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La Leonardo in tribunale. Il limiti del profitto e quelli del diritto
Nel mese di ottobre 2025, commentando il sequestro da parte di Israele di membri degli equipaggi della Flotilla per Gaza – tra cui cittadini italiani – il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiarò che il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”. L’affermazione, formulata per spiegare la mancata reazione […] L'articolo La Leonardo in tribunale. Il limiti del profitto e quelli del diritto su Contropiano.
April 24, 2026
Contropiano
Migranti, meticciato culturale e cittadinanza
  Ho la netta sensazione (non esattamente una certezza), maturata bazzicando nei social, che ciò che innanzitutto distingue l’elettore di centro destra rispetto a quello di centro sinistra, a dispetto delle tante cose che i due schieramenti hanno in comune, sia la questione dell’immigrazione, magari insieme a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico, della quale non ci occuperemo in questa sede e che comunque al problema dei migranti è per molti versi legata, almeno secondo alcuni pareri.  Si tratta di una problematica che è parte dell’immaginario collettivo che i due schieramenti alimentano con le loro posizioni. Da una parte sta la destra che non fa che sollevare in continuazione lo spauracchio della islamizzazione e della sostituzione etnica, che incomberebbero sul nostro paese e sull’intera civiltà occidentale. Dall’altra parte sta la sinistra che sostiene, spesso in modo fin troppo generico, la necessità  dell’accoglienza, dell’incontro e dell’integrazione.  Ciò che mi pare particolarmente interessante è che i due schieramenti, al di là delle professioni di fede, siano caratterizzati riguardo all’argomento in questione da una totale impotenza e insignificanza politica. La destra si sbraccia e alza la voce, ma da quando è al potere non ha concluso assolutamente nulla. I flussi migratori sono in costante aumento e i respingimenti si sono mostrati un totale fallimento. Cosa ancor più sorprendente è che l’attuale governo, malgrado i continui proclami in difesa della famiglia, non abbia fatto nulla contro quella sorta di “morte demografica” che colpisce il nostro paese. Un fenomeno che anche io ritengo molto grave (ma per altre ragioni di ordine etico, legate al valore della vita e a quello della sua salvaguardia e riproduzione), e che comunque, a prescindere da qualunque altro discorso, non può che favorire sul lungo periodo i flussi migratori, a meno di non volere immaginare la desertificazione del nostro paese. La sinistra istituzionale invece quando è stata al potere non ha preso alcun provvedimento che potesse favorire l’accoglienza e soprattutto l’integrazione, come se questi valori fossero una sorta di bandiere da sventolare in nome del politicamente corretto, senza bisogno di creare le condizioni concrete perché questo incontro tra diversità si possa rendere materialmente possibile. In pratica un modo di ignorare, o di fingere di ignorare, che la paura del diverso è un dato, prima che politico e particolare, antropologico e universale, e che ancor più diventa grave quando “l’altro” assume le sembianze del migrante che viene da lontano per trovare posto in quella che consideri casa tua. In altri luoghi mi sono occupato di questo incontro-scontro tra mondi e culture diverse che non può semplicemente trovare fine nel rispetto e nell’accettazione reciproca, che sono certamente questioni essenziali, ma che devono in ultimo risolversi in un reciproco “imbastardimento”. Un dare ed un avere in cui si deve operare  perché sia il meglio di ogni cultura a rendersi patrimonio comune.  Un processo lungo, difficile e non scontato che possiamo definire come “meticciato culturale”. Sulla base di queste premesse vorrei soffermarmi, anche sorvolando in questa sede su altre questioni, sulla problematica che riguarda i tempi e i modi della concessione della cittadinanza al migrante con permesso di soggiorno. Su questo tema formulerò alcune ipotesi che consegno alla discussione, senza pretese di verità.  