Cibo, il writer dipinto come spacciatore: ha la sclerosi multipla e la cannabis su ricetta
Una ventina di piante alte fino a due metri, nascoste nella vegetazione di
un’area demaniale lungo l’Adige, 3 in un’abitazione e circa 89 bustine di
cannabis con tanto di prescrizione medica. È quanto ha sequestrato martedì 29
settembre la Guardia di Finanza a San Giovanni Lupatoto, nel Veronese,
arrestando in flagranza due persone per coltivazione e detenzione di
stupefacenti. Una è Pier Paolo Spinazzè, quarantaquattro anni, lo street artist
conosciuto in Italia e all’estero come Cibo per i murales con cui da anni copre
svastiche e scritte d’odio, raccontato per un giorno intero come uno
spacciatore. Poi è venuta fuori la verità: Spinazzè convive da anni con la
sclerosi multipla e la cannabis la usa per curarsi.
I primi articoli non lasciavano spazio a sfumature. Il Corriere del Veneto
scriveva che il writer coltivava hashish vicino all’Adige (l’hashish, peraltro,
non si coltiva: è resina). Il Gazzettino parlava di «infinite piante», L’Arena
di una maxi-piantagione, mentre il Mattino di Verona, titolava «Cibo, dai
murales alla droga: arrestato il writer delle mille contraddizioni». E poi il
numero rimbalzato da un titolo all’altro: 60 chili. Un dato vero, ma letto male:
è il peso lordo delle piante intere, fusti, rami e foglie compresi, non sessanta
chili di erba da vendere. La parte che si consuma sono le infiorescenze: una
frazione del totale, che con l’essiccazione perde gran parte del suo peso.
Il giorno dopo, davanti alla giudice Clara Aprea, il quadro si è ribaltato.
Spinazzè ha spiegato di avere una regolare prescrizione di cannabis terapeutica,
ma di faticare a trovarla: a suo dire una sola farmacia veronese ne dispone, con
attese lunghe e quantità ridotte. L’arresto è stato convalidato, ma senza alcuna
misura: entrambi sono liberi. Stando allo stesso quotidiano, è caduta l’ipotesi
di spaccio, perché mesi di appostamenti non avevano fatto emergere alcun
movimento sospetto, mentre restano le contestazioni di coltivazione e
detenzione.
Il suo legale, l’avvocato Denis De Marchi, conferma a L’Indipendente che le
bustine sequestrate erano quelle dispensate dalla farmacia. La difesa ne ha
chiesto la restituzione, ma nel verbale mancano foto che le identifichino e la
Finanza si è presa un giorno per verificare. Le piante, sia quelle del campo sia
quelle trovate in casa, restano invece sotto sequestro e verranno distrutte. Il
problema, comune a tanti pazienti – spiega l’avvocato – non sono soltanto i
costi: «la quantità che lui è autorizzato a somministrarsi è palesemente
inferiore a quella che è il beneficio». Il 19 novembre, alla prossima udienza,
il legale chiederà un rito speciale per chiudere in fretta la vicenda.
Che la cannabis aiuti chi ha la sclerosi multipla non è un’opinione. In Italia
dal 2013 è autorizzato il Sativex, spray a base di THC e CBD per la spasticità
da moderata a grave, e il decreto ministeriale del 9 novembre 2015 indica
espressamente il dolore associato alla spasticità nella sclerosi multipla tra
gli impieghi della cannabis medica. Già nel 2003 uno studio pubblicato su The
Lancet su 630 pazienti aveva registrato miglioramenti riferiti di spasmi e
dolore, e nel 2017 le National Academies statunitensi hanno definito sostanziali
le prove dell’efficacia dei cannabinoidi orali sulla spasticità riferita dai
pazienti. Peccato che la produzione nazionale, affidata allo Stabilimento
chimico farmaceutico militare di Firenze e integrata dalle importazioni, non
basti da anni a coprire la domanda.
Intanto la vicenda è diventata un caso politico. Fratelli d’Italia ha chiesto al
sindaco Damiano Tommasi e all’assessore Jacopo Buffolo di chiarire i rapporti
del Comune con l’artista, mentre l’eurodeputato di Forza Italia Flavio Tosi ha
annunciato che chiederà al ministro Nordio di mandare gli ispettori a Verona,
accusando Spinazzè di aver mentito: le farmacie che la dispensano, sostiene,
sono diverse. Per ora l’unica certezza è che, per curarsi, l’ennesimo paziente
che utilizza la cannabis ha dovuto fare da sé, mentre la produzione italiana
resta insufficiente.
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