L’insensatezza dell’istituzione degli esercitiL’addestramento militare prepara a vedere l’altro come una minaccia da
eliminare. Come si può pensare che la pace possa nascere dagli stessi strumenti
che rendono possibile la guerra?
Nel corso della storia umana, l’istituzione degli eserciti è stata considerata
una necessità inevitabile, quasi un elemento naturale dell’organizzazione degli
Stati. Eppure, se osservata con lucidità, essa appare come una delle più
profonde contraddizioni della civiltà: strutture create e mantenute con
l’obiettivo dichiarato di garantire sicurezza, ma fondate su strumenti di
distruzione, paura e odio.
Gli eserciti nascono e si legittimano attraverso la costruzione del nemico.
Senza una minaccia, reale o percepita, la loro esistenza perderebbe significato.
Questo meccanismo alimenta un circolo vizioso: per giustificare la propria
presenza, ogni apparato militare ha bisogno di tensioni, conflitti e rivalità.
Così, invece di prevenire la guerra, spesso contribuisce a renderla possibile,
se non inevitabile.
Come sottolinea l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, la
logica militare non è difensiva ma strutturalmente offensiva: ogni esercito si
prepara al peggio, accumula armi, perfeziona strategie di annientamento. Anche
quando si parla di “difesa”, il linguaggio resta quello della distruzione. La
sicurezza diventa quindi un paradosso: si cerca pace attraverso la preparazione
alla guerra, denuncia Michele Lucivero, docente di Filosofia e Storia, noto per
il suo impegno come responsabile dell’Osservatorio contro la militarizzazione
delle scuole e dell’Università, la cui attività si concentra sulla critica alla
crescente presenza di militari, armi e propaganda bellica all’interno delle
istituzioni scolastiche italiane
A questa critica si affianca quella di Antonio Mazzeo, insegnante, giornalista e
attivista che evidenzia come l’apparato militare non sia solo uno strumento di
difesa, ma anche un enorme sistema economico e politico. L’industria bellica, le
alleanze strategiche, le spese militari crescenti: tutto ciò crea interessi
concreti che rendono difficile, se non impossibile, mettere in discussione
l’esistenza stessa degli eserciti. Non si tratta più solo di sicurezza, ma di
potere e profitto.
Inoltre, gli eserciti operano attraverso una disciplina che spesso annulla
l’individuo. Il soldato viene addestrato a obbedire, a sospendere il giudizio
morale, a eseguire ordini anche quando implicano violenza estrema. Questo
processo solleva interrogativi etici profondi: è possibile conciliare la dignità
umana con un sistema che richiede, in ultima istanza, la capacità di uccidere?
Nel mondo contemporaneo, segnato da armi sempre più sofisticate e distruttive,
la questione diventa ancora più urgente. Le tecnologie militari hanno raggiunto
un livello tale da rendere qualsiasi conflitto potenzialmente catastrofico su
scala globale. In questo contesto, continuare a investire in eserciti appare non
solo anacronistico, ma pericoloso.
L’idea di abolire gli eserciti può sembrare utopica, ma ogni grande cambiamento
nella storia è stato preceduto da una visione considerata irrealistica. Abolire
gli eserciti non significa ignorare i conflitti, ma affrontarli con strumenti
diversi: diplomazia, cooperazione internazionale, giustizia globale. Significa
spostare risorse e intelligenze dalla distruzione alla costruzione.
In definitiva, l’istituzione degli eserciti si rivela insensata proprio perché
pretende di garantire la pace attraverso la preparazione alla guerra. Finché
questa logica non verrà superata, l’umanità resterà intrappolata in un sistema
che perpetua ciò che afferma di voler evitare. Superare gli eserciti non è solo
una scelta politica: è una necessità etica.
Gli uomini in armi non possono costruire la pace
L’idea che uomini armati possano costruire la pace è una delle più diffuse e, al
tempo stesso, più contraddittorie della modernità. Si afferma spesso che la
presenza militare sia necessaria per stabilizzare territori, prevenire conflitti
e garantire sicurezza. Tuttavia, questa convinzione poggia su una premessa
fragile: che la pace possa nascere dagli stessi strumenti che rendono possibile
la guerra.
L’uomo in armi è, per definizione, inserito in una logica di conflitto. Il suo
ruolo è prepararsi allo scontro, individuare un nemico, neutralizzarlo. Anche
quando opera sotto il nome di “missione di pace”, resta vincolato a una
struttura mentale e operativa fondata sulla minaccia e sull’uso della forza. In
questo contesto, la pace rischia di diventare una semplice pausa tra due
tensioni, non un processo autentico di riconciliazione.
Come osserva Lucivero, la pace non può essere imposta: richiede relazioni,
fiducia, ascolto. Tutti elementi incompatibili con una presenza armata, che
inevitabilmente genera paura e diffidenza. Un soldato, anche quando non spara,
rappresenta comunque la possibilità della violenza. E dove esiste questa
possibilità, la pace non può radicarsi davvero.
Anche Mazzeo sottolinea come le operazioni militari, spesso presentate come
interventi umanitari, finiscano per rafforzare dinamiche di dominio e controllo.
Le popolazioni coinvolte non percepiscono gli uomini in armi come portatori di
pace, ma come attori esterni che impongono ordine con la forza. Questo non
costruisce stabilità, ma semina risentimento, creando le condizioni per nuovi
conflitti.
La pace, al contrario, è un processo lento e fragile. Nasce dal dialogo, dalla
giustizia sociale, dalla riduzione delle disuguaglianze. Richiede istituzioni
civili forti, partecipazione, rispetto reciproco. Nessuno di questi elementi può
essere imposto con le armi. Anzi, la presenza militare tende spesso a
soffocarli, sostituendo la complessità delle relazioni umane con una logica di
controllo.
Sussiste poi una questione etica e morale fondamentale. Costruire la pace
significa riconoscere l’umanità dell’altro, anche quando è diverso o ostile.
L’addestramento militare, invece, prepara a vedere l’altro come una minaccia da
eliminare. Questa trasformazione dello sguardo è incompatibile con qualsiasi
autentico progetto di convivenza pacifica.
Sostenere che gli uomini in armi possano costruire la pace significa, in fondo,
accettare una contraddizione insanabile. È come pretendere di spegnere un
incendio alimentandolo. Finché la sicurezza sarà affidata alla forza, la pace
resterà precaria, sempre esposta al rischio di essere infranta.
Riconoscere che la pace non può nascere dalle armi è il primo passo per
immaginare alternative reali. Non si tratta di ingenuità, ma di coerenza: se il
fine è la pace, anche i mezzi devono esserlo. Solo disarmando le relazioni –
prima ancora degli eserciti – si può aprire uno spazio autentico per una
convivenza più giusta e duratura.
Laura Tussi