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USA: in borsa le big tech affondano con Trump (e adesso cambiano atteggiamento)
Sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti si è abbattuta un’”ondata blu”: i Democratici hanno ribaltato in modo sostanziale gli equilibri di potere. I motivi di una simile svolta nella sensibilità politica del Paese sono molti, ma tra questi emergono la crescente sfiducia verso l’oligarchia delle Big Tech e l’ostilità dichiarata verso la costruzione di nuovi data center. Non a caso, a scrutinio concluso, i titoli tecnologici sono crollati in Borsa e i vertici delle aziende hanno cambiato subito il tono delle loro comunicazioni pubbliche. Dopo i risultati, il Nasdaq, indice fortemente legato al settore tecnologico, ha perso oltre il 5,5%, con un calo repentino stimato in 3.200 miliardi di dollari. Tutte le “Magnifiche Sette” sono in ribasso: Apple -1,5%, Microsoft -3,5%, Amazon -2%, Alphabet -1,9%, Meta -3,9% e, soprattutto, NVIDIA -9,26% e Tesla -10,7%, due aziende il cui futuro finanziario dipende in larga parte dalla costruzione di quegli hyperscaler tanto invisi alle comunità locali. Male anche Oracle (-6,9%), che non fa parte del pantheon delle Big Tech, ma è strettamente legata alla tenuta della bolla dell’IA e, attraverso la famiglia del suo fondatore, Larry Ellison, a una parte rilevante del settore dell’informazione e dell’intrattenimento. Sotto l’ala della famiglia Ellison figurano Paramount, Skydance, CBS, CNN e TikTok. Elon Musk, che nei mesi scorsi aveva investito 450 milioni di dollari a sostegno delle campagne dei candidati Repubblicani, ha visto SpaceX e Tesla perdere rispettivamente il 9% e l’11% del valore di mercato, per oltre 420 miliardi di dollari complessivi. Una reazione così marcata suggerisce che gli investitori temono la fine della lunga impunità di cui le aziende tech hanno goduto: con Senato e Camera a maggioranza Democratica, potrebbero partire numerose indagini su presunte violazioni di legge. Il primo potenziale bersaglio di questa retribuzione politica sarebbe proprio Musk, sia per l’attività delle sue imprese sia per l’ambiguo ruolo che ha rivestito all’interno di DOGE, la simil-agenzia governativa che ha guidato i tagli alla spesa pubblica, con effetti pesanti sui servizi e con l’eliminazione di aiuti esteri la cui scomparsa, secondo alcune stime, avrebbe causato oltre 600.000 morti. Non a caso, in vista del voto, il Presidente USA Donald Trump aveva ventilato l’ipotesi di una grazia preventiva per proteggere l’imprenditore da ogni conseguenza. Data l’avversione degli americani per i data center, si prevede inoltre un forte ridimensionamento dei progetti di nuove infrastrutture per clause e calcolo IA. Il timore di questa prospettiva ha inferto uno strattone a tutti i produttori di microchip, anche quelli esteri: da SK Hynix a Samsung fino all’europea ASML. Il fatto che chi ha investito massicciamente nell’IA cominci a dubitare che quegli investimenti daranno i frutti promessi, contribuisce a sua volta a creare una forte instabilitá e a enfatizzare gli effetti delle midterm. Percependo il cambio di vento, le aziende del settore hanno rivisto subito il tono con cui parlano al pubblico: meno “dobbiamo farlo”, più “troviamo un compromesso civile”. Fino a poche settimane fa Sam Altman, CEO di OpenAI, sosteneva che «il mondo dovrebbe accettare che accadano alcune cose brutte per il bene di questa tecnologia». Ieri, giovedì 5 novembre, sempre OpenAI ha invece annunciato il National Community Compact, un’iniziativa per lo sviluppo sostenibile dell’IA che promette maggiore trasparenza su contratti con le istituzioni, tecnologie impiegate, impatto ambientale e fabbisogno di risorse. OpenAI si impegna formalmente a pagare per intero i costi energetici delle proprie infrastrutture – finora si è osservato che le bollette di acqua ed elettricità aumentavano in concomitanza con l’arrivo degli hyperscaler – e a dialogare con le comunità per avviare progetti collaterali a beneficio della società. The post USA: in borsa le big tech affondano con Trump (e adesso cambiano atteggiamento) appeared first on L'Indipendente.