Non credo che la concessione della cittadinanza sia una questione che possa risolversi stabilendo come condizione, in tutti i casi e in modo meccanico, un determinato tempo di permanenza nel nostro paese, che attualmente è fissato nella generalità dei casi in dieci anni. Credo che questa logica possa valere come eccezione da applicare solo alle situazioni più difficili, riguardanti per esempio i soggetti più anziani. Per tutti gli altri penso che i due criteri da accertare per la concessione della cittadinanza, a prescindere da quanto tempo vivano in Italia, siano la conoscenza della lingua, senza la quale non credo si possa dire di appartenere ad una comunità (cosa comunque già oggi prevista), e la conoscenza delle leggi fondamentali e dei valori che regolano (almeno ipoteticamente e idealmente)  la convivenza civile nel nostro paese e che in pratica sono incarnati nelle norme della Costituzione repubblicana. Tutto ciò significa che lo Stato, anche col supporto fondamentale delle associazioni di volontariato, dovrebbe farsi carico di un vero e proprio programma di insegnamento e di inserimento sociale da concludere eventualmente anche con qualche tipo di verifica. Si tenga conto per altro che attualmente, all’atto della concessione della cittadinanza, è previsto da parte del beneficiario l’obbligo di giurare di rispettare le nostre leggi e in special modo le norme costituzionali. Ma come si può ben capire si tratta di una procedura puramente formale senza alcun valore reale.   A questa ipotesi va poi aggiunto lo jus soli per i nati nel nostro paese, che tuttavia andrebbe definitivamente confermato con la conclusione della scuola primaria. Scuola primaria che sarebbe anche il criterio per concedere la cittadinanza ai bambini non nati in Italia (jus scholae).  Capisco che una possibile obiezione potrebbe essere quella di sottolineare come la nostra Carta fondamentale non venga studiata nelle nostre scuole, e come essa non sia di fatto conosciuta dalla maggioranza dei nostri concittadini. A questo stato delle cose si potrebbe però ovviare proprio introducendo lo studio progressivo della Costituzione in ogni ordine e grado di scuola, anche in sostituzione, laddove esiste, della generica (e io credo spesso inutile) educazione civica. Sarebbe certamente un modo per fare un favore a tutti noi, non solo “nuovi”, ma anche “vecchi italiani”.        Antonio Minaldi
April 23, 2026
Pressenza
Fisco & Debito: la Costituzione tradita
Il 2 giugno 2026 ricorrerà l’80° anno dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che elaborò la Costituzione della Repubblica italiana. Purtroppo sono ancora molte le “promesse” della Carta in attesa di essere attuate. Addirittura ce ne alcune che sono palesemente tradite: 1. L’art. 53, comma 1: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Stando alla Costituzione il criterio per il pagamento delle imposte dovrebbe essere la capacità contributiva. Nella realtà il criterio principale è il reddito lordo, con scarsa considerazione sia delle spese necessarie per vivere (in modo da considerare come imponibile il reddito netto) sia del patrimonio (che è tassato in modo marginale). Inoltre, le imposte sui redditi variano in base alla tipologia di reddito: da lavoro dipendente e da pensione, da lavoro autonomo, da locazione, da capitale, ecc., applicando percentuali diverse a parità di reddito, violando l’equità orizzontale. Non solo: non esiste il cumulo dei redditi, il che favorisce i più ricchi che hanno varie fonti di entrate. Dalla una ricerca sulla disuguaglianza di redditi in Italia, pubblicata nel 2024 da alcuni docenti dell’Università Sant’Anna di Pisa e di Milano Bicocca, emerge con chiarezza come il 5% dei contribuenti con redditi più elevati paghi complessivamente meno imposte in percentuale rispetto al resto dei contribuenti meno abbienti. 2. L’art. 53, comma 2: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Negli ultimi decenni il criterio della progressività sui redditi delle persone è stato sempre più attenuato: da 32 scaglioni (con aliquote dal 10 al 72%) si è scesi a tre (dal 23 al 43%). Inoltre, l’imposta progressiva non è più la regola, ma l’eccezione del sistema tributario. Tutte le altre imposte sono proporzionali e a tassazione separata (regime forfettario, cedolare secca, redditi da capitale, ecc.). In un recente “data room” del Corriere della Sera Simona Ravizza ha scritto: “Il risultato è un sistematico smantellamento dell’IRPEF, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria. Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi. Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative”. 3. Art. 81, secondo comma: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. È del tutto evidente che in Italia il ricorso all’indebitamento è a ciclo continuo, a prescindere dal ciclo economico e dal verificarsi di eventi eccezionali. Ogni anno il bilancio dello stato chiude in deficit senza eccezioni. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo tra i Paesi dell’Unione Europea: nel 2025 il primato spetta all’Italia con il 3,8%, seguita dalla Grecia con il 3,2%, la Spagna con il 2,1%. La media dell’Euro Zona è all’1,7%, cioè meno della metà della percentuale pagata dall’Italia. In valore assoluto l’Italia nel 2025 ha speso per interessi quasi 90 miliardi di euro, il quadruplo dell’ultima legge di bilancio che ammontava a circa 22 miliardi di euro. 4. Art. 97, primo comma: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”. Secondo le previsioni del “fiscal monitor” del Fondo Monetario Internazionale nel 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, raggiungendo il 138,4%, scavalcando anche la Grecia che arriverà al 136,9%. I dati ISTAT certificano che il debito pubblico italiano negli ultimi anni è in aumento: nel 2014 era al 134,7% del PIL, nel 2015 al 137,1%. L’aumento del debito – a parità di contesto finanziario – comporterà un ulteriore incremento della spesa per interessi. Di conseguenza sarà ancora più difficile assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico stabilito dalla Costituzione. Rocco Artifoni
April 21, 2026
Pressenza
IL DECRETO SICUREZZA: L’AVVOCATO COME ESECUTORE DI POLITICHE DI PARTE
Meno strumenti per opporsi all’espulsione, più incentivi a favorire il rimpatrio: così si svuota in concreto il diritto di difesa. C’è una domanda che il decreto-legge n. 23/2026 pone, e che il dibattito pubblico ha finora eluso: cosa rimane del diritto di difesa quando lo Stato decide che alcune persone possono essere allontanate più facilmente, più velocemente, con meno possibilità di contestare la propria sorte davanti a un giudice? La risposta che il testo dà — nel testo emendato al Senato e ora all’esame della Camera con scadenza al 25 aprile — è inequivoca: rimane poco. E quel poco viene ulteriormente eroso da un meccanismo che trasforma il difensore in strumento del progetto di rimpatrio. Non è una lettura allarmistica. È la descrizione di due norme che, lette insieme, disegnano un sistema coerente: da un lato si restringe l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna un provvedimento di espulsione, dall’altro si condiziona il compenso dell’avvocato all’effettivo rimpatrio del proprio assistito. Il cerchio si chiude su una persona che ha sempre meno strumenti per restare e sempre più pressioni per andarsene — incluso il difensore che avrebbe dovuto tutelarla. Espellere senza essere fermati L’art. 29 co. 3 del decreto interviene sul gratuito patrocinio nelle impugnazioni dei provvedimenti di espulsione. La norma introduce limitazioni all’accesso alla difesa a spese dello Stato per i cittadini stranieri che contestano giudizialmente un ordine di allontanamento. È una scelta che colpisce nel punto più fragile dell’intero sistema di garanzie: le procedure di espulsione sono già tra le più rapide, le meno garantite, le più esposte al rischio di errori e di violazioni procedurali. Sono i procedimenti in cui il controllo giurisdizionale sarebbe più necessario — e sono esattamente quelli in cui si decide di renderlo meno accessibile. Il diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione vale per tutti, compresi i migranti. Non può essere subordinato né alla nazionalità né alla convenienza politica del momento. La garantisce a tutti, il che significa che rimuovere sistematicamente gli strumenti concreti per