiere, è insita nell’essere umano, è parte della sua ontologia, e va gestita, accompagnata, addestrata. Bambini-soldato in molte regioni del mondo, bambini futuri soldati, qui, ora, da noi, Europa, Italia. Non abbiamo una parola chiara sull’innocenza e sulla propensione aggressiva del bambino, né di Rousseau, né di Hobbes. Del peccato come condanna al nascere, ne sanno qualcosa Agostino, Tommaso, e su questo paradosso si fonda l’istituzione della Chiesa che prescrive il battesimo come misura per emendarsi ai nuovi nati. Ci aiuta, a comprendere meglio la relazione istinto-violenza, a cogliere lo sguardo del bambino sulla guerra la grande letteratura. Pin, il bambino partigiano, più per gioco mimetico che per una qualche impossibile comprensione politica, protagonista del romanzo Sentieri dei nidi di ragno di Italo Calvino, sa fare la guerriglia, ma alla fine il suo rifugio è la mano grande del partigiano che lo porta con sé, l’unica che ha incontrato nella sua breve vita. Useppe, in La Storia di Elsa Morante, è spettatore, e suo malgrado attore, di una storia troppo pesante per le sue fragili spalle. Mentre William Golding ne Il signore delle mosche mette in scena la organizzazione autonoma di un gruppo di minori, ferrea, crudele, gerarchica, desolante metafora di quella violenza che sembra arrivare dal fondo degli animi: offesa/difesa, attacco/sottomissione. Ma è davvero così? Anche qui c’è di mezzo un mancare, un vuoto che deve essere riempito ed è già qualcosa che ci pensi un capo, un gerarca. Chi è cresciuto in strada, o anche più semplicemente nei cortili e negli sterrati di una periferia, lo sa. Chi nasce in contesti di guerra impara a odiare. L’innocenza infantile sembra una pretesa astratta, la propensione alla violenza una caratteristica da educare o da sfruttare per fini adulti. Dirò qualcosa sulla discussione, sulla parola come veicolo di comprensione, pur nella difficoltà di scambiarla e di far sì che rappresenti quel che vorremmo esprimere. Il dibattere, progenitore del discutere, fuor di metafora è il movimento convulso di uno o più corpi sollecitati da una forza. Dibattere è diventato così un sinonimo di discutere, e non per pura casualità. Come accennavo è un con-fliggere di parole, di argomenti, talvolta in uno scambio ineguale o di difficile soluzione. Consiste nel portare verso l’altro la nostra differenza, di stato, di opinione, di capacità. Le bambine e i bambini di Bologna e di Reggio Emilia discutono osservando delle immagini, scambiano opinioni, le relazionano le une alle altre, talvolta in modo sconnesso, altre volte facendo sintesi, discutono i significati veicolati da una lettura, dalla origine di una parola, dal senso comune di una frase. Tutto condotto dai loro maestri in modo assai diverso dal debate divenuto di moda nel web, nei webinar e nei tutorial della nuova didattica. Troviamo nel web una sua definizione che attiene al contesto didattico, al suo uso in ogni ambito disciplinare: metodologia innovativa […] gara argomentativa a squadre, a tema, con regole e arbitraggio. Qualcuno vince, qualcuno perde, come in ogni competizione. Incipit, soluzione, sintesi. La discussione in classe, in uno spazio relazionale fra più persone, nell’asimmetria delle caratteristiche personali e dei ruoli (alunni e insegnante/i) ha proprio la virtù di non essere innovativa: non è un gioco, non è una gara, non è una battaglia, radica nella stoà, nella agorà greca, nel filosofare dubbioso su un argomento, su un fenomeno, su un comportamento. Discutere non definisce e non consolida amici e nemici, non organizza squadre opposte, non rileva capaci e incapaci, buoni e cattivi oratori. Ognuno ha diritto di parola. Anche chi tace apporta qualcosa con il suo silenzio da cui, grazie all’azione collettiva del gruppo, potranno forse uscire dubbi produttivi, domande tralasciate, cammini laterali. Non c’è improvvisazione: il tema nasce appunto da un dubbio, da una negazione, da una osservazione, restando sempre attenti all’imprevisto. Un buon insegnante-regista sa che ci saranno attesi imprevisti, su cui tornare (Paolo Perticari, 1996). Spesso è utile lavorare al contrario, cercare quel che non si vede di primo acchito. L’insegnante dirigendo questa attività, in cui tutti sensi sono allerta, non cerca pretesti per ribaltare i ruoli, non la considera un diversivo, un di-vertere, un cercare di attirare l’attenzione dei distratti su un compito, una consegna, di spezzare la routine dopo aver fatto la sua lezione. La discussione è parte integrante di un percorso che prevede un incipit, origina da conoscenze adulte e infantili, semplicemente acerbe, e ha effetti di messa al lavoro di tali conoscenze, di messa a rischio di esse, il rischio del dubbio, della confutazione, dell’opporsi di diverse descrizioni e spiegazioni. Nei due esempi proposti, si tratta di stimoli che vengono da immagini, da  albi illustrati, da silent book (libri senza parole), novelle e memorie. Ricorda spesso Barbara che maneggiare questi libri è cosa assai diversa dall’uso del libro di testo scolastico, che infatti in questa classe non viene adottato, mentre si attrezzano scaffali di testi alternativi e si visita spesso la biblioteca civica. Nelle ore di attività, mi piace ricordare