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La (maledetta) stratificazione della classe operaia
GLI STRATI SUPERIORI DELLA CLASSE OPERAIA DETENGONO IL POTERE RISPETTO A QUELLI INFERIORI E, PROPRIO COME QUALSIASI ALTRO STRATO SUPERIORE, HANNO IL POTERE DELLA NARRAZIONE E IL PRIVILEGIO DELL’INVISIBILITÀ Brigitte Vasallo su El Salto Se esiste un concetto chiave per comprendere alcuni pasticci delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo o, meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirli, è quello della stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, a occhio e croce, allo stesso Engels nel testo La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845. Niente di postmoderno, insomma, ma la base stessa degli studi canonici per capire come funziona il capitalismo. Anche per quelle persone che insistono sullo slogan di “una sola classe operaia”, anche partendo da lì, la questione è ineludibile. La stratificazione della classe operaia è un meccanismo di base, essenziale e consustanziale al capitalismo che consiste nel dividere la classe operaia per indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (gli operai e le operaie sono sistematicamente disuguali anche in quanto classe operaia per quanto riguarda, ad esempio, la divisione sessuale del lavoro, i salari e l’accesso al diritto stesso al lavoro salariato); la razzializzazione è un altro, non esclusivo, con l’abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, con l’abisso del commercio di schiavi, che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, dei lavoratori autoctoni rispetto a quelli stranieri (o forestieri), tra le altre disuguaglianze. Come funziona questa stratificazione? Concedendo, all’interno della stessa classe operaia, più diritti ad alcuni rispetto ad altri e mettendoci così in competizione tra noi. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori del Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittavano delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, fino al paradigma costituito dagli scioperi dei minatori di carbone negli Stati Uniti nel 1873, dove gli scioperanti bianchi statunitensi furono sostituiti da statunitensi di colore e da migranti italiani, entrambi i gruppi con molto meno potere di associazione e di resistenza poiché partivano da situazioni ancora peggiori di quella dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nel suo imprescindibile Dalle classi pericolose al nemico interno, cita numerose situazioni. Il programma del Partito Operaio Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva la strumentalizzazione capitalista della manodopera immigrata: «Per derubare maggiormente i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), espulsi dal loro paese dalla miseria […] sono condannati ad accettare le condizioni del padrone e a lavorare per salari che gli operai locali rifiuterebbero». Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né capire né opporci al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all’interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinata, per quanto non venga nominata. Come nel resto della costruzione sociale, gli strati superiori della classe operaia detengono il potere rispetto agli strati inferiori e, proprio come fa qualsiasi altro strato superiore, hanno il potere della narrazione e il privilegio dell’invisibilizzazione. E abusano di quel potere quando negano la stratificazione nell’unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all’interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza all’interno della classe. Engels la chiamava «l’aristocrazia operaia». Le lamentele, per favore, rivolgetele a lui. Conoscere, comprendere e smettere di tacere su questo meccanismo è indispensabile per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, per esempio, è una buona notizia per tutta la classe operaia, poiché ci rafforza come classe in quanto garantisce a più lavoratori i diritti per organizzarsi e resistere agli abusi. E serve anche, permettetemi la digressione, a comprendere la disuguaglianza insita nelle migrazioni interne del franchismo sviluppista. Sessant’anni dopo c’è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché «ehi! i poveri c’erano ovunque». E sì, certo, ma tra un povero che emigra e un altro che resta a casa c’è una disparità: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come lo sono altri oggi, migranti.   The post La (maledetta) stratificazione della classe operaia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La (maledetta) stratificazione della classe operaia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 17, 2026
Popoff Quotidiano
Libano: la promessa fatta ai defunti
LA GUERRA IMPEDISCE LA SEPOLTURA DEI DEFUNTI NELLE CITTÀ ORMAI INACCESSIBILI. COSÌ VENGONO SEPOLTI IN MODO PROVVISORIO, IN ATTESA CHE UN CESSATE IL FUOCO CONSENTA IL LORO RITORNO Reportage di Gwenaelle Lenoir per Mediapart Choueifat, Beirut, Tiro (Libano).– Un bulldozer giallo spiana il terreno ancora umido delle piogge primaverili. A pochi passi di lì, cumuli alti diversi metri lasciano intravedere dei rifiuti. Più in là, edifici distrutti dai bombardamenti aerei, durante questa guerra o quella precedente, quella del 2024, detta dei «sessantasei giorni», mostrano le loro lacerazioni. La città di Choueifat, vicino a Beirut, abitata da drusi e sciiti, fa parte della vasta periferia sud della capitale libanese, la Dahieh. Hezbollah vi è molto radicato e Choueifat è sistematicamente presa di mira dall’aviazione israeliana. Ai piedi della discarica abusiva si estende il piccolo cimitero dell’Imam-Sadiq, nuovissimo. Quello vecchio, ormai pieno, si trova in posizione sopraelevata, a pochi metri di distanza. Il nuovo è diviso in due. Da un lato, alcune lastre di marmo strette l’una contro l’altra, sormontate da foto incorniciate e talvolta da decorazioni. Quest’ultima dimora offre un’atmosfera calorosa, quasi accogliente, e viene da pensare che i defunti debbano, in fin dei conti, sentirsi a casa lì. Le lapidi, strette e tutte identiche, disposte sul pavimento di cemento a distanza regolare l’una dall’altra, recano solo il nome del defunto e la data della sua morte. Davanti ad alcune, mazzi di fiori, una foto. Su quasi tutte sventola la bandiera gialla con il pugno alzato che brandisce un AK-47 verde, l’emblema di Hezbollah. Donne vestite interamente di nero, il volto avvolto in un velo rigoroso e il corpo coperto da un’abaya, sedute in gruppi per terra, parlano vicino ai loro padri, fratelli, mariti, sepolti lì. UN RITO AMPIAMENTE PRATICATO DAGLI SCIITI Una pila di bare, semplici casse di legno senza imbottitura né decorazioni, indica che coloro che sono sepolti lì non sono destinati a rimanerci per sempre. Questa dimora non è la loro ultima. In questa parte del cimitero si svolgono quelli che in arabo vengono chiamati i funerali in wadiaa. Wadiaa significa letteralmente «deposito». Le salme vengono quindi sepolte in «deposito», ovvero si trovano lì provvisoriamente. La vera sepoltura, quella definitiva, avrà luogo più tardi, quando le circostanze lo permetteranno. Cioè quando il villaggio d’origine del defunto sarà accessibile. Questa pratica è prevista dall’Islam. Un musulmano deve essere sepolto il più rapidamente possibile affinché il corpo non si decomponga prima di raggiungere la terra. Se non è possibile raggiungere la sua ultima dimora in tempo, è autorizzata la sepoltura provvisoria. Il defunto o la defunta viene quindi, contrariamente alla tradizione, deposto in una bara di legno e sepolto/a in questo modo, per consentire il trasporto della salma al momento opportuno. Questo tipo di sepoltura è, in tempi normali, piuttosto raro. In tempo di guerra, invece, è ampiamente praticato dagli sciiti, per tutti i defunti e le defunte in esilio, gli anziani o i malati deceduti lontano da casa, i civili vittime di incidenti o attacchi aerei e i combattenti. Provenienti per lo più dal Libano meridionale e dalla pianura della Bekaa, a est del paese, e molto legati alla loro terra, gli sciiti esprimono molto spesso il desiderio di essere sepolti nel loro villaggio d’origine, a volte davanti alla casa di famiglia. DUE CIMITERI APERTI A TIRO «La gente teme che, se viene sepolta lontano da casa, la propria tomba non venga curata, o addirittura venga abbandonata o distrutta, e che al suo posto si costruisca qualcosa», spiega Saada Allaw, scrittrice e giornalista per il media indipendente Legal Agenda, che ha lavorato molto sull’argomento. Anche chi non vive lì si reca nel villaggio d’origine della propria famiglia, visita i propri cari, possiede terreni e alberi. L’attaccamento a questa terra è molto profondo. » Ma le guerre costringono gli sciiti del Sud e, in misura minore, della Bekaa a esodi forzati. Gli sfollati sono in maggioranza di confessione sciita. I cristiani e i loro villaggi sono in genere risparmiati dall’esercito israeliano, poiché lo Stato ebraico li considera potenziali alleati e sfrutta le divisioni confessionali in uno stato di estrema tensione. I luoghi destinati alle sepolture nelle wadiaa possono trovarsi ovunque vi siano sfollati sciiti. A Tiro, ad esempio, sono stati allestiti almeno due siti. Nelle città druse, su terreni privati o messi a disposizione dai comuni, spesso in luoghi già utilizzati in precedenza a questo scopo. Ad ogni cessate il fuoco, le salme sepolte in wadiaa vengono rimpatriate verso il sud o la Bekaa e sepolte a regola d’arte. È stato così dopo la fine dell’occupazione israeliana del sud del paese, nel 2000, e poi dopo i conflitti del 2006 e del 2024. «La bara, che è stata chiusa e sepolta provvisoriamente, viene trasportata nel villaggio dove il defunto deve essere sepolto, e lì riesumata. Non viene mai aperta, perché non esponiamo i resti dei morti», spiega Abu Hadi, membro della sezione stampa di Hezbollah, inviato al cimitero dell’Imam-Sadiq per fungere da nostro interlocutore. Il cimitero di Shuayfat è infatti sotto il controllo del Partito di Dio, come testimoniano le bandiere e gli uomini che vi officiano. Le persone sepolte in wadiaa qui sono tutte «martiri», combattenti caduti sul campo di battaglia o civili uccisi durante i bombardamenti. È quindi Hezbollah a fornire il grande tendone che protegge i parenti dei defunti dalla pioggia, dal sole e dallo sguardo dei droni durante la breve cerimonia prima della sepoltura. È sempre Hezbollah a mettere a disposizione l’impianto audio per la preghiera e l’omaggio, le foto dei morti, tutte stampate con il medesimo design, il cibo per tre giorni ai familiari di coloro che sono morti per il partito. «Questo cimitero provvisorio è stato aperto nel 2024, poi è stato chiuso quando le famiglie hanno potuto recuperare i propri cari e seppellirli nei loro villaggi», riprende Abu Hadi. «Allora ha accolto fino a 500 martiri. L’abbiamo rimesso in funzione all’inizio di marzo e fino ad oggi abbiamo ricevuto 200 martiri». IL LUTTO IMPOSSIBILE Il 29 marzo sono stati sepolti, in mezzo a una folla numerosa e sotto una pioggia battente, i giornalisti Ali Choeib, corrispondente di guerra dell’emittente Al-Manar appartenente a Hezbollah, Fatima Ftouni e suo fratello Mohammad Ftouni, rispettivamente giornalista e videomaker presso Al-Mayadeen, media vicino all’Iran. I tre erano stati uccisi il giorno prima da un attacco israeliano contro il loro veicolo vicino a Jezzine, fuori dalla «zona rossa» dei combattimenti. Israele ha accusato Ali Choeib, molto famoso in Libano, di essere membro dell’unità di intelligence del braccio militare di Hezbollah, senza fornire alcuna prova. I tre provenivano da villaggi nel sud del Paese vicini al confine, quindi attualmente inaccessibili. I loro funerali a Wadiaa hanno dato luogo a manifestazioni di dolore e militanza, accompagnate da grida di «Morte all’America, morte a Israele!», rare in tempi normali. Nei giorni normali, le sepolture si susseguono al ritmo di una all’ora, assicura il portavoce di Hezbollah, al quale gli assistenti mostrano di tanto in tanto un taccuino beige. «Sono tutte le informazioni sui martiri che saranno sepolti qui nel wadi: il loro nome, la loro età, il luogo in cui sono stati uccisi, il loro villaggio d’origine, l’identità dei parenti, la residenza attuale. Noi facciamo tutto perché siano inumati più vicino possibile ai parenti sfollati, perché possano assistere alla cerimonia e in seguito poter visitare i loro martiri», racconta ancora. Un altro quaderno, blu e di grandi dimensioni, conterrà le stesse informazioni, scritte in modo ordinato, una volta effettuata la sepoltura provvisoria. È necessario conservare un ricordo il più preciso possibile per consentire la sepoltura definitiva. Perché la sepoltura provvisoria, segno dell’attaccamento alla terra, è essa stessa un atto di «resistenza», del rifiuto degli sciiti del sud del paese di considerare che la loro regione possa passare