November 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Big Tech e Big Oil si sono fuse: chiamiamola Fossil Tech
di Naomi Klein e Astra Taylor (ripreso da cambiailmondo.org) Un giorno prima del lancio ufficiale di END TIMES FASCISM – And the Fight for the Living World, Astra ed io siamo entusiasti di condividere un breve estratto dal libro. Tratta un argomento che sappiamo interessare molti di voi: come la corsa agli armamenti dell’IA aziendale stia aggravando la crisi climatica
November 2, 2026
La Bottega del Barbieri
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Intelligenza Artificiale e lavoro cognitivo: ripoliticizzare la “tax pollen” e il reddito di base universale – di Mathieu Corteel e Yann Moulier Boutang
Sam Altman promette un reddito di base universale finanziato da una "tassa sui robot". Dietro la facciata della filantropia, riemerge lo spettro del "sistema di Speenhamland", il sistema inglese del XVIII secolo che sovvenzionava la povertà per abbassare i salari. Di fronte a questo Speenhamland algoritmico, si apre la possibilità di un'altra forma di [...]
June 15, 2026
Effimera
[San Francisco, Stati Uniti]: Attacco con molotov contro la casa di Sam Altman, fondatore e capo di OpenAI
> Da Switch Off!, 10.04.26 Articolo di Die Zeit del 18 aprile 2026 BISOGNA DISTRUGGERE LE MACCHINE? Un uomo attacca la casa di Sam Altman e i taxi autonomi vanno in fiamme. La reazione contro l’IA diventa violenta e unisce persone che altrimenti non avrebbero nulla in comune. Cosa fare quando il futuro appare minaccioso? Ci si dispera, si entra in politica o si fugge subito nella natura selvaggia? Un giovane negli Stati Uniti ha recentemente trovato una risposta diversa: dare fuoco a tutto. Venerdì scorso [10 aprile, NdT], nelle prime ore del mattino, ha lanciato una bottiglia molotov contro la casa di Sam Altman [a San Francisco, NdT], poi è fuggito a piedi ed è stato arrestato poche ore dopo con una tanica piena di cherosene davanti alla sede centrale di OpenAI. Secondo quanto riferito dall’FBI, con sé aveva un manifesto in cui si scagliava contro l’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato, l’uomo ha 20 anni e si chiama Daniel M. [Moreno-Gama, NdT]. I media hanno rintracciato la sua impronta digitale [ovvero la sua presenza online, NdT] trovando un account Instagram e una newsletter Substack che presumibilmente gli appartengono e che contengono diversi post sul nostro presente e futuro tecnologico. Il rischio esistenziale dell’IA è il titolo di un lungo saggio in cui l’autore mette in guardia dalla superintelligenza in arrivo e raccomanda il libro If Anyone Builds It, Everyone Dies del profeta dell’apocalisse dell’IA, Eliezer Yudkowsky. Un altro saggio si intitola Elogio funebre dell’umanità, in cui l’autore distingue tra la figura del nobile “martire”, disposto a morire per i propri ideali, e quella del “guerriero”, pronto a combattere e a uccidere per essi. Il testo si conclude con una presa di posizione: «Noi, l’umanità, meritiamo di essere difesi». Ora M. è accusato, tra le altre cose, di tentato omicidio ai danni di Sam Altman e probabilmente trascorrerà molti anni in prigione. Solo pochi giorni dopo, due sconosciuti hanno sparato contro la casa di Altman. Il movente è ancora sconosciuto. Per quanto riprovevole sia la violenza contro Altman, questo attacco sembra comunque essere anche un sintomo. Non è solo in M. che ribollono rabbia e paura di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale, in cui l’elemento umano sembra essere facoltativo. Si tratta di un sentimento ormai radicato nell’intera società, persino a livello globale: si teme che le macchine possano sostituirci o che, per stare al passo con i tempi, dobbiamo funzionare sempre più come macchine. Questa pressione non si scarica necessariamente contro gli sviluppatori, anche se si tratta di un caso particolarmente estremo, ma spesso contro le tecnologie stesse: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, infatti, si sono recentemente moltiplicati gli attacchi contro i robot di consegna autonomi, presi a calci, picchiati e imbrattati di graffiti. In California, culla di molte delle nostre tecnologie future, i taxi a guida autonoma sono stati sabotati o addirittura distrutti. A Indianapolis, qualcuno ha sparato 13 colpi nel cuore della notte contro la casa di un consigliere comunale, lasciando un biglietto sullo zerbino con la scritta: “NO DATA CENTERS!”