esercitarla — il patrocinio gratuito, l’accesso a un difensore competente, il tempo sufficiente per costruire una strategia — equivale a svuotarla di contenuto pur lasciandola formalmente intatta. È la tecnica classica con cui i diritti vengono aboliti senza essere abrogati: si lascia la norma, si eliminano le condizioni per applicarla. Chi viene colpito non è una categoria astratta. Sono persone che si trovano in una procedura accelerata, spesso senza conoscere la lingua, senza reti di supporto, senza la capacità di orientarsi in un sistema giuridico complesso. Sono persone per le quali il difensore non è un optional ma l’unico punto di contatto reale con le garanzie che l’ordinamento formalmente offre. Togliere o rendere più difficile quel punto di contatto non è una misura di efficienza amministrativa. È una scelta politica precisa: rendere le espulsioni più difficilmente contestabili, e quindi più facili da eseguire. Il compenso condizionato: quando il difensore lavora per il rimpatrio L’art. 30 bis completa il quadro con una logica che, una volta capita, non si presta ad alcuna lettura benevola. La norma prevede un meccanismo di compenso per gli avvocati che assistono cittadini stranieri nell’ambito dei programmi di rimpatrio assistito — ma il compenso scatta soltanto se il proprio assistito presenta domanda di rimpatrio volontario e viene effettivamente rimpatriato. Non si paga la difesa. Si paga il risultato. E il risultato è la partenza. Esiste una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito, tra l’avvocato che serve lo Stato come istituzione — figura ordinamentale del tutto legittima, presente in ogni amministrazione pubblica — e l’avvocato privato trasformato in esecutore di un indirizzo politico di parte. Il primo difende le posizioni giuridiche dell’ente che rappresenta nel quadro di un sistema di garanzie che vale per tutti. Il secondo, in questo schema, viene pagato per orientare le scelte del proprio cliente nella direzione voluta da una maggioranza parlamentare. Non dallo Stato come istituzione. Da chi, in questo momento, governa lo Stato e ha deciso che i migranti devono partire. La deontologia forense esiste proprio per impedire questa torsione. L’avvocato deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza, senza che il proprio compenso dipenda dall’esito ottenuto nell’interesse di terzi. Quando invece il compenso dipende da quell’esito — e quell’esito è il rimpatrio — il mandato fiduciario si inverte: il difensore non lavora per il cliente, lavora contro di lui, nell’interesse di chi ha scritto la norma. La persona assistita cessa di essere il soggetto della difesa e diventa il suo oggetto. La geometria di un progetto Le due norme non sono incidenti di percorso. Sono i tasselli di un disegno che ha una propria coerenza interna. Si riduce la possibilità di contestare l’espulsione davanti a un giudice. Si crea un incentivo economico perché il difensore convinca il proprio assistito ad andarsene volontariamente. Si costruisce così un percorso a imbuto in cui la resistenza giuridica è scoraggiata a ogni livello — dall’accesso limitato al patrocinio gratuito fino alla presenza di un avvocato il cui interesse economico è allineato con quello del governo e non con quello del cliente. Il termine remigration, che circola da anni negli ambienti della destra europea per indicare l’obiettivo politico di inversione dei flussi migratori, descrive esattamente questa logica: non gestire la presenza di stranieri sul territorio, ma ridurla attraverso ogni strumento disponibile, inclusi quelli giuridici. Il decreto sicurezza non è una misura emergenziale nata da un’urgenza specifica. È un tassello di quel progetto, tradotto in norme tecniche sufficientemente presentabili da superare il vaglio parlamentare senza troppo rumore. Il rumore, però, c’è stato. L’Unione delle Camere Penali ha parlato di previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense. Il presidente del Consiglio Nazionale Forense ha chiesto l’eliminazione immediata delle norme contestate — e lo ha fatto dopo aver appreso dell’inserimento del CNF nel testo del decreto dal giornale, non da alcuna