definitivamente sotto il controllo di Israele. «È una forma di resilienza per gli abitanti del Sud», assicura Saada Allaw. «Questo rito porta con sé una promessa: torneremo nei nostri villaggi, poiché è lì e in nessun altro luogo che seppelliremo i nostri morti per sempre». Questo significato quasi politico ha assunto grande rilevanza durante la guerra del 2024. Perché queste sepolture provvisorie, numerose ma impossibili da quantificare, sono diventate visibili grazie ai social media, ancora agli albori durante il conflitto del 2006. E soprattutto perché il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ucciso in un massiccio bombardamento israeliano il 27 settembre 2024 a Haret Hreik, un quartiere di Dahieh, è stato sepolto lui stesso in una wadiaa prima della sua sepoltura definitiva dopo la firma del cessate il fuoco. Tale è stato anche il destino del suo presunto successore, Hachem Safieddine, assassinato meno di un mese dopo. Martedì 31 marzo viene sepolta la salma di un combattente ucciso al fronte. La famiglia Aboud – molte donne, alcuni bambini, pochi uomini – si accalca attorno alla cassa di legno. si accalca attorno alla cassa di legno. Tra le parole di conforto dello sceicco, diffuse a tutto volume dagli altoparlanti, risuonano grida e pianti. Per quanto il «martire» venga definito «beato» nella narrativa di Hezbollah, il dolore travolge il sparuto gruppo di presenti. Tanto più che la cerimonia non deve protrarsi a lungo: «Dopo una ventina di minuti, chiedo alla gente di andarsene», spiega Abou Hadi. «Qui siamo in una zona di guerra, è pericoloso». Con un sorriso, il cinquantenne dall’aria bonaria, in jeans, camicia e giacca, con la barba corta e curata, indica il cielo. Il rumore esasperante del drone è costante, gli aerei militari sorvolano la zona. Questa atmosfera di pericolo rende difficile il lutto, tanto più che anche i parenti sono sfollati. E il rito della sepoltura nella wadiaa rafforza questo senso di vulnerabilità. «Di fatto sospende il processo di lutto. Questo non può iniziare poiché la sepoltura non è definitiva. Il contesto sociale che accompagna una sepoltura non esiste in questo caso», spiega Silva Ali Bahout, psicologa clinica e docente all’Università libanese. «Suscita anche un senso di colpa, per non aver potuto esaudire l’ultima volontà del defunto di essere sepolto a casa sua, nella sua terra. » Le conseguenze non sono solo individuali, riprende la psicologa, ma anche collettive: «Poiché le regioni sciite sono quelle prese di mira dalla morte, la sepoltura in wadiaa diventa un tratto dell’identità sciita, una specificità che mette la comunità in disparte rispetto alla nazione e rafforza al tempo stesso il senso di isolamento e di persecuzione. » E, paradossalmente, quella di offrire al Paese dei martiri gloriosi. Questo rito, che promette un ritorno in patria, può quindi alimentare le tensioni tra le comunità. Accade così che i morti entrino in gioco nella politica e che i riti funebri rivelino le ferite di un paese. 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April 8, 2026
Popoff Quotidiano
Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo
LA PROPOSTA IN UNA LETTERA APERTA AL QUOTIDIANO DOMANI: L’ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI MATTEOTTI SIA LA GIORNATA PER LE VITTIME DEL REGIME Lo storico e dirigente culturale Luigi Corbani propone di istituire il 10 giugno come giornata nazionale dedicata al ricordo delle vittime del fascismo, in coincidenza con l’anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti. In una lettera pubblicata su Domani il 31 marzo 2026, Corbani richiama le radici antifasciste della Repubblica nata dopo il referendum del Referendum istituzionale italiano del 1946 e sottolinea come la Costituzione sia il frutto delle sofferenze inflitte dal regime. Nel suo intervento, l’autore ricorda il valore politico e morale riconosciuto ai perseguitati antifascisti già nella prima fase repubblicana e denuncia l’assenza simbolica di quanti furono uccisi o costretti all’esilio, citando figure come Antonio Gramsci, Piero Gobetti e Carlo Rosselli. Corbani evidenzia inoltre la portata della repressione esercitata dal Tribunale speciale fascista, che tra il 1926 e il 1943 condannò migliaia di persone a pene detentive per un totale di oltre 27 mila anni. Secondo Corbani, accanto alle ricorrenze del Festa della Liberazione e della Festa della Repubblica Italiana, manca oggi una giornata specificamente dedicata alle vittime del regime. L’istituzione del 10 giugno risponderebbe quindi all’esigenza di riconoscere pienamente la natura violenta e autoritaria del fascismo, riaffermando il principio costituzionale che ne vieta ogni ritorno e ricordando che la repressione delle libertà democratiche fu un tratto strutturale del regime sin dalle sue origini. The post Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 31, 2026
Popoff Quotidiano
Argentina 24 marzo 1976
CINQUANTA ANNI FA IL GOLPE E L’INIZIO DI UNA SANGUINOSA DITTATURA STRAGISTA E LIBERISTA. PARLA ENRICO CALAMAI, DIPLOMATICO ITALIANO CHE SALVÒ CENTINAIA DI VITE In quella giornata di autunno Buenos Aires si sveglia come se fosse una mattina come tante. Non sembra successo niente, il traffico è regolare, la gente va al lavoro. Ancora non sa che quel giorno per l’Argentina rappresenta uno spartiacque, segnando la fine dell’ordine costituzionale e l’avvio di una delle più violente dittature militari dell’America Latina contemporanea. Il colpo di stato era nell’aria, ma in centro città pare che nulla di drammatico stia accadendo. Invece era stato rovesciato il governo della presidente Isabel Perón, succeduta al marito Juan Domingo Perón nel 1974. Lei, la prima donna Presidente dell’Argentina, è stata deposta dal golpe attuato dalle forze armate, che instaurano una giunta guidata dal generale Jorge Rafael Videla. L’intervento militare si inserisce in un contesto di profonda crisi economica, instabilità istituzionale e crescente conflittualità sociale. Negli anni precedenti al golpe, il paese era stato teatro di scontri tra organizzazioni guerrigliere di sinistra e gruppi paramilitari di destra, mentre l’inflazione e il deterioramento delle condizioni economiche contribuivano a erodere la legittimità del governo civile. In tale quadro, le forze armate giustificarono la presa del potere come necessaria per ristabilire l’ordine e garantire la sicurezza nazionale. Non a caso il nuovo regime liberticida si autodefinì Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il dittatore Videla avviò un radicale processo di ristrutturazione politica e sociale. Le istituzioni democratiche furono sospese, il parlamento sciolto e le libertà civili annullate o drasticamente limitate. Parallelamente, il governo militare implementò un modello economico di orientamento neoliberista, volto alla liberalizzazione dei mercati e alla riduzione dell’intervento statale. Augusto Pinochet docet! Uno degli aspetti più drammatici della dittatura fu la sistematica repressione del dissenso, nota come Guerra Sucia, la guerra sporca. Attraverso una rete clandestina di centri di detenzione, il regime condusse operazioni di sequestro, tortura e eliminazione fisica di oppositori politici, reali o presunti. Il regime giustificò le sue azioni come parte della lotta contro il comunismo nel contesto della Guerra Fredda, ovviamente sotto le grandi ali del Condor. Le vittime includevano militanti di sinistra, sindacalisti, studenti, intellettuali e, in numerosi casi, anche cittadini privi di un coinvolgimento diretto in attività politiche. Tutti per lo più giovanissimi: il genocidio di una generazione di ragazze e ragazzi. Dal punto di vista operativo, le sparizioni forzate seguivano modalità ricorrenti: il sequestro avveniva spesso di notte per mano delle forze di sicurezza statali o di gruppi paramilitari ad esse collegati, che si muovevano in Ford Falcon nere prive di targa e agivano senza mandato. Le vittime, private di ogni tutela giuridica, venivano trasferite in centri di detenzione segreti, dove erano sottoposte a interrogatori coercitivi e torture. Poi, fatte sparire. La loro sorte rimaneva deliberatamente ignota: le autorità negavano sistematicamente l’arresto, producendo una condizione di “sparizione forzata” che implicava l’assenza simultanea di corpo, processo e riconoscimento ufficiale della morte. Ma come far sparire i prigionieri uccisi? Come occultare i loro corpi? La geniale trovata del regime di Videla furono i vuelos de la muerte. In termini analitici, i voli della morte erano operazioni clandestine attraverso le quali prigionieri detenuti illegalmente —i desaparecidos — venivano eliminati mediante il loro trasferimento su aeromobili militari e il successivo lancio nel vuoto, generalmente sopra l’Oceano Atlantico o il Río de la Plata. Questa modalità di esecuzione rispondeva a una precisa logica repressiva: garantire la scomparsa definitiva dei corpi, impedendo così ogni forma di prova materiale del crimine e rafforzando il meccanismo della sparizione forzata. Le vittime venivano solitamente prelevate da centri di detenzione clandestini, sedate o rese incoscienti, e imbarcate su voli notturni organizzati dalle forze armate, in particolare dalla marina. Una volta in quota, venivano gettate vive in mare. Tale procedura, oltre alla sua funzione pratica di occultamento, aveva una dimensione di terrore sistemico, contribuendo a consolidare un clima di intimidazione diffusa nella società. Molte donne incinte furono sequestrate nel contesto della Guerra Sucia. Dopo il parto, i neonati venivano sottratti alle madri, affidati illegalmente a famiglie vicine al regime o a militari, registrati con identità false. Le madri venivano uccise. Scomparse anche loro. 30.000 persone, per lo più giovanissime, sono così state inghiottite dalle acque, sparite nel nulla. Il fenomeno dei desaparecidos divenne il simbolo della violenza di Stato e della negazione dei diritti umani fondamentali. In questo contesto di morte nascosta, c’era però chi agiva, altrettanto di nascosto, per salvare le vite. In particolare, un vice console italiano: Enrico Calamai che, mettendo a repentaglio la propria carriera e in più occasioni la propria vita, riuscì a mettere in salvo e far espatriare più di 300 persone a rischio di arresto, tortura o sparizione forzata. Nonostante la politica ufficiale dell’ambasciata italiana fosse contraria a interventi di questo tipo e strizzasse l’occhio al regime di Videla, Calamai scelse di disobbedire a ordini e pressioni per rispettare i principi umanitari fondamentali. Ho avuto in questi giorni l’onore e il piacere di intervistarlo. Il piacere, sì, perché è raro conoscere persone così modeste e determinate, così sprezzanti del proprio pericolo in nome degli Ideali, così “compagni”. Partiamo dal Cile: si può dire che la tua missione all’ambasciata di Italia a Santiago sia stata una sorta di apprendistato per ciò che hai poi fatto a Buenos Aires? Sono stato costretto ad andare in Cile, dove i militari golpisti avevano dichiarato Roberto Toscano, il numero due dell’ambasciata, persona non gradita, che se ne sarebbe dovuta andare entro cinque giorni. Roma non poteva accreditare un nuovo funzionario, perché i rapporti diplomatici erano ridotti al minimo livello: non c’era ambasciatore in Cile ma solo un incaricato d’affari e l’opinione pubblica italiana, che si era mobilitata con passione contro la brutalità del golpe di Pinochet, non avrebbe permesso di accreditare nessun altro funzionario. Quindi si è scelto di mandarmi in missione presso l’ambasciata del Cile: mi hanno messo sull’aereo, fra l’altro senza neanche il visto, e sono sbarcato a Santiago. In ambasciata ho trovato 450 rifugiati politici: sindacalisti, autisti di politici, mogli, suocere, madri, figli di politici e 40 bambini, tutti legati ai partiti che erano stati al governo durante il periodo di Allende. C’era una grande preoccupazione: i golpisti avevano fatto capire che in due minuti avrebbero potuto scavalcare il muro dell’ambasciata e farci fuori tutti. Quindi mi hanno chiesto di restare a vivere in ambasciata con loro. È stato molto interessante: c’era un’ottima organizzazione, i rifugiati si autogestivano perfettamente. C’era una commissione composta da un membro di ogni partito presente in ambasciata per ogni aspetto, una per la cucina, una per la scuola per i bambini, una per l’intrattenimento, un’altra per la sicurezza e la sorveglianza.  