Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo

Popoff Quotidiano - Monday, February 23, 2026

In un contesto di legittimazione istituzionale dell’estrema destra, il caso Deranque mette in crisi un’intera tradizione politica

Nella sua cronaca per Mediapart, Alexandre Berteau descrive la manifestazione, organizzata a Lione sabato 21 febbraio in memoria dell’attivista di estrema destra Quentin Deranque, come un evento ben più radicale rispetto alle rassicurazioni iniziali delle promotrici. Annunciata come un corteo “dignitoso” e privo di eccessi, la marcia ha radunato oltre 3.200 persone provenienti da tutta la Francia e dall’estero, in larga parte appartenenti alla galassia nazionalista-rivoluzionaria e neofascista. La vecchia guardia del movimento era presente. In prima fila nel corteo si poteva vedere l’antisemita Yvan Benedetti, ex capo del gruppo petainista sciolto L’Œuvre française. Era presente anche il suo pupillo Alexandre Gabriac, espulso nel 2011 dal Front National (FN) dopo aver fatto il saluto nazista. Non lontano, l’ex eletto frontista Fabrice Robert, leader del gruppo punk hardcore dall’ideologia nazionalista-rivoluzionaria Fraction, scherzava con Aurélien Verhassel, ex capo del gruppuscolo identitario di Lille La Citadelle, sciolto nel 2024, che gestiva un bar «riservato ai bianchi» nella capitale delle Fiandre.

Il Rassemblement national (RN) aveva intimato ai suoi eletti di non partecipare alla marcia, a causa del profilo «di alcuni organizzatori, innegabilmente legati all’estrema destra». Solo il senatore del Rodano Étienne Blanc (LR) è stato avvistato – partecipava «a titolo personale», ha precisato a Le Monde.

Il tono del raduno è stato segnato da una retorica marcatamente bellicosa. Deranque è stato elevato a “martire”, la sua morte definita “sacrificio”, e gli interventi dal palco hanno indicato nemici politici precisi — l’antifascismo, la sinistra e in particolare esponenti di La France insoumise — con espressioni che evocavano uno scontro senza tregua: “non si fa pace con il male, lo si combatte fino all’ultimo respiro”. «I responsabili della morte di Quentin sono all’interno di La France insoumise», ha dichiarato Raphaël Ayma, leader del gruppuscolo provenzale Tenesoun. Prima di fischiare il deputato LFI e cofondatore della Jeune Garde Raphaël Arnault, definito «leader della mafia antifascista criminale». La costruzione simbolica del “caduto” si è accompagnata a un immaginario militante che richiama apertamente la tradizione controrivoluzionaria e identitaria.

Va ricordato che la morte di Quentin Deranque è stato un linciaggio, epilogo di una rissa scaturita dopo una provocazione militare di Nemesis, un gruppo di estremisti di destra venuti a dare manforte a una gazzarra di femonationaliste, femministe nazionaliste, che contestavano una conferenza, nella facolta di Sciences Po Lyon, della deputata europea Rima Hassan di LFI.

Il reportage di Mediapart è piuttosto preciso sulla composizione del corteo. In prima fila c’erano figure storiche dell’estrema destra francese con trascorsi in organizzazioni sciolte per antisemitismo o apologia del collaborazionismo; altri partecipanti sono noti per precedenti condanne legate ad aggressioni politiche. Molti manifestanti sfilavano a volto coperto nonostante gli impegni presi dalle organizzatrici con la prefettura; il servizio d’ordine formato da militanti che ogni anno presidiano eventi neofascisti e tra i quali figurano soggetti condannati per violenze contro attivisti antirazzisti. Berteau segnala anche la presenza di simboli e codici riconducibili alla simbologia neonazista internazionale.

L’atteggiamento verso la stampa è stato ostile: i “gorilla” (tra loro, il neonazista Marc de Cacqueray-Valménier, condannato due giorni prima in appello per aver picchiato alcuni militanti di SOS Racisme durante un comizio di Éric Zemmour nel 2021. O ancora il suo amico Gabriel Loustau, figlio dell’ex dirigente del GUD Alxel Loustau, ex collaboratore del Front National e vicino a Marine Le Pen) incaricati della sicurezza cercano di impedire riprese ravvicinate, mentre un videomaker di un media di estrema destra poteva muoversi liberamente. All’avvicinarsi di rue Victor-Lagrange, dove è avvenuta l’aggressione mortale a Deranque, fa la sua comparsa Eliot Bertin, con occhiali da sole Aviator sul naso marito dell’organizzatrice Aliette Espieux ed ex capo del gruppo Lyon Populaire, sciolto nel giugno 2025 per esaltazione della collaborazione con la Germania nazista. All’uomo è tuttavia vietato presentarsi a Lione nell’ambito dell’indagine avviata nel febbraio 2024 per il suo ruolo attivo nel violento attacco a una conferenza sulla Palestina nella Vieux-Lyon. Alla fine verrà srotolato un grande striscione nero. Accanto al messaggio «Adieu camarade» è stato stampato un chrismon, simbolo cristiano-romano adottato dall’estrema destra integralista. Il canto La Ligue noire, che commemora il massacro dei controrivoluzionari lionesi del 1793 da parte della Convenzione, viene intonato nel momento in cui vengono accese le torce.

In più momenti spiccavano saluti nazisti e slogan apertamente razzisti; video circolati sui social mostrano insulti contro arabi e oppositori politici. A fine giornata, la prefettura del Rodano ha annunciato di aver segnalato alla magistratura questi episodi.

Nel complesso, una mobilitazione che, dietro l’omaggio funebre, assume i tratti di una dimostrazione di forza dell’estrema destra radicale: una messa in scena identitaria, con posture muscolari e richiami simbolici alla violenza politica, che evidenzia la continuità tra memoria militante, radicalizzazione ideologica e presenza di soggetti già coinvolti in episodi di aggressione.

La Jeune Garde in una iniziativa contro la legge sulla sicurezza globale del 2020

Intanto a livello politico continuano le polemiche. Il minuto di silenzio (prontamente imitato dalle estreme destre italiane) osservato all’Assemblea nazionale in omaggio a Deranque, militante neofascista morto il 12 febbraio, ha segnato un passaggio simbolico potente. Secondo Mathieu Dejean, che firma l’analisi su Mediapart, la sequenza di reazioni istituzionali e mediatiche mostra come l’antifascismo, spesso stigmatizzato ma mai annientato, stia entrando in una zona di turbolenza profonda, dove rischia di essere rovesciato semanticamente fino a essere dipinto come un «nuovo fascismo».

Dejean richiama in apertura la profezia del comunista libertario Daniel Guérin, che nella prefazione a Fascisme et grand capital (Gallimard, 1945): «Domani le grandi “democrazie” potrebbero benissimo riporre l’antifascismo nel magazzino degli accessori. Già ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo, è considerata da loro indesiderabile non appena serve da richiamo per gli avversari del sistema capitalista in sé». Oggi quella previsione sembra prendere forma: da Marine Le Pen, capogruppo del Rassemblement national, a Martine Vassal, esponente dei Les Républicains, si moltiplicano le richieste di classificare ufficialmente gli «antifa» come gruppi terroristici. Vassal ha persino rilanciato il motto pétainista «lavoro, famiglia, patria».

Il ribaltamento non è solo francese. Il messaggio della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che ha attribuito «l’odio ideologico» in Europa all’«estremismo di sinistra», viene citato come ulteriore segnale del clima. Meloni, iscrittasi a 15 anni al Fronte della Gioventù del MSI, partito erede del fascismo, rappresenta per Dejean l’esempio di un’estrema destra ormai istituzionalizzata.

La morte di Deranque, in una città storicamente contesa dall’estrema destra, diventa così il catalizzatore di un’offensiva ideologica iniziata da circa un decennio, che punta a svuotare l’antifascismo e, di riflesso, ogni opposizione radicale. L’indagine per omicidio volontario che coinvolge un collaboratore del deputato di Raphaël Arnault, esponente di La France insoumise e fondatore della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, alimenta ulteriormente la pressione politica.

Un «clima orwelliano» che chiama tutto il campo progressista a «fare fronte comune», spiega Olivier Besancenot, militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA): «Marx parlava del ruolo degli “eventi banali” nello scatenarsi delle rivoluzioni, ma questo vale anche per le controrivoluzioni, dice. Stiamo vivendo un punto di svolta». In campo politico, anche una parte della sinistra è ormai permeabile a questa contrapposizione. «Nessun partito può accettare l’alleanza, anche lontana, con questo tipo di organizzazione, che si chiami Jeune Garde, Génération identitaire o Action française», ha scritto sul suo blog il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, prima di correggere il suo testo.

«Qualunque sia il contesto, nella demonizzazione dell’antifascismo c’è sempre una prima fase di simmetrizzazione degli “estremi” in nome del rifiuto della violenza. Poi, in una seconda fase, quando tra i dominanti si impone l’idea di una necessaria coalizione delle destre che includa i fascisti, il loro discorso tende a fare della sinistra l’unico movimento violento: il comunismo nella Germania degli anni ’30 e la sinistra radicale, il wokismo o l’antifascismo oggi. Continuando a ignorare la questione della portata della violenza dell’estrema destra o delle violenze di Stato”, analizza il sociologo Ugo Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025).

Dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra, secondo i dati raccolti da Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), che parla di «specializzazione» delle destre radicali nelle aggressioni politiche.

Lo storico Jean Vigreux colloca l’origine dell’antifascismo francese nella risposta alle Leghe degli anni Trenta, mentre Pierre Salmon, autore di Un antifascisme de combat, insiste sul carattere plurale del movimento, diviso tra metodi rivoluzionari e legalisti ma unito nell’opposizione all’autoritarismo. Salmon ricorda il clima ben più violento degli anni Trenta, evocando il massacro di Clichy del 1937. Storicamente l’antifascismo, in Francia come in Italia, nasce per contrastare le forme violente di partiti-milizia finanziati da settori imprenditoriali e conservatori.

Nel libro Une vie de lutte plutôt qu’une minute de silence (Seuil, 2023), Sébastien Bourdon ricorda come la Jeune Garde volesse rompere con la tradizione settaria dell’antifascismo, militando a volto scoperto e intrecciando legami sindacali. Una strategia unitaria che oggi si rivela fragile di fronte alla pressione istituzionale. «Tra metodi rivoluzionari e metodi legalisti, l’antifascismo è un movimento che si scrive al plurale, ma che si ritrova nella sua opposizione alle forme di autoritarismo e violenza che nascono in quel periodo», afferma Pierre Salmon. È questa eredità, coltivata successivamente – e in modo diverso – a partire dagli anni ’60 dai militanti della Ligue communiste, della Section carrément anti-Le Pen (Scalp), di Ras l’Front o, più recentemente, dell’antifascismo autonomo e della Jeune Garde, fondata nel 2018, che oggi viene attaccata.

Una manifestazione antifascista in memoria di Clement Cedric. Parigi, giugno 2025

Ma resta l’interrogativo: la varietà dei repertori di azione dell’antifascismo è stata utilizzata correttamente? «Nel repertorio strategico dell’antifascismo c’è l’autodifesa, in particolare sotto forma di servizi d’ordine che servono a proteggersi, fin dagli anni ’20, dai fascisti e dalla polizia. Ma non c’è solo questo, ricorda Ugo Palheta. Ci sono anche, ad esempio, le manifestazioni di massa essenzialmente non violente, che mirano a emarginare l’estrema destra, come a Saint-Brévin. Ciò che è in gioco non è quindi lo scontro fisico, ma il fatto di essere molto più numerosi e determinati».

Infine, Action antifasciste Paris-Banlieue, pur critica verso la Jeune Garde, ha pubblicato un comunicato di sostegno il 20 febbraio, invitando a «fare fronte comune» contro l’accelerazione della “fascistizzazione”. Per Dejean, questo gesto segnala la gravità del momento: l’antifascismo, parola fondativa e riunificatrice del movimento operaio, rischia di essere trasformato in stigma, proprio mentre l’estrema destra consolida la propria legittimità politica.

 

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