La disputa tra Agcom e Cloudflare è un assaggio del futuro della rete
Dopo anni di appelli inascoltati, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
(Agcom) ha comminato un’ammenda di 14 milioni di euro all’azienda statunitense
Cloudflare. Il dibattito ha da subito assunto contorni politici e ideologici,
sollevando polemiche tra chi difende la posizione del Garante italiano e chi si
schiera con il Ceo di Cloudflare Matthew Prince che, peraltro, non ha usato
parole di distensione per commentare l’accaduto.
Restringere l’episodio alla diatriba tra Agcom e Cloudflare è limitante, perché
in gioco c’è il futuro globale della rete e l’idea stessa della sua libertà. È
però un valido punto di partenza per valutare i diversi punti di vista.
Lo scorso 8 gennaio l’Agcom ha multato Cloudflare dopo che l’azienda ha
rifiutato di abbracciare – eseguendone automaticamente gli ordini – il modo in
cui l’autorità italiana combatte la pirateria online. Senza ricorrere a
tecnicismi, Cloudflare offre un servizio che protegge i siti web dagli attacchi
e li rende più veloci, controllando il traffico e bloccando quello sospetto. Di
per sé non genera contenuti, tuttavia, può operare come rete di distribuzione
dei contenuti (content delivery network) e cache, per rendere la fruizione più
efficiente per gli utenti finali, svolgendo dunque un ruolo attivo nella
trasmissione degli stessi.
Nello specifico, la diatriba tra l’Autorità italiana e l’azienda californiana si
inserisce nel contesto del Piracy Shield, la piattaforma nazionale antipirateria
gestita dall’Agcom (il famoso “antipezzotto”), il cui scopo è quello di
segnalare domini web, indirizzi IP o servizi (inclusi DNS e VPN) che trasmettono
in modo abusivo contenuti protetti da copyright – con enfasi sugli eventi
sportivi in diretta – affinché vengano bloccati entro 30 minuti dalla
segnalazione.
La piattaforma, entrata in vigore a febbraio del 2024, trova fondamento
giuridico nella legge 93 del 14 luglio 2023, ribattezzata “legge antipirateria”.
Il Ceo di Cloudflare Matthew Prince ha definito l’intera questione “disgustosa”
sostenendo che l’Agcom abbia imposto una forma di censura di contenuti a livello
globale e non solo nazionale.
L’intera faccenda, in realtà, si riduce proprio a questo: a quanto si possa
imporre a un operatore infrastrutturale (quale è Cloudflare) di agire senza una
copertura giudiziaria, senza il tempo materiale di valutare la legalità e la
proporzionalità della richiesta. Compiti che dovrebbero essere assolti da
istituzioni abilitate e che invece la legge e il Piracy Shield scaricano sulle
spalle di operatori privati.
COSA NON VA NEL PIRACY SHIELD
Le critiche al Piracy Shield sono piovute sia in patria sia all’estero, ma vanno
distinte. La necessità di bloccare la diffusione illecita di contenuti non è mai
stata direttamente messa in discussione. A porre qualche riserva è il rischio di
overblocking (blocco eccessivo) e i possibili impatti sulle risorse legittime.
Emanuele De Lucia, Chief Intelligence Officer di Meridian Group, offre il
proprio punto di vista: “Da ricercatore, più che uno scontro tra parti, osservo
un disallineamento tra la velocità dell’ecosistema digitale e gli strumenti
normativi attuali. Oggi le minacce, inclusa la pirateria, sono fluide: non
risiedono su un server statico, ma si muovono su infrastrutture globali
progettate per essere resilienti e che agiscono come enormi ‘autostrade’ per il
traffico internet. Nella pratica, chiediamo ai fornitori di internet italiani
(ISP) di agire da doganieri, bloccando interi camion (gli indirizzi IP) perché
dentro potrebbe esserci un pacco illegale. Questo ovviamente rischia di bloccare
anche la merce lecita”.
Gli impatti sulle risorse legittime sono potenzialmente disastrosi. Celebre è
quanto accaduto a ottobre del 2024, quando il Piracy Shield ha bloccato per
errore l’accesso a Google Drive, colpendo una percentuale significativa di
utenti italiani.
“Dal punto di vista tecnico, si sta cercando di risolvere una violazione di
contenuto (copyright) agendo sull’infrastruttura di trasporto. È una strategia
che strutturalmente e statisticamente porta al rischio di overblocking e dunque
di colpire anche attività legittime – come ospedali, infrastrutture critiche o
imprese – che condividono le stesse risorse di rete dei flussi illeciti”,
sottolinea Emanuele De Lucia.