A capo di tutte queste commissioni c’era un comitato centrale la cui composizione rifletteva il numero degli aderenti ai vari partiti presenti in ambasciata. Il comitato centrale eleggeva il presidente e tutto funzionava perfettamente. E mi parli della tua esperienza nell’ambasciata di Buenos Aires, quando c’è stato il golpe di Videla tre anni dopo? Quella esperienza che ti è valsa l’appellativo di Schindler italiano che credo ti faccio un po’ sorridere? No non mi fa sorridere, mi fa adirare, mi rende molto nervoso, perché Schindler era un uomo di affari, io ero un funzionario dello Stato deontologicamente tenuto ad agire nel rispetto della nostra Costituzione: due persone completamente diverse. Dunque, tre anni dopo io ero vice console a Buenos Aires. Il golpe a Buenos Aires è stato totalmente diverso che a Santiago: mentre a Santiago c’erano stati i bombardamenti, tra l’altro anche del palazzo presidenziale – come se qui l’aereonautica bombardasse il Quirinale, cosa un po’ estrema –  il suicidio del Presidente Allende, i carrarmati nelle strade, sacche di resistenza subito spazzate via, lo stadio pieno di detenuti torturati e fucilati e le ambasciate piene di rifugiati, insomma una messa in scena di guerra totale che veniva ripresa dalla televisione per terrorizzare la popolazione e trasmessa in tutto il mondo e quindi mobilitava l’opinione pubblica occidentale contro i militari cileni, in Argentina nulla di tutto questo: città tranquilla, traffico di tutti i giorni, cinema, teatri, ristoranti pieni, la gente per strada anche la notte. Sembrava non fosse successo niente, però io ero amico del corrispondente del Corriere della Sera Gian Giacomo Foà, il quale, il pomeriggio stesso del golpe, mi disse: “guarda che qui è tutto tranquillo ma nella periferia succedono delle cose che dimostrano il contrario e cioè intrusioni nelle case durante la notte, posti di blocco, autobus fermati e passeggeri portati via, l’impressione è che le cose non stiano come appaiono”. La mia esperienza a Santiago mi confermava che non era possibile un colpo di Stato senza spargimento di sangue, senza repressione. Ma l’impressione era proprio questa, che non succedesse nulla. Dopo un po’ di giorni, però, cominciarono ad arrivare in consolato parenti di ragazzi portati via dalla periferia di Buenos Aires. Non si conoscevano tra loro ma tutti raccontavano la stessa storia e cioè incursioni durante la notte da parte di persone in borghese ma chiaramente militari, arrivati con macchine e camion senza targa, che buttavano giù la portano, malmenavano la famiglia, prendevano un ragazzo e se lo portavano via, dopodiché dicevano ai familiari: “non preoccupatevi, domani andate al commissariato di zona e vi diranno dove sta”. L’indomani i parenti andavano al commissariato, però il ragazzo non figurava arrestato. Se ne tornavano quindi a casa sempre più preoccupati, il ragazzo non riappariva, pensavano allora di presentare il ricorso di habeas corpus cioè una richiesta alla magistratura che doveva rispondere entro quarantott’ore specificando il motivo dell’arresto e dove si trovava il ragazzo; ma non si riusciva a presentare questo ricorso, perché non c’erano avvocati disposti a farlo. In effetti gli avvocati che si occupavano di diritti umani erano stati minacciati, torturati, ammazzati e quindi a quel punto nessuno voleva più farlo. Noi del consolato siamo riusciti a trovare un avvocato che in nome nostro presentasse il ricorso, ma non sono mai arrivate risposte. D’altra parte, iniziarono ad arrivare in consolato dei ragazzi che dicevano che erano perseguitati, che, se li avessimo messi fuori dal consolato, sarebbero stati subito, nel giro di poche ore, fermati, torturati e uccisi.  Quindi si pose il problema di come aiutarti, di come tutelarli, visto che il consolato ha come funzione essenziale la tutela dei connazionali. Io facevo i passaporti, ero il responsabile per i passaporti e per il cosiddetto rimpatrio e cioè il consolato aiuta a tornare in Italia e paga il biglietto se hai bisogno. Questa è una cosa che esiste ancora. E quindi riuscivo, agendo rapidamente, a farli partire. Ma non era facile, visto che si sapeva che l’aeroporto intercontinentale, da cui partivano i voli per l’Italia, era molto controllato dai militari. Però c’era l’aeroporto in centro, quello piccolo, l’Aeroparque. Da qui si partiva per i paesi circostanti, in cui si andava con la carta d’identità, come facciamo oggi noi nei paesi della Unione europea, e quindi non c’era controllo. Ho detto quindi, ma non è chiaro il motivo. Il motivo era che la dittatura voleva far vedere che tutto era tranquillo. I golpisti non avevano motivo di evidenziare un controllo speciale all’ Aeroparque, perché avevano militari argentini che lavoravano all’estero, cioè davano la caccia ai cosiddetti sovversivi argentini negli altri paesi del centro e sud America: era il cosiddetto Piano Condor. Però usare questo aeroporto a noi dava una possibilità: il nostro connazionale partiva senza particolari controlli con la carta di identità argentina, sbarcava in un altro aeroporto sudamericano col passaporto italiano. Era un cittadino italiano e come tale passava i controlli senza problemi, andava in ambasciata, gli davano un biglietto aereo per il ritorno in Italia, perché avevamo già allertato i colleghi dell’altra ambasciata, e partiva senza problemi quello stesso il giorno. Quante persone sono riuscite a partire in questo modo grazie al tuo aiuto? Io non posso saperlo. Ricordo che alcuni giorni non arrivava nessuno, altri giorni arrivavano due copie di cui una con un bambino, oppure uno giovane scapolo o una ragazza, però non c’era tempo per la contabilità. Le stime dicono che così tu abbia salvato circa 300 persone! E quanto tempo è andata avanti questa operazione di salvataggio? All’interno dell’ambasciata hai trovato chi ti remava contro? Una sorta di contro diplomazia parallela che non sosteneva il tuo operato… Questo sì. Allora, il salvataggio è durato finché sono dovuto partire, nel senso che il golpe è stato il 24 marzo 1976 e ad ottobre mi è arrivata la sostituzione. Se l’apparato dello Stato manda una sostituzione, vuol dire che non vuole più che tu stia lì. E il Ministero degli esteri non voleva che io stessi più in Argentina a fare quello che facevo. Io sono riuscito a procrastinare la partenza, a fare ricorso, a tirare per le lunghe ma a maggio del ‘77 ormai ero bruciato. L’ambasciata remava contro, il Ministero remava contro, il console generale remava contro, perché si dava la priorità al mantenimento dei rapporti economici e finanziari con i militari. Se si fosse evidenziata l’esistenza della caccia all’uomo, si sarebbe implicitamente denunciato che stava succedendo qualcosa di simile o peggio a ciò che era successo in Cile, e questo il governo italiano non lo voleva. Per quanto riguardava i casi di cui ho parlato prima, cioè chi si presentava con la carta di identità, riuscivo senza problemi a farlo andar via. Più difficile era farlo per chi non aveva neppure la carta di identità argentina, perché non si poteva uscire a quel punto. I miei superiori ovviamente non volevano che si facesse nulla per aiutarli. L’unica via per me era far arrivare la notizia in Italia. In Italia, se qualcuno si muoveva, scattava il meccanismo della paura dello scandalo, cioè che si venisse a sapere che in Argentina era in corso la caccia all’uomo e che il Ministero addirittura impediva di fare il possibile per aiutare queste persone. Io però al consolato ero da solo, non potevo fare nulla, perché ovviamente i telefoni erano controllati, ma avevo all’aiuto di Filippo di Benedetto che era il rappresentante della CGIL a Buenos Aires. La sua famiglia ha pagato duramente l’aiuto dato: la nipote rapita e violentata, il suo giovane marito ucciso… Erano una coppia giovane e nell’Argentina del golpe, se eri giovane, eri già in pericolo. E poi insomma erano di un ambiente sicuramente progressista, di sinistra. Non credo siano stati presi per il fatto che Filippo mi desse una mano, ma perché erano una delle tantissime coppie di giovani impegnati, e lì bastava per essere ucciso. Se poi andavi nelle bidonvilles ad insegnare ai bambini a leggere, eri davvero in pericolo, perché era considerata una cosa tremenda, un’azione sovversiva. Ma anche se eri amico di una persona che andava nelle bidonville a insegnare a leggere, magari anche con dei preti, eri considerato sovversivo, persino se il tuo nome era nella loro agenda era in pericolo. E perché succedeva questo è importante capirlo: mentre la città diurna sembrava tranquilla e come sempre, c’era una Buenos Aires notturna e infernale in cui i giovani venivano sequestrati e portati in centri detenzione clandestini, immediatamente sottoposti a tortura, gli venivano strappati quanti più nomi possibili e poi si poneva il problema logistico di cosa fare di questi giovani, perché ormai non servivano più, ma non potevano venire rilasciati altrimenti si sarebbe saputo quello che accadeva. Allora i militari argentini hanno avuto l’idea geniale di drogarli e buttarli vivi dall’aereo nel Rio della Plata prima poi, quando i cadaveri sono cominciati ad affiorare in Uruguay, nell’Oceano. I voli della morte che hanno funzionato per circa 30.000 giovani se non erro. Sì, 30.000 giovani uccisi, desaparecidos.  Qui in Italia è noto il caso di Franca Jarach, grazie all’attivismo fino all’ultimo di sua madre. Vera Vigevani Jarach, sì. A proposito di sparizioni, è entrata in vigore il 23 dicembre del 2010 una convenzione internazionale per la protezione delle persone dalle sparizioni forzate. Cosa mi dici in proposito? È opera della diplomazia argentina e di quella francese. Per la parte argentina l’ha messa in moto l’unica resistenza che si è verificata contro la dittatura, quella delle madri, tranquille donne di casa a cui improvvisamente veniva strappato un figlio, che non sapevano cosa succedeva, che impazzivano dal dolore viscerale che la situazione provocava e hanno capito di essere molte, per cui si sono riunite, organizzate e hanno preso a manifestare ogni giovedì a Plaza de Mayo, di fronte al palazzo presidenziale. E in questo modo sono riuscite a dare visibilità a ciò che non si vedeva, e cioè una violenza tremenda, incomprensibile, perché nella nostra mente la morte si accetta e si capisce se accompagnata dalla presenza del cadavere, dalla visibilità del cadavere, dai riti funebri che permettono di elaborare un lutto. Ma dei desaparecidos non c’erano cadaveri, e quindi i militari fingevano che non fosse successo niente. Ma le viscere delle madri non le potevi prendere in giro, e loro, le madri, con la loro presenza in piazza, hanno dato visibilità a quello che accadeva. Nel ‘78 ci sono stati i mondiali in Argentina e sono arrivati i giornalisti da tutto il mondo, la maggior parte dei quali era totalmente indifferente al fatto che a 2 km dallo stadio ci fosse un centro di detenzione clandestino, un campo di concentramento in cui la gente veniva torturata e uccisa. Ma c’erano anche giornalisti che sapevano, che non volevano chiudere gli occhi e questo ha dato una proiezione internazionale. Sono state loro, le madri di Plaza da Mayo, che sono diventate una forza politica importante nel dopo golpe e che hanno portato avanti la diplomazia necessaria a livello delle Nazioni Unite per arrivare a questa convenzione internazionale. Un’ultima domanda sull’attualità e sul tuo impegno, perché uno è partigiano per sempre e anche ad ottant’anni tu non stai smettendo di esserlo. Proprio ispirandoti ai giovedì dei ritrovi delle madri di Plaza de Mayo, tu hai messo su un movimento di protesta per i desaparecidos di oggi, per i morti in mare, per quelli a cui viene negato il diritto di asilo. Lo slogan del tuo movimento è “migrare per vivere e non per morire”. Vorrei che tu mi parlassi un po’ di questo movimento, del tuo impegno con il giubbotto arancione e le tue mani rosse antirazziste. Vedi, la caduta dei militari argentini ha reso possibile che si ricostruissero le atrocità commesse e si è capito che al centro della loro strategia repressiva c’era la scomparsa, proprio perché quando una persona scompare, un cadavere scompare è come se non fosse un omicidio. Per cui la stessa desaparicion, che dovrebbe essere stata vietata per legge dalla Convenzione di cui parlavamo ora, purtroppo continua e i migranti sono i nuovi desaparecidos dell’Europa opulenta del nuovo millennio, cioè dell’Europa neoliberista, che sfrutta, fino ad adesso grazie alla globalizzazione ora con le guerre, gli altri popoli. Spreme, sfrutta, estrae quanto più profitto possibile dal resto del mondo, in quello che è un neocolonialismo globale. Ecco, questa Europa non vuole farsi carico dei dannati della terra, che, per sopravvivere alle crisi che noi provochiamo, cercano di arrivare da noi a lavorare, a ricostruirsi una vita. Non li vogliamo per il semplice fatto che comporterebbero spese di bilancio, e viviamo in un sistema neoliberista che tende a ridurre al massimo, a comprimere al massimo la spesa sociale salvo poi utilizzare il surplus per la militarizzazione, per le spese militari. E quindi, come i militari argentini, noi europei, italiani, membri della NATO, eliminiamo i migranti, e lo facciamo nello stesso modo dei militari argentini, cioè in modo che non si sappia, che i corpi scompaiono nel nulla mediatico del viaggio nel deserto, nei campi di concentramento in Libia e in Tunisia e, ultimo anello, nel viaggio in mare. E se qualcuno vivo arriva, se arriva un cadavere, lo banalizziamo, diciamo che non ci riguarda, diciamo “perché non se me stanno a casa loro?” e quindi i migranti sono i nuovi desaparecidos. Per evidenziare questo, io e un gruppo di vecchietti folli, pochi ma insomma…, da otto anni, ogni giovedì come le madri di Plaza de Mayo, ci dipingiamo le mani col sangue dei nostri fratelli e andiamo davanti al Ministero dell’interno dove è proibito manifestare. Andiamo lì per evidenziare le responsabilità del governo italiano. E a me resta da dire: grazie davvero, Enrico, per aver ancora voglia di lottare.   The post Argentina 24 marzo 1976 first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Argentina 24 marzo 1976 sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 25, 2026
