Un discorso sul mondo--------------------------------------------------------------------------------
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Poveri cristi (il libro) è forse l’opera più compiuta di Ascanio Celestini da un
punto di vista letterario. Non solo una trasposizione di storie teatrali, ma un
romanzo stratificato e complesso. A suo modo un libro-mondo, che dalla plancia
d’osservazione di un parcheggio del supermercato ci parla di vite di strada, di
esistenze segnate dal lavoro o dalla sua mancanza, di barboni e prostitute, di
gente con la “testa impicciata”. Il libro assorbe immaginari e parole dei tre
spettacoli che compongono la Trilogia dei poveri cristi – “Laika”, “Pueblo” e
“Rumba” – che, vista tutta assieme, si trasfigura in un arco narrativo di lungo
respiro che Celestini attraversa da anni in molti modi, ora attraverso
l’evocazione di Pasolini (il poeta) ora tirando in ballo San Francesco,
spaziando dall’affondo sociale al gusto della parola tipico del cantastorie.
Oggi «Poveri Cristi» torna a teatro – Ascanio Celestini è in scena al Teatro
Vascello di Roma fino a domenica – in una forma che cambia ogni sera,
assemblando discorsi a braccio e racconti, di solito due (più uno brevissimo –
ma non lo svelo), che diventano di volta in volta materia di spettacolo. In
questa parabola che dalla scena è approdata alla pagina e che torna,
trasformata, alla scena, la materia narrativa di Poveri Cristi si illumina
ulteriormente. E svela trame, pieghe narrative, antefatti e retroscena di un
discorso sul mondo che è per Celestini una materia rovente, un universo
narrativo e politico che attraversa con la disinvoltura di chi ne ha esplorato a
fondo i dettagli. E così, ad esempio, il parcheggio del supermercato del libro
si ricollega alla lotta dei precari Atesia, il più grande call center di Roma,
che non avevano un posto dove fare assemblea e si riunivano proprio in un
parcheggio (una storia che Celestini ha raccontato in un documentario e che,
anche in questo caso, è tracimata in tante altre narrazioni e linguaggi).
L’altra sera, tornando a sentire le sue storie, ho avuto la netta sensazione che
quest’opera-mondo di Ascanio Celestini non sia solo la sua opera forse più
compiuta, ma che incarni una vera e propria “epica contemporanea dei marginali”.
Di quelle persone e di quelle vite, cioè, che stanno progressivamente sparendo
dal frame delle preoccupazioni del discorso politico: che anzi sono oggetto di
un violento, violentissimo desiderio di rimozione. Ascanio è un autore molto
amato e alle volte, con gli autori molto amati come è lui, finisce che ci si
scorda di quanto siano straordinariamente bravi. E invece l’altra sera, al
Vascello, ho avuto proprio questa epifania rinnovata: la sua capacità di
orchestrare quest’epica della marginalità non è solo un gesto politico
importante, ma è una forma artistica straordinaria, che si riconnette con la sua
opera letteraria più compiuta.
E come per ogni epica che si rispetti, il “genio” di questa forma artistica
risiede nella lingua. Non solo nella capacità affabulatoria di Celestini, ma
proprio nella costruzione dei discorsi dei suoi personaggi, che parlano un
romanesco particolarissimo, un “romanaccio di borgata” che ogni tanto si
scioglie in italiano e ogni tanto invece recupera, come in un’archeologia della
lingua, parole scomparse, desuete – costrutti che rimandano a una lingua di
comunità che in parte sì, è svanita, ma che invece per un altro pezzo
costantemente riemerge a ogni angolo di strada, in bocca a nuove generazioni di
italiani.
Ogni epica ha una sua lingua e quella dei poveri cristi è a volte dolorosa e
corrotta, altre volte maliziosa e divertente, altre ancora ribelle e orgogliosa,
ma ogni volta rinnova un’invenzione teatrale e letteraria che è uno degli
oggetti artistici luminosi del nostro tempo.
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