Le voci critiche arrivano anche dall’estero. A gennaio del 2025, l’ente
internazionale di lobbying tecnologico Computer & Communications Industry
Association (CCIA), ha inviato una lettera alla Commissione europea criticando
il Piracy Shield, che consente a chi possiede i diritti d’autore di un contenuto
illecitamente diffuso di segnalare, attraverso la piattaforma Piracy Shield, gli
indirizzi IP che lo trasmettono. Se la richiesta è legittima, il provider deve
applicare il blocco entro 30 minuti.
La CCIA mette l’accento su due aspetti problematici. Il primo è l’esiguo tempo a
disposizione, che non consentirebbe agli ISP di avviare le dovute verifiche con
potenziali ricadute su servizi e utenti che nulla hanno a che fare con le
violazioni lamentate. Il secondo è la mancanza di trasparenza nella procedura,
che va dalla segnalazione della risorsa da bloccare al momento in cui questa
viene oscurata.
UNO SCUDO SPROPORZIONATO
Alla luce delle critiche sollevate da più parti e dirette tanto all’Italia
quanto all’Europa (nel quadro del Digital Services Act, DSA), le criticità del
Piracy Shield sembrano essere più legate a questioni politiche ed economiche su
larga scala che al contenimento della pirateria.
La CCIA lamenta in particolare che il Piracy Shield potrebbe essere
incompatibile con l’articolo 9 del DSA, che stabilisce quali elementi devono
essere inclusi negli ordini che impongono di agire contro i contenuti illegali.
In sintesi, l’articolo 9 richiede che gli ordini contengano informazioni precise
per identificare il contenuto illegale. Le fonti criticano il Piracy Shield
poiché utilizza blocchi a livello di indirizzo IP e DNS, definiti strumenti
grossolani e imprecisi che portano all’overblocking di servizi legittimi, come
accaduto nel caso di Google Drive.
Il Piracy Shield sarebbe inoltre sproporzionato, poiché mentre il DSA prevede
che l’obbligo di segnalare sospetti reati si applichi solo agli hosting provider
e solo in caso di minacce alla vita o alla sicurezza, la legge italiana estende
tale obbligo a tutti gli intermediari per qualsiasi violazione del diritto
d’autore, anche minima. Il mancato rispetto di questa norma in Italia può
comportare, in alcuni casi, fino a un anno di reclusione, scontrandosi con i
principi di necessità e proporzionalità dell’UE.
Il DSA limita inoltre la responsabilità dei fornitori intermediari se non
partecipano attivamente alla trasmissione o se rimuovono i contenuti una volta
informati. Al contrario, le riforme italiane impongono obblighi di segnalazione
generalizzati che sembrano ignorare queste tutele.
C’è poi il tema della mancanza di trasparenza e del diritto all’opposizione. Il
sistema italiano mancherebbe di chiari meccanismi di ricorso per le parti
colpite e di protocolli di verifica robusti, elementi fondamentali nel DSA.
Infine, l’uso di blocchi a livello di IP e di DNS non è considerato in linea con
i principi di proporzionalità e di libertà di espressione tutelati dal quadro
normativo europeo. Il rischio è di colpire tanti per bloccare pochi, poiché più
risorse web fanno potenzialmente capo al medesimo indirizzo IP.
Per ridurre all’essenziale la diatriba, il Piracy Shield sarebbe stato
implementato senza la notifica obbligatoria alla Commissione europea tramite la
procedura TRIS (Technical Regulation Information System), aggirando il
meccanismo pensato per evitare il varo di leggi nazionali incompatibili con il
mercato unico e con il diritto UE.
A giugno del 2025, la Commissione europea ha scritto una lettera al ministro
degli Esteri Antonio Tajani, palesando alcune discrepanze tra Piracy Shield e
DSA. Il timore di Bruxelles è che la piattaforma mini la libertà di espressione
e informazione.
IL PIRACY SHIELD E LA SPACCATURA IN SENO ALL’AGCOM
La commissaria Agcom Elisa Giomi si è opposta alla multa a Cloudflare e,
intervistata da Repubblica, ha spiegato: “Il rischio è chiudere un intero centro
commerciale solo perché un negozio è irregolare”, riferendosi al fatto che
bloccare un indirizzo IP per evitare la diffusione illegale di contenuti
significa oscurare tutte le risorse collegate a quello stesso IP.