Popoff Quotidiano
Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo
IN UN CONTESTO DI LEGITTIMAZIONE ISTITUZIONALE DELL’ESTREMA DESTRA, IL CASO DERANQUE METTE IN CRISI UN’INTERA TRADIZIONE POLITICA Nella sua cronaca per Mediapart, Alexandre Berteau descrive la manifestazione, organizzata a Lione sabato 21 febbraio in memoria dell’attivista di estrema destra Quentin Deranque, come un evento ben più radicale rispetto alle rassicurazioni iniziali delle promotrici. Annunciata come un corteo “dignitoso” e privo di eccessi, la marcia ha radunato oltre 3.200 persone provenienti da tutta la Francia e dall’estero, in larga parte appartenenti alla galassia nazionalista-rivoluzionaria e neofascista. La vecchia guardia del movimento era presente. In prima fila nel corteo si poteva vedere l’antisemita Yvan Benedetti, ex capo del gruppo petainista sciolto L’Œuvre française. Era presente anche il suo pupillo Alexandre Gabriac, espulso nel 2011 dal Front National (FN) dopo aver fatto il saluto nazista. Non lontano, l’ex eletto frontista Fabrice Robert, leader del gruppo punk hardcore dall’ideologia nazionalista-rivoluzionaria Fraction, scherzava con Aurélien Verhassel, ex capo del gruppuscolo identitario di Lille La Citadelle, sciolto nel 2024, che gestiva un bar «riservato ai bianchi» nella capitale delle Fiandre. Il Rassemblement national (RN) aveva intimato ai suoi eletti di non partecipare alla marcia, a causa del profilo «di alcuni organizzatori, innegabilmente legati all’estrema destra». Solo il senatore del Rodano Étienne Blanc (LR) è stato avvistato – partecipava «a titolo personale», ha precisato a Le Monde. Il tono del raduno è stato segnato da una retorica marcatamente bellicosa. Deranque è stato elevato a “martire”, la sua morte definita “sacrificio”, e gli interventi dal palco hanno indicato nemici politici precisi — l’antifascismo, la sinistra e in particolare esponenti di La France insoumise — con espressioni che evocavano uno scontro senza tregua: “non si fa pace con il male, lo si combatte fino all’ultimo respiro”. «I responsabili della morte di Quentin sono all’interno di La France insoumise», ha dichiarato Raphaël Ayma, leader del gruppuscolo provenzale Tenesoun. Prima di fischiare il deputato LFI e cofondatore della Jeune Garde Raphaël Arnault, definito «leader della mafia antifascista criminale». La costruzione simbolica del “caduto” si è accompagnata a un immaginario militante che richiama apertamente la tradizione controrivoluzionaria e identitaria. Va ricordato che la morte di Quentin Deranque è stato un linciaggio, epilogo di una rissa scaturita dopo una provocazione militare di Nemesis, un gruppo di estremisti di destra venuti a dare manforte a una gazzarra di femonationaliste, femministe nazionaliste, che contestavano una conferenza, nella facolta di Sciences Po Lyon, della deputata europea Rima Hassan di LFI. Il reportage di Mediapart è piuttosto preciso sulla composizione del corteo. In prima fila c’erano figure storiche dell’estrema destra francese con trascorsi in organizzazioni sciolte per antisemitismo o apologia del collaborazionismo; altri partecipanti sono noti per precedenti condanne legate ad aggressioni politiche. Molti manifestanti sfilavano a volto coperto nonostante gli impegni presi dalle organizzatrici con la prefettura; il servizio d’ordine formato da militanti che ogni anno presidiano eventi neofascisti e tra i quali figurano soggetti condannati per violenze contro attivisti antirazzisti. Berteau segnala anche la presenza di simboli e codici riconducibili alla simbologia neonazista internazionale. L’atteggiamento verso la stampa è stato ostile: i “gorilla” (tra loro, il neonazista Marc de Cacqueray-Valménier, condannato due giorni prima in appello per aver picchiato alcuni militanti di SOS Racisme durante un comizio di Éric Zemmour nel 2021. O ancora il suo amico Gabriel Loustau, figlio dell’ex dirigente del GUD Alxel Loustau, ex collaboratore del Front National e vicino a Marine Le Pen) incaricati della sicurezza cercano di impedire riprese ravvicinate, mentre un videomaker di un media di estrema destra poteva muoversi liberamente. All’avvicinarsi di rue Victor-Lagrange, dove è avvenuta l’aggressione mortale a Deranque, fa la sua comparsa Eliot Bertin, con occhiali da sole Aviator sul naso marito dell’organizzatrice Aliette Espieux ed ex capo del gruppo Lyon Populaire, sciolto nel giugno 2025 per esaltazione della collaborazione con la Germania nazista. All’uomo è tuttavia vietato presentarsi a Lione nell’ambito dell’indagine avviata nel febbraio 2024 per il suo ruolo attivo nel violento attacco a una conferenza sulla Palestina nella Vieux-Lyon. Alla fine verrà srotolato un grande striscione nero. Accanto al messaggio «Adieu camarade» è stato stampato un chrismon, simbolo cristiano-romano adottato dall’estrema destra integralista. Il canto La Ligue noire, che commemora il massacro dei controrivoluzionari lionesi del 1793 da parte della Convenzione, viene intonato nel momento in cui vengono accese le torce. In più momenti spiccavano saluti nazisti e slogan apertamente razzisti; video circolati sui social mostrano insulti contro arabi e oppositori politici. A fine giornata, la prefettura del Rodano ha annunciato di aver segnalato alla magistratura questi episodi. Nel complesso, una mobilitazione che, dietro l’omaggio funebre, assume i tratti di una dimostrazione di forza dell’estrema destra radicale: una messa in scena identitaria, con posture muscolari e richiami simbolici alla violenza politica, che evidenzia la continuità tra memoria militante, radicalizzazione ideologica e presenza di soggetti già coinvolti in episodi di aggressione. La Jeune Garde in una iniziativa contro la legge sulla sicurezza globale del 2020 Intanto a livello politico continuano le polemiche. Il minuto di silenzio (prontamente imitato dalle estreme destre italiane) osservato all’Assemblea nazionale in omaggio a Deranque, militante neofascista morto il 12 febbraio, ha segnato un passaggio simbolico potente. Secondo Mathieu Dejean, che firma l’analisi su Mediapart, la sequenza di reazioni istituzionali e mediatiche mostra come l’antifascismo, spesso stigmatizzato ma mai annientato, stia entrando in una zona di turbolenza profonda, dove rischia di essere rovesciato semanticamente fino a essere dipinto come un «nuovo fascismo». Dejean richiama in apertura la profezia del comunista libertario Daniel Guérin, che nella prefazione a Fascisme et grand capital (Gallimard, 1945): «Domani le grandi “democrazie” potrebbero benissimo riporre l’antifascismo nel magazzino degli accessori. Già ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo, è considerata da loro indesiderabile non appena serve da richiamo per gli avversari del sistema capitalista in sé». Oggi quella previsione sembra prendere forma: da Marine Le Pen, capogruppo del Rassemblement national, a Martine Vassal, esponente dei Les Républicains, si moltiplicano le richieste di classificare ufficialmente gli «antifa» come gruppi terroristici. Vassal ha persino rilanciato il motto pétainista «lavoro, famiglia, patria». Il ribaltamento non è solo francese. Il messaggio della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che ha attribuito «l’odio ideologico» in Europa all’«estremismo di sinistra», viene citato come ulteriore segnale del clima. Meloni, iscrittasi a 15 anni al Fronte della Gioventù del MSI, partito erede del fascismo, rappresenta per Dejean l’esempio di un’estrema destra ormai istituzionalizzata. La morte di Deranque, in una città storicamente contesa dall’estrema destra, diventa così il catalizzatore di un’offensiva ideologica iniziata da circa un decennio, che punta a svuotare l’antifascismo e, di riflesso, ogni opposizione radicale. L’indagine per omicidio volontario che coinvolge un collaboratore del deputato di Raphaël Arnault, esponente di La France insoumise e fondatore della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, alimenta ulteriormente la pressione politica. Un «clima orwelliano» che chiama tutto il campo progressista a «fare fronte comune», spiega Olivier Besancenot, militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA): «Marx parlava del ruolo degli “eventi banali” nello scatenarsi delle rivoluzioni, ma questo vale anche per le controrivoluzioni, dice. Stiamo vivendo un punto di svolta». In campo politico, anche una parte della sinistra è ormai permeabile a questa contrapposizione. «Nessun partito può accettare l’alleanza, anche lontana, con questo tipo di organizzazione, che si chiami Jeune Garde, Génération identitaire o Action française», ha scritto sul suo blog il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, prima di correggere il suo testo. «Qualunque sia il contesto, nella demonizzazione dell’antifascismo c’è sempre una prima fase di simmetrizzazione degli “estremi” in nome del rifiuto della violenza. Poi, in una seconda fase, quando tra i dominanti si impone l’idea di una necessaria coalizione delle destre che includa i fascisti, il loro discorso tende a fare della sinistra l’unico movimento violento: il comunismo nella Germania degli anni ’30 e la sinistra radicale, il wokismo o l’antifascismo oggi. Continuando a ignorare la questione della portata della violenza dell’estrema destra o delle violenze di Stato”, analizza il sociologo Ugo Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025). Dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra, secondo i dati raccolti da Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), che parla di «specializzazione» delle destre radicali nelle aggressioni politiche. Lo storico Jean Vigreux colloca l’origine dell’antifascismo francese nella risposta alle Leghe degli anni Trenta, mentre Pierre Salmon, autore di Un antifascisme de combat, insiste sul carattere plurale del movimento, diviso tra metodi rivoluzionari e legalisti ma unito nell’opposizione all’autoritarismo. Salmon ricorda il clima ben più violento degli anni Trenta, evocando il massacro di Clichy del 1937. Storicamente l’antifascismo, in Francia come in Italia, nasce per contrastare le forme violente di partiti-milizia finanziati da settori imprenditoriali e conservatori. Nel libro Une vie de lutte plutôt qu’une minute de silence (Seuil, 2023), Sébastien Bourdon ricorda come la Jeune Garde volesse rompere con la tradizione settaria dell’antifascismo, militando a volto scoperto e intrecciando legami sindacali. Una strategia unitaria che oggi si rivela fragile di fronte alla pressione istituzionale. «Tra metodi rivoluzionari e metodi legalisti, l’antifascismo è un movimento che si scrive al plurale, ma che si ritrova nella sua opposizione alle forme di autoritarismo e violenza che nascono in quel periodo», afferma Pierre Salmon. È questa eredità, coltivata successivamente – e in modo diverso – a partire dagli anni ’60 dai militanti della Ligue communiste, della Section carrément anti-Le Pen (Scalp), di Ras l’Front o, più recentemente, dell’antifascismo autonomo e della Jeune Garde, fondata nel 2018, che oggi viene attaccata. Una manifestazione antifascista in memoria di Clement Cedric. Parigi, giugno 2025 Ma resta l’interrogativo: la varietà dei repertori di azione dell’antifascismo è stata utilizzata correttamente? «Nel repertorio strategico dell’antifascismo c’è l’autodifesa, in particolare sotto forma di servizi d’ordine che servono a proteggersi, fin dagli anni ’20, dai fascisti e dalla polizia. Ma non c’è solo questo, ricorda Ugo Palheta. Ci sono anche, ad esempio, le manifestazioni di massa essenzialmente non violente, che mirano a emarginare l’estrema destra, come a Saint-Brévin. Ciò che è in gioco non è quindi lo scontro fisico, ma il fatto di essere molto più numerosi e determinati». Infine, Action antifasciste Paris-Banlieue, pur critica verso la Jeune Garde, ha pubblicato un comunicato di sostegno il 20 febbraio, invitando a «fare fronte comune» contro l’accelerazione della “fascistizzazione”. Per Dejean, questo gesto segnala la gravità del momento: l’antifascismo, parola fondativa e riunificatrice del movimento operaio, rischia di essere trasformato in stigma, proprio mentre l’estrema destra consolida la propria legittimità politica.   The post Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 23, 2026
Popoff Quotidiano
Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione
TUTTI, COMPRESO IL CAMPO ANTIFASCISTA, DEVONO INTERROGARSI PROFONDAMENTE SULLE PROPRIE PRATICHE E STRATEGIE. MA NULLA PUÒ GIUSTIFICARE IL TAPPETO ROSSO STESO ALL’ESTREMA DESTRA E L’INVERSIONE DEI VALORI A CUI STIAMO ASSISTENDO Lénaïg Bredoux ed Ellen Salvi su Mediapart Il fascismo uccide, ma un fascista è morto. Questa realtà, implacabile e drammatica, non ammette alcun “sì, ma”. Non c’è alcun piacere possibile nella morte di un giovane di 23 anni. Le sue convinzioni di estrema destra, il suo impegno in movimenti razzisti, antisemiti, contrari all’uguaglianza, non cambiano nulla. Quello che è successo giovedì sera a Lione è un affronto alla nostra comune umanità. Gli arresti di martedì sera confermano l’ipotesi della responsabilità diretta di diversi militanti del movimento antifascista La Jeune Garde. L’indagine giudiziaria in corso stabilirà i fatti e tutte le persone coinvolte, tra cui l’assistente parlamentare del deputato di La France insoumise (LFI) Raphaël Arnault, cofondatore del gruppuscolo, beneficiano della presunzione di innocenza. Ma senza attendere la verità giudiziaria, la morte di Quentin Deranque – e le immagini estremamente brutali del suo pestaggio – devono farci riflettere profondamente. Mettere in discussione le nostre certezze, scuotere le nostre convinzioni. Come l’aumento della violenza politica, largamente imputabile all’estrema destra nell’ultimo anno, ci ha condotti tutti a una tale situazione? Gli attivisti antifascisti che storicamente rivendicano il ricorso alla violenza come “autodifesa” o “controviolenza” hanno allegramente superato il limite morale ed etico che promettevano di preservare a tutti i costi? La France insoumise (LFI), alleandosi con la Jeune Garde, si è assicurata che questo argine essenziale dell’«autodifesa» fosse mantenuto? È lecito dubitarne. Queste domande richiedono delle risposte. Sono indispensabili per costruire un’alternativa credibile di fronte all’ascesa dell’estrema destra. Ma non devono impedirci di constatare ciò che sta accadendo dall’annuncio ufficiale della morte di Quentin Deranque: la sordida strumentalizzazione di un dramma; un attacco in piena regola contro l’antifascismo e contro qualsiasi alternativa alla politica del governo o all’avvento del Rassemblement national (RN); la messa in discussione di alcune libertà fondamentali. L’INVERSIONE DEI VALORI Abituati alle semplificazioni, i macronisti si sono subito precipitati nella breccia. A sentirli, il ragionamento è di una semplicità infantile: Quentin Deranque è stato ucciso dagli antifascisti. Gli antifascisti sono l’estrema sinistra. LFI è l’estrema sinistra, del resto Laurent Nuñez lo ha ufficializzato dalla Place Beauvau in occasione delle elezioni comunali. Quindi LFI ha ucciso Quentin Deranque. CVD. Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha presentato una versione molto simile già domenica. «Per molto tempo, LFI ha detto che la “polizia uccide”, qui è chiaro che è stata l’estrema sinistra ad aver ucciso“, ha dichiarato colui che già nel 2023 parlava di ”terrorismo intellettuale dell’estrema sinistra“. Secondo lui, gli insoumis e gli antifascisti tengono tutti ”discorsi politici […] che purtroppo portano a una violenza molto sfrenata”. «Non è la polizia che uccide in Francia, è l’estrema sinistra», ha commentato su X anche un altro ex ministro dell’Interno di Emmanuel Macron, Bruno Retailleau, candidato dei Républicains (LR) alle presidenziali. «La milizia di Mélenchon e LFI ha ucciso», ha sintetizzato anche l’eurodeputata Marion Maréchal, all’unisono con la destra. Più sorprendente è il fatto che anche il suo collega di Place publique Raphaël Glucksmann abbia collegato LFI al pestaggio di un uomo a terra, su RTL: «Non si possono usare continuamente parole di estrema violenza senza pensare che queste parole si tradurranno in azioni. » Ciò ha incoraggiato la portavoce di un governo a fare appello alla «responsabilità» dei francesi che votano LFI, chiedendo subito dopo che «non ci sia mai più un deputato LFI all’Assemblea nazionale». L’ESEMPIO DEGLI STATI UNITI Tutte queste formule assomigliano in modo sorprendente ai ritornelli intonati da Donald Trump e dai suoi sostenitori dopo l’assassinio dell’influencer di estrema destra statunitense Charlie Kirk: un capovolgimento vertiginoso dei valori; il pretesto – drammatico – colto per farla finita una volta per tutte con la sinistra. Ricordate, è stato lo scorso settembre. «La violenza viene soprattutto dalla sinistra», s’è azzardato a dire il presidente Usa. Come i ministri francesi, aveva allora collegato la denuncia dell’estrema destra all’omicidio di Kirk, attaccando «quelli della sinistra radicale [che] per anni hanno paragonato americani meravigliosi come Charlie ai nazisti e ai più grandi assassini di massa e criminali del mondo». Negli Stati Uniti, gli antifascisti sono ormai definiti terroristi. ONG, associazioni, giornalisti e funzionari pubblici sono stati presi di mira in un clima di caccia alle streghe degno del maccartismo. Questo odore nauseabondo si diffonde fino a qui: martedì, il ministro dell’istruzione superiore Philippe Baptiste ha chiesto ai rettori delle università di vietare qualsiasi riunione politica nelle facoltà che possa creare disordini all’ordine pubblico. Realizza così un vecchio sogno della destra, fin dai tempi degli appelli a «démarxiser» l’università francese nel 1970. DUE PESI, DUE MISURE Questo capovolgimento dei valori porta inevitabilmente a una distorsione della realtà: negli ultimi anni l’estrema destra ha ucciso e sembra che nessuno, o quasi, se ne sia accorto. Se la responsabilità degli attivisti antifascisti fosse confermata dall’inchiesta sull’omicidio di Quentin Deranque, sarebbe “una prima volta”, spiega la sociologa Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021). Con un team di ricercatori, Isabelle Sommier tiene il conto di questi episodi di violenza: in base ai loro dati, dal 2017 sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra. Gli attivisti curdi Emine Kara, Mehmet Şirin Aydin e Abdurrahman Kizil uccisi in rue d’Enghien a Parigi nel 2022; il rugbista argentino Federico Martín Aramburú, ucciso a Parigi nel 2022; Djamel Bendjaballah, investito da un militante della Brigata patriottica francese a Dunkerque (Nord) nel 2024; Hichem Miraoui, ucciso perché arabo nel Var nel 2025… Ma chi conosce i loro nomi? Quale Assemblea ha osservato un minuto di silenzio per render loro omaggio? Quale ministro ha reso loro omaggio (non Gérald Darmanin, in ogni caso)? Dove figurano questi morti nella memoria collettiva? Continuiamo con i numeri: sempre secondo il database compilato da Isabelle Sommier e dai suoi colleghi, tra il 2017 e oggi le aggressioni sono più che raddoppiate rispetto al precedente periodo studiato (1986-2016). Tra queste aggressioni, il 70% è stato perpetrato da attivisti di destra, che hanno preso di mira principalmente persone di colore o percepite come tali (70%) e avversari politici (30%). Questo contesto di aumento della violenza politica era perfettamente noto alle autorità. Ma cosa hanno fatto per evitare il dramma di giovedì sera? Hanno consapevolmente lasciato che gruppi di estrema destra aggredissero centinaia di persone e che gli antifascisti si radicalizzassero negli ultimi anni? Finché non c’erano morti, hanno lasciato fare? Anche in questo caso, bisognerà ottenere delle risposte. «Da anni ormai si verificano azioni particolarmente violente da parte di gruppi di estrema destra, aggressioni razziste, saccheggi di librerie. Ma le risposte della polizia e della giustizia sono particolarmente lassiste, per non dire talvolta inesistenti», spiega su Politis l’avvocato lionese Olivier Forray. Questo spiega anche la radicalizzazione del movimento di sinistra e antifascista: le autorità pubbliche non hanno svolto il loro ruolo di regolatori al fine di mantenere la pace sociale”. UNA NUOVA TAPPA SUPERATA Ciò sarebbe coerente con la politica condotta da Emmanuel Macron, che dal 2017 non ha smesso di offrire appoggi all’estrema destra. La tragica morte di Quentin Deranque e il modo in cui è stata trattata dalla politica e dai media rischiano oggi di farci entrare in «una fase di radicalizzazione della demonizzazione dell’antifascismo», secondo le parole di Ugo Palheta, sociologo e autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025). Questo movimento non è nuovo, ma ha subito una notevole accelerazione negli ultimi anni, sotto l’impulso di un potere macronista che ha consapevolmente scelto di mettere sullo stesso piano l’estrema destra e la sinistra. Questa strategia, volta a delegittimare prima il melenchonismo, poi gli ecologisti e talvolta anche i socialdemocratici a seconda delle loro alleanze, ha accompagnato soprattutto l’impresa di «dédiabolisation» del partito di Marine Le Pen. Forte dei suoi successi elettorali e di una deriva senza fine del dibattito pubblico, l’estrema destra ormai dà il “la” della discussione imponendo la sua versione a una velocità folgorante. «È Overton ++, riassume Simon Duteil, ex portavoce del sindacato Solidaires, riferendosi alla finestra di Overton che indica lo spettro delle idee considerate accettabili nel dibattito pubblico. Raramente ho visto una tale capacità dell’estrema destra di far riprendere integralmente in alcuni media il suo discorso e la sua interpretazione dei fatti. » Di fatto, questa finestra di Overton non ha smesso di ampliarsi, al punto da banalizzare parole e concetti fino ad allora riservati all’estrema destra. Gérald Darmanin che parla alternativamente di «ecoterrorismo» o di «ensauvagement» (imbarbarimento); Emmanuel Macron che nel 2023 invita a contrastare un curioso «processo di decivilizzazione»; Valérie Pécresse che usa l’espressione «grande sostituzione» durante un comizio per le presidenziali del 2022… Gli esempi sono numerosi e testimoniano da soli il cambiamento politico in atto. Qualche anno fa, Nicolas Sarkozy ha suscitato polemiche dichiarando pubblicamente che «Marine Le Pen [era] compatibile con la Repubblica». All’epoca, la destra classica considerava ancora l’estremismo come «un veleno» e rifiutava di discutere con i suoi rappresentanti. Oggi, nessuna delle sue figure oserebbe affermare il contrario. Molti non osano nemmeno più classificare il RN come estrema destra. Al contrario, gli stessi ritengono che il pericolo principale provenga dalle file della sinistra. Con il tempo, questa idea si è diffusa nelle menti al punto da far saltare tutti gli argini e i principi. Fino a che punto può spingersi la società prima di precipitare completamente? È difficile rispondere a questa domanda, vista la confusione che regna sovrana. Alimentata quotidianamente dal cinismo di alcuni e dalla perdita di punti di riferimento di altri, questa nebbia mediatico-politica non deve farci perdere di vista l’essenziale: la democrazia si basa su un edificio che deve essere protetto dalle minacce che lo erodono ogni giorno di più. The post Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 19, 2026
Popoff Quotidiano
Caracas sotto shock
RACCONTO DI UNA GIORNATA DI ANGOSCIA NELLA CAPITALE, DOVE GLI ABITANTI SI PREPARANO AL PEGGIO Reportage di Alice Campaignolle, da Caracas, per Mediapart Caracas (Venezuela).– In un quartiere a sud della capitale, vicino alla più grande base militare del Paese, sabato mattina l’angoscia era palpabile sui volti della gente. L’intera zona è rimasta senza elettricità sin dai primi bombardamenti. «Credo che abbiano colpito la centrale elettrica che alimenta il quartiere», dice un abitante. Qui possiamo solo fare supposizioni, non abbiamo più la rete telefonica”. Poiché le informazioni non circolano, è difficile sapere cosa stia realmente accadendo, “ma almeno abbiamo saputo di Maduro”, si rallegra Josefa, una vicina. “Finalmente ci siamo liberati di lui”, aggiunge. Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati rapiti dai soldati degli Stati Uniti sabato mattina presto, durante un attacco che ha colpito la capitale e le installazioni militari in tutto il Paese. L’annuncio è stato dato da Donald Trump sul suo social network Truth Social, poche ore dopo i primi bombardamenti. Sebbene Josefa si dichiari “soddisfatta” della partenza dell’erede di Chávez, la cui deriva dispotica era evidente, la situazione è molto preoccupante per questa fervente oppositrice: «Ho paura dei giorni a venire, quando tornerà la corrente? Cosa possiamo aspettarci?» Tutti gli abitanti della zona si sono rapidamente ritrovati in coda davanti al supermercato. «Bisogna comprare l’essenziale, acqua, carta igienica, alimenti non deperibili», spiega la cinquantenne. Al suo fianco, Miguel racconta che, anche se abituati alle crisi, i venezuelani «non avevano mai vissuto una cosa del genere»: «Bombardamenti, ve lo immaginate?» SILENZIO PREOCCUPATO NELLA CAPITALE «Mi sono svegliato dopo un’esplosione che ha fatto tremare tutte le finestre», spiega l’uomo di 62 anni, con il volto contratto dall’angoscia. Sono già più di due ore che aspetta. «E sono pronto ad aspettare tutto il tempo necessario», dice il padre di famiglia. La stessa scena si è ripetuta ieri in tutti i quartieri della capitale, con gli abitanti che si sono precipitati nei negozi di alimentari per fare scorte «per ogni evenienza». Ma la maggior parte delle strade di Caracas sono rimaste deserte per tutto il giorno. «Io non esco per nessun motivo», spiega Silvia, una giovane donna che vive in un quartiere elegante della capitale. In realtà avevo già fatto qualche scorta. Non molto, ma mi permetterà di resistere per diversi giorni”. Donald Trump ha moltiplicato le minacce di attacchi terrestri contro il Venezuela negli ultimi mesi, seminando il dubbio tra la popolazione venezuelana, che nonostante tutto ha trascorso le festività di fine anno nella calma. «A forza di sentirli, non credevamo più a questi allarmi», commenta Silvia. Nel suo quartiere, si sono sentite alcune grida di gioia all’annuncio della cattura del presidente. Poi, di fronte all’incertezza della situazione, il silenzio. Dopo lo shock, i sostenitori del governo si sono comunque organizzati poco a poco e si sono riuniti in diverse città venezuelane. I SOSTENITORI DEL REGIME ESCONO DALLO STATO DI SHOCK «Dobbiamo mobilitarci, uscire, difendere la nostra patria», ha esortato José nel centro di Caracas, «non ci faremo intimidire da questi imperialisti. Vogliono le nostre risorse, è chiaro adesso?». Donald Trump, durante la conferenza stampa tenuta sabato in Florida, ha infatti esposto senza complessi il suo progetto di riprendere il controllo degli impianti petroliferi del Paese. Su invito del ministro della Difesa, José si è riunito con altri compagni in piazza Bolívar, nel centro storico di Caracas. Circondata da diversi ministeri e situata a pochi isolati dal palazzo di Miraflores, la piazza è il luogo di ritrovo abituale dei sostenitori del governo. Tutti si dicono pronti «a combattere quando verrà dato l’ordine». A pochi passi di distanza, diversi membri dei «colectivos» si stavano organizzando, in sella alle loro moto, con armi automatiche in mano. Queste milizie paramilitari cercavano così di mostrare la loro forza, pronte alla lotta armata per difendere i loro leader. Note per la loro ferocia, la loro presenza potrebbe spiegare la calma nelle strade della capitale. Dopo diverse ore di confusione e voci che la davano in partenza per la Russia nel pomeriggio, la vicepresidente Delcy Rodríguez è apparsa sulla televisione pubblica alla guida di un Consiglio di difesa. Circondata da diversi ministri, Rodríguez si è mostrata aggressiva, annunciando che «non avrebbe ceduto» di fronte a questi attacchi. Ha chiesto il rilascio del presidente Maduro e di sua moglie. In precedenza era stato dichiarato lo stato di emergenza e l’esercito era stato dispiegato nella capitale. Secondo la Costituzione, la vicepresidente è ora a capo del Venezuela, anche se secondo lei Nicolás Maduro è ancora il presidente. Ha invitato i suoi concittadini a «mantenere la calma» e a «resistere». Pochi istanti prima, Donald Trump aveva annunciato in una conferenza stampa che alcuni collaboratori avrebbero «amministrato» il Paese «durante la transizione alla democrazia» e che Rodríguez era pronta a «collaborare».  È quindi nella più totale confusione che i venezuelani hanno concluso la giornata di sabato. La più incredibile della loro storia recente. The post Caracas sotto shock first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Caracas sotto shock sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 5, 2026
Popoff Quotidiano
Quando Israele ha rilasciato 2.000 prigionieri palestinesi, tra cui mio zio
ISRAELE HA RILASCIATO QUASI 2MILA PALESTINESI, 1.700 DETENUTI SENZA ACCUSE DALL’INIZIO DEL GENOCIDIO A GAZA, ALTRI 9MILA SONO ANCORA PRIGIONIERI [HASSAN HERZALLAH] Migliaia di noi erano lì, in attesa del momento in cui sarebbero finalmente arrivati gli autobus che trasportavano i palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane. In un istante, l’aria si è riempita di canti di “Allahu Akbar” e del suono dei clacson delle auto, mentre le lacrime si mescolavano alle risate. Le urla di gioia si sono levate al cielo e il luogo ha tremato per un’ondata di gioia e dolore allo stesso tempo. Ho visto corpi magri, volti pallidi e occhi che cercavano tra la folla i loro cari, le vite rubate da lunghi anni di assenza. Il 13 ottobre, dopo l’annuncio del cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra a Gaza, abbiamo assistito a un evento straordinario: il ritorno dei palestinesi liberati. Avevamo ricevuto notizie di un possibile cessate il fuoco a Gaza meno di una settimana prima. Non era la prima volta che sentivamo notizie del genere, solo per scoprire all’ultimo momento che si trattava di false speranze. Nessuno di noi ci credeva veramente, tranne mia zia che viveva accanto a noi nel campo. Lei sapeva che suo marito, mio zio Abu Yusuf, che era stato catturato dall’esercito di occupazione a metà marzo, avrebbe potuto essere tra i palestinesi rilasciati in un eventuale accordo. Questa speranza le permetteva di aggrapparsi a un fragile filo di ottimismo nonostante la disperazione che ci circondava. Eravamo tutti a Rafah, nel sud di Gaza, quando i carri armati israeliani sono entrati improvvisamente nella zona. Io e la mia famiglia abbiamo dovuto fuggire sotto il fuoco costante dei bombardamenti, con i carri armati a meno di mezzo chilometro di distanza. Abbiamo lasciato tutto ciò che possedevamo, gli oggetti che eravamo riusciti a salvare dalla nostra casa distrutta dalla guerra. La famiglia di mia zia non è riuscita a fuggire perché la loro zona, Tel al-Sultan, era completamente circondata. L’occupazione israeliana ha imposto un blocco totale sul quartiere, impedendo ai civili di muoversi liberamente. Hanno arrestato un gran numero di uomini. I detenuti hanno subito umiliazioni e detenzioni arbitrarie, e le loro famiglie non avevano idea di dove si trovassero. Tra loro c’era Abu Yusuf, mio zio, che è stato arrestato senza alcuna accusa. Mia zia non sapeva come gestire i suoi affari durante quel periodo, così è venuta a stare con noi nella stessa terra in cui eravamo sfollati. Ha sopportato la fame, i bombardamenti e la paura dopo essere rimasta sola con i suoi quattro figli. Dopo aver contattato un’organizzazione umanitaria, ha saputo che suo marito era detenuto in una prigione israeliana e che, in caso di accordo di cessate il fuoco, sarebbe stato probabilmente rilasciato. Come migliaia di altre famiglie i cui membri erano stati arrestati, ogni momento di mia zia era stato pieno di paura e disperazione. Il 13 ottobre sono andata con lei ad attendere l’arrivo dei palestinesi rilasciati all’ospedale Nasser di Khan Younis. Mentre aspettavamo gli autobus, i suoi occhi erano pieni di lacrime. Quando finalmente gli autobus sono arrivati, ha visto Abu Yusuf attraverso il finestrino, ma c’erano volti che le famiglie non riconoscevano, perché i loro lineamenti erano cambiati al punto da renderli irriconoscibili, portando i segni delle sofferenze inflitte dalle guardie carcerarie israeliane. Mia zia ha abbracciato suo marito, il cui volto era cambiato a causa dell’amarezza della prigionia e delle torture subite. La parte più difficile è stata che per diversi mesi, mentre era in prigione, aveva creduto che tutta la sua famiglia fosse stata uccisa. Solo nell’ultimo mese è stato informato che la sua famiglia era al sicuro. Tra i palestinesi rilasciati, c’erano detenuti che hanno scoperto che alcuni o tutti i loro familiari erano stati uccisi. Un uomo è uscito di prigione solo per scoprire che tutta la sua famiglia, compresi i suoi figli, era stata martirizzata. Tutto ciò che poteva chiedere era una foto per vedere i loro volti, anche solo su un telefono. Aveva aspettato il momento del rilascio per vedere sua moglie e i suoi figli e per dire a sua moglie quali pasti voleva che lei preparasse. Un altro detenuto aveva realizzato un braccialetto per sua figlia, il cui compleanno era il 18 ottobre. Ma una volta uscito di prigione, non ha trovato nessuno ad accoglierlo. Tutti i membri della sua famiglia erano stati uccisi. È caduto in uno stato di shock e ha iniziato a urlare. Una giovane donna ha cercato di chiedere notizie di suo marito, che si credeva fosse stato ucciso mesi prima, ma dentro di sé sentiva che era ancora vivo. Si è rivolta a uno dei palestinesi rilasciati per avere rassicurazioni e le è stato detto che suo marito era ancora nelle prigioni dell’occupazione. Il 13 ottobre Israele ha rilasciato quasi 2.000 palestinesi, tra cui circa 1.700 che erano stati detenuti senza accuse dall’inizio della guerra a Gaza. La loro prima mattina di libertà è stata segnata dalla perdita dei propri cari e dalla distruzione che ha devastato Gaza. I loro corpi portavano i segni della stanchezza, delle ferite e della fame. Alcuni si sono ritrovati a visitare le tombe dei propri cari invece delle loro case sfollate. La loro libertà è una vittoria parziale, che racconta storie di dolore e resilienza. Ogni momento di gioia è accompagnato dall’ombra della guerra e della prigionia. Nel frattempo, circa 9.000 palestinesi languiscono ancora nelle prigioni israeliane in condizioni descritte come un “inferno” umanitario, mentre le loro famiglie attendono un barlume di speranza che potrebbe non arrivare mai. Le storie di questi prigionieri e il coraggio delle loro famiglie sono una testimonianza vivente della resilienza di un popolo che continua a sognare la vita, la dignità e la pace. Hassan Herzallah è uno scrittore e traduttore palestinese che vive a Gaza. The post Quando Israele ha rilasciato 2.000 prigionieri palestinesi, tra cui mio zio first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Quando Israele ha rilasciato 2.000 prigionieri palestinesi, tra cui mio zio sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 21, 2025
Popoff Quotidiano
Starmer difende i tifosi di calcio israeliani razzisti
DAVE KELLAWAY RIFERISCE SUL TENTATIVO DI STARMER DI PRESENTARE IL DIVIETO DELLA POLIZIA DI BIRMINGHAM AI TIFOSI DEL MACCABI COME “ANTISEMITA” La notizia è che le autorità di Birmingham hanno proibito l’arrivo, o almeno hanno provato a farlo, degli hooligans razzisti e sionisti del Maccabi in occasione di una partita di calcio valevole per l’Europa League, in calendario il 6  novembre a Birmingham fra l’Aston Villa (squadra del cuore del  principe William) e il Maccabi Tel Aviv: un bando “precauzionale” contro la presenza dei tifosi israeliani protagonisti delle azioni squadristiche violente l’anno scorso ad Amsterdam, a margine di un’altra partita europea del gialloblu del Maccabi. Netanyahu ribaltò la realtà e gridò al  “pogrom”, ma le stesse fonti olandesi dovettero attribuire le “provocazioni” agli ultrà israeliani contro la comunità locale. In particolare di radici islamiche. Fatto sta che il governo Starmer, feroce persecutore delle proteste pro-pal, è intervenuto per promettere la revoca del provvedimento incalzato dall’ira del ministro degli Esteri dello stato genocida, Gideon Saar. E così è ripartita la sarabanda delle accuse di antisemitismo ed è stata convocata una riunione ad hoc con i vertici della polizia per individuare altre soluzioni a tutela dell’ordine pubblico a conclusione della quale la sua contestata ministra dell’Interno, Shabana  Mahmood, ha rimarcato come “l’antisemitismo sia una macchia sulla nostra società, che ci copre di vergogna”; e si è detta impegnata a individuare rinforzi “addizionali” da mettere a disposizione  della polizia locale in modo da fare “tutto il possibile”  affinché “ogni tifoso possa assistere in sicurezza alla  partita”.    I responsabili della West Midlands Police hanno spiegato idi dover fare i conti con risorse di organico limitate tenuto conto del contesto: segnato dalla realtà di una grande area metropolitana a forte impronta multietnica come quella di Birmingham, una delle città “più musulmane” nel Regno stando alla retorica dei tabloid di destra. Robert Jenrick, controverso falco anti-immigrazione Tory, coglie la palla al balzo per rincarare, rivendicando d’aver avuto “ragione” nell’additare certe aree di Birmingham quale esempio di “integrazione fallita”: dove, nelle sue parole, “non si vede più  una faccia bianca”. A spiegare meglio la situazione questo articolo di Dave Kellaway (la redazione) L’ultima trovata di Starmer, che ha strumentalizzato l’antisemitismo, ha fatto notizia questa mattina. BBC Breakfast ha aperto il telegiornale con questa notizia. Starmer si dice sconcertato dalla decisione del consiglio comunale e della polizia di vietare ai tifosi del Maccabi Tel Aviv di assistere alla partita di Europa League al Villa Park di Birmingham. Secondo lui, la decisione è sbagliata perché costituisce un atto di antisemitismo nei confronti dei tifosi israeliani. Le principali reti televisive avrebbero potuto impiegare solo un minuto o due per trovare i filmati che immortalano il comportamento di questi tifosi durante la partita del 7 novembre 2024 contro l’Ajax ad Amsterdam. Li abbiamo aggiunti alla fine di questo articolo. Si possono vedere questi stessi tifosi scendere le scale mobili o per le strade cantando “fuck you Palestine” (“vaffanculo Palestina”), “Death to Arabs” (“morte agli arabi”) e “Israel Army will win” (“l’esercito israeliano vincerà”). Una donna identificata come filopalestinese per via di ciò che indossava è stata aggredita fisicamente e una bandiera palestinese è stata strappata da un edificio. Tutto questo è di dominio pubblico, nonostante la direzione di Sky News abbia cancellato un servizio che lo metteva in evidenza. Questi tifosi hanno creato disordini simili quando la squadra ha giocato ad Atene. NON È INSOLITO VIETARE L’ACCESSO AGLI STADI AI TIFOSI VIOLENTI È vero, a seguito di questa provocazione razzista, la popolazione locale, compresi molti gruppi etnici minoritari filopalestinesi, ha reagito organizzando una grande manifestazione che ha portato ad alcuni scontri. Chiaramente la polizia locale e il consiglio comunale di Birmingham hanno valutato la situazione e hanno deciso, in modo piuttosto sensato, che data la composizione demografica della loro zona e i precedenti dei tifosi del Maccabi, sarebbe stato meglio per la sicurezza pubblica vietare l’ingresso a queste persone. In effetti, queste decisioni vengono prese continuamente e sono sostenute anche dalle autorità calcistiche.  I tifosi del Liverpool sono stati banditi dai viaggi in Europa per diversi anni dopo la tragedia dello stadio Heysel. I tifosi del Chelsea sono stati banditi dopo un incidente razzista a Parigi al termine di una partita di Champions League. Le partite dei derby locali sono sempre soggette a divieti e restrizioni. STARMER GIOCA (DI NUOVO) LA CARTA DELL’ANTISEMITISMO Starmer e/o i suoi consiglieri hanno ovviamente pensato di poter giocare la carta dell’antisemitismo, fiduciosi che i media e gli altri partiti politici non avrebbero perso tempo a esaminare la storia reale di questi eventi.  Chiaramente volevano diffamare il deputato locale indipendente di Gaza, Ayoub Khan, che è allineato con Your Party, il nuovo progetto del partito di sinistra.  Quest’ultimo aveva organizzato una petizione per chiedere il divieto. Nonostante derida Sultana, Corbyn e il nuovo progetto di partito di sinistra, il Labour sa che è proprio in questi ambiti che sta perdendo molto sostegno. Forse pensa che questo tipo di trovata lo aiuterà a recuperare. Anche il leader dei Tory Kemi Bedonoch e i Liberal Democratici si sono schierati con Starmer, così come i media mainstream. Ironia della sorte, si tratta di un governo altamente autoritario che vieta continuamente persone ed eventi. Si arrestano persone che espongono cartelli di cartone in cui dichiarano di essere contrari al genocidio e a favore della Palestina, oltre a voler limitare ulteriormente il diritto di protestare e di gridare determinati slogan. Ma quando si tratta di dare carta bianca agli hooligan razzisti e anti-arabi, allora bisogna lasciarli passare. Le squadre nazionali russe sono state per lo più bandite dalle competizioni internazionali a seguito dell’invasione illegale dell’Ucraina da parte di Putin. Anche i singoli tennisti come Medvedev non vengono identificati con la loro nazionalità quando giocano nei tornei. Starmer non ha alcun problema con questo divieto, ma consentire ai sostenitori di un’occupazione genocida non è affatto un problema. BOICOTTARE ISRAELE Sadiq Khan ha difeso ancora una volta quelli che un tempo erano considerati i valori di equità e onestà del partito laburista. Giovedì ha dichiarato a Newsnight: “Non possiamo confondere l’antisemitismo quando guardiamo a ciò che alcuni di questi tifosi hanno fatto ad Amsterdam nel 2024… Stiamo parlando di tifosi violenti e penso che il primo ministro dovrebbe stare fuori dalle questioni operative”. (Guardian 17.10.25) Il Partito dei Verdi ha preso una posizione positiva, criticando Starmer: In circostanze normali, i tifosi di tutte le squadre dovrebbero poter assistere alle partite e dovrebbero essere prese misure per bandire gli elementi violenti come gli Ultras. Ma queste non sono circostanze normali: queste partite si svolgono nel contesto dell’uccisione di migliaia di civili a Gaza, dell’occupazione illegale della terra palestinese e del mantenimento di un sistema di apartheid”. Questi giochi si svolgono nel contesto dell’uccisione di migliaia di civili a Gaza, dell’occupazione illegale della terra palestinese e del mantenimento di un sistema di apartheid. Anche Zarah Sultana ha rilasciato una dichiarazione: La UEFA deve bandire tutte le squadre israeliane. Non possiamo accettare la normalizzazione con il genocidio e l’apartheid. L’apartheid sudafricano è stato bandito dalle Olimpiadi per 32 anni. Le stesse persone che hanno definito Nelson Mandela un “terrorista” ora dicono che non possiamo boicottare l’apartheid israeliano. Allora erano dalla parte sbagliata della storia e ora sono dalla parte sbagliata della storia. Non si possono avere “relazioni normali” con il genocidio e l’apartheid. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni fino a quando la Palestina non sarà libera. Questo solleva serie questioni morali per il Regno Unito, la UEFA e la comunità calcistica in generale. Abbiamo bisogno di un boicottaggio sportivo e culturale di tutte le squadre israeliane, come abbiamo visto per le squadre sudafricane sotto l’apartheid. Gli organismi sportivi internazionali possono e devono prendere posizione quando vengono violati i diritti umani fondamentali. Il calcio dovrebbe essere una forza per la pace e la giustizia, non uno strumento per nascondere le atrocità. Dobbiamo chiedere ai nostri parlamentari locali di opporsi all’ingerenza di Starmer in quella che è una decisione operativa per le persone sul campo. In ogni caso, è necessario organizzare una manifestazione a Birmingham contro la presenza della squadra preferita dell’IDF e dei suoi tifosi razzisti, indipendentemente dal fatto che il divieto venga revocato o meno. Più in generale, dovremmo sostenere il boicottaggio internazionale degli eventi sportivi e culturali israeliani. Di seguito sono riportati alcuni video che mostrano le azioni razziste dei tifosi del Maccabi: How the unrest unfolded in Amsterdam – video timeline | Netherlands | The Guardian https://www.facebook.com/reel/1304472254321876 The post Starmer difende i tifosi di calcio israeliani razzisti first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Starmer difende i tifosi di calcio israeliani razzisti sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 18, 2025
Popoff Quotidiano
Tra una rivoluzione e un sussurro. Essere palestinese in Israele
PER I PALESTINESI IN ISRAELE, L’AUTOCENSURA È UN MECCANISMO DI SOPRAVVIVENZA, IL SILENZIO LA CONDIZIONE DELLA CITTADINANZA [THAWRA ABUKHDEIR] Quest’estate, ad Amsterdam, ho preso parte quasi per caso a una marcia di solidarietà con la Palestina. Stavo camminando per il centro quando, svoltato un angolo, mi sono ritrovata in una strada piena di cori, bandiere e spalle avvolte in kefiah. Qualcuno mi ha chiesto da dove venissi. Quando ho risposto “Palestina”, più forte di quanto avessi previsto, la folla ha risposto all’unisono: “Free Palestine!”. Per un istante mi sono resa conto che il mio corpo aveva dimenticato cosa significa non sussurrare. La libertà di espressione non è solo un principio. È qualcosa che si sente nel battito, nella postura, nel modo in cui il petto si espande quando capisci che non devi più pesare ogni parola. È fisica, e una volta che la si conosce, la sua assenza diventa insopportabile. A casa, da palestinese a Gerusalemme e Haifa, ho imparato ad allenarmi al silenzio. Esprimere la propria identità palestinese può avere costi concreti: una convocazione della polizia, un provvedimento disciplinare sul lavoro o all’università, un interrogatorio per un post su Facebook, una detenzione senza accuse formali, o peggio. Questa pressione si insinua nel corpo. Quando un israeliano mi chiede chi sono o da dove vengo, mi fermo, do un’occhiata a chi mi circonda e abbasso la voce, sentendo il petto irrigidirsi. “Sono palestinese… cioè araba”, dico, come se quella traduzione riflessa potesse addolcire la parola alle loro orecchie. Cerco di dirlo con sicurezza, in ebraico, con il mio accento palestinese, ma questo non fa che attirare più attenzione. Ad Amsterdam ho pianto nel vedere l’espressione palestinese libera dalla paura: bandiere alle finestre, adesivi sui tram, slogan di solidarietà scarabocchiati sulle panchine. E non sono l’unica. A Londra, il mese scorso, durante il festival Together for Palestine, amici — soprattutto palestinesi — mi hanno raccontato di non aver mai provato una tale forza collettiva in esilio. “Per la prima volta,” ha detto uno di loro, “ho sentito che non siamo soli.” Lo sento anch’io nei miei viaggi di questi tempi: un passaggio emotivo dalla difensiva alla visibilità senza difese. All’estero non devo difendere la mia identità né spiegare il sistema di oppressione sotto cui abbiamo vissuto per tutta la vita. Devo però sottolineare che le mie aspettative sono molto basse: l’occupazione mi ha insegnato che la sopravvivenza stessa può sembrare una forma di dignità. E naturalmente l’Europa non è un rifugio dalla repressione statale. Dopo il 7 ottobre, la Francia ha cercato di vietare le manifestazioni pro-palestinesi; la Germania — secondo maggiore fornitore di armi a Israele — ha represso con violenza le dimostrazioni pubbliche di solidarietà con la Palestina, pur proclamandosi paladina del diritto internazionale. Ma, a differenza di quanto accade in Israele, la pura forza del sostegno popolare in Europa ha infranto la barriera della paura. Il susseguirsi di riconoscimenti di quest’anno ha reso visibile quell’atmosfera anche sul piano diplomatico. Spagna, Irlanda e Norvegia hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina nel maggio 2024, seguite pochi giorni dopo dalla Slovenia, a inizio giugno. Entro settembre 2025, il numero dei riconoscimenti ha superato i 150 Stati membri dell’ONU, mentre altri governi europei annunciavano o avviavano il processo di riconoscimento. Per molti di noi, questo riconoscimento a livello statale è qualcosa di enorme e profondamente emotivo — richiama la stessa miscela di gioia e sollievo che si prova nel vedere l’identità palestinese espressa apertamente, senza timore. E tuttavia, arriva anche troppo tardi. La crudele ironia è che questo improvviso riconoscimento dell’identità palestinese all’estero è giunto solo attraverso l’assalto israeliano a Gaza, trasmesso in diretta mondiale: un genocidio che ha tolto la vita a più di 67.000 persone — un numero quasi certamente molto inferiore alla realtà. Penso ai palestinesi di Gaza, a coloro che sono sopravvissuti a questo genocidio e ai cinque assalti precedenti — persone capaci di distinguere, solo dal suono, il ronzio di un drone dal sibilo di un missile in arrivo. Alle manifestazioni ho imparato un’eco lontana di quella lingua: i candelotti lacrimogeni, i proiettili di gomma, le granate stordenti, il fuoco vivo. Ancora oggi, quando qualcosa esplode, il mio corpo sobbalza. La notte di Capodanno, negli Stati Uniti, i fuochi d’artificio mi hanno fatta piangere. Il mio corpo si è ricordato prima della mia mente, riportandomi a Haifa, ai mesi in cui tutti vivevano in attesa dei missili dal Libano o dall’Iran. Ai governi complici dell’apartheid e del genocidio israeliano, grazie per aver riconosciuto il nostro diritto fondamentale all’autodeterminazione. Ma ora lo metterete in pratica, vincolando la politica estera, il commercio e la vendita di armi al rispetto dei diritti che dite di riconoscere? O resterà solo una messa in scena di empatia? L’ARCHITETTURA DEL CONTROLLO Da anni, il governo israeliano cerca di limitare ogni manifestazione pubblica di identità palestinese — una forma di repressione culturale che è aumentata drammaticamente dopo il 7 ottobre. Dal gennaio 2023, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha ordinato alla polizia di rimuovere le bandiere palestinesi dagli spazi pubblici. La bandiera non è formalmente illegale, ma nella pratica è trattata come un oggetto di contrabbando. Intanto, quella israeliana è ovunque: sventola nelle cerimonie ufficiali, copre edifici pubblici, viene usata per punire i cittadini colpevoli del “reato” di esprimere empatia per Gaza. Ma la repressione non è iniziata con Ben Gvir — in realtà, è da tempo incorporata nel diritto israeliano. La “Legge Nakba” del 2011 ha autorizzato lo Stato a tagliare i fondi a scuole, teatri o municipalità che commemorano la spoliazione palestinese del 1948. La Legge antiterrorismo del 2016 ha ampliato la definizione di “istigazione” fino a includere poesie, canzoni, post su Facebook o anche la semplice condivisione di contenuti che le autorità ritengano possano “incoraggiare” il terrorismo. Ha inoltre introdotto un nuovo reato: “identificarsi” con un gruppo bandito — il che può voler dire sventolare una bandiera palestinese o intonare uno slogan. L’ambiguità è la chiave. Dall’ottobre 2023, Adalah e altre organizzazioni per i diritti umani hanno documentato decine di incriminazioni di cittadini palestinesi con l’accusa di “istigazione” o di “identificazione con gruppi terroristici”, spesso basate esclusivamente su post social che citavano versetti coranici o piangevano i palestinesi uccisi a Gaza. Nel novembre 2023, i legislatori sono andati oltre, criminalizzando la “fruizione di materiali terroristici”, arrivando così a controllare non solo ciò che dici, ma anche ciò che leggi o guardi. I politologi chiamano questo processo securitizzazione: trasformare l’identità palestinese da questione politica a minaccia per la sicurezza, così da giustificare restrizioni eccezionali. L’effetto è tanto punitivo quanto disciplinare. Quando uno studente viene interrogato per un post — o persino per un’emoji — tutta la classe impara a tacere. Crescendo a Gerusalemme, la consapevolezza di essere osservati, di essere sempre un po’ sospetti, faceva parte delle regole domestiche. Non fumare. Non frequentare ragazzi. Non accettare caramelle dagli sconosciuti. E anche: non parlare troppo forte di chi sei. Non rischiare uno sguardo di troppo a un soldato, o una strada sbagliata in un insediamento ebraico che potrebbe finire a sassate. I miei genitori mi hanno chiamata Thawra — “rivoluzione” in arabo — ma la mia educazione è stata tutta improntata alla cautela. Puoi immaginare le discussioni con mio padre, quando cercava di dissuadermi dall’andare alle proteste. “La Palestina resta nel cuore,” diceva, cercando di rassicurare la sua unica figlia che, anche se non scendevo in strada a lottare, non stavo abbandonando la mia comunità né la mia identità. Mio padre voleva proteggermi da ciò che lui stesso aveva vissuto da adolescente durante la Prima Intifada. Nella prigione israeliana dove scontò due anni per lancio di pietre, ogni pasto era intriso di una cannella economica e scadente, usata per coprire il sapore del cibo avariato. L’odore, raccontava, saturava l’aria, gli bruciava la gola, gli rivoltava lo stomaco; impregnava i vestiti, i capelli, la pelle. Non ha più mangiato quella spezia da oltre 35 anni, e ancora oggi, prima che un piatto arrivi in tavola, in famiglia qualcuno inevitabilmente chiede, scherzando: “C’è cannella in questo?”. Ci sono voluti anni perché capissi che il mio nome era il loro compromesso. Thawra portava con sé il peso del senso di colpa dei miei genitori, insieme alla fragile speranza di resistere. Per molti della loro generazione, quel senso di colpa persiste — la consapevolezza che ciò che potevano trasmetterci non era la libertà in sé, ma solo la lotta per conquistarla. Una lotta tramandata perché il mondo li ha ignorati e perché la sopravvivenza veniva prima di tutto. IL NOSTRO SILENZIO È LA NOSTRA CITTADINANZA A Gerusalemme, il cambiamento dopo il 7 ottobre è viscerale. Un tempo si poteva affrontare un soldato che molestava giovani palestinesi. Era pericoloso, certo, ma non un suicidio; forse perché sono una donna, o forse perché allora i soldati erano meno pronti a sparare. Ora, se provo a parlare, i vicini mi tirano indietro: “Ma dove credi di essere? Questa è la polizia di Ben Gvir. Ti spareranno.” E hanno ragione. L’implicazione è agghiacciante: abbiamo interiorizzato la logica della violenza di Stato al punto che aspettarsi protezione dalle autorità sembra ridicolo. Non posso fare a meno di pensare che, se mi sparassero, la narrazione finirebbe inevitabilmente per addossarmi la colpa: Ve l’avevamo detto di non parlare. La stessa logica perversa si applica agli attacchi del 7 ottobre. “Hamas non avrebbe dovuto farlo”, si dice, “perché la risposta di Israele era prevedibile.” Formulata così, la violenza brutale di Israele inizia a suonare naturale, come se l’inevitabilità fosse una scusa, e la colpa tornasse a ricadere sui palestinesi, che devono prima condannare per poter parlare. In pratica, l’aspettativa di dover condannare, sempre e comunque, diventa un’altra forma di silenziamento. La repressione si manifesta anche nel quotidiano. Di recente camminavo con un’amica che porta l’hijab in un quartiere ebraico di Gerusalemme, evitando di incrociare gli sguardi, attenta a non “provocare”. Gli ebrei israeliani tendono a considerare l’hijab una dichiarazione politica. Un uomo religioso, con la kippah, ci ha sbattuto la porta del parcheggio in faccia e le ha sputato addosso. Incontri del genere insegnano più del silenzio: ti insegnano come non guardare, come non camminare, come rimpicciolirti nello spazio pubblico. Penso anche a quando mi fermai a fare benzina a Haifa, lo scorso dicembre, e un giovane soldato — appena più grande dei miei studenti palestinesi di 19 anni, a cui insegnavo inglese all’Università Ebraica — mi si avvicinò mentre pagavo. Appena rientrato dal servizio a Gaza, era agitato, camminava avanti e indietro, parlava a scatti, si richiudeva su se stesso tra una frase e l’altra. Parlava del suo trauma, di un governo che lo aveva abbandonato, ma anche dell’orgoglio di aver “protetto Israele.” Ascoltavo, colpita dalla sua vulnerabilità e dalla sua giovinezza. Era insieme vittima e parte di un sistema genocida. Presumeva che fossi un’israeliana ebrea. Succede spesso a Haifa, anche tra chi si vanta di credere nella “coesistenza”. Mi scambiano per mizrahi, forse franco-marocchina. “Non puoi essere araba. Musulmana, poi? Impossibile,” dicono. Passare per qualcun altro non è sempre un privilegio; è una forma particolare di esposizione. Vedi cosa pensano davvero le persone quando credono che tu sia dei loro. Senti la logica della violenza nella sua forma più cruda, sapendo che è rivolta a te come a una presunta complice. Poi la solita domanda: sa che sono palestinese? Sarebbe sicuro dirglielo? Potrei raccontargli che ho famiglia a Gaza, che il suo esercito sta distruggendo le loro case e le loro vite? No. Se gli ebrei israeliani manifestano la loro cittadinanza apertamente — servendo nell’esercito, sventolando la bandiera israeliana, dichiarando fedeltà allo Stato — noi, palestinesi con cittadinanza israeliana, dimostriamo la nostra appartenenza con il silenzio misurato, con ciò che scegliamo di non dire. Il nostro silenzio è la nostra cittadinanza. UNA DIVISIONE DEL LAVORO Gli attivisti palestinesi nella diaspora a volte scambiano la nostra cautela per complicità. Chi vive qui, invece, vede nell’idealismo della diaspora — nel suo tutto o niente — una sfida di cui noi paghiamo il prezzo. Entrambe le letture sono ingiuste, eppure entrambe vere. Si può pensare a una divisione del lavoro: all’estero, palestinesi e alleati possono amplificare la nostra voce collettiva, fare pressione sui governi, allargare i confini di ciò che è politicamente possibile. A casa, noi proteggiamo l’identità che continua a bruciare dentro di noi, in silenzio. Abbassiamo la voce quando diciamo “Palestina” o parliamo arabo sull’autobus; gli studenti portano le bandiere piegate negli zaini ma raramente le sventolano alle manifestazioni; nei gruppi WhatsApp di famiglia si evitano certe parole; i fratelli maggiori avvertono i più giovani su cosa non mettere “mi piace” o condividere sui social. Questa è la sopravvivenza sotto securitizzazione. Ogni decisione è calcolata in base al rischio: questa frase metterà mio fratello su una lista? Questo gesto mi impedirà di laurearmi? Questa parola mi costerà il lavoro? Ma la differenza tra l’esistenza nella diaspora e quella qui, in Palestina, non è solo una questione di prudenza. Da lontano, gli attivisti pro-Palestina possono contare su una chiarezza morale che la distanza consente. Chi lavora per porre fine all’occupazione e all’apartheid dentro la Palestina e Israele deve, al tempo stesso, sopravvivere e resistere. Non c’è spazio per discutere della “versione più ideale” del futuro della Palestina mentre crescono i checkpoint e si moltiplicano le demolizioni. E anche se qualcuno può disapprovare, parte di questo lavoro consiste nel collaborare con quegli ebrei israeliani disposti a mettere in gioco il proprio corpo e i propri privilegi per opporsi alla pulizia etnica, al genocidio e al fascismo. Questa collaborazione non cancella lo squilibrio di potere; riflette semplicemente l’urgenza della lotta in un luogo dove la sopravvivenza non è un concetto astratto. A volte immagino cosa accadrebbe se ogni palestinese scendesse in strada in Israele, in numeri pari a quelli delle manifestazioni all’estero. L’immagine che mi viene in mente non è quella di folle che cantano, ma di una strage di massa per mano dei soldati e della polizia israeliana. Durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018 a Gaza, migliaia di persone manifestarono pacificamente vicino alla barriera di confine israeliana e furono accolte da fuoco vivo: centinaia di morti, decine di migliaia di feriti. Quella memoria vive nel corpo collettivo palestinese. O quando mio cugino Mohammad Abu Khdeir fu bruciato vivo dai coloni israeliani a Gerusalemme, nell’estate del 2014. Lo cercammo noi, perché nessuno si fidava delle autorità. La loro risposta fu assediare la città e contenere la nostra rabbia, non cercarlo ovunque. Più tardi, quando portammo la sua foto davanti al tribunale chiedendo giustizia, i coloni ci sputarono addosso mentre la polizia antisommossa reprimeva una famiglia in lutto. Più di recente, le manifestazioni dei palestinesi in Israele contro la guerra in corso a Gaza sono state violentemente disperse dalla polizia in assetto antisommossa, che lancia granate stordenti e arresta i passanti con il pretesto di “disturbo dell’ordine pubblico.” Così come accadeva anni prima del 7 ottobre, quando protestavamo all’Università Ebraica contro gli scioperi della fame, le demolizioni di case o l’uccisione di bambini durante gli assalti a Gaza: la risposta di Israele è sempre la stessa, mandare le unità antisommossa a schiacciare la nostra voce. Eppure un altro pensiero s’insinua: gli israeliani protestano in gran numero senza essere massacrati. Subiscono la brutalità della polizia, certo, ma non il fuoco vivo. Forse l’unico modo per noi palestinesi di scendere in piazza in massa sarebbe se gli israeliani formassero un cerchio intorno a noi, si ponessero tra noi e i fucili, permettendoci di guidare la protesta dall’interno. PORTARE L’ODORE ADDOSSO Sul treno di ritorno dalla marcia di Amsterdam, un bambino ha tirato la kefiah di una manifestante e ha chiesto alla madre cosa fosse. “È una sciarpa,” ha risposto. Mia madre è cresciuta in America in un’epoca in cui la parola “Palestina” quasi non esisteva, e la gente la confondeva con “Pakistan.” Ho ereditato quel senso di invisibilità, quella tensione infantile di chi si prepara a essere ignorato ogni volta che pronuncia il nome del proprio Paese — al banco di un aeroporto o davanti a un supplente in classe. Oggi dico che vengo dalla Palestina, e sempre più spesso la persona a cui lo dico sa esattamente cosa intendo. Non esitano più; si commuovono. Vogliono abbracciarmi. A volte sanno troppo; a volte conoscono solo un meme o uno slogan. Ma il riconoscimento non è niente — il riconoscimento è la porta che Israele ha cercato a lungo di tenere chiusa. Più tardi, nella mia stanza, il mio cappotto aveva ancora l’odore della strada, portava con sé tracce di cori e bandiere. Ho pensato di postare una foto. Non l’ho fatto. Quell’esitazione è il muro invisibile con cui convivo: una vita in cui il mio nome può essere detto ad alta voce, e un’altra in cui deve restare un sussurro. La mattina dopo, l’odore era ancora lì. Thawra Abukhdeir è un’analista politica e dei media palestinese, nata e cresciuta a Gerusalemme. Parla arabo, ebraico e inglese, e ha un background nel giornalismo e nel diritto dei diritti umani. Ha lavorato con ambasciate, organizzazioni internazionali e società civile in Israele, Palestina, Europa, Regno Unito e Stati Uniti.     The post Tra una rivoluzione e un sussurro. Essere palestinese in Israele first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Tra una rivoluzione e un sussurro. 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October 14, 2025
Popoff Quotidiano