La (maledetta) stratificazione della classe operaia

Popoff Quotidiano - Friday, April 17, 2026

Gli strati superiori della classe operaia detengono il potere rispetto a quelli inferiori e, proprio come qualsiasi altro strato superiore, hanno il potere della narrazione e il privilegio dell’invisibilità

Brigitte Vasallo su El Salto

Se esiste un concetto chiave per comprendere alcuni pasticci delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo o, meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirli, è quello della stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, a occhio e croce, allo stesso Engels nel testo La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845. Niente di postmoderno, insomma, ma la base stessa degli studi canonici per capire come funziona il capitalismo. Anche per quelle persone che insistono sullo slogan di “una sola classe operaia”, anche partendo da lì, la questione è ineludibile.

La stratificazione della classe operaia è un meccanismo di base, essenziale e consustanziale al capitalismo che consiste nel dividere la classe operaia per indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (gli operai e le operaie sono sistematicamente disuguali anche in quanto classe operaia per quanto riguarda, ad esempio, la divisione sessuale del lavoro, i salari e l’accesso al diritto stesso al lavoro salariato); la razzializzazione è un altro, non esclusivo, con l’abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, con l’abisso del commercio di schiavi, che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, dei lavoratori autoctoni rispetto a quelli stranieri (o forestieri), tra le altre disuguaglianze. Come funziona questa stratificazione? Concedendo, all’interno della stessa classe operaia, più diritti ad alcuni rispetto ad altri e mettendoci così in competizione tra noi. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori del Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittavano delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, fino al paradigma costituito dagli scioperi dei minatori di carbone negli Stati Uniti nel 1873, dove gli scioperanti bianchi statunitensi furono sostituiti da statunitensi di colore e da migranti italiani, entrambi i gruppi con molto meno potere di associazione e di resistenza poiché partivano da situazioni ancora peggiori di quella dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nel suo imprescindibile Dalle classi pericolose al nemico interno, cita numerose situazioni.

Il programma del Partito Operaio Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva la strumentalizzazione capitalista della manodopera immigrata: «Per derubare maggiormente i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), espulsi dal loro paese dalla miseria […] sono condannati ad accettare le condizioni del padrone e a lavorare per salari che gli operai locali rifiuterebbero».

Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né capire né opporci al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all’interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinata, per quanto non venga nominata. Come nel resto della costruzione sociale, gli strati superiori della classe operaia detengono il potere rispetto agli strati inferiori e, proprio come fa qualsiasi altro strato superiore, hanno il potere della narrazione e il privilegio dell’invisibilizzazione. E abusano di quel potere quando negano la stratificazione nell’unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all’interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza all’interno della classe. Engels la chiamava «l’aristocrazia operaia». Le lamentele, per favore, rivolgetele a lui.

Conoscere, comprendere e smettere di tacere su questo meccanismo è indispensabile per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, per esempio, è una buona notizia per tutta la classe operaia, poiché ci rafforza come classe in quanto garantisce a più lavoratori i diritti per organizzarsi e resistere agli abusi.

E serve anche, permettetemi la digressione, a comprendere la disuguaglianza insita nelle migrazioni interne del franchismo sviluppista. Sessant’anni dopo c’è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché «ehi! i poveri c’erano ovunque». E sì, certo, ma tra un povero che emigra e un altro che resta a casa c’è una disparità: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come lo sono altri oggi, migranti.

 

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