Elisa Giomi ritiene che il Piracy Shield sia squilibrato sia dal punto di vista
delle misure a cui conduce, sia dal punto di vista economico. La sua voce però è
distante dal coro dell’Agcom. Il commissario Agcom Massimiliano Capitanio, che
abbiamo provato a contattare senza fortuna, ha espresso il suo parere in un post
su LinkedIn, nel quale raccoglie e condensa (soltanto) i pareri favorevoli di
utenti e associazioni, per poi concludere: “La multa da 14 milioni di euro non
riguarda la libertà di espressione, ma la tutela dei diritti e dei posti di
lavoro saccheggiati dalla pirateria”. Di avviso praticamente identico anche il
commissario Agcom Antonello Giacomelli, secondo il quale la sanzione comminata a
Cloudflare non è né una forzatura né un attacco alla libertà di internet.
Da una parte, i difensori del Piracy Shield che si concentrano sulle cause (la
pirateria); dall’altra, i detrattori che valutano gli effetti secondari e non
meno gravi che la piattaforma può causare.
PERCHÉ IL CASO AGCOM VS. CLOUDFLARE METTE IN DISCUSSIONE IL FUTURO DI INTERNET
Allargando il quadro, si intuisce come la radice del problema sia la difficoltà
di sottoporre a leggi territoriali qualcosa che, per sua natura, è globale,
cercando di incasellare in logiche nazionali internet e il traffico di dati.
Questo fa della diatriba tra Agcom e Cloudflare qualcosa di molto più grande
della mera lotta alla pirateria e assume i connotati di una controversia che
rappresenta un nodo cruciale per il futuro di internet, sollevando questioni
fondamentali sulla libertà della rete, la neutralità tecnologica e il rapporto
tra sovranità nazionale e infrastrutture globali.
L’Electronic Frontier Foundation (EFF), una delle organizzazioni più autorevoli
nella difesa delle libertà digitali, ha più volte evidenziato i pericoli del
filtro DNS, uno strumento che può essere abusato a fini di censura e che non a
caso è tanto caro ai paesi che, come Iran e Cina, esercitano il controllo sulle
infrastrutture internet per sopprimere e oscurare contenuti ritenuti
sconvenienti o immorali.
Accettando che ogni Stato possa imporre blocchi infrastrutturali con effetti
extraterritoriali, senza una cornice giuridica solida, Internet smette di essere
una rete globale e diventa una collezione di giurisdizioni che vanno
inevitabilmente a cozzare tra loro.
Il caso Agcom vs Cloudflare è quindi un chiaro esempio dell’equilibrio
claudicante tra leggi territoriali e leggi sovranazionali in riferimento a
infrastrutture digitali. Anche la libertà di espressione ne esce ammaccata, se
un sistema automatizzato (il Piracy Shield) si fa carico di oscurare contenuti
illeciti senza meccanismi di verifica della correttezza delle segnalazioni.
UN BILANCIAMENTO COMPLESSO E LE VIE PERCORRIBILI
Se il Piracy Shield, di per sé, rappresenta uno strumento utile alla lotta alla
pirateria, la sua messa in pratica solleva quindi più di un dubbio. Quali sono,
allora, le vie percorribili? Per Emanuele De Lucia, “una delle strade
percorribili è quella della cooperazione, non della coercizione. I grandi player
infrastrutturali (come Cloudflare, Google o Akamai) non sono il nemico, ma parte
della soluzione. Invece di imporre filtri a valle, che potrebbero impattare la
connettività per tutti, servirebbe lavorare a monte con procedure di notifica e
takedown rapide, che colpiscano la sorgente del contenuto e non l’autostrada su
cui viaggia. L’idea è quella di andare a confiscare il ‘pacco illegale’
direttamente nel magazzino nel quale si trova, lasciando l’autostrada libera per
tutti. Tecnologicamente esistono già gli strumenti (API di segnalazione, Trusted
Flaggers) per farlo in pochi secondi, senza intasare la rete. In definitiva,
credo che dovremmo iniziare a sviluppare strategie di contrasto che abbiano la
stessa granularità delle architetture che vogliamo regolare”.
Proprio mentre scriviamo, Cloudflare ha annunciato il ricorso contro la sanzione
comminata dall’Agcom. Il Ceo Matthew Prince non ha attenuato i toni: “L’Agcom
non capisce internet”. Una posizione che fotografa il clima di contrapposizione
frontale che si è creato attorno al Piracy Shield.
Per Emanuele De Lucia, però, questa dinamica di scontro non porta lontano:
“Credo sia necessario un cambio di passo. In primo luogo, bisogna prendere atto
che il blocco IP in questi ambienti è uno strumento pericoloso per la stabilità
della rete nazionale. La soluzione non può essere totalmente tecnica se la
tecnica stessa (come l’Encrypted Client Hello o la rotazione degli IP) è
disegnata per aggirare questi blocchi in pochi secondi. Ma soprattutto il muro
contro muro non porta da nessuna parte”.
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