. Meno militanti, ma in una sorprendente alleanza, nel Midwest degli Stati Uniti gli elettori MAGA e i socialisti, come il democratico Bernie Sanders, stanno improvvisamente remando nella stessa direzione per protestare contro la costruzione di data center per l’intelligenza artificiale ad alto consumo energetico da parte delle grandi aziende tecnologiche, e stanno vincendo: secondo un rapporto di Data Center Watch, le proteste hanno impedito o ritardato la realizzazione di data center per un valore di 64 miliardi di dollari. Paura della fine del mondo o dello sfruttamento? La controffensiva [backlash] anti-IA è ampia e, come ha recentemente scritto la rivista Fortune, forse addirittura «rivoluzionaria», nell’accezione di «assalto alla Bastiglia». Tuttavia, le persone coinvolte non formano affatto un gruppo omogeneo. Per comprendere meglio cosa si mescoli al suo interno, è utile distinguere innanzitutto due fazioni: i doomer e i luddisti. A giudicare dal suo Substack, M. apparteneva ai primi. I “doomer” dell’IA, dal termine inglese “doom” (rovina), sono talvolta utilizzati proprio come autodescrizione e guardano all’intelligenza artificiale nella sua accezione più ampia. Le loro preoccupazioni sono apocalittiche, sebbene riferite ai software, e intrise di un sentimento quasi religioso. Condividono l’ottimismo tecnologico con i più grandi sostenitori della tecnologia: sono convinti che l’IA diventerà sempre più efficace e potente, solo che non vogliono promuoverla né accelerarne lo sviluppo, ma temono che ciò avvenga. Il momento specifico che li spaventa è quello in cui un’ipotetica IA sarà in grado di riprogrammarsi e migliorarsi autonomamente. Ciò produrrebbe un’esplosione di intelligenza che farebbe sì che l’IA continui a migliorarsi fino a diventare, di fatto, Dio. I “doomer” non usano necessariamente questo termine, ma parlano piuttosto di AGI (Intelligenza Artificiale Generale) o di Singolarità. Ciò che ipotizzano per il nostro futuro è talmente lontano da ogni cosa umana che nessun termine, se non quelli teologici, sembra renderlo adeguatamente. Gli stessi amministratori delegati delle aziende tecnologiche attingono spesso alle previsioni dei “doomer” per fare marketing, combinando abilmente argomenti di destra e di sinistra. In primo luogo: «Quello che stiamo costruendo è terribilmente pericoloso!». E subito dopo: «Ma solo noi possiamo controllarlo!» Nel frattempo, però, loro continuano a sviluppare l’IA a un ritmo sempre più frenetico e con sempre meno misure di sicurezza. Una parte disillusa dei doomer, quindi, si è sempre più radicalizzata nelle proprie previsioni: Nel Substack di M. si legge che permetteremmo ai CEO del settore tecnologico di “spingerci verso l’estinzione”. Nel libro di Eliezer Yudkowsky, If Anyone Builds It, Everyone Dies, il titolo è già di per sé esplicativo; inoltre, nel 2025, l’influente documento AI 2027 ha profetizzato la catastrofe dell’IA già per l’anno prossimo. Secondo una delle due interpretazioni, alcuni onesti guerrieri lottano per un futuro umano; secondo l’altra, invece, si tratta di fanatici religiosi che, come tante sette prima di loro, sospettano che l’Armageddon sia sempre dietro l’angolo. La visione della seconda fazione anti-IA ha un carattere meno cosmico. I luddisti sono in realtà un gruppo storico di lavoratori che prende il nome da Ned Ludd, un maestro tessitore quasi mitico che, secondo la leggenda, nel 1779 distrusse due telai meccanici. Quando, nel 1810, i tessitori britannici si ribellarono all’inizio della meccanizzazione del loro lavoro, assaltarono le fabbriche e distrussero le macchine, rivendicando il leggendario generale Ludd come loro leader. In Germania, questi lavoratori distruttori di telai sono noti con un altro nome: i Maschinenstürmer. Negli Stati Uniti, sempre più esponenti della sinistra si rifanno ora a quel movimento e si definiscono neo-luddisti. Le analisi storiche dimostrano infatti che i luddisti non erano, come spesso si racconta oggi, nemici ingenui del progresso. Erano artigiani altamente qualificati che capivano perfettamente come i proprietari delle nuove macchine mirassero attivamente a svalutare la loro professione attraverso la meccanizzazione. Per molto tempo protestarono pacificamente, ma quando lo Stato avviò la repressione e i datori di lavoro continuarono a spingere sempre più in basso i salari, i tessitori iniziarono a distruggere le macchine, ma solo quelle dei datori di lavoro che prima non avevano voluto negoziare. Lasciarono intatte le altre. Fallirono. Il governo britannico represse ben presto le loro proteste con l’intervento dell’esercito. Eppure, come sostiene lo storico dell’economia Carl Benedikt Frey nel suo libro The Technology Trap, avrebbero avuto ragione: il tenore di vita dei lavoratori subì un drastico calo e ci vollero tre generazioni prima che le ricchezze del nuovo capitalismo raggiungessero i lavoratori. La rivolta contro le macchine non fu una lotta contro la tecnologia, ma contro le sue conseguenze sociali. Di questo spirito è permeata anche l’odierna coalizione di coloro che temono le conseguenze sociali dell’intelligenza artificiale più del suo potenziale distruttivo, come lo sciopero di successo dei sindacati di Hollywood contro l’uso dell’IA nella produzione cinematografica nel 2023. Ci sono state proteste contro i taxi a guida autonoma e i robot di consegna autonomi, perché presumibilmente rubano posti di lavoro o perché, a causa delle loro numerose telecamere, sono visti come parte di uno stato di sorveglianza nascente. Ci sono state manifestazioni contro i data center, perché sono la parte tangibile della rivoluzione dell’IA che viene rifiutata, o perché il loro consumo di energia e acqua è paragonabile a quello di una città di medie dimensioni, o semplicemente perché deturpano il paesaggio. Eppure, l’espansione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale procedono senza ostacoli. Il contraccolpo, sia da parte dei luddisti che dei doomer, si fa sempre più violento e, nella loro impotenza, alcune persone sembrano trovare sempre più accettabile anche la violenza. Chi ha dato un’occhiata alle sezioni dei commenti su Facebook, Instagram o TikTok sotto gli articoli relativi all’attacco con bombe Molotov alla casa di Altman, non ha trovato molte espressioni di cordoglio, ma piuttosto esultanze e commenti sarcastici. Questo fatto ricorda immediatamente l’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, Brian Thompson, avvenuto nel dicembre 2024, che è stato celebrato in modo trasversale da molti utenti statunitensi sui social media. La frustrazione nei confronti dell’industria sanitaria statunitense era così forte che si è persino esultato per un omicidio. Il presunto autore della sparatoria, Luigi Mangione, è diventato un beniamino del web. Ma non è solo Mangione a rappresentare un sorprendente punto di accordo negli Stati Uniti divisi: negli ultimi anni, una carriera trasversale ai partiti l’ha fatta proprio Ted Kaczynski, meglio conosciuto come l’Unabomber, che tra il 1978 e il 1995 inviò pacchi bomba negli Stati Uniti a persone che, secondo lui, promuovevano la diffusione delle moderne tecnologie. Il curioso fronte trasversale della resistenza alla tecnologia La campagna di Unabomber, morto in carcere nel 2023, all’epoca uccise tre persone e ne ferì oltre venti. Eppure, il suo manifesto Industrial Society and Its Future, che si scaglia contro il “progresso” tecnologico e inizia con la frase “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state una catastrofe per l’umanità”, ha riscosso un successo trasversale, soprattutto negli ultimi anni. È stato pubblicamente elogiato da personaggi come Elon Musk, il profeta del movimento MAGA Tucker Carlson, anticapitalisti di sinistra e persino Luigi Mangione, che hanno poco in comune, se non, a quanto pare, la convinzione che qualcosa sia andato storto nel nostro presente tecnologico. La resistenza alla tecnologia, anche quella militante, crea fronti trasversali curiosi: ma perché? Una risposta si può forse trovare nel libro Techno-Negative, pubblicato di recente dal geografo umano Thomas Dekeyser. In questo libro, Dekeyser priva l’attuale backlash contro l’IA di ogni unicità, facendo risalire il desiderio di distruggere le macchine fino all’antichità. Ogni nuova tecnologia, infatti, ridefinisce sempre anche cosa significa essere umani, perché ci definiamo sempre anche attraverso lo scambio e la demarcazione rispetto al non umano, come spiega Dekeyser. Oggi gli sviluppatori di intelligenza artificiale pubblicizzano apertamente la loro tecnologia, che da un lato sostituirà l’uomo come apice della creazione e dall’altro fagociterà ogni lavoro che dia senso e crei valore, riducendo l’uomo a un semplice fardello di carne. Nella resistenza contro una tecnologia che pretende di essere onnipotente, forse tutti possono ritrovarsi, anche se hanno poco in comune e forse non sono affatto d’accordo sui metodi della loro alleanza improvvisata. Sulla base di una consapevolezza condivisa, possono trovare un accordo: alcune macchine devono essere distrutte.