comunicazione istituzionale: un dettaglio che dice molto sul rapporto di questo governo con le istituzioni che dovrebbe consultare. Anche dalla magistratura sono arrivate posizioni di sconcerto. Quando avvocatura e magistratura convergono nello stesso allarme, di solito c’è una ragione. Cosa resta del diritto di difesa La risposta onesta è che resta la forma. Resta l’art. 24 della Costituzione, formalmente intatto. Resta il codice, la procedura, il vocabolario della garanzia. Quello che si smonta è la sostanza: la possibilità concreta, per una persona vulnerabile e senza risorse, di trovare un difensore indipendente, di accedere a un giudice, di contestare una decisione che può cambiare radicalmente la propria vita. Uno stato di diritto non si misura dalle norme che scrive ma dalle condizioni che crea perché quelle norme siano effettive. Un diritto che esiste sulla carta ma non nella pratica non è un diritto: è una promessa non mantenuta, usata per legittimare un sistema che ha già deciso l’esito prima che il procedimento cominci. La Camera deve convertire il decreto entro il 25 aprile. Il Parlamento sa cosa significa quella data. Sarebbe utile che lo ricordasse prima di votare. Redazione Napoli
April 19, 2026
Pressenza
#Enna, martedì 21 aprile, ore 8.30 - La controriforma permanente. Dalla #Scuola della #Costituzione alla Scuola azienda #lascuolavaallaguerra #nowar
April 19, 2026
Antonio Mazzeo
Terni, 20 aprile: Convegno “Scuola della Costituzione o Scuola-azienda?”
SCUOLA DELLA COSTITUZIONE O SCUOLA-AZIENDA? RIFLESSIONI SULLA SCUOLA PUBBLICA DOPO 25 ANNI DI RIFORME LUNEDÌ 20 APRILE 2026 TERNI, AUDITORIUM I.I.S.P.T.C CASAGRANDE-CESI, LARGO PAOLUCCI 1 Lunedì 20 aprile 2026 presso l’auditorium dell’I.I.S.P.T.C CASAGRANDE-CESI, Largo Paolucci 1 a Terni il CESP – Centro Studi per Scuola Pubblica, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, organizza un corso di formazione nazionale per il personale docente e ATA dal titolo “Scuola della Costituzione o Scuola-azienda”. Il seminario nazionale, aperto a tutto il personale docente e ATA delle scuole, è valido ai fini dell’aggiornamento, la partecipazione è gratuita. Al termine del corso verrà consegnato apposito attestato di partecipazione. PROGRAMMA 8,30-8,45 Registrazione dei partecipanti Catia Coppo, docente, referente provinciale CESP 9,00-10.30 proiezione del film D’ISTRUZIONE PUBBLICA di F. Greco e M. Melchiorre  10,30-10.45 pausa lavori Franco Coppoli, docente, Cobas Scuola, “RESISTENZE CONTRO LA SCUOLA NEOLIBERISTA“ Fabrizio Capoccetti, docente, scrittore “SCUOLA E INSEGNANTI NELLA SOCIETÀ NEOLIBERALE” Roberta Leoni, docente, presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, “LA MILITARIZZAZIONE DELL’ISTRUZIONE” 13,00 dibattito 13.30 conclusioni, rilascio attestati di partecipazione Partecipazione gratuita, iscrizione direttamente al convegno o inviando nome, cognome e scuola a cobas.terni.prenotazioni@gmail.com. ATA E DOCENTI FUORI REGIONE POSSONO SEGUIRE IL CONVEGNO ONLINE, ISCRIZIONI SU cobas.terni.prenotazioni@gmail.com, VERRÀ INVIATO IL LINK IL 17 aprile. IL CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola D.M. del 25/07/2006, prot. 869 – MIUR -ESONERO dal SERVIZIO per il PERSONALE DELLA SCUOLA DI OGNI ORDINE E GRADO con diritto alla sostituzione ai sensi dell’art. 36 del CCNL Si allegano: il programma del corso di formazione/convegno, l’esonero dal servizio per il personale docente e ATA, l’iscrizione da inviare a  cobas.terni.prenotazioni@gmail.com. 2026_04_20_CESP_Terni_ISCRIZIONEDownload 2026_04_20_ Domanda-di-esonero-convegno-SCUOLA DELLA COSTITUZIONE O SCUOLA AZIENDA- CESP TRDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dopo il no: se si apre una discussione vera
di Franco Astengo. Un invito al confronto (*). Abbiamo rubato due vignette recenti di Mauro Biani.   Il Confronto politico in atto mi pare stia rapidamente scivolando nella campagna elettorale per le elezioni legislative generali, indipendentemente dalla data in cui queste si svolgeranno. Mi permetto anche di segnalare la gestione confusa di questa fase da parte delle forze politiche che
Referendum: li abbiamo fermati. E ora?