che Gianluca, insegnando scienze, sottolinea la fitta relazione di interferenze e di scambi, di ibridazioni reciproche fra animali, vegetali, minerali e umani: anche questa è operazione di pace, è pacificazione del nostro rapporto con la Madre Terra. Nel rispettare i suoi diritti, muti, impliciti, rispettiamo anche i nostri che cessano di essere genericamente umani per farsi ecologici, norme di comportamento nella Casa Comune. Una discussione ben condotta assomiglia al volo degli storni (Marcello Sala, 2004; Giorgio Parisi, 2021). Apparentemente disordinato: gli spostamenti sono determinati dal variare delle posizioni del singolo uccello, comunicate al vicino e da questo all’altro, in un muoversi progressivo di tutti gli uccelli. Chi discute induce colui che interviene successivamente a tener conto di quel che ha ascoltato, a spostarsi verso un completamento, una conferma, l’espressione di un parere contrario. Nessuna somma delle parti, semmai moltiplicazione del pensiero. Le oche che migrano, in formazione, con il nocchiero che guida uno stormo ordinato, per contro, rappresentano un modello che soddisfa il nostro bisogno di trovare modalità più rassicuranti di esecuzione di un compito. Arriveranno mai gli storni alla loro destinazione? Ovviamente sì, mediante le spettacolari configurazioni del loro volo.  Discutere in modo cooperativo rappresenta una forma efficace di euristica, di organizzazione del lavoro di ricerca e di conseguimento di nuovi saperi? Non sempre. Potrebbe prodursi un moltiplicarsi di bias, di opinioni errate. La funzione del docente, ignorante e saggio a un tempo, come definisce il buon maestro Biesta (2022), pone domande che non prevedono le risposte attese, perché sono veramente quesiti, inquisizioni su un tema. Semmai, il maestro fornisce lo scaffolding (impalcatura) sul quale reggersi mentre la costruzione cooperativa continua. Travi, ponteggi, telai man mano smontati, mentre arrivano le prime conoscenze di cui potersi fidare, su cui effettuare controlli di attendibilità. La valutazione del risultato complessivo non esclude la possibilità di accertarsi del contributo dei singoli e del risultato di apprendimento personale. Si tratta di registrare, trascrivere gli scambi, rivederli insieme e riconsiderare gli errori commessi. Le condizioni per utilizzare questa pratica sono possibili solo in una primaria? No, anche in un liceo è possibile discutere, lavorare in gruppo, sviluppare cooperativamente, attivamente, un tema sotto la regia del docente. Ma, è questione ancora di tempo, di organizzazione del lavoro, di capacità del docente di lavorare alla cura della disciplina che insegna e di accettare la contaminazione con altri saperi, di non trascurare l’ascolto, lo studio – soprattutto lo studio! – con i colleghi. Un maestro non può essere solo ignorante (Jacques Rancière,1987), deve amare, nel senso di coltivare, mantenere vivo il desiderio di studiare la/e discipline che insegna, deve donare quel che sa e ammettere che ha dubbi, che molte cose ignora e possono essere oggetto di ricerca, con i colleghi, con gli alunni. Soprattutto, nel nostro caso, deve essere una donna, un uomo, portatori di pace. COME NEL LAVORO DI BARBARA IL PRETESTO STA NELLE PAROLE DEL LIBRO PROPOSTO, SCELTE PER ESSERE ANALIZZATE DANDO LORO NUOVA VITA, COSÌ ANCHE IN QUELLO DI GIANLUCA, GLI ALUNNI SONO INVITATI A DARE UN NOME AI BAMBINI CHE VEDONO NELLE FOTOGRAFIE. UN NOME È SEGNO DI IDENTITÀ E DI DIGNITÀ, FUORI DA OGNI ANONIMATO E DA OGNI SIGNIFICATO FRUSTRO, ABUSATO.   Insegnante Gianluca Gabrielli, La Gazzella in Palestina, II primaria, Bologna. Insegnante Barbara Bertani, dalla I alla V primaria, Reggio Emilia, Ogni libro è un cammino. Si tratta di “assaggi” di una più vasta raccolta, per iniziare. Alcuni sono testi dedicati ai più piccoli, tutti, in ogni caso sono letti dall’insegnante. Non vengono date spiegazioni, si chiede a ciascun ascoltatore di dire quel che la lettura ha mosso nel suo animo, quali conoscenze ha risvegliato, quali dolori e gioie. Come si potrà notare le questioni sono ardite, difficili: il potere, la guerra e le sue conseguenze, il colore della pelle, la questione di genere. Si estraggono parole sconosciute, poco praticate, banali, di uso comune. E i bambini le mettono al lavoro. Sono libri che si prestano a un uso continuato, non cessano di produrre effetti, nel tempo suscitano nuove discussioni, man-mano che si esplorano i problemi e di alcuni nodi si viene a capo, altri se ne formano e andranno affrontati. Davide Calì, Serge Bloch, Il nemico. una storia contro la guerra, Terre di Mezzo, 2023. Nicola Davies, Il giorno che venne la guerra, Salani, 2018. Nikolai Popov, Perché?, Terre di Mezzo, 2022. Wolf Erlbruch, La grande domanda, E/O edizioni, 2004. Claure Saunders, Hazel Songhurst, Il libro del potere. Chi ce l’ha? Perché?, Settenove, 2022. Fabrizio Silei, Maurizio Quarello, L’autobus di Rosa, Orecchio Acerbo, 2013. Alessia Petricelli, Sergio Riccardi, Cattive ragazze, Sinnos, 2024. AAVV, Manuale di educazione alla pace. Principi , idee, strumenti, Junior, 2012. Gianni Rodari, Serena Mabilia, Tutti i colori della pace, EL, 2024. Mario Lodi, Favole di pace, ETS, 2020. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente