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Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
PERCHÉ VANNO RIPENSATE E COME POSSONO SERVIRE PIENAMENTE LA CAUSA PALESTINESE.
In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le
attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in
acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano
diretti a Gaza per una missione umanitaria.
Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti
esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono,
invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di
depredazione e violenza in mare da parte di Israele.
Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare
definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non
solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a
questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli
omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in
considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza.
IL BLOCCO NAVALE A GAZA: LEGALE O ILLEGALE?
Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele,
nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono
spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti
paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition.
Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF),
diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni
(Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud
Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia).
Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025.
Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano
i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di
disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei
diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia.
Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande
missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele
dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il
blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono
accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici.
L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene
abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono
10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in
prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia
che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto
internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario
Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel
d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31
maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il
blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata
durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”.
Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria
missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui
risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio
era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani.
Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su
questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti
occorsi successivamente.
La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare
(UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o
di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro
un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da
forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto,
avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla
sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi
dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.”
Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece,
che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base
legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se
formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come
tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine
aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro
incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di
giustizia, aprire un contenzioso tra Stati.
MA QUAL È IL CUORE DELLA QUESTIONE?
Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di
rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere
componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola
sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata
di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di
oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente
Stato.
Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto
che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul
popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti
dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la
misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una
potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica
restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e
allora perché ciò accade?
UNA DOMANDA PER LE FLOTTIGLIE
L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte
sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan
Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania
Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre
che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo
parente stretto, il liberismo.
In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i
maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è
necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e
chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere
sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda
nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare
struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi.
Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie
fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo
con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono.
In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il
genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la
Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree
di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il
boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema
di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto,
energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una
connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio,
disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale.
DAL LOCALE AL GLOBALE, ANDATA E RITORNO
Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state,
poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda
della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà
cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione
mediatica sulla Palestina.
Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della
guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica
internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica
sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del
contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro
dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e
all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa.
È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le
rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia
globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di
oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più
potente e del più ricco.
La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della
campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone
Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100
porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia
sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da
Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i
lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli
animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale.
Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e
abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla
salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi,
sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che
agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del
dissenso contro l’occupazione sionista.
Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di
mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a
sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla
rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di
infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo
costo in termini di corpi violati.
Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa
traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità
palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente
la causa palestinese in questa fase storica.
Fonti
Freedom Flotilla Coalition
Rapporto Palmer ONU
Documento del Ministero degli Esteri turco
Pressenza – Global Sumud Flotilla
Lavinia Marchetti – Piratare la Flotilla per rapire la
Post Instagram citato
Nives Monda
Primo maggio: voci da Bagnoli@0
“1 maggio a Bagnoli: casa, salute, lavoro, spiaggia e mare. No a guerre,
America’s Cup e grandi eventi”. Queste le parole d’ordine del corteo che il
primo maggio ha visto riunite la lotta della popolazione di Bagnoli, dei Campi
Flegrei e di tutta la città di Napoli.
In questo ultimo anno, il quartiere partenopeo, e le questioni che lo
attraversano, sono tornate al centro delle lotte locali. Le mobilitazioni contro
l’America’s Cup hanno visto una partecipazione popolare importante, con migliaia
di persone per le strade. Oltre all’opposizione ai cantieri, le piazze, i
blocchi e i cortei sono l’occasione di un confronto allargato contro il governo
Meloni, guerre e genocidio, bassi salari e necessità territoriali di casa,
salute e servizi.
Il corteo del primo, quindi, vede arrivare in piazzale Tecchio striscioni e
bandiere di tante realtà politiche e sindacali. Non mancano bandiere palestinesi
e i simboli di nuove campagne che mettono insieme lotta alla turistificazione,
all’inquinamento e al transito di armi sul territorio, come Block the boat
target MSC promossa da BDS Napoli. Anche il movimento studentesco richiama
l’attenzione su tagli welfare e repressione, rilanciando i prossimi scioperi:
“guerra contro Meloni l’unica guerra”.
Si attraversano le strade del quartiere nominando l’ennesimo round di attacchi
che sta subendo, vista la sottrazione di spazi e diritti alla cittadinanza.
Nel mentre, dai marciapiedi, alcune persone commentano solidali, contro le
politiche di Manfredi. Negli interventi non mancano i riferimenti a quello che
insieme si può fare, e alle altre lotte contro speculazioni e grandi opere sul
piano nazionale.
A metà mattinata il corteo entra nell’area ex Italsider. Era da 10 anni che non
succedeva. Si richiama al “sopralluogo popolare”, camminando inizialmente in un
area che alterna i nuovi scavi ad alti pini, per poi cercare di proseguire in
direzione dell’Altoforno. La polvere ed il caldo non fermano l’entusiasmo.
Si Cobas Napoli ci offre alcuni ragionamenti su come questo sopralluogo si leghi
alle lotte di lavoratori e lavoratrici. I settori più presenti sono quelli della
logistica e dei porti, che stanno subendo un attacco gravissimo attuato dal
governo attraverso la commissione di garanzia per lo sciopero.
Paolo Nicchia, di Bagnoli Informazione, ci racconta questi ultimi mesi di
mobilitazione e i dettagli della partita per il futuro del quartiere. Il blocco
di potere a cui bisogna far fronte, ci racconta, è fortissimo, con grandi forze
finanziarie e politiche alle spalle. La lotta deve continuare ad evolvere di
conseguenza, con più fronti e strategie. Paolo spiega anche alcuni aspetti dei
progetti costieri, in particolare il probabile porto per mega yacht. Senza
bonifica.
Il Laboratorio Politico Iskra è una delle realtà al centro della chiamata di
questo primo maggio. A fine giornata è una compagna del laboratorio che, con una
riflessione politica più ampia, ci propone una serie di collegamenti tra lotta
contro la speculazione e la devastazione, lotta per la casa e contro l’economia
di guerra. Ragiona su come si possano tenere insieme, in modo sempre più
evidenti, queste lotte, a partire dalle specificità di questo territorio, e
oltre.
Primo maggio: voci da Bagnoli@1
“1 maggio a Bagnoli: casa, salute, lavoro, spiaggia e mare. No a guerre,
America’s Cup e grandi eventi”. Queste le parole d’ordine del corteo che il
primo maggio ha visto riunite la lotta della popolazione di Bagnoli, dei Campi
Flegrei e di tutta la città di Napoli.
In questo ultimo anno, il quartiere partenopeo, e le questioni che lo
attraversano, sono tornate al centro delle lotte locali. Le mobilitazioni contro
l’America’s Cup hanno visto una partecipazione popolare importante, con migliaia
di persone per le strade. Oltre all’opposizione ai cantieri, le piazze, i
blocchi e i cortei sono l’occasione di un confronto allargato contro il governo
Meloni, guerre e genocidio, bassi salari e necessità territoriali di casa,
salute e servizi.
Il corteo del primo, quindi, vede arrivare in piazzale Tecchio striscioni e
bandiere di tante realtà politiche e sindacali. Non mancano bandiere palestinesi
e i simboli di nuove campagne che mettono insieme lotta alla turistificazione,
all’inquinamento e al transito di armi sul territorio, come Block the boat
target MSC promossa da BDS Napoli. Anche il movimento studentesco richiama
l’attenzione su tagli welfare e repressione, rilanciando i prossimi scioperi:
“guerra contro Meloni l’unica guerra”.
Si attraversano le strade del quartiere nominando l’ennesimo round di attacchi
che sta subendo, vista la sottrazione di spazi e diritti alla cittadinanza.
Nel mentre, dai marciapiedi, alcune persone commentano solidali, contro le
politiche di Manfredi. Negli interventi non mancano i riferimenti a quello che
insieme si può fare, e alle altre lotte contro speculazioni e grandi opere sul
piano nazionale.
A metà mattinata il corteo entra nell’area ex Italsider. Era da 10 anni che non
succedeva. Si richiama al “sopralluogo popolare”, camminando inizialmente in un
area che alterna i nuovi scavi ad alti pini, per poi cercare di proseguire in
direzione dell’Altoforno. La polvere ed il caldo non fermano l’entusiasmo.
Si Cobas Napoli ci offre alcuni ragionamenti su come questo sopralluogo si leghi
alle lotte di lavoratori e lavoratrici. I settori più presenti sono quelli della
logistica e dei porti, che stanno subendo un attacco gravissimo attuato dal
governo attraverso la commissione di garanzia per lo sciopero.
Paolo Nicchia, di Bagnoli Informazione, ci racconta questi ultimi mesi di
mobilitazione e i dettagli della partita per il futuro del quartiere. Il blocco
di potere a cui bisogna far fronte, ci racconta, è fortissimo, con grandi forze
finanziarie e politiche alle spalle. La lotta deve continuare ad evolvere di
conseguenza, con più fronti e strategie. Paolo spiega anche alcuni aspetti dei
progetti costieri, in particolare il probabile porto per mega yacht. Senza
bonifica.
Il Laboratorio Politico Iskra è una delle realtà al centro della chiamata di
questo primo maggio. A fine giornata è una compagna del laboratorio che, con una
riflessione politica più ampia, ci propone una serie di collegamenti tra lotta
contro la speculazione e la devastazione, lotta per la casa e contro l’economia
di guerra. Ragiona su come si possano tenere insieme, in modo sempre più
evidenti, queste lotte, a partire dalle specificità di questo territorio, e
oltre.
Primo maggio: voci da Bagnoli@3
“1 maggio a Bagnoli: casa, salute, lavoro, spiaggia e mare. No a guerre,
America’s Cup e grandi eventi”. Queste le parole d’ordine del corteo che il
primo maggio ha visto riunite la lotta della popolazione di Bagnoli, dei Campi
Flegrei e di tutta la città di Napoli.
In questo ultimo anno, il quartiere partenopeo, e le questioni che lo
attraversano, sono tornate al centro delle lotte locali. Le mobilitazioni contro
l’America’s Cup hanno visto una partecipazione popolare importante, con migliaia
di persone per le strade. Oltre all’opposizione ai cantieri, le piazze, i
blocchi e i cortei sono l’occasione di un confronto allargato contro il governo
Meloni, guerre e genocidio, bassi salari e necessità territoriali di casa,
salute e servizi.
Il corteo del primo, quindi, vede arrivare in piazzale Tecchio striscioni e
bandiere di tante realtà politiche e sindacali. Non mancano bandiere palestinesi
e i simboli di nuove campagne che mettono insieme lotta alla turistificazione,
all’inquinamento e al transito di armi sul territorio, come Block the boat
target MSC promossa da BDS Napoli. Anche il movimento studentesco richiama
l’attenzione su tagli welfare e repressione, rilanciando i prossimi scioperi:
“guerra contro Meloni l’unica guerra”.
Si attraversano le strade del quartiere nominando l’ennesimo round di attacchi
che sta subendo, vista la sottrazione di spazi e diritti alla cittadinanza.
Nel mentre, dai marciapiedi, alcune persone commentano solidali, contro le
politiche di Manfredi. Negli interventi non mancano i riferimenti a quello che
insieme si può fare, e alle altre lotte contro speculazioni e grandi opere sul
piano nazionale.
A metà mattinata il corteo entra nell’area ex Italsider. Era da 10 anni che non
succedeva. Si richiama al “sopralluogo popolare”, camminando inizialmente in un
area che alterna i nuovi scavi ad alti pini, per poi cercare di proseguire in
direzione dell’Altoforno. La polvere ed il caldo non fermano l’entusiasmo.
Si Cobas Napoli ci offre alcuni ragionamenti su come questo sopralluogo si leghi
alle lotte di lavoratori e lavoratrici. I settori più presenti sono quelli della
logistica e dei porti, che stanno subendo un attacco gravissimo attuato dal
governo attraverso la commissione di garanzia per lo sciopero.
Paolo Nicchia, di Bagnoli Informazione, ci racconta questi ultimi mesi di
mobilitazione e i dettagli della partita per il futuro del quartiere. Il blocco
di potere a cui bisogna far fronte, ci racconta, è fortissimo, con grandi forze
finanziarie e politiche alle spalle. La lotta deve continuare ad evolvere di
conseguenza, con più fronti e strategie. Paolo spiega anche alcuni aspetti dei
progetti costieri, in particolare il probabile porto per mega yacht. Senza
bonifica.
Il Laboratorio Politico Iskra è una delle realtà al centro della chiamata di
questo primo maggio. A fine giornata è una compagna del laboratorio che, con una
riflessione politica più ampia, ci propone una serie di collegamenti tra lotta
contro la speculazione e la devastazione, lotta per la casa e contro l’economia
di guerra. Ragiona su come si possano tenere insieme, in modo sempre più
evidenti, queste lotte, a partire dalle specificità di questo territorio, e
oltre.
Primo maggio: voci da Bagnoli@2
“1 maggio a Bagnoli: casa, salute, lavoro, spiaggia e mare. No a guerre,
America’s Cup e grandi eventi”. Queste le parole d’ordine del corteo che il
primo maggio ha visto riunite la lotta della popolazione di Bagnoli, dei Campi
Flegrei e di tutta la città di Napoli.
In questo ultimo anno, il quartiere partenopeo, e le questioni che lo
attraversano, sono tornate al centro delle lotte locali. Le mobilitazioni contro
l’America’s Cup hanno visto una partecipazione popolare importante, con migliaia
di persone per le strade. Oltre all’opposizione ai cantieri, le piazze, i
blocchi e i cortei sono l’occasione di un confronto allargato contro il governo
Meloni, guerre e genocidio, bassi salari e necessità territoriali di casa,
salute e servizi.
Il corteo del primo, quindi, vede arrivare in piazzale Tecchio striscioni e
bandiere di tante realtà politiche e sindacali. Non mancano bandiere palestinesi
e i simboli di nuove campagne che mettono insieme lotta alla turistificazione,
all’inquinamento e al transito di armi sul territorio, come Block the boat
target MSC promossa da BDS Napoli. Anche il movimento studentesco richiama
l’attenzione su tagli welfare e repressione, rilanciando i prossimi scioperi:
“guerra contro Meloni l’unica guerra”.
Si attraversano le strade del quartiere nominando l’ennesimo round di attacchi
che sta subendo, vista la sottrazione di spazi e diritti alla cittadinanza.
Nel mentre, dai marciapiedi, alcune persone commentano solidali, contro le
politiche di Manfredi. Negli interventi non mancano i riferimenti a quello che
insieme si può fare, e alle altre lotte contro speculazioni e grandi opere sul
piano nazionale.
A metà mattinata il corteo entra nell’area ex Italsider. Era da 10 anni che non
succedeva. Si richiama al “sopralluogo popolare”, camminando inizialmente in un
area che alterna i nuovi scavi ad alti pini, per poi cercare di proseguire in
direzione dell’Altoforno. La polvere ed il caldo non fermano l’entusiasmo.
Si Cobas Napoli ci offre alcuni ragionamenti su come questo sopralluogo si leghi
alle lotte di lavoratori e lavoratrici. I settori più presenti sono quelli della
logistica e dei porti, che stanno subendo un attacco gravissimo attuato dal
governo attraverso la commissione di garanzia per lo sciopero.
Paolo Nicchia, di Bagnoli Informazione, ci racconta questi ultimi mesi di
mobilitazione e i dettagli della partita per il futuro del quartiere. Il blocco
di potere a cui bisogna far fronte, ci racconta, è fortissimo, con grandi forze
finanziarie e politiche alle spalle. La lotta deve continuare ad evolvere di
conseguenza, con più fronti e strategie. Paolo spiega anche alcuni aspetti dei
progetti costieri, in particolare il probabile porto per mega yacht. Senza
bonifica.
Il Laboratorio Politico Iskra è una delle realtà al centro della chiamata di
questo primo maggio. A fine giornata è una compagna del laboratorio che, con una
riflessione politica più ampia, ci propone una serie di collegamenti tra lotta
contro la speculazione e la devastazione, lotta per la casa e contro l’economia
di guerra. Ragiona su come si possano tenere insieme, in modo sempre più
evidenti, queste lotte, a partire dalle specificità di questo territorio, e
oltre.
Primo maggio: voci da Bagnoli@4
“1 maggio a Bagnoli: casa, salute, lavoro, spiaggia e mare. No a guerre,
America’s Cup e grandi eventi”. Queste le parole d’ordine del corteo che il
primo maggio ha visto riunite la lotta della popolazione di Bagnoli, dei Campi
Flegrei e di tutta la città di Napoli.
In questo ultimo anno, il quartiere partenopeo, e le questioni che lo
attraversano, sono tornate al centro delle lotte locali. Le mobilitazioni contro
l’America’s Cup hanno visto una partecipazione popolare importante, con migliaia
di persone per le strade. Oltre all’opposizione ai cantieri, le piazze, i
blocchi e i cortei sono l’occasione di un confronto allargato contro il governo
Meloni, guerre e genocidio, bassi salari e necessità territoriali di casa,
salute e servizi.
Il corteo del primo, quindi, vede arrivare in piazzale Tecchio striscioni e
bandiere di tante realtà politiche e sindacali. Non mancano bandiere palestinesi
e i simboli di nuove campagne che mettono insieme lotta alla turistificazione,
all’inquinamento e al transito di armi sul territorio, come Block the boat
target MSC promossa da BDS Napoli. Anche il movimento studentesco richiama
l’attenzione su tagli welfare e repressione, rilanciando i prossimi scioperi:
“guerra contro Meloni l’unica guerra”.
Si attraversano le strade del quartiere nominando l’ennesimo round di attacchi
che sta subendo, vista la sottrazione di spazi e diritti alla cittadinanza.
Nel mentre, dai marciapiedi, alcune persone commentano solidali, contro le
politiche di Manfredi. Negli interventi non mancano i riferimenti a quello che
insieme si può fare, e alle altre lotte contro speculazioni e grandi opere sul
piano nazionale.
A metà mattinata il corteo entra nell’area ex Italsider. Era da 10 anni che non
succedeva. Si richiama al “sopralluogo popolare”, camminando inizialmente in un
area che alterna i nuovi scavi ad alti pini, per poi cercare di proseguire in
direzione dell’Altoforno. La polvere ed il caldo non fermano l’entusiasmo.
Si Cobas Napoli ci offre alcuni ragionamenti su come questo sopralluogo si leghi
alle lotte di lavoratori e lavoratrici. I settori più presenti sono quelli della
logistica e dei porti, che stanno subendo un attacco gravissimo attuato dal
governo attraverso la commissione di garanzia per lo sciopero.
Paolo Nicchia, di Bagnoli Informazione, ci racconta questi ultimi mesi di
mobilitazione e i dettagli della partita per il futuro del quartiere. Il blocco
di potere a cui bisogna far fronte, ci racconta, è fortissimo, con grandi forze
finanziarie e politiche alle spalle. La lotta deve continuare ad evolvere di
conseguenza, con più fronti e strategie. Paolo spiega anche alcuni aspetti dei
progetti costieri, in particolare il probabile porto per mega yacht. Senza
bonifica.
Il Laboratorio Politico Iskra è una delle realtà al centro della chiamata di
questo primo maggio. A fine giornata è una compagna del laboratorio che, con una
riflessione politica più ampia, ci propone una serie di collegamenti tra lotta
contro la speculazione e la devastazione, lotta per la casa e contro l’economia
di guerra. Ragiona su come si possano tenere insieme, in modo sempre più
evidenti, queste lotte, a partire dalle specificità di questo territorio, e
oltre.
Contestazione a Napoli contro MSC tra genocidio e inquinamento
Movimenti e reti territoriali protestano contro l’impatto ambientale delle
grandi navi, il traffico di armamenti e i progetti previsti a Bagnoli in vista
dell’America’s Cup 2026.
Il 7 maggio a Napoli, a bordo della nave da crociera MSC Divina, attraccata nel
porto di Napoli, si teneva il convegno dal titolo “Prevenzione, performance e
salute – promuovere una cultura della prevenzione concreta”, promosso dalla
Fondazione Fioravante Polito.
Durante l’iniziativa, un gruppo di abitanti della città ha avviato una
contestazione contro MSC (Mediterranean Shipping Company S.A.) esponendo
cartelli e facendo speakeraggio; dal comunicato stampa diffuso dopo
l’intervento, diramato dalla rete di cui fanno parte Mare Libero, No America’s
Cup, Giardino Liberato, Ecologie Politiche, Laboratorio Iskra, Centro Handala
Ali, BDS Napoli e Salerno e altre realtà, si legge: “Una giornata di lotta
contro MSC: se si vuole parlare di salute e prevenzione, non si può prescindere
dal parlare dell’inquinamento prodotto dalle navi da crociera e dei suoi effetti
sulla salute, a partire proprio dalle gigantesche navi della compagnia di
navigazione MSC. Studi internazionali, ormai da anni, denunciano l’impatto
drammatico di queste navi sulla qualità dell’aria, e oltre a questo, abbiamo
voluto aggiungere anche l’impatto della MSC su altre persone, sull’altra sponda
del Mar Mediterraneo: la popolazione palestinese. MSC, infatti, trasporta
regolarmente materiale militare verso Israele, è dunque complice della macchina
bellica sionista responsabile di un genocidio ancora in corso, della distruzione
quasi totale della Striscia di Gaza, del suo sistema sanitario, del suo
ambiente. Questo il nostro contributo alla giornata di oggi e alla solidarietà
con tutte le persone sterminate, sfruttate e inquinate.”
Di MSC si è già parlato su questa testata, ma, purtroppo, non basta mai: la
compagnia di shipping ha molti piani su cui essere contestata, come evidenziato
dal comunicato: dalle implicazioni con il genocidio in Palestina e con
l’industria bellica mondiale alla sua condotta scellerata in materia di impatto
ambientale. Per il primo aspetto, MSC è, infatti, al centro dell’attenzione del
movimento BDS che da vent’anni denuncia le complicità delle organizzazioni e
delle attività economiche con l’occupazione israeliana della Palestina e del
sistema di apartheid che Israele ha ormai radicato in tutta la Cisgiordania.
MSC agisce su vasta scala, operando su 520 porti di scalo in 155 Paesi, ma,
nonostante sia oggi la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello
mondiale, è una società privata controllata dalla famiglia Aponte, originaria di
Napoli. La proprietà comprende anche la MSC Cruises.
Il suo coinvolgimento nel trasporto di armi impiegate dalle forze militari
israeliane nella Striscia di Gaza e in Asia occidentale è diretto: come
riportato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori in varie sue indagini sul
tema, riguarda ormai non solo le navi ma anche i terminal. Nell’articolo apparso
su Altreconomia il 20 marzo scorso, Maggiori scrive: “Gli otto container
arrivati a Gioia Tauro fanno parte di una partita più grande di 23 carichi di
acciaio balistico partiti dall’India tra dicembre e gennaio su quattro diverse
navi cargo della compagnia Mediterranean Shipping Company (MSC). I porti di
transhipment sono appunto Gioia Tauro e il Pireo di Atene, da dove i container
dovrebbero essere trasbordati su altre navi e dirigersi poi nell’Hadaron
Terminal del porto di Ashdod, in Israele. Il ruolo di MSC in questa storia è
preponderante visto che non solo le navi sono tutte sue ma anche i terminal: sia
l’Hadaron sia il Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro sono entrambi nelle
mani del gruppo di Gianluigi Aponte.”
Altre fonti autorevoli inchiodano la compagnia marittima. Sempre a marzo 2026,
il network Embargo for Palestine ha presentato alla Camera il dossier “Made in
Italy per l’industria del genocidio”. Nel rapporto si legge che “dall’inizio del
genocidio in corso a Gaza nell’ottobre 2023, l’Italia ha mantenuto un flusso
strategico e continuativo di equipaggiamenti militari e risorse energetiche
verso Israele, favorendo direttamente l’infrastruttura tecnica dell’aggressione
(…). Una fitta rete di aziende italiane, enti collegati allo Stato e
infrastrutture logistiche ha consegnato a Israele almeno 416 spedizioni di
carattere militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante provenienti
dall’Italia – quantitativi confermati attraverso registri di spedizione che
rappresentano probabilmente solo una frazione della reale portata dei
trasferimenti.”
MSC è stata coinvolta in questo traffico con molti dei suoi natanti, tra cui la
MSC MELANI III, la MSC EAGLE III e la MSC ALBANY, che, dopo un trasbordo presso
il Vizhinjam International Seaport, ha condotto il suo carico al Medcenter
Container Terminal di Gioia Tauro il 14 dicembre 2025 e da lì è ripartito il 19
dicembre a bordo della MSC DORADO VIII, sempre con destinazione IMI Systems.
Un altro aspetto da considerare: l’azienda è anche sponsor dell’America’s Cup
2026, progetto che prevede un intervento a Bagnoli giudicato negativamente da
tanti studiosi poiché estremamente impattante sulla congestione di un’area già
fragile sotto il profilo geologico e sociale, provata da anni di speculazioni
immobiliari che non hanno tenuto in conto i diritti alla salute, alla casa, al
lavoro delle popolazioni locali.
Questi elementi descrivono solo parzialmente il quadro delle gravi complicità
della MSC con l’industria della morte e con le attività responsabili
dell’inquinamento e dello sfruttamento delle nostre coste (interessato anche il
litorale di Napoli Est, al centro di un piano di espansione della darsena di cui
MSC è inclusa), che chiariscono, quindi, le solide motivazioni della
contestazione.
Nel pomeriggio del 7, i manifestanti si sono poi spostati a piazza Municipio,
invitando la cittadinanza a una pubblica assemblea, per discutere di come
avviare azioni ulteriori in cui possa essere rappresentata la voce delle persone
che i territori li vivono. L’accento è stato messo in modo incisivo sulla
necessità di connettere la lotta per il diritto all’abitare dei Napoletani con
le ingiustizie che i grandi capitali finanziano nel mondo, ad esempio,
attraverso la produzione di armi.
MSC incarna pienamente la forma e la sostanza con cui agisce il neoliberismo in
questa fase storica: da un lato racconta di assunzioni e grandi investimenti;
dall’altro contribuisce a distruggere vite, diritti, ambiente. Gli attivisti lo
hanno sottolineato fortemente e lanciato un calendario di mobilitazioni in
collegamento con le iniziative dei comitati di quartiere di Bagnoli.
FONTI
Altreconomia – Il porto di Gioia Tauro e il traffico d’armi verso Israele
Dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio”
Instagram – Reel sulla contestazione
BDS Italia – Il coinvolgimento di MSC nella logistica di guerra
BDS Italia – Block the Boat
Ottopagine – Napoli, protesta sulla MSC Divina
Nives Monda
Mare libero contro MSC e i container per Israele
Per approfondire: https://www.marelibero.eu
Invitiamo tuttx all'assemblea pubblica a piazza Municipio alle 17 per costruire
una campagna contro questo colosso della morte che ha le mani sul mare e la
città.
CONTESTATO IL CONVEGNO SULLA SALUTE A BORDO DI MSC DIVINA. Oggi, 7 maggio, si è
tenuto un convegno su prevenzione e salute a bordo della Divina, l'ultimo
gioiello della multinazionale MSC.
La nave, in sosta alla stazione marittima di Napoli con i motori accesi e i fumi
visibili da ogni angolo della città, ha ospitato un convegno indetto un ente
no-profit noto per promuovere la cultura della prevenzione sanitaria nel mondo
dello sport e una federazione dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Un
gruppo di abitanti ha preso parola e con striscioni e volantini ha denunciato
che l'impatto ambientale provocato dalla multinazionale sull'intera città genera
un grande paradosso se, proprio a bordo di un colosso con i motori accesi, si
prova a parlare di salute. MSC controlla il 90% dei flussi commerciali e
turistici del porto di Napoli contribuendo allo sfruttamento incontrollato di
risorse umane e naturali ed eludendo qualsiasi tipo di controllo e sanzioni.
Compagnia leader dello shipping globale, la compagnia contribuisce alla
devastazione dei territori e all'economia di guerra: sui container della
compagnia viaggiano armi e materiale bellico usato da Israele per continuare
l'occupazione dei territori palestinesi e lo sterminio a Gaza. Mentre le
crociere di lusso inquinano l'aria e il mare e riversano flussi di turisti che
modificano le città a misura di chi le consuma, le stive delle sue navi cargo
alimentano l'industria della morte.
Come si può parlare di prevenzione e salute su queste navi che producono
inquinamento e morte?
No MSC, No Morte Su Container. Movimenti Sulla Costa!!
Napoli: campagna contro MSC
Msc (Mediterranean Shipping Company) è una compagnia leader del trasporto
marittimo globale e per il territorio di Napoli e dintorni è significativa su
diversi livelli: per le implicazioni rispetto alla turistificazione di massa,
per l’ampliamento della darsena a Napoli Est e dunque per gli stravolgimenti
territoriali a causa dell’aumento del traffico di container, per il suo ruolo
nella logistica di guerra.
Diverse realtà del territorio hanno quindi lanciato un’assemblea pubblica che si
terrà oggi giovedì 26 marzo per intessere legami tra quello che accade sul
territorio e i flussi bellici su scala globale. La direzione di creare hub
logistici ed energetici per la guerra a partire dai porti della penisola
italiana è piuttosto esplicita, quindi occorre organizzarsi dal basso per
contrapporvisi.
Ne abbiamo parlato con una compagna che fa parte del percorso
Qui l’opuscolo CHI TENE ‘O MARE – L’IMPERO MSC E GLI IMPATTI SU NAPOLI
Qui la MAPPATURA DELL’AREA COSTIERA DI NAPOLI FATTA DA MARE LIBERO, PULITO E
GRATUITO