Il No ha vinto e ha vinto con chiarezza. Ancora, dopo il 2006 e il 2016 una parte ampia e trasversale del paese ha scelto di difendere la propria Costituzione. Chi governa oggi non è all’altezza di quei legislatori che … Leggi tutto L'articolo Referendum: li abbiamo fermati. E ora? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Referendum: ha vinto la Costituzione
Si rassegnino. Non c’è nulla da fare. Quando chi sta al Governo decide di deformare in modo sostanziale la Costituzione, si innesca un fenomeno di rigetto. È successo nel 2006 a Silvio Berlusconi, nel 2016 a Matteo Renzi e nel 2026 a Giorgia Meloni. Se il governante di turno veste i panni del moderno Costituente, si vede con chiarezza che si tratta di un travestimento. Per questa ragione anzitutto non ha funzionato. Il quesito di questo referendum costituzionale si poteva semplificare così: “approvate che Giorgia Meloni e Carlo Nordio riscrivano gli articoli della Costituzione relativi alla Magistratura?”. Se confrontiamo le squadre in campo, il Governo attuale non poteva reggere il confronto. Per il No erano schierati Calamandrei, Dossetti, Moro, Ruini, ecc. Figuranti contro saggi. La Costituzione ha vinto anche per la partecipazione delle cittadine e dei cittadini. Un referendum senza quorum ha superato ampiamente il quorum. Quando si tocca la Costituzione, il livello di attenzione sale. Chi ha cercato di ridurre il referendum ad un aspetto soltanto tecnico, ha sbagliato in pieno. La significativa partecipazione alle urne dimostra che la questione è politica e soprattutto è costituzionale. La sconfitta dei promotori del referendum è doppia. Perché dopo questo stop, la strada del premierato è di fatto preclusa. Il No al referendum di fatto diventa anche un No al progetto del premier che ambiva a sottrarre al Presidente della Repubblica il potere di nomina del Governo e di scioglimento del Parlamento. Tenendo conto che la legge sull’autonomia differenziata è stata falcidiata della Corte Costituzionale, al Governo e alla maggioranza attuale resta soltanto una carta da giocare: la riforma della legge elettorale. Con la quale si vorrebbe ripristinare un premio di maggioranza, nonostante che sia già stato bocciato due volte dalla Consulta per il “porcellum” (di Calderoli) e per l’”italicum” (di Renzi). Degli errori del passato spesso non si ha memoria. O si fa finta di non ricordare, quando ogni altra via è occlusa. Oggi è un giorno positivo. Ma non è possibile che ogni dieci anni la Costituzione venga messa in discussione e in pericolo. Sull’onda della prevalenza dei No, sarebbe necessario cercare di mettere in sicurezza la Costituzione. Questa potrebbe essere davvero considerata una riforma della Costituzione, nel senso di una maggiore condivisione delle scelte istituzionali. Perché la Costituzione non debba essere elemento di divisione, ma costante punto di riferimento. L’aveva proposto con chiarezza Giuseppe Dossetti negli ultimi anni della sua vita, parlando di “emergenza costituzionale” e chiedendo “maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei giudici Costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale”. Alla fine resta ancora un compito. Quello di rimuovere gli ostacoli per impediscono la piena attuazione della Costituzione. Come ha recentemente detto don Luigi Ciotti, la Costituzione non deve essere cambiata, deve essere applicata. Rocco Artifoni
March 23, 